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	<title>autonomismo Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Iniziano le grandi manovre e non promettono nulla di buono, ovvero provincializing PD</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Oct 2021 11:30:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come sempre, allo scollinamento di metà legislatura, iniziano le grandi manovre di assestamento del sistema di potere sardo, in vista delle prossime elezioni regionali. È una dinamica complicata, ma non incomprensibile, solo che si disponga di quel minimo di informazioni e dello sguardo allenato necessari a leggere il senso di azioni, dichiarazioni, posizionamenti tattici. Dal...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/10/23/iniziano-le-grandi-manovre-e-non-promettono-nulla-di-buono-ovvero-provincializing-pd/">Iniziano le grandi manovre e non promettono nulla di buono, ovvero provincializing PD</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Iniziano le grandi manovre e non promettono nulla di buono, ovvero provincializing PD' data-link='https://sardegnamondo.eu/2021/10/23/iniziano-le-grandi-manovre-e-non-promettono-nulla-di-buono-ovvero-provincializing-pd/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://i1.wp.com/funnyking.io/wp-content/uploads/2019/10/ruh-emiciler-1.jpg?resize=727%2C409&amp;ssl=1" alt="https://i1.wp.com/funnyking.io/wp-content/uploads/2019/10/ruh-emiciler-1.jpg?resize=727%2C409&amp;ssl=1" width="661" height="372"/></figure></div>



<h4 class="wp-block-heading">Come sempre, allo scollinamento di metà legislatura, iniziano le grandi manovre di assestamento del sistema di potere sardo, in vista delle prossime elezioni regionali.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">È una dinamica complicata, ma non incomprensibile, solo che si disponga di quel minimo di informazioni e dello sguardo allenato necessari a leggere il senso di azioni, dichiarazioni, posizionamenti tattici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal famoso caso del <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/04/14/sardaragate-cadute-dal-pero-affari-opachi-stellette-e-assestamenti-politici/"><strong>pranzo di Sardara</strong></a> (su cui è calata una bella cappa di silenzio e omertà), alle recenti elezioni amministrative, qualcosa è successo. Il ridisegno degli assetti interni all&#8217;oligarchia sarda è stato avviato, sperimentando qualche nuova formula trasformista, in vista del grande spettacolo in preparazione per il 2024.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non stupisce dunque l&#8217;uscita di <a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSc_uAVuaVj8CV2wM2z-WFi4TlKGS00u3rMnJ7Zyl_cV_8RvMA/viewform" target="_blank"  rel="nofollow" >un documento</a> a firma del presidente dell&#8217;ANCI Sardegna (l&#8217;associazione dei comuni), Emiliano Deiana, su un rilancio del PD in salsa neo-autonomista e addirittura autodeterminazionista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È perfettamente logico e direi scontato che le forze dominanti in Sardegna, data la loro natura di intermediari coloniali, debbano di volta in volta cercare di darsi una ripassata di credibilità, per legittimare la loro aspirazione alla supremazia. Tale credibilità può essere attinta solo laddove ci siano contenuti, temi, prospettive, proposte di natura realmente politica, fuori dal circuito della mera gestione e spartizione dei ruoli di potere, che è l&#8217;unico, vero oggetto sociale delle fazioni egemoni nell&#8217;isola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è la prima volta che le filiali podatarie dei partiti italiani cercano di riverginarsi in salsa sardista, autonomista o addirittura (pseudo)indipendentista. Dovrebbe essere ormai chiaro che si tratta di mero maquillage retorico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il documento proposto da Deiana rispecchia un andamento prevedibile e previsto. L&#8217;esordio suona così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La Sinistra vince quando si fa Progetto collettivo e convince quando pensa e costruisce il cambiamento attraverso meccanismi di Partecipazione e Condivisione avendo come obiettivo estendere le opportunità, restringere le disuguaglianze ed includere le periferie sociali, territoriali e di prospettiva.<br />Se il progetto lo si costruisce partendo dalla Sardegna non si può guardare al domani senza recuperare il meglio della elaborazione politica progressista e autonomista che ha provato, talvolta riuscendoci, a dare voce alle nostre istanze, con il coraggio di stravolgere dinamiche, percorsi, relazioni consolidate, spazi, tempi e modalità.<br />Stravolgere, non cancellare ciò che è stato, interrogandosi con Libertà e Responsabilità sull’utilità di percorrere sentieri già battuti ovvero individuarne di nuovi, senza dimenticare che il nostro essere Isola oltre a determinare maggiori costi, gap infrastrutturali e isolamento configura anche la nostra forza.<br />Infatti, la nostra Isola è uno dei principali Centri geografici nel cuore del Mediterraneo, naturale punto di relazione fra la sponda sud del Mondo e l’Europa il cui sviluppo necessita della capacità di sovrapporre Capacità dirigente e di proposta in ambito ai processi di Perequazione infrastrutturale, Transizione digitale, ecologica e sociale che, nei prossimi decenni, caratterizzeranno il percorso di sviluppo a valere sul PNRR e i sui Fondi europei 2021-2027.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">A parte l&#8217;eccesso di maiuscole e il tono eccessivamente retorico, va quasi subito al sodo: ci sono molti denari da spendere, meglio metterci le mani noi. Quale sia invece &#8220;il meglio della elaborazione politica progressista e autonomista&#8221; da recuperare e riproporre non è dato sapere. A giudicare dai risultati, tale elaborazione, se pure è mai esistita, deve essere stata largamente ignorata, in quest&#8217;ultimo trentennio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;accenno ai divari infrastrutturali e all&#8217;isolamento come condizione inevitabile per la Sardegna impone fin da subito una cornice interpretativa che omette tutte le cause storiche e materiali di tali divari, non li problematizza, anzi assolve surrettiziamente la classe politica sarda di questi decenni da ogni responsabilità. Come inizio non c&#8217;è male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;impostazione del discorso è chiara: affastellare costrutti retorici apparentemente significativi per dare l&#8217;idea che si sta parlando di qualcosa di nuovo, che si sta proponendo un cambio di rotta, lo stravolgimento &#8220;di dinamiche, percorsi, relazioni consolidate, spazi, tempi e modalità&#8221;. Possiamo prendere sul serio questi propositi, avendo anche solo una vaga idea di cosa sia il PD sardo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché è al PD che Deiana si rivolge in prima istanza:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il Partito democratico della Sardegna, in occasione della sessione congressuale che si apre in questi giorni e che proseguirà con la celebrazione, alla fine dell’anno, delle primarie per l’elezione del/della Segretario/a e dell’Assemblea regionale e nei primi messi del 2022 con il rinnovo degli organismi provinciali e comunali, può e deve utilizzare questo momento di Discussione interna per aprire un dibattito in e sulla Sardegna mettendo in campo una Agenda politica, delle Parole d’ordine, per contribuire alla costruzione di uno spazio politico dove incrociare forze politiche e movimenti con cui condividere il confronto e la sfida per le Prossime elezioni regionali così come per il Governo locale.<br />Le domande sono allora: quale agenda politica, quali parole d’ordine e, soprattutto, quale il perimetro di alleanze e con quale modello di Partito e di organizzazione istituzionale?<br />In sintesi: come, con quale funzione e strumenti il Partito democratico intende animare e guidare il dibattito e l’elaborazione sul futuro della Sardegna.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">La preoccupazione è di costruire un agglomerato di sigle e portatori di voti sufficientemente robusto da vincere le prossime elezioni. E, fin qui, niente di clamoroso. Certo, può suonare sorprendente che alla fine del 2021 il PD sia ancora in cerca di una &#8220;Agenda politica&#8221; e di &#8220;Parole d&#8217;ordine&#8221;: a cosa stavate pensando, fino a oggi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La preoccupazione per la debolezza del partito e dei satelliti che ruotano intorno è reale e traspare anche in questo documento:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’emergenza sanitaria e il Governo Draghi scompaginano, ancora una volta, nella nostra storia recente, il sistema partitico italiano. Si ridefinisce il campo dell’anti-politica assumendo sempre più un marcato profilo di destra. Verso la destra sovranista e, come si evince dalle recenti inchieste, neofascista vira anche il Centro-destra a trazione meloniana.<br />Il M5S, che nel 2013 e poi nel 2018 (tenendo come riferimento le elezioni politiche che hanno segnato i principali traguardi pentastellati) ha ricevuto la fiducia di pezzi di elettorato che in altre fasi votò il centrosinistra, completa la sua evoluzione in partito di sistema scegliendo, con Giuseppe Conte, di collocarsi nel campo del Centro-Sinistra.<br />Il Partito democratico resiste, nonostante le varie scissioni. Resiste, ma non non convince. Anche in Sardegna.<br />I dati elettorali a partire dalle politiche 2013 mostrano una costante erosione di consensi. A livello nazionale il nostro Partito, secondo i più recenti sondaggi, si attesta intorno al 20%. A livello regionale le ultime consultazioni di rilevanza politica attestano il Pd al 13,5% (96 mila voti). Questo dato ci indica la strada da intraprendere. Sciogliere i nodi che da troppo tempo tarpano le ali ad un partito le cui potenzialità vanno ben oltre quel dato percentuale. Con generosità e slancio favorire e facilitare le risorse e le idee che ci consentano di connetterci con la società sarda e di portarla fuori dalla disperazione in cui si trova dopo la pandemia e la Giunta Solinas.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">I limiti strutturali del PD sardo, con la zavorra dell&#8217;ipocrisia che ne denota immancabilmente azioni, scelte, selezione del personale, tattiche, rischiano di vanificare la corsa alla vittoria delle prossime elezioni, a dispetto dell&#8217;apparente facilità a porsi come controparte dell&#8217;attuale disastrosa maggioranza. La facilità è apparente perché in realtà il PD stesso non è estraneo all&#8217;assetto di potere oggi rappresentato dalla giunta Solinas: semplicemente, uscito sconfitto nell&#8217;ultima tornata elettorale, il PD ha dovuto accettare il ruolo di secondo piano riservato a chi perde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il PD dunque deve fare lo sforzo, nei prossimi due anni, di ricostruirsi un&#8217;immagine diversa, meno compromessa, più spendibile mediaticamente. Per farlo deve cercare di apparire diverso da com&#8217;è in realtà. Ossia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Un partito radicalmente alternativo ai partiti che governano attualmente la Regione, al partito che oggi esprime il Presidente, alla destra populista e con venature razziste della Lega e di Fdi. Un partito che apre il dialogo alle forze moderate che vorranno rompere la peggiore stagione della storia dell’Autonomia speciale e che ricostruisce un dialogo positivo con le forze autonomistiche, dell’autodeterminazione e indipendentiste di governo. La precondizione al dialogo con le forze autonomiste e indipendentiste dipenderà anche (e soprattutto) dalla capacità del Pd sardo di ripensare se stesso, i rapporti col Pd nazionale, con lo Stato italiano e con la vocazione, naturale e popolare, all’autogoverno del popolo sardo.<br />Il Pd sardo non può lasciare al Psd’az a trazione leghista il tema dell’autodeterminazione, dell’autogoverno, della Nazione sarda, ma deve interpretarli nella modernità, in chiave europea e mediterranea, per una Sardegna aperta al mondo e non chiusa né in sé stessa né nei meccanismi del potere per il potere.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Si rilancia, insomma, la ricetta della coalizione che sostenne la candidatura di Francesco Pigliaru, magari con l&#8217;aggiunta di Giorgio Oppi e di qualche spezzone dell&#8217;attuale maggioranza (un posto ai Riformatori, per dire, si trova sempre). </p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa più interessante, per quanto mi riguarda, è l&#8217;accenno agli &#8220;indipendentisti di governo&#8221;. Evidentemente c&#8217;è una porzione dell&#8217;ambito indipendentista che ha tale vocazione, a differenza di altre porzioni che invece sarebbero per loro natura &#8220;di opposizione&#8221; o &#8220;radicali&#8221;. Vorrei sottolineare l&#8217;importanza di queste definizioni, perché nascondono una mistificazione e una trappola che vanno rivelate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I presunti indipendentisti di governo sono soggetti singoli o associati, ma di scarsissimo peso elettorale, disponibili a farsi cooptare dentro un calderone consociativo e trasformista, pur di &#8220;entrare&#8221; a Palazzo, magari spacciandosi per la parte più matura e competente del movimento indipendentista. Se riavvolgete il nastro e ritornate a otto anni fa, li ritroverete in azione sostanzialmente nella stessa posizione e con la stessa funzione. Allora le sigle erano quelle del Partito dei Sardi di Paolo Maninchedda e Franciscu Sedda e di iRS di Gavino Sale, con l&#8217;aggiunta dei &#8220;sovranisti&#8221; (così si definivano allora) RossoMori di Gesuino Muledda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora quel cedimento alla corte, nemmeno troppo insistente, del centrosinistra venne spacciato per tattica vincente, scelta allo scopo di portare prepotentemente fin dentro il governo regionale le istanze di autodeterminazione. Come siano andate le cose, lo sappiamo bene, al di là delle parole diversive utilizzate per camuffare la reale consistenza dell&#8217;operazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;appello di Deiana è chiaramente rivolto non solo al PD ma anche al mondo indipendentista. Chi ha orecchie per intendere farà bene a prepararsi. Non è nemmeno detto che saranno precisamente gli stessi soggetti a recitare quel ruolo. Temo che nel campo indipendentista e autodeterminazionista, per illusione o per convenienza, qualcuno disposto a farsi cooptare si troverà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Emerge anche, almeno come connotazione extra-testuale, la volontà di rinsaldare la vicinanza tra l&#8217;ANCI e Corona de Logu, l&#8217;associazione di amministratrici e amministratori indipendentistə. Il ruolo di Emiliano Deiana ha un certo peso, in questo caso. Attrarre a sé qualche amministratore/trice dell&#8217;area autodeterminazionista è comprensibilmente un obiettivo tattico rilevante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il resto del documento di Deiana è dello stesso tenore retorico. Elenca una serie di punti tematici a cui dovrebbe votarsi il PD, assemblati mettendo insieme diverse &#8220;idee senza parole&#8221; tipiche della retorica politica progressista in salsa sarda, con auspici velleitari e con qualche spunto programmatico che profuma di proposta indipendentista. Non manca l&#8217;appello sulla necessità di una nuova normativa elettorale. Ci sta sempre bene, a inizio campagna, salvo svanire poi dal novero delle scelte concrete. Deiana però specifica che la nuova legge elettorale dovrà eventualmente essere maggioritaria, chiarendo così che il fine deve essere comunque la salvaguardia dell&#8217;attuale chiusura oligarchica e il controllo feroce dei pacchetti di voti e delle sacche clientelari: nessuno spazio a un&#8217;apertura democratica reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tutto il documento non c&#8217;è una sola parola, una sola proposta basata su un&#8217;analisi onesta e trasparente della realtà socio-economica, culturale e politica dell&#8217;isola. Non c&#8217;è nemmeno un grande sforzo di fantasia, dovendo necessariamente barcamenarsi tra l&#8217;esigenza di presentarsi come una novità appetibile anche all&#8217;esterno del PD, almeno per bocche buone, e la necessità di non minacciare troppo scopertamente le relazioni di potere esistenti dentro quell&#8217;aggregazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È evidente che l&#8217;appropriazione di termini come indipendentismo e autodeterminazione sia utile a ri-legittimarsi e al contempo a indebolire qualsiasi possibile alternativa reale che contempli tali istanze tra i propri cardini. Il meccanismo infernale della legge elettorale vigente favorisce le grandi ammucchiate a discapito di terzi incomodi. Il riuscito tentativo del M5S di entrare in Consiglio regionale, alle elezioni del 2019, non è la smentita bensì la conferma di come la combinazione tra riduzione a 60 dei posti in Consiglio e la restrittiva legge elettorale di fatto azzeri il peso e la funzione di un eventuale terzo polo; soprattutto se questo non ha una reale forza politica da spendere, né una prospettiva radicalmente diversa da quelle dei poli maggiori. </p>



<p class="wp-block-paragraph">(Detto per inciso,, credo che la parabola del M5S in Sardegna sia ormai tramontata, senza per altro lasciare alcuna traccia significativa. È un fatto positivo, perché sgombra il campo da uno dei possibili fattori diversivi, apparentemente all&#8217;opposizione ma in realtà a sostegno dell&#8217;apparato di potere dominante. Vedremo se ne sarà inventato un altro.)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quel che si può rispondere alla mossa politica rappresentata dal documento di Emiliano Deiana e alle manovre concomitanti (per esempio la riesumazione della parlamentare Romina Mura come possibile candidata della coalizione) l&#8217;avevo già scritto *prima* che fosse partorita. Rimando in proposito ad alcuni post degli ultimi mesi, qui su SardegnaMondo, da leggere se si vuole in sequenza: direi almeno <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/02/15/il-poco-sorprendente-compromesso-tra-tecnocrazia-e-populismo-e-la-colonia-sardegna/">questo</a>, <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/02/25/deriva-oligarchica-e-democrazia-in-sardegna/">questo</a>, <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/03/09/il-nucleo-materiale-e-materialista-dellautodeterminazione/">questo</a> e infine <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/09/14/il-problema-non-ce-se-non-lo-vedi-o-dellimportanza-di-avere-un-piano/">questo</a>, in ordine cronologico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ho nulla da aggiungere a quanto già scritto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimane il dubbio sulla reale volontà del variegato ambito indipendentista di costruire una alternativa reale e solida al pastrocchio coloniale dominante. Le dichiarazioni di pragmatismo con cui rivendicare il brutale cedimento al &#8220;lato oscuro della forza&#8221; sono già state messe in campo in passato e temo che saranno rispolverate nei prossimi mesi. Dovremo leggere e sentire ancora argomentazioni fallaci (ci alleiamo con la controparte per &#8220;cambiare le cose dall&#8217;interno&#8221;) e sorbirci termini di paragone del tutto impropri e persino fraudolenti (la famose alleanze dei partiti indipendentisti catalani con quelli unionisti, usate come precedente giustificativo). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, non cambierà di una virgola, ma anzi sarà confermata, la necessità di aprire e irrobustire un fronte popolare di emancipazione collettiva che sappia coniugare i temi e le prospettive dell&#8217;autodeterminazione democratica con quelli dei movimenti sociali e ambientalisti, con le istanze dei territori più in sofferenza e delle categorie svantaggiate. La militanza sociale e politica di sinistra-senza-fissa-dimora dovrà scegliere come schierarsi, se deciderà di schierarsi. Senza dimenticare la vastissima porzione di sfiduciati e disinteressati che alimenta l&#8217;astensionismo di massa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resteranno attivi temo anche i soliti posizionamenti &#8220;identitari&#8221; (quelli per cui *essere* indipendentisti è una condizione soggettiva, antropologica. che distingue da qualsiasi altro essere umano), settari (ci parliamo solo tra indipendentisti duri e puri, qualsiasi cosa questo voglia dire), da avanguardia autoreferenziale (noi abbiamo capito tutto, gli altri nulla: o si convincono o peggio per loro), così come gli equivoci terminologici e le ingenuità teoriche. Chiunque voglia cimentarsi, dovrà tenerne conto e armarsi di santa pazienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tutto questo, una cosa è certa: le forze politiche dominanti, di destra o di (pseudo)sinistra, populiste o tecnocratiche, che siano succursali coloniali dei partiti italiani o aggregazioni locali ad esse ancillari, sono<em> la controparte</em>. Non sono un possibile alleato in nessun caso e per nessuna ragione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Se non si accoglie questo presupposto, significa che si è già scelto il lato della barricata in cui collocarsi, e non è quello della battaglia a favore di una democrazia finalmente compiuta e di un progresso civile e sociale effettivo e duraturo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> </p>
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		<title>Cent&#8217;anni del PSdAz: contesto e premesse di una rivoluzione tradita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Apr 2021 15:47:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri ricorreva il centesimo anniversario della fondazione del Partito Sardo d&#8217;Azione, su Partidu Sardu (per antonomasia). È un&#8217;occasione preziosa per riflettere sul nostro recente passato e sul nostro presente. Occasione colta parzialmente e con qualche distrazione. Non prendo in considerazione il discorso fatto ieri a Oristano dal presidente della Regione Christian Solinas, la cui retorica...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Cent&#039;anni del PSdAz: contesto e premesse di una rivoluzione tradita' data-link='https://sardegnamondo.eu/2021/04/18/centanni-del-psdaz-contesto-e-premesse-di-una-rivoluzione-tradita/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://external-content.duckduckgo.com/iu/?u=https%3A%2F%2Fwww.lamiasardegna.it%2Fimages%2Fbandiera%2Fpsda.jpg&amp;f=1&amp;nofb=1" alt="La bandiera dei quattro Mori" width="414" height="414"/></figure></div>



<h4 class="wp-block-heading">Ieri ricorreva il centesimo anniversario della fondazione del Partito Sardo d&#8217;Azione, su Partidu Sardu (per antonomasia). È un&#8217;occasione preziosa per riflettere sul nostro recente passato e sul nostro presente.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Occasione colta parzialmente e con qualche distrazione. Non prendo in considerazione il <a href="https://youtg.net/primo-piano/35476-cento-anni-del-psd-az-solinas-riconoscenza-per-i-padri-fondatori" target="_blank"  rel="nofollow" >discorso fatto ieri a Oristano</a> dal presidente della Regione Christian Solinas, la cui retorica auto-assolutoria, in questi giorni e in questo periodo, suona solo indisponente. L&#8217;attuale PSdAz non ha niente a che fare con quello originario di Camillo Bellieni, Emilio Lussu e Marianna Bussalai, ma neanche con quello di Antoni Simon Mossa (quest&#8217;anno, cinquantennale delle morte), o con quello di Mario Melis (su cui è appena uscito un libro di Anthony Muroni). Il paragone con questi predecessori suona davvero impietoso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Talmente impietoso, che forse non è nemmeno così interessante parlarne. Tra i commenti che ho letto, mi pare interessante <a href="https://www.sindipendente.com/blog/il-psdaz-compie-100-anni-il-sardismo-popolare-sta-rinascendo" target="_blank"  rel="nofollow" >la disamina di Cristiano Sabino</a> su S&#8217;Indipendente, che mette in luce i nodi politici di quegli anni e ne offre una lettura feconda anche per il nostro presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlo di distrazione per i seguenti motivi. È mancato un dibattito pubblico di indole più strettamente storiografica, capace di offrire una ricostruzione puntuale dei fatti e del loro senso, dentro il contesto in cui avvennero. È mancata poi pressoché totalmente la discussione politica da parte della altre forze presenti nello scenario sardo e anche quella genericamente intellettuale su tutti gli aspetti che questa ricorrenza pure richiama. Vedremo se succederà qualcosa nei prossimi giorni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza la pretesa di colmare queste lacune, vorrei qui limitarmi a rievocare alcune delle premesse della fondazione del PSdAz che quasi sempre vengono omesse, pur essendo decisive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;enfasi che di solito si pone sulla nascita del partito &#8220;dalle trincee della Prima guerra mondiale&#8221; è sempre troppo sentimentale e dal non sempre vago sentore militarista, per essere convincente fino in fondo. Anche prendendo per buona la cronologia così istituita (ossia, ponendo la radice del PSdAz nei fatti bellici), andrebbe chiarito che la dimensione di massa del partito fu garantita dalle condizioni di vita a cui gli arruolati sardi furono strappati e dalle loro aspettative in proposito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La crisi del mondo contadino, le pratiche di sfruttamento brutale del lavoro nelle zone minerarie e nelle attività manifatturiere, la condizione subalterna complessiva dell&#8217;isola preesistevano alla chiamata alle armi ed erano da un lato il motivo dello spirito di corpo dei soldati sardi nelle trincee del Carso e dell&#8217;Altopiano di Asiago, da un altro la base sociale su cui poi si appoggiò la leadership sardista nel dopo guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non è vero che tutto ciò emerse solo in occasione dell&#8217;esperienza bellica e dallo choc da essa causato. In realtà vasti movimenti sociali erano in corso nell&#8217;isola da molti anni. La Sardegna del primo Novecento attraversava una fase problematica e contraddittoria. Dopo la caccia grossa del 1899, con le truppe reduci dalle guerre coloniali africane spedite in Barbagia a sopprimere il banditismo, l&#8217;opinione pubblica e le prime istanze di natura sindacale animarono reiterate dimostrazioni di insofferenza, più o meno coordinate, più o meno strutturate, ma ampiamente diffuse. Dalle campagne alle città, dai villaggi rurali ai centri minerari, cresceva il malcontento per una situazione che era chiaramente percepita dai più come insostenibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non vengono dal nulla le manifestazioni operaie che sfociarono, nel settembre 1904, nella durissima repressione militare di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Eccidio_di_Buggerru" target="_blank"  rel="nofollow" >Buggerru</a>, così come non erano un&#8217;esplosione estemporanea e senza motivazioni comprensibili la sollevazione delle sigaraie di Cagliari e i susseguenti moti di piazza in mezza Sardegna, nel 1906, anche questi repressi nel sangue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pur senza un punto di riferimento organizzativo e prive di un orizzonte strategico definito, queste mobilitazioni coinvolgevano, direttamente o indirettamente, l&#8217;intero corpo sociale sardo. La mancata politicizzazione dipendeva tra le altre cose dalla separatezza col ceto intellettuale, tradizionalmente organico al conglomerato di potere dominante. La borghesia sarda, tipicamente legata agli apparati del potere costituito, aspirante alla carriera professionale, accademica e politica, era per lo più ostile alle richieste del proletariato urbano e delle campagne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante questo, circolavano parole d&#8217;ordine eversive, opuscoli propagandistici, parole d&#8217;ordine ampiamente condivise. &#8220;Emancipazione&#8221; era una delle parole chiave, e significava &#8220;indipendenza&#8221;. &#8220;A mare sos continentales!&#8221; era un motto che si sentiva in tutte le piazze dell&#8217;isola, come ricordava lo stesso Nino Gramsci (che lo aveva gridato a sua volta). Era netta la percezione dell&#8217;ingiusta condizione in cui ci si dibatteva, tra arricchimenti oltraggiosi dei soliti potenti, spesso forestieri, e miseria degli strati popolari. La sistematica spoliazione di risorse che, a torto o ragione, i poeti cantavano ormai da decenni (pensiamo ai versi di Pepinu Mereu o a quelli del poema <em>Su Triunfu d&#8217;Eleonora d&#8217;Arborea</em> di Franciscu Dore), costituiva un elemento forte del senso comune popolare di quest&#8217;epoca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;egemonia politica di Francesco Cocco Ortu (contro cui non a caso si scaglierà poi con forza la retorica sardista) si tradusse, è vero, in misure straordinarie come il Testo Unico n. 844 del 1907, ma si trattava di una risposta paternalista e assistenzialista. Era già in auge una forma di modernizzazione tipicamente passiva, analoga a quella poi prodotta da tutte le misure straordinarie successive (dalla &#8220;Legge del miliardo&#8221; fascista, del 1924 al Piano di Rinascita). Un approccio che non risolveva i problemi strutturali e anzi spesso li aggravava. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;arruolamento obbligatorio avviato nel 1911 con la guerra in Libia (contro l&#8217;Impero ottomano), se per certi versi aveva costituito uno sfogo e un canale di sbocco per tante energie e per molte giovani braccia, aveva anche mostrato ancora più chiaramente la contraddizione tra le ingiustizie sociali irrisolte e la pretesa dello stato di servirsi della gioventù sarda solo a proprio vantaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso stato che, con i suoi rappresentanti locali e le sue forze dell&#8217;ordine, aveva trattato i sardi come stranieri di razza inferiore, da sfruttare, discriminare e se necessario sopprimere, in occasione dell&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Itri" target="_blank"  rel="nofollow" >eccidio di Itri</a>, sempre del 1911. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche giovane intellettuale aveva già cominciato a riflettere su questi fenomeni, sia pure dentro cornici spesso condizionate da una formazione scolastica e universitaria ostinatamente reazionaria e patriottarda, ancora largamente risorgimentale. Pensiamo ad <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/attilio-deffenu_%28Dizionario-Biografico%29/" target="_blank"  rel="nofollow" >Attilio Deffenu</a> e alla sua rivista &#8220;Sardegna&#8221;, uscita nel 1914. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio nel 1914, a metà maggio, si tenne a Roma il primo <a href="http://www.fondazionesardinia.eu/ita/wp-content/uploads/2011/05/Congresso-dei-sardi-1914.pdf" target="_blank"  rel="nofollow" >Congresso Regionale Sardo</a>, organizzato dalla locale associazione dei sardi, con interventi di personaggi di grande spessore come Efisio Mameli, scienziato, fratello di Eva, a sua volta scienziata e, accessoriamente, madre di Italo Calvino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È di questi anni, a cavallo tra la crisi di fine Ottocento e la Belle Époque, anche la prima emigrazione sarda. Si computa che proprio nel 1914 fossero già 100mila i sardi partiti in cerca di fortuna. Altri 100mila sarebbero presto stati arruolati per la Grande guerra. Il calcolo del disastro sociale e antropologico che tali eventi produssero non è mai stato fatto fino in fondo, ma se ne intuisce la portata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I reduci sardi dalla Prima guerra mondiale, dunque, non traevano di che riflettere solo dall&#8217;esperienza bellica, ma disponevano anche di questo retroterra di fatti, dinamiche sociali, ragionamenti già avviati. Il dato decisivo di questo momento così peculiare fu che si saldarono il disagio popolare e le istanze che esso esprimeva con una leadership decisa a farne una questione politica ad ampio spettro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I giovani ufficiali della Brigata Sassari divennero non solo i leader del movimento, ma anche i suoi ideologi, i razionalizzatori di pulsioni e richieste fino a quel momento non del tutto elaborate. Diventando moderno fenomeno di massa, il movimento dei reduci, per le sue dimensione e per le sue caratteristiche, creò una sorta di campo gravitazionale in grado di attirare altre personalità, di varia estrazione, compresi opportunisti e avventurieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pur nelle sue contraddizioni, trasformato in partito politico di massa, il movimento poneva delle domande impegnative e non eludibili e offriva una serie di opzioni che a quel tempo suonavano radicali e persino rivoluzionarie, compreso il discorso autonomista/federalista. La stessa crisi ideale e organizzativa del neonato PSdAz, sotto la spinta del fascismo, deve indurci a un ragionamento articolato sulle sue cause, i suoi passaggi e i suoi sviluppi, anche alla luce della storia sarda successiva. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso, a ripercorrere quegli eventi e a soppesare l&#8217;interpretazione che ne diedero protagonisti e osservatori, l&#8217;impressione è che uno dei pochi ad averne intuito la reale portata fu non tanto Emilio Lussu, quanto Antonio Gramsci. Di ciò non possiamo stupirci: Lussu fu un grande leader, un lucido antifascista (dopo un primo periodo di indecisione), un combattente per la democrazia; non fu una mente politica eccelsa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le questioni che evoca questo anniversario sono insomma molte e ancora vive: meriterebbero di essere trattate con la dovuta attenzione analitica e ricostruttiva. Collocare quegli avvenimenti nel loro contesto, con le loro premesse e tutte le loro implicazioni, è necessario anche per capirne una certa drammatica attualità. Al contrario, non serve a nulla, o peggio può essere un comodo diversivo, il dispiego di retoriche nostalgiche o l&#8217;appropriazione indebita di eredità politiche e morali che nessuno, nel quadro della mediocre e subalterna politica sarda di oggi, può legittimamente rivendicare.</p>
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		<title>Respiro corto, sguardo miope, afonia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2020 12:49:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Interessante articolo sulla Nuova online di pochi giorni fa. Una sorta di intervista a più voci in tema di federalismo e di riforme istituzionali a più livelli. Coinvolti nel dibattito lo storico Gian Giacomo Ortu e i noti politici sassaresi di lungo e lunghissimo corso Gianfranco Ganau e Beppe Pisanu. Tutti e tre molto critici...</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://media.moddb.com/cache/images/groups/1/4/3147/thumb_620x2000/ethnicity.gif" alt="https://media.moddb.com/cache/images/groups/1/4/3147/thumb_620x2000/ethnicity.gif" width="571" height="632"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Interessante <a href="https://www.lanuovasardegna.it/tempo-libero/2020/10/04/news/il-futuro-uno-stato-federale-1.39383691" target="_blank"  rel="nofollow" >articolo</a> sulla Nuova online di pochi giorni fa. Una sorta di intervista a più voci in tema di federalismo e di riforme istituzionali a più livelli. Coinvolti nel dibattito lo storico Gian Giacomo Ortu e i noti politici sassaresi di lungo e lunghissimo corso Gianfranco Ganau e Beppe Pisanu.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti e tre molto critici sul regionalismo italiano, ma con accenti diversi e prospettive distinte. Lo storico, più propenso a una grande evoluzione federalista sia dell&#8217;Italia sia dell&#8217;Europa; i due politici, persuasi della necessità di un nuovo centralismo statale e di una trasformazione dell&#8217;UE in Stati Uniti d&#8217;Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;articolo non si chiariscono i punti più controversi, specie dove sembra che le posizioni siano coincidenti e invece vengono presentate come sostanzialmente opposte. Per esempio: che differenza c&#8217;è tra gli Stati Uniti d&#8217;Europa di Pisanu e Ganau e la Federazione Europea di Ortu? </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma anche sul resto è tutto abbandonato a una assertività e a una schematicità che non consentono la comprensione profonda a un lettore non informato (ossia, alla gran parte dei lettori): come si dovrebbe realizzare una riforma interna dello stato italiano e in riferimento a quali forze storiche e a quali obiettivi a livello europeo e globale? Su quali studi e acquisizioni si basano le prese di posizione esposte? E così via.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo modo, si offre solo l&#8217;impressione di un dibattito, magari addirittura vivace e animato, mentre in realtà si costruisce una narrazione parziale, largamente deficitaria,  su una questione invece molto rilevante e molto meno astratta di quel che si potrebbe pensare. Una questione che in Sardegna dovrebbe essere al centro dell&#8217;agenda politica e intellettuale già da anni, con una prospettiva di medio e lungo termine, ma non lo è.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il guaio è che un&#8217;operazione giornalistica come questa non serve a nulla, se lo scopo è informare l&#8217;opinione pubblica delle posizioni in campo e della loro consistenza tematica e teorica. Serve di più a orientarla dentro cornici interpretative predeterminate verso un certo esito, ideologicamente schierate, ma senza dichiararlo esplicitamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono limiti oggettivi, che però non è detto siano attribuibili esclusivamente alla mano che ha materialmente redatto il pezzo, specie quanto a taglio complessivo e a limiti di spazio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia come sia, l&#8217;estromissione della questione sarda, l&#8217;esclusione radicale di qualsiasi voce dell&#8217;indipendentismo e dell&#8217;autodeterminazionismo democratico, la reticenza sui contenuti del dibattito in corso da anni, restringono il campo delle questioni e ne sterilizzano il senso e le connotazioni. Tutto si riduce a una serie di dichiarazioni poco consistenti, ferme a un livello molto arretrato e molto debole dell&#8217;elaborazione in materia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A leggere l&#8217;articolo, si ha l&#8217;impressione molto forte che gli interpellati non abbiano che una vaga idea dei problemi sollevati e dei contenuti che il dibattito in merito ha raggiunto da tempo, a livello internazionale. Si salva almeno in parte solo Gian Giacomo Ortu, storico affermato che nel tempo ha mostrato una certa evoluzione del suo pensiero su questo terreno. Non sorprende invece, ma va sottolineata, la perfetta concordanza tra Pisanu e Ganau, esponenti di schieramenti nominalmente avversari, ma in realtà del tutto allineati sulle medesime posizioni di fondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La debolezza e l&#8217;arretratezza delle posizioni esposte stride con la constatazione che non si tratta affatto di affrontare questioni nuove. Se non da prima, quanto meno a partire dal referendum scozzese del 2014, e poi con l&#8217;emersione delle forze populiste-sovraniste, e ancora con la questione catalana, il confronto a tutti i livelli su queste tematiche si è vivacizzato ed è andato molto avanti, in Europa. La stessa epidemia di covid-19 lo ha ulteriormente arricchito di spunti di ricerca e riflessioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Sardegna, come e più che altrove, se ne è parlato e scritto diffusamente, da varie angolazioni, anche al di fuori dei ristretti circoli indipendentisti, con acquisizioni, connessioni, consonanze di ampio respiro. Basterebbe anche solo ricordare, tanto per dirne una, il dibattito sul referendum costituzionale del 2016. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la Sardegna stessa, negli ambiti di studio che si occupano degli sviluppi teorici, pragmatici, sociali, culturali della dialettica tra i vari nazionalismi europei e delle relazioni politiche nel Vecchio continente, sta acquisendo finalmente un minimo di visibilità e di presenza non puramente passiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In proposito si possono chiamare in causa due spazi di elaborazione e confronto tra i più attivi e più seri del settore, come <a href="https://ethnosdemos.wordpress.com/" target="_blank"  rel="nofollow" >Ethnos &amp; Demos</a> o il <a href="https://centrostudidialogo.com/informazioni/" target="_blank"  rel="nofollow" >Centro Studi Dialogo</a> (per restare tra le esperienze in lingua italiana), spazi in cui la questione sarda ha da tempo conquistato legittimità e considerazione, anche in relazione a tematiche di indole sovra-locale*.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo l&#8217;ambito politico istituzionale e quello accademico nell&#8217;isola sembrano non essersene accorti. Il che li condanna alla sclerosi teorica e anche strategica, con conseguenze negative ad ampio spettro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tale esito potrebbe non dispiacere a chi in quegli ambiti ha costruito il proprio percorso e ottenuto qualche successo personale. Non smuovere troppo le acque, non pestare troppi piedi, non apparire come dei piantagrane che sputano sul piatto in cui mangiano: tutti atteggiamenti comprensibili, sul piano umano, del resto favoriti dalle circostanze, ma nondimeno poco edificanti sul piano intellettuale e politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste una forte pressione selettiva a mantenere debole e subalterna la &#8220;grande narrazione&#8221; pubblica e il senso comune da essa costruito, a proposito della Sardegna. Escluderne la natura problematica dal dibattito storico, teorico e politico, rimuovere i tentativi di sostenere il dibattito stesso e di renderlo vitale, legittimare solo le voci meno conflittuali e più passivamente organiche agli assetti politici e socio-culturali dominanti, sono tutte opzioni non accidentali e che non discendono da un destino ineluttabile a cui siamo atavicamente assoggettati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su questo terreno i mass media sardi hanno una responsabilità enorme. Questione su cui mi è già capitato di soffermarmi anche qui su SardegnaMondo ma che è doveroso evocare ancora una volta, sia pure di passaggio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La consonanza deleteria tra conservatorismo e subalternità, sia in ambito accademico e intellettuale, sia in ambito mediatico, sia in quello politico, costituisce una pesantissima zavorra storica, che ci condanna a un respiro corto e a una distorsione dello sguardo con cui osserviamo noi stessi e il mondo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Pretendere una maggiore apertura e un&#8217;articolazione più vivace del dibattito pubblico mi pare necessario, anche e soprattutto sui temi più delicati e controversi. Non ci siamo abituati, ed è un problema. Auspicare che anche su questo piano facciamo qualche passo avanti in termini emancipativi e democratici mi pare il minimo. Dovremmo farcene carico tutti, a ogni livello, dai mass media alle università, dall&#8217;ambito politico alla scuola. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Irrobustire la discussione pubblica (possibilmente non sui social media), educare i giovani e i meno giovani all&#8217;ascolto e alla partecipazione informata, moltiplicare le voci: sono tutti obiettivi non utopistici e tutto sommato meno &#8220;costosi&#8221; di altri, da perseguire collettivamente. Certo, il rischio è di finire per mettere in discussione assetti politici, di potere e anche sociali che la classe dominante sarda, nelle sue varie fazioni, preferirebbe non mettere in discussione. Ma non è questo stesso un buon motivo per farlo?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br /><br /><br /><br />*<em>Sul n. II, anno IV di &#8220;Dialogo&#8221;, rivista del Centro Studi Dialogo, uscito a giugno 2020, è stato pubblicato un mio articolo, intitolato </em>Una ricetta contro i nazionalismi di stato<em>, dedicato proprio all&#8217;impatto dell&#8217;epidemia da SARS-CoV-2 sul dibattito relativo alle forme politiche in Italia e in Europa e sulle prospettive di questo processo storico.</em></p>
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		<title>Angioy, l&#8217;autonomismo e i fraintendimenti storici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Dec 2019 14:38:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi, 5 dicembre, sulla Nuova, si può leggere una corposa intervista di Giacomo Mameli a Luciano Marrocu, storico e scrittore, a proposito di Giovanni Maria Angioy. L&#8217;occasione è l&#8217;uscita insieme al giornale, domani 6 dicembre, di una mia biografia inedita di Angioy. Curiosa la scelta di intervistare in proposito non l&#8217;autore del libro in uscita,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2019/12/05/angioy-lautonomismo-e-i-fraintendimenti-storici/">Angioy, l&#8217;autonomismo e i fraintendimenti storici</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Angioy, l&#039;autonomismo e i fraintendimenti storici' data-link='https://sardegnamondo.eu/2019/12/05/angioy-lautonomismo-e-i-fraintendimenti-storici/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://www.gelestatic.it/thimg/qeWhUdCqOXyqyn5LzGzLDmWoWhQ=/960x540/smart/https%3A//www.lanuovasardegna.it/image/contentid/policy%3A1.38062134%3A1575532482/Immagine.jpg%3Ff%3Ddetail_558%26h%3D720%26w%3D1280%26%24p%24f%24h%24w%3D0210d9c" alt="" width="566" height="318"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, 5 dicembre, sulla Nuova, si può leggere una corposa intervista di Giacomo Mameli a Luciano Marrocu, storico e scrittore, a proposito di Giovanni Maria Angioy.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;occasione è <a href="https://video.lanuovasardegna.it/locale/grandi-personaggi-in-edicola-la-biografia-di-giovanni-maria-angioy/117501/117982" target="_blank"  rel="nofollow" >l&#8217;uscita insieme al giornale</a>, domani 6 dicembre, di una mia biografia inedita di Angioy.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Curiosa la scelta di intervistare in proposito non l&#8217;autore del libro in uscita, ma qualcun altro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Curiosa, ma legittima. Avranno avuto le loro buone ragioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella circostanza mi colpisce altro, però, ed è su questo che vorrei soffermarmi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il titolo del pezzo è: &#8220;Con Angioy nasce l&#8217;autonomismo sardo&#8221;. Asserzione poi ripresa al principio dell&#8217;intervista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi colpisce perché è un&#8217;affermazione molto avventurosa, direi oltre il confine della correttezza storica e giuridica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per giunta, l&#8217;affermazione resta lì, nella sua apoditticità, senza ulteriore sviluppo, senza argomentazioni a sostegno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peccato, perché probabilmente dietro una dichiarazione così impegnativa c&#8217;è un ragionamento, una linea interpretativa. Sarebbe stato interessante conoscerli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In mancanza, bisogna fare i conti con il suo contenuto puro e semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché dico che è un&#8217;affermazione scorretta? Be&#8217;, intanto bisognerebbe intendersi su cosa significhino <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/autonomismo/" target="_blank"  rel="nofollow" >autonomismo</a> e <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/autonomia/" target="_blank"  rel="nofollow" >autonomia</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Benché etimologicamente &#8220;autonomia&#8221; voglia dire &#8220;il potere di darsi le leggi da sé&#8221;, in realtà, giuridicamente e storicamente, si tratta di un istituto che riguarda forme particolari di competenza normativa e amministrativa riconosciute a un territorio specifico all&#8217;interno di un ordinamento giuridico statale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non inquadra l&#8217;esercizio di poteri sovrani, dunque, ma di poteri derivati, sia pure di particolare larghezza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella storiografia sarda si è spesso utilizzata la cornice interpretativa autonomista per leggere vicende politiche di periodi diversi, anche lontani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall&#8217;epoca contemporanea si è spesso risaliti fino al periodo del Regno di Sardegna spagnolo, o all&#8217;epoca giudicale e persino all&#8217;Età antica (pensiamo a un personaggio come Ampsicora).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta sempre e comunque di anacronismi. Non proprio innocui. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Di autonomia e autonomismo, in Sardegna, si può legittimamente parlare solo dal 1848 in poi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1848 entrò in vigore la <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Fusione_perfetta_del_1847" target="_blank"  rel="nofollow" >Perfetta Fusione</a>, omologando l&#8217;isola ai possedimenti sabaudi di terraferma, e fu promulgato lo <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/statuto-albertino_%28Dizionario-di-Storia%29/" target="_blank"  rel="nofollow" >Statuto albertino</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finiva definitivamente la lunga storia del Regno di Sardegna (per quanto il suo nome resterà in vigore fino al 1861) e l&#8217;isola entrava in un&#8217;orbita giuridico-politica più ampia, teoricamente alla pari con gli altri territori sabaudi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Teoricamente, appunto. Ed era già una diminuzione, dato che il rango dell&#8217;isola &#8211; di diritto e formalmente, se non di fatto &#8211; fin lì era stato superiore a quello del Piemonte, della Savoia, di Nizza e della Liguria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, a parte questi aspetti formali, la fregatura, presto rivelatasi come tale anche agli occhi dei promotori della Fusione, fu di natura sostanziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli attesi vantaggi di classe, per la minoranza ambiziosa e affaristica che vi aveva contato, non arrivarono affatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stesso momento iniziò il Risorgimento italiano e nel giro di pochi anni la Sardegna si ritrovò incastrata, ormai senza più alcuna prerogativa sua propria, dentro un contesto politico ancora più ampio, di cui era una propaggine oltremarina marginale, lontana, senza peso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questi anni si può ascrivere il primo pensiero autonomista sardo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I vari Siotto Pintor, Tuveri, Asproni, Fenu, con sfumature assai diverse tra loro, allestirono l&#8217;armamentario concettuale e politico a sostegno della richiesta di un regime giuridico-amministrativo particolare per l&#8217;isola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più tardi, a cavallo tra i due secoli XIX e XX, ci sarà una nuova ventata di rivendicazioni, questa volta più radicali, benché teoricamente poco strutturate e senza alcuna vera leadership.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ancora nel primo dopoguerra, come si sa, emergerà il sardismo, come prima vera politicizzazione della questione sarda (vedi Pala, 2016), con una formulazione più compiuta dell&#8217;autonomismo (benché la base del PSdAz fosse decisamente orientata all&#8217;indipendenza).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, storia nota, nel 1948, insieme alla nuova costituzione repubblicana, sarà approvato lo Statuto di autonomia regionale, che ancora oggi regola l&#8217;amministrazione e le competenze della Regione sarda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è il percorso e sono i termini dell&#8217;autonomismo e dell&#8217;autonomia, in Sardegna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa abbia a che fare con tutto ciò Giovanni Maria Angioy è un mistero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno di Sardegna nel quale agiva Angioy era uno stato di <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/ancien-regime/" target="_blank"  rel="nofollow" >Ancien Régime</a>. Come tutti quelli suoi coevi in Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che rivendicavano i rivoluzionari sardi non ha nulla a che fare con l&#8217;istituto dell&#8217;autonomia e con l&#8217;autonomismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;ala più radicale, cui Angioy faceva capo e di cui era in qualche modo la figura più rappresentativa, aspirava a un mutamento di regime, all&#8217;ottenimento di una costituzione (come tutti i rivoluzionari, da questo periodo fino a buona parte dell&#8217;Ottocento), all&#8217;abolizione del feudalesimo e, come istanza più estrema, alla proclamazione della repubblica (con annesso commiato dai Savoia).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La richiesta di una costituzione da parte dell&#8217;ala più innovatrice dei rivoluzionari sardi, espressa molto didascalicamente nel proclama politico <em>L&#8217;Achille della sarda liberazione</em> (più o meno del 1795, coevo dell&#8217;inno <em>Su patriota sardu a sos feudatàrios</em>), viene di solito derubricata a dimostrazione della limitatezza degli orizzonti politici della rivoluzione sarda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come se si trattasse di una richiesta minima, di retroguardia, rispetto alle punte politiche più avanzate di quel periodo, in Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma questo è un errore grossolano (se in buona fede) oppure è una mistificazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli stati europei allora erano stati assoluti, centralisti, autoritari. Formatisi in contrapposizione ai regimi pattizi tipici del Medioevo, nel corso dell&#8217;Età moderna i vari regni si erano andati consolidando intorno alla figura di un sovrano depositario di poteri quasi illimitati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Emblema tipico di questo fenomeno storico è Luigi XIV di Francia, il Re Sole, colui che poteva dichiarare senza esagerare troppo: lo Stato sono io!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un processo di tipo politico e giuridico che era servito a marginalizzare le pastoie e le frammentazioni ereditate dal passato, specie di natura feudale, ma che ormai nel XVIII secolo era diventato obsoleto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mondo, nel corso del Settecento, era radicalmente mutato. Le forme giuridiche e politiche assolutiste si scontravano con le idee dei Lumi, col pensiero scientifico, con le conquiste della tecnica, con le esigenze di un&#8217;economia già sostanzialmente globalizzata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era un mondo pieno di contraddizioni, ma in cui le aspettative di progresso politico e sociale erano fortissime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trasformare lo stato assoluto, in balia del potere (e dei capricci) di questo o quel sovrano e della sua corte, in uno stato di diritto, con una legge fondamentale scritta, certa, e una precisazione dei poteri, dei diritti e dei doveri di tutti, era un&#8217;esigenza molto diffusa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Europa c&#8217;era già stata una costituzione in Corsica nel 1755 e poi, poco prima della rivoluzione sarda, una in Polonia nel 1791 e naturalmente quelle francesi (1791, 1793). </p>



<p class="wp-block-paragraph">In America c&#8217;era stata la ribellione delle tredici colonie britanniche e la nascita degli Stati Uniti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Riformulare i principi cardine dell&#8217;ordinamento statale era ormai una sorta di necessità, o comunque di forte richiesta delle componenti sociali e politiche più dinamiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Sardegna le idee circolavano da tempo. La classe dirigente, in molte sue componenti, era molto diversa da quella del periodo immediatamente precedente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giovanni Maria Angioy era completamente immerso dentro questa atmosfera così conflittuale e così pregna di attese, di concetti nuovi, di voglia di cambiare le cose. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;attrito tra aspettative e realtà era fortissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Rivoluzione sarda nasce, si sviluppa e ha la sua parabola dentro questo momento storico, e i suoi protagonisti, fino agli ultimi epigoni angioiani finiti al patibolo, in carcere o in esilio nel 1812, erano perfettamente in consonanza con esso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Niente di tutto ciò &#8211; questo è il punto &#8211; è anche solo vagamente accostabile all&#8217;autonomismo e all&#8217;istituto dell&#8217;autonomia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I Sardi dell&#8217;epoca di Angioy non sospettavano di essere sardi &#8220;ma anche qualcos&#8217;altro&#8221;. Non avevano il problema di doversi definire rispetto a un contesto ulteriore, estraneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non avevano nemmeno l&#8217;esigenza di dover rivendicare l&#8217;indipendenza da uno stato di cui non volevano far più parte, dato che lo stato&#8230; erano loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stato era il Regno di Sardegna. Caso mai si trattava di sbarazzarsi del potere centralista, ottuso e reazionario dei Savoia (i &#8220;principi del Piemonte&#8221;, come li definisce sprezzantemente Angioy nel suo <em>Memoriale</em>) e dei loro funzionari, insieme all&#8217;odioso e anacronistico regime feudale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si trattava di restituire all&#8217;isola un respiro politico e una possibilità di prosperità economica che ad Angioy e alle migliaia di altri sardi coinvolti in quei frangenti sembravano certamente dovuti e perfettamente raggiungibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si capisce perché ridurre tutto questo a cornici interpretative anacronistiche, e in un senso molto evidente anche sminuenti, come autonomismo e autonomia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tanto più è sorprendente tale approssimazione da parte di persone avvertite, competenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda rivoluzionaria sarda, come anche l&#8217;intera storia dell&#8217;isola, non ha mai goduto di pieni diritti di cittadinanza nella storiografia e nella divulgazione storica italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fondamentalmente perché è estremamente difficile incastrarcela, se non in modo forzato e al prezzo di approssimazioni, aggiustamenti e a volte di veri pasticci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo dipende sia dalla matrice ideologica dell&#8217;organizzazione del sapere italiano e degli studi storici in particolare, sia dalla timidezza e da un certo conformismo della storiografia sarda medesima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiamare le cose col proprio nome, ricondurre i fatti alla loro consistenza storica, così come avvennero e dentro il contesto in cui avvennero, con le loro cause e le loro connessioni, può risultare scomodo, in una condizione di subalternità culturale come quella sarda attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In una situazione di denegazione storica come la nostra, in cui addirittura un organo periferico dello stato può proibire a un&#8217;amministrazione comunale di <a href="https://www.videolina.it/articolo/tg/2019/11/29/bonorva_la_soprintendenza_no_alla_cancellazione_di_una_via_dedica-78-958696.html" target="_blank"  rel="nofollow" >riformulare la propria odonomastica</a>, essere fedeli alla verità storica può suonare addirittura minaccioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, e a maggior ragione, è comunque un dovere degli studiosi, e degli storici in primo luogo, mantenere fede alla correttezza metodologica e alla responsabilità pubblica richieste dal loro ruolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l&#8217;ho fatta anche troppo lunga e mi fermo qui, con le puntualizzazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non mi resta che augurare buona lettura a chi affronterà questo nuovo racconto della vita, del pensiero e dei luoghi di Giovanni Maria Angioy.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un ulteriore strumento a disposizione, oltre al suo <em>Memoriale</em> e agli altri testi già disponibili su quel periodo (in primis la mai superata opera di Girolamo Sotgiu <em>Storia della Sardegna sabauda</em>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spero si riveli alla portata di un pubblico ampio e diversificato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lungi dal pretendere di soddisfare definitivamente la sete di conoscenza storica, così forte e diffusa tra i sardi, confido che sia una fonte di ulteriore curiosità e anche, perché no, un piccolo stimolo etico e politico.</p>
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		<title>Lo sguardo altrui e il rifiuto di noi stessi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2015 12:21:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa avrà fatto di male la geografia, per essere così bistrattata? Appena fa cenno di voler mettere becco in qualche faccenda, viene subito cacciata fuori dalla porta in malo modo. Evidentemente c&#8217;è qualcosa di profondamente torbido e inquietante, nella tettonica a placche, tanto che gli spiriti più sensibili se ne sentono turbati. Così, capita di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Lo sguardo altrui e il rifiuto di noi stessi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/01/03/lo-sguardo-altrui-e-il-rifiuto-di-noi-stessi/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium" src="https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/736x/75/44/77/7544778fccc00f338be935c0dff6e1bd.jpg" width="736" height="569" /></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa avrà fatto di male la geografia, per essere così bistrattata? Appena fa cenno di voler mettere becco in qualche faccenda, viene subito cacciata fuori dalla porta in malo modo. Evidentemente c&#8217;è qualcosa di profondamente torbido e inquietante, nella tettonica a placche, tanto che gli spiriti più sensibili se ne sentono turbati.<span id="more-1596"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Così, capita di leggere articoli come <a href="http://www.corriere.it/cultura/15_gennaio_02/sardegna-non-solo-un-isola-5f6e1dee-9267-11e4-aaf8-f7f9176948ef.shtml" target="_blank" rel="nofollow" >quello</a> dedicato alla Sardegna dal <em>Corriere della Sera</em>, nella sua versione online, a firma di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Galasso" target="_blank" rel="nofollow" >Giuseppe Galasso</a>, storico di vaglia. A leggerne il titolo, sembra che il fatto di essere un&#8217;isola sia qualcosa di estremamente sconveniente, a cui, in un impeto di benevolenza, si possono solo cercare attenuanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne viene fuori così un articolo accondiscendente e dall&#8217;impianto storico estremamente debole, il cui senso, sinceramente, è difficile da comprendere. Ma vale la pena di analizzarne il contenuto, perché si tratta di un esempio istruttivo sia di ciò che pensa di noi l&#8217;establishment storico e intellettuale italiano, sia degli stereotipi a cui la stessa storiografia sarda ufficiale si è dovuta nel tempo adeguare, per poter essere legittimata nell&#8217;ambito accademico italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo comincia con la stupefatta constatazione di quanto poco sia conosciuta ancora oggi la Sardegna in Italia, tanto da dare l&#8217;impressione di essere &#8220;un mondo a sé&#8221;. Già qui si evidenzia il tenore generale e la cornice dentro cui la questione sarà affrontata. La Sardegna &#8220;da l&#8217;impressione&#8221; di essere un mondo a sé. Si sottintende che non lo sia, in realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;emersione della Sardegna dall&#8217;oscurità dell&#8217;oblio storico è fatta coincidere con le gesta della Brigata Sassari sul fronte della I Guerra Mondiale e poi col conferimento del premio Nobel a Grazia Deledda. Prima di allora sull&#8217;isola non era successo niente, evidentemente.</p>
<p style="text-align: justify;">Galasso deve però precisare che nemmeno questi eventi hanno rotto del tutto la cappa di inconoscibilità dell&#8217;isola in Italia:</p>
<blockquote><p>Non che la storia sarda sia diventata oggi familiare in Italia come quella di altre regioni. Alla separatezza storica ha corrisposto una sconveniente separatezza storiografica, per cui perdura la convinzione che l’isola sia vissuta in un sostanziale isolamento storico, a mala pena interrotto da questo o quell’episodio [&#8230;].</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La Sardegna alla stregua di &#8220;altre regioni&#8221;. Primo equivoco. Confondere le attuali regioni, entità amministrative dello stato italiano, con entità storiche dotate di una storia propria è sbagliato. Considerare la Sardegna in quest&#8217;ottica come una di esse è altrettanto sbagliato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il perché è stato già argomentato <a href="https://sardegnamondo.eu/2012/09/28/definirsi-per-ubicarsi-ubicarsi-per-ri-conoscersi/" target="_blank">in questa stessa sede</a>. L&#8217;isolamento storiografico, invece, chiama in causa pesantemente la storiografia sarda, più di quella italiana. È una faccenda più volte affrontata, quella dell&#8217;inadeguatezza dei nostri storici accademici, che qui trova un&#8217;inaspettata conferma. Lo stesso Galasso deve comunque ammettere che il presunto isolamento della Sardegna è solo un luogo comune senza fondamento storico. È già qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa rivelazione viene però subito ridimensionata:</p>
<blockquote><p>Certo, l’isolamento dell’isola è un dato storico innegabile. Ritenere, però, che esso abbia significato una vera segregazione da ciò che si pensava e si faceva in Italia e in Europa è un errore. Latente o no, non cessò mai la comunicazione dell’isola col mondo circostante, anche se come una lontana (nel pensiero più che nello spazio) periferia. I tempi suoi non furono quelli europei e italiani, ma essa seguì sempre, in una qualche misura, gli sviluppi della «grande storia» d’Italia e d’Europa.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Cioè, non è vero che la Sardegna sia sempre stata isolata però in realtà è sempre stata isolata. I conti non tornano. Non tornano nemmeno nel prosieguo.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda storica dei Sardi sembrerebbe destinata ad assumere un valore e un significato solo in funzione di quanto succedeva altrove. Come se nel corso dei secoli i Sardi, nella loro composizione sociale, nella loro produzione culturale, negli esiti politici, giuridici, socio-economici che i vari fattori storici hanno prodotto sull&#8217;isola, dovessero prima di tutto e sempre preoccuparsi di quel che &#8220;si pensava e si faceva in Italia e in Europa&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia? E perché mai? L&#8217;Italia non esisteva fino al 1861, almeno in termini politici e giuridici. C&#8217;era il papato, c&#8217;era stata Pisa, due entità con cui la Sardegna ha avuto a che fare a suo discapito. Ma c&#8217;era anche il regno di Aragona e c&#8217;era il ducato d&#8217;Angiò, c&#8217;era Genova, c&#8217;erano gli Arabi e poi le basi saracene del Nord Africa, con cui fare i conti. C&#8217;erano, come sempre ci furono e ci sono ancora, vari soggetti storici, vari ambiti culturali, vari spazi geografici contigui con cui la Sardegna, in virtù della sua posizione centrale, da sempre interagisce.</p>
<p style="text-align: justify;">I tempi della Sardegna furono in tutto e per tutto gli stessi del resto d&#8217;Europa e del Mediterraneo, solo, declinati in modo peculiare, a volte anticipando soluzioni che altrove si svilupperanno in seguito, altre volte procedendo parallelamente, secondo modalità proprie; qualche volta pagando il pegno della dipendenza, altre volte esercitando una soggettività forte, precocemente sulla breccia degli sviluppi storici. Basti pensare, in questo senso, alla civiltà giudicale e alla sua originalità, così evocativa di una modernità ancora di là da venire, a quei tempi. O alla Rivoluzione sarda, anticipatrice applicazione sull&#8217;isola di forze e ideali altrove portati solo dalle armi francesi, negli anni successivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la parte davvero sorprendente, in termini negativi, dell&#8217;articolo di Galasso, è quella che arriva dopo. Un&#8217;esaltazione della Sardegna risorgimentale del tutto fuori luogo e fuori dalla storia. Introdotta per giunta dalla definizione del ministro Bogino come &#8220;illuminato governatore dell&#8217;isola&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è una topica clamorosa, in quanto Bogino non fu mai governatore di un bel nulla, ma caso mai ministro degli affari sardi, a Torino, e tuttavia va anche detto che la sua figura è stata bistrattata in modo strumentale proprio dalla storiografia sabauda, attribuendogli colpe non sue.</p>
<p style="text-align: justify;">Nemmeno l&#8217;Emanuele Pes di Villamarina, evocato come altro illuminato governatore della Sardegna, lo fu mai. Fu segretario generale degli affari sardi, a Torino. Il suo parente don Giacomo fu invece &#8211; lui sì &#8211; viceré, dal 1816, succedendo a Carlo Felice di Savoia, dopo essere stato il più spietato oppressore di rivoluzionari sardi: un personaggio tragico e funesto, che meriterebbe di essere ricordato come esempio deleterio, nell&#8217;ambito della storia sarda di quegli anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è proprio la pretesa adesione della Sardegna al Risorgimento, che fa suonare l&#8217;allarme panzana a tutto spiano. È ampiamente documentata la risibile partecipazione emotiva e numerica dei sardi alla vicenda risorgimentale. Non solo, ma si sa perfettamente che quando Cavour, intorno al 1859, progettò di cedere l&#8217;isola alla Francia in cambio di Nizza e della Savoia, i Sardi dimostrarono una tale indifferenza da allarmare gli esponenti più in vista della politica sarda di allora (in primis Giorgio Asproni) e gli osservatori italiani meno succubi del governo sabaudo (come Giuseppe Mazzini). Accostare i due termini &#8220;Sardegna&#8221; e &#8220;Risorgimento&#8221; è un&#8217;operazione avventurosa, e rischia sempre di finire male per chi la intraprende.</p>
<p style="text-align: justify;">Galasso non scende in particolari, ma arriva poi a scrivere quanto segue:</p>
<blockquote><p>Decisivo emerge sempre il momento della fusione con gli altri Stati sabaudi, unificati sotto il nome di Regno di Sardegna, nel 1847. È allora, già prima dell’unità italiana, che sorgono pure la «questione sarda» e l’autonomismo dell’isola. Quella fusione rese più subalterna l’isola rispetto a Torino e, in specie, a Genova? È vero, ma non fu un prezzo eccessivo per la rottura del suo precedente, tradizionale assetto, benché sia significativo che sorgano proprio allora gli interrogativi che ancora aleggiano nell’isola.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La subalternità e la dipendenza come un prezzo che valeva la pena di pagare. Rispetto a cosa? E perché? Diventare italiani è tanto fondamentale, per i Sardi, da poter sacrificare a tale scopo qualsiasi altra cosa? E perché l&#8217;estraneità dell&#8217;isola alla &#8220;grande storia&#8221; sarebbe negata solo da un evento equivoco e fondamentalmente penalizzante come la Perfetta Fusione e gli annessi malumori autonomisti? Non è dato avere risposte. È tutto affidato a un registro apodittico, come se non ci fosse nulla da spiegare. Mancano argomentazioni serie, manca una corretta ricostruzione storica, manca qualsiasi accenno al rigore necessario quando si maneggiano tali materiali narrativi.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo articolo non c&#8217;è praticamente nulla della Sardegna. Non c&#8217;è la sua gente, non ci sono le sue vicende, non c&#8217;è la sua cultura, non c&#8217;è il suo complesso patrimonio storico. Perché mai dovrebbe essere importante Vincenzo Brusco Onnis e non invece Melchiorre Murenu, ad esempio? E le ribellioni contro le chiudende e contro il fisco rapace, o tutta la questione linguistica, o la depredazione delle risorse dell&#8217;isola, o &#8211; per altri versi &#8211; la sua vivacità culturale, la sua ricchezza musicale, sono o non sono fenomeni storici degni di essere studiati e raccontati? Evidentemente non lo sono solo perché non si incastrano nella narrazione nazionalista, italocentrica e provinciale tipica della storiografia italiana, ma non perché si tratti di fenomeni di per sé privi di significato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tentativo di normalizzazione della storia sarda dentro la cornice della storia italiana anche in questo caso mostra tutta la sua debolezza teorica e metodologica. La Sardegna non sarà &#8220;solo un&#8217;isola&#8221;, come vuole il titolo dell&#8217;articolo, ma prima di tutto <em>è un&#8217;isol</em>a. Più precisamente, è una grande isola del Mediterraneo, un polo di civilizzazione dentro un contesto geografico e storico tra i più ricchi e fecondi che la specie umana abbia mai creato. Niente di quanto è accaduto in questa porzione di pianeta ha visto l&#8217;isola estranea. L&#8217;unico fattore che ne ha sempre tarpato le energie sono state, nel corso delle epoche, la dipendenza, la subalternità e l&#8217;adesione a tali situazioni da parte dell&#8217;élite dominante sull&#8217;isola, esattamente come oggigiorno, non certo la condizione geografica o altre presunte magagne insuperabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe bello che una volta tanto gli storici accademici sardi prendessero esplicitamente le distanze e precisassero adeguatamente i termini della questione. Farebbero un ottimo servizio alla storia sarda e anche alla storia italiana ed europea. Temo che invece nessuna voce si solleverà a contestare questa ennesima operazione manipolatoria, solo parzialmente attenuata dalla ipotizzabile buona fede di Giuseppe Galasso. Finché non ci libereremo da queste catene di nonsenso storico, da questa prigionia di ignoranza, saremo esposti a subire qualsiasi cosa di brutto altri decidano per noi. Senza nemmeno avere le parole per opporci.</p>
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		<title>Minacce forti, reazioni deboli, disastro incombente</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/07/02/minacce-forti-reazioni-deboli-disastro-incombente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2014 08:20:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[autodeterminazione]]></category>
		<category><![CDATA[autonomismo]]></category>
		<category><![CDATA[dipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolò Migheli]]></category>
		<category><![CDATA[politica sarda]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Cubeddu]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2014/07/02/minacce-forti-reazioni-deboli-disastro-incombente/">Minacce forti, reazioni deboli, disastro incombente</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Minacce forti, reazioni deboli, disastro incombente' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/07/02/minacce-forti-reazioni-deboli-disastro-incombente/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: center;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://taccuinoallidrogeno.files.wordpress.com/2012/03/titanic-in-giardino-e-z.jpg" alt="" width="450" height="337,5" /></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo in un momento storico delicato. Gravi minacce incombono sulla Sardegna e sui sardi, come ormai da più parti viene rilevato. Minacce economiche e sociali, minacce demografiche, minacce ecologiche, minacce culturali. Molti fatti contribuiscono a una casistica impressionante, infittitasi negli ultimi anni e che adesso sembra subire una ulteriore accelerazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Emblema di questa congerie di forze, interessi e decisioni ostili sono le riforme istituzionali in corso di discussione a Roma. <span id="more-71"></span>Come già segnalato da <a href="http://www.sardegnasoprattutto.com/archives/3485" target="_blank" rel="nofollow" >Nicolò Migheli</a>, si prepara per l’isola la certificazione della sua condizione di pedina sacrificabile. Il regime renziano sta attuando una forma di normalizzazione molto rapida, dall’efficacia magari ancora tutta da vedere, ma decisa e molto chiara. Soprattutto sta attribuendo una forte legittimità a idee, cornici concettuali e propositi che sarà sempre più difficile contrastare, di qui in avanti, quale che sia la sorte del presente governo italiano. In queste cose è inutile e anzi fuorviante farsi catturare dalla mera cronaca politica, senza guardare ai movimenti più profondi che essa rappresenta o spesso camuffa.<span id="more-3693"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Lo scontro tra grandi forze storiche in corso da quarant’anni (ossia dall’inizio conclamato della crisi sistemica in cui siamo immersi) non si svolge lontano da noi, a dispetto della retorica che ci vuole estranei al flusso principale della storia umana. La Sardegna è completamente inserita in tale scontro. L’unica incertezza riguarda il suo ruolo e la sua sorte.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi come oggi, grazie a governi regionali organici ai grandi centri di interesse che si contendono il controllo della situazione, la nostra sorte sembra segnata. Una forma di nuovo colonialismo si sta realizzando sotto i nostri occhi, favorito dall’indebolimento del nostro tessuto produttivo e sociale, nonché dal nostro impoverimento culturale e demografico. A ciò non corrisponde una presa di coscienza diffusa e nemmeno un allarme da parte delle forze intellettuali sarde (per lo più anch’esse organiche al sistema di potere vigente). La politica istituzionale isolana da parte sua può poco o nulla, esistendo solo in quanto esecutrice materiale alle dipendenze dei grandi centri di potere e di interesse che la legittimano e le procurano risorse e possibilità di carriera.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo deserto qualcosa pure si muove: le mobilitazioni civiche di questi anni contro le speculazioni a danno del nostro territorio, alcune manifestazioni di una intellettualità non allineata e non asservita, qualche forza politica esterna al sistema di potere vigente. Forse troppo poco, forse solo un inizio. Per questo risulta interessante la sollecitazione tentata dalla <a href="http://www.fondazionesardinia.eu/ita/" target="_blank" rel="nofollow" >Fondazione Sardinia</a> a proposito delle riforme istituzionali. Ad essa dà oggi voce <a href="http://www.sardegnasoprattutto.com/archives/3531" target="_blank" rel="nofollow" >Salvatore Cubeddu</a>, con la proposta di un’analisi e di alcuni punti chiave operativi riguardanti in particolare i rapporti giuridici tra Sardegna e stato centrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Interessante ma largamente insufficiente. Non convincono i punti elencati, per diversi motivi. Ipotizzare, nello scenario attuale, che le stesse forze politiche che devono tutelare lo status quo e favorire le dinamiche distruttive in corso ne diventino le più efficaci oppositrici risulta difficile da considerare probabile e forse ancor prima da auspicare. Ritenere che l’attuale consiglio regionale, composto quasi esclusivamente da referenti di centri di potere che dalla situazione di dipendenza hanno tutto da guadagnare, possa assumere il ruolo di assemblea costituente in direzione di una rinegoziazione dei rapporti con Roma è ugualmente poco credibile. Non riconoscere l’esistenza di un discrimine decisivo tra chi avalla l’attuale sistema di dominio, magari ritagliandosi al suo interno un ruolo da oppositore di maniera, e chi invece lo vuole contrastare per costruire un nuovo patto politico e sociale tra sardi e avviare il percorso della nostra autodeterminazione è un errore storico notevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è l’attuale classe dominante sarda a potersi fare carico di una vertenza complessiva e di portata epocale con lo stato italiano, per la semplice ragione che non ne ha alcuna intenzione, né ha conquistato la propria posizione dominante in virtù di una pulsione emancipativa. La giunta Pigliaru e la sua maggioranza, così come la (scarsa o finta) opposizione da Cappellacci e soci, non sono i possibili protagonisti di una possibile soluzione: sono precisamente parte del problema. La mobilitazione evocata da Salvatore Cubeddu avrebbe ragion d’essere se proposta nel campo della vera opposizione politica, civile e culturale presente oggi in Sardegna, quindi inevitabilmente fuori dal consiglio regionale. Se si volesse davvero procedere a una rinegoziazione dei rapporti giuridici tra Sardegna e Italia, la via più democratica e efficace sarebbe l’elezione di una assemblea costituente (chiamata come si vuole, per non disturbare i puristi della sudditanza giuridica all’ordinamento italiano), su base proporzionale, che chiami in causa tutte le forze sociali, culturali e politiche presenti oggi sull’isola, in modo da mettere in chiaro tutte le posizioni, alla luce del sole, davanti ai Sardi, all’Italia e al resto del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia questo sarebbe ancora un discorso debole. Quel che non convince nella posizione espressa da Salvatore Cubeddu è prima di tutto l’impianto generale, la cornice in cui è inserito. Le premesse della sua proposta ricadono tutte nel campo della visione dipendente, subalterna e rivendicazionista cui siamo stati condannati da duecento anni di sconfitte. Sconfitte per i Sardi e per la Sardegna ma non per la nostra classe dominante, chiaramente. Rievocare la Perfetta Fusione come momento decisivo della nostra storia contemporanea è qualcosa di molto simile a una mistificazione, salvo che in questo caso si può invocare l’attenuante della buona fede, probabilmente. Il problema di fondo della Sardegna non è ridiscutere la sua forma di dipendenza dall’Italia. Se davvero fosse questa la questione sul tappeto tutti gli sforzi profusi assumerebbero i toni del paradosso. Aspettarsi che lo stato italiano sia anche solo teoricamente disponibile ad accettare i termini della questione è assurdo. Ipotizzare che il governo di Roma, con tutti i vincoli internazionali a cui deve rispondere e con tutti gli interessi costituiti che deve tutelare, possa seriamente dedicarsi a dar retta alle pretese neo autonomiste della Sardegna appare totalmente irrealistico, se solo ci si sofferma un poco a pensarci. Sappiamo che per lo stato italiano e per la sua classe dominante, comprese le alte gerarchie accademiche e intellettuali e i mass media principali, i Sardi non hanno alcuna soggettività propria, né politica, né giuridica e nemmeno culturale e storica. Quante prove di questo atteggiamento dobbiamo elencare per corroborare tale asserzione? L’elenco sarebbe lungo, con esempi anche recentissimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è più tempo per battaglie di retroguardia e non è nemmeno più tempo di farsi dettare la linea da chi ha vissuto altre stagioni politiche e non riesce ad affracarsi da una visione che era già debole e dipendentista sessant’anni fa e oggi è semplicemente irricevibile. Con tutto il rispetto per le singole persone (quelle in buona fede, che non agiscono per difendere interessi di parte e disegni opachi), è giunto il tempo che le generazioni più giovani si assumano la responsabilità di guidare la Sardegna lontano dalle secche storiche su cui ci stiamo incagliando. Mi riferisco anche alla nostra diaspora, specie a quella più recente, vera risorsa strategica fin qui del tutto trascurata.</p>
<p style="text-align: justify;">L’orizzonte deve essere la nostra autodeterminazione, quale che sia la forma giuridica che assumerà. Il percorso può anche prevedere, come tappa intermedia, la rinegoziazione con lo stato italiano delle prerogative giuridiche della Sardegna, ma dentro una cornice di forte affermazione della nostra soggettività storica, dunque facendo valere non la nostra “specialità” (che ha senso solo dentro un rapporto subalterno e minorizzato), ma la nostra aspirazione alla piena assunzione della responsabilità di noi stessi. Ridefinire il quadro giuridico dei rapporti con lo stato con la clausola della libera risoluzione del rapporto se e quando i sardi stabiliranno che la propria strada debba condurli verso la piena indipendenza; acquisire le competenze esclusive su tutte le materie strategiche (trasporti, energia, scuola e università, beni culturali, settore agroalimentare, salute), in un’ottica di valorizzazione delle nostre risorse e di apertura al resto del Mediterraneo e dell’Europa. Questi dovrebbero essere i punti fermi di tale percorso.</p>
<p style="text-align: justify;">La strada è questa. Lo stabiliscono le attuali dinamiche storiche, più che la nostra volontà o le nostre posizioni ideologiche. Perdere tempo in risposte deboli, interlocutorie e destinate in partenza al fallimento non è precisamente la scelta più lungimirante che possiamo fare. Intraprendere questo o quel percorso sarà la scelta dirimente che le forze politiche, intellettuali, sociali ed economiche sarde dovranno fare adesso. Su questa saranno, saremo, giudicati dalla storia e soprattutto da chi ci seguirà.</p>
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		<title>Gli equivoci dell’autonomia</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/04/14/gli-equivoci-dellautonomia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Apr 2014 10:13:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[autodeterminazione]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia]]></category>
		<category><![CDATA[autonomismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La parola autonomia in Sardegna è fonte di continue incomprensioni, vuoi per la congenita ambiguità semantica del termine, vuoi per mancanza di conoscenze storiche e/o giuridiche, vuoi per volontà di sviare il discorso da parte di chi ha voce in capitolo nel dibattito culturale e nei mass media. Succede così che per molti indipendentisti autonomia...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2014/04/14/gli-equivoci-dellautonomia/">Gli equivoci dell’autonomia</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Gli equivoci dell’autonomia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/04/14/gli-equivoci-dellautonomia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: center;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://2.bp.blogspot.com/-D0eRnKjzRGU/UIk5liL4ptI/AAAAAAAAk20/rQqX-TCC2qI/s1600/emilio-lussu.jpg" alt="" width="450" height="352" /></p>
<p style="text-align: justify;">La parola <em>autonomia</em> in Sardegna è fonte di continue incomprensioni, vuoi per la congenita ambiguità semantica del termine, vuoi per mancanza di conoscenze storiche e/o giuridiche, vuoi per volontà di sviare il discorso da parte di chi ha voce in capitolo nel dibattito culturale e nei mass media.<span id="more-80"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Succede così che per molti indipendentisti autonomia significhi sostanzialmente “dipendenza” e autonomista sia un sinonimo di “anti-indipendentista” o (per usare un gergo di matrice esogena) “unionista”, mentre viceversa per chi difende lo status quo e per molti osservatori ignari autonomia è quasi un sinonimo di “indipendenza”. In altri casi l’autonomia regionale sarda viene usata come prova storica dell’insensatezza delle aspirazioni all’autodeterminazione: non siete stati bravi a usare l’autonomia, figuriamoci se sapreste essere indipendenti! Altre volte si contestano le analisi storiche e politiche di partenza di chi promuova l’autodeterminazione dei sardi sostenendo che in realtà l’autonomia è stata positiva per l’isola e che disconoscere questo assunto sia frutto di un fraintendimento ideologico. In tutto questo, l’unica cosa che risulta certa è che l’autonomia, nella sua ricetta sarda, sia diventata ormai un feticcio, tanto per i suoi fautori, quanto per i suoi detrattori.<span id="more-3569"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L’autonomia, che etimologicamente significa “potere di darsi le leggi da sé”, di suo non è affatto un male. Anche nella sua accezione giuridica e politica specifica (che dunque restringe di molto la sua portata semantica) non è una condizione deprecabile. Tutt’altro. Se applicata alla situazione sarda, tuttavia, questa condizione favorevole denuncia due limiti decisivi. Il primo è di natura profonda e strutturale ed attiene a fattori geografici, storici, culturali. L’altro è di natura contingente, pragmatica e politica. Questi due limiti sono correlati tra loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Partirei dal secondo. L’autonomia sarda è stata un fallimento, questo lo dicono gli autonomisti stessi. Il perché sia stato un fallimento di solito non viene esplicitato in modo chiaro. In realtà non doveva per forza di cose andare così. Se si fosse tenuto fede al contenuto politico dell’autonomia così come concepita dentro l’ordinamento italiano, se ne sarebbe potuto fare uno strumento di acquisizione di responsabilità e di vantaggi materiali e culturali, per la Sardegna. L’autonomia avrebbe potuto generare… autonomia. O meglio: autonomie. Avrebbe potuto alimentare un decentramento amministrativo più efficace, avrebbe potuto far acquisire alla Sardegna, anche nella condizione penalizzante di regione italiana, facoltà, poteri, libertà. In fondo, se l’autonomia fosse stata fatta funzionare, sarebbe stata una premessa forte per un ulteriore salto di qualità, verso l’assunzione piena della nostra autodeterminazione. Non è andata così, ma non (solo) per limiti intrinseci dell’autonomia medesima, quanto piuttosto per responsabilità conclamate sia dell’apparato di potere italiano, sia dei suoi complici sardi, ossia della nostra classe dirigente. Naturalmente non è un caso. Essendo nata come antidoto all’indipendenza e non come sua potenziale premessa, l’autonomia sarda doveva servire allo scopo per cui è servita (e continua a servire). Innervata di dipendentismo e di ideologia sardista (quindi nazionalista di serie B, rivendicazionista, delegante, ecc.) essa ha finito per essere uno strumento di accentramento (verso Cagliari e Roma) anziché di decentramento. Ha prodotto ulteriore dipendenza, anziché ridurla (pensiamo ai Piani di Rinascita, alle servitù, alla debolezza in tutte le questioni strategiche: trasporti, energia, istruzione, comparto agroalimentare, patrimonio storico e culturale). Ha generato una classe politica mediocre e conformista, totalmente asservita a grossi centri di interesse economico esterni e ai centri di potere italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro limite dell’autonomia è strutturale e non contingente. Non dipende dalla pessima classe dirigente sarda contemporanea, ma da fattori obiettivi, con cui si devono fare i conti. Tali fattori sono quelli che anche nel caso di una autonomia proficuamente applicata prima o poi avrebbero richiesto una soluzione diversa e più forte. Anzi, se l’autonomia avesse davvero funzionato a dovere, tale limite sarebbe balzato in primo piano in modo ancora più evidente. Sto parlando della questione geografica, quella che fa sì che la Sardegna sia un’entità territoriale e storica altra, distinta, dall’Italia (qualsiasi cosa sia l’Italia nel suo insieme). La nostra condizione geografica e storica fa in modo che le necessità di base e gli interessi collettivi strategici dei sardi non coincidano con quelli dell’Italia e spesso anzi siano in conflitto con essi. Questo limite esiste e c’è una casistica piuttosto consistente di eventi specifici, anche recenti, in cui è emerso platealmente. È la risposta politica a tale limite che è debole.</p>
<p style="text-align: justify;">La debolezza della risposta politica dipende a sua volta da due fattori. Da un lato c’è la congerie di interessi che trovano nel rapporto di dipendenza la propria linfa e la propria legittimazione. Pensiamo a tutti gli ambiti in cui la politica ami mettere lo zampino: là i partiti italiani e le loro filiali locali hanno buon gioco a tenere in piedi lo status quo. Qualche privilegio basta a tenere buoni i podatari. Persino in ambiti potenzialmente fecondi di consapevolezza e libertà, come l’università, il dipendentismo è eretto a sistema e ha gioco facile. Una forma di dominio postcoloniale ha usato e usa ancora l’autonomia come elemento narrativo di controllo dell’opinione pubblica e come strumento di depotenziamento delle rivendicazioni di autodeterminazione. Da tale apparato di interessi, di potere e di consenso è temuta la potenzialità emancipativa di una vera autonomia (e delle autonomie specifiche che ne discenderebbero); esso opererà sempre per favorire il centralismo e l’autoritarismo, quale che sia la forma che assumeranno. In questo momento di forte spinta centralista e autoritaria a livello italiano, non potranno essere le forze politiche che a quest’ambito fanno riferimento a costituire un baluardo contro la nostra ulteriore soggezione. Ma questo lo sappiamo (o dovremmo saperlo).</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro elemento di debolezza riguarda invece la risposta alternativa a questa forma di autonomia normalizzata e ai soggetti che la alimentano. Prima di tutto all’ambito politico indipendentista. Benché l’aspirazione all’autodeterminazione sia un fattore storico duraturo, in Sardegna, raramente esso ha trovato compiutamente voce. Oggi sappiamo che, nonostante tutto, una buona parte dell’opinione pubblica sarda nutre sentimenti favorevoli all’autodeterminazione e una parte decisamente maggioritaria della nostra collettività sente forte l’appartenenza sarda. Lo studio compiuto nel 2012 dalle università sarde insieme a quella di Edimburgo ne sono solo la testimonianza più recente. Tuttavia è altrettanto evidente che tali propensioni diffuse non trovano rispondenza nel consenso dato alle forze politiche di matrice indipendentista e nemmeno in una distribuzione omogenea di tali istanze tanto a livello territoriale quanto a livello sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Al netto di altri fattori, occorre dire che le organizzazioni politiche indipendentiste hanno in questo caso una propria consistente responsabilità. Tanto quelle che hanno ripiegato sul neoautonomismo “sovranista”, quanto quelle che fanno della propria identificazione indipendentista un elemento politico dirimente (a volte l’unico). Le prime, pur presentandosi come depositarie di una linea pragmatica e responsabile, che fa accettare loro le condizioni date per ritagliarsi uno spazio di azione dentro il sistema di potere della dipendenza, semplicemente hanno del tutto sbagliato i calcoli, dato che quel sistema non sarà in nulla modificato dalla loro presenza e che loro invece dovranno subirne dinamiche e rapporti di forza, funzionando al più da foglia di fico o da alibi. Questo, senza voler entrare nel merito della debolezza etica di alcune scelte individuali specifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, le organizzazioni che hanno rifiutato la fascinazione del potere per il potere, non hanno però offerto molto di meglio di una propria pretesa purezza ideale alla domanda di politica che pure risulta fortissima nella società sarda (perché anche così si può interpretare l’altissima astensione elettorale). Nel momento in cui la prospettiva dell’autodeterminazione, anche nella sua forma politicamente compiuta (l’indipendenza), sta smettendo di essere un tabù, chi dovrebbe farsene promotore non ha ancora dimostrato di saper leggere bene la situazione sociale, culturale e politica in cui sta agendo. Il tempo dei folklorismi e delle leadership carismatiche è finito, così come quello dei settarismi e dell’immaturità politica. Sono le condizioni storiche attuali a richiedere un approccio diverso. Una grossa fetta di società sarda è già avviata su un percorso di autodeterminazione, non solo e non tanto in termini di consenso politico o di militanza, ma prima di tutto in termini di scelte economiche, di orizzonte pragmatico, di assunzione di responsabilità. Questo vale anche per la nostra diaspora, che non è più quella deprivata e intimorita degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo coacervo di forze sociali e intellettuali non sa dare più alcuna risposta credibile l’apparato di potere e di consenso dominante. I suoi limiti, il grado di compromesso etico e culturale a cui deve abbassarsi per perpetuarsi sono sempre più evidenti e la crisi economica non fa che accentuarne la visibilità e l’inaccettabilità. Aprire la prospettiva dell’autodeterminazione e renderla attraente, inclusiva, partecipativa sono i compiti di chi si ponga come punto di riferimento politico nel processo della nostra emancipazione collettiva. O così, o le condizioni storiche con cui abbiamo a che fare non troveranno altra risposta strutturata che quella della dipendenza e di chi ne trae vantaggio. Il che è decisamente troppo pericoloso, se si ha a cuore la sopravvivenza della nostra collettività storica e la conquista dell’eguagianza nella libertà.</p>
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		<title>Niente autodeterminazione senza la sconfitta del dipendentismo</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2013/12/11/niente-autodeterminazione-sconfitta-dipendentismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Dec 2013 21:39:55 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: justify;">La retorica del “tutti sono uguali” è una retorica distruttiva e alla fine reazionaria. Il qualunquismo è una brutta bestia e ci mette un attimo a mostrarsi per quello che è: fascismo dissimulato. Nella ignoranza diffusa, le semplificazioni emotive hanno vita facile. Togliere strumenti critici alle masse, impoverire la cultura politica della cittadinanza, indebolire la scuola e l’universotà, togliere spazi al libero esercizio della creatività e della differenza di visione non portano a forme di maggiore emancipazione sociale e culturale, ma a facili strumentalizzazioni del malessere diffuso.<span id="more-103"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo la storia è pressoché sconosciuta ai più, altrimenti sarebbe evidente la similitudine tra questi nostri anni e quelli tra il 1919 e il 1925. Allora la guerra aveva lasciato ovunque strascichi dolorosi e una situazione socio-politica fragile. Le spinte dei tempi erano troppo più forti della capacità politica delle classi dominanti. In Sardegna il fenomeno era ancor più evidente, con i reduci dal fronte determinati a cambiare in meglio la propria sorte e quella dell’intera isola, mentre la politica di stampo coloniale e clientelare che aveva prevalso negli ultimi cento anni non aveva più nulla da dire alle masse. <span id="more-3460"></span>Sappiamo che se non fosse stato per la debolezza culturale della leadership del movimento dei reduci e del PSdAz, gli esiti di quella stagione sarebbero stati diversi dalla normalizzazione che seguì ai successi elettorali dei sardisti (normalizzazione che si sostanziò nella rinuncia a un processo di autodeterminazione vero, con la sanzione simbolica del passaggio al fascismo di una parte consistente del PSdAz medesimo).</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa sia successo in quegli anni, almeno a grandi linee, dovremmo tenerlo a mente tutti. Del marasma dei movimenti di piazza e del malcontento generalizzato trasse vantaggio chi possedeva l’intelligenza politica e la mancanza di scrupoli necessarie a cavalcare la crisi con parole d’ordine semplici, con narrazioni forti quanto sentimentali, che rimuovevano la complessità del divenire storico e offrivano un prontuario ideologico facile facile e ampiamente deresponsabilizzante. L’appoggio della classe dominante, desiderosa di cambiare tutto per non cambiare niente, non tardò ad arrivare. Ovviamente sto parlando di Mussolini e del fascismo, con i suoi emuli e i suoi ammiratori sparsi per l’Europa e per il mondo intero.</p>
<p style="text-align: justify;">La diseducazione alla complessità e la perdita di punti di riferimento ideali e istituzionali non portano mai a niente di buono, oggi come allora. Se manca una elaborazione intellettuale onestamente problematica delle forze che animano le nostre relazioni, dei rapporti di produzione in cui siamo inseriti e delle forme narrative di cui si alimenta la nostra vita comunitaria, davanti a una crisi sia materiale sia spirituale siamo nelle mani degli uomini della provvidenza, dei capi carismatici, del pensiero debole. Niente di emancipativo può venir fuori da questi processi.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, che l’Europa conosce una stagione di nuovi nazionalismi e di derive xenofobe e reazionarie, che l’Italia è percorsa da un movimento a tratti squadristico come quello dei “forconi” e la Sardegna, a parte i forconi nostrani, è interessata in generale dalla crisi del sistema di potere fin qui dominante, dobbiamo essere più vigili che mai. Per chi ha spadroneggiato sulla scena fin qui e per chi vuole spadroneggiare ancora, la tentazione di strumentalizzare il malcontento a vantaggio di interessi costituiti è pressoché irresistibile. Usare parole d’ordine apparentemente liberatorie ma in realtà prive di senso politico e di visione d’insieme, garantisce la mobilitazione dei delusi e un facile consenso, ma non è la base su cui costruire alcunché di solido, pacifico e democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">L’atteggiamento prevalente nell’establishment sardo è di tipo chiaramente conservativo. Chi ha ruoli che producono vantaggi, tende a difenderli con qualsiasi mezzo, a volte – furbescamente – appropriandosi di temi o slogan dei propri avversari o apparentemente controproducenti per sé e per la propria parte. Così facendo, invece, li depotenzia e li piega a facile strumento di controllo. Altri, che magari non appartenevano fin qui alla classe dominante, provano ad approfittare dell’indebolimento politico e culturale attuale per essere ammessi tra le sue schiere, proponendosi come provvidenziale foglia di fico da ostendere davanti alle strutture di potere consolidate, onde renderle presentabili e al passo con i tempi. Anche questo non è un inedito, in fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna d’altra parte manca totalmente un tessuto intellettuale libero e svincolato da interessi costituiti. O, se c’è, è frammentario e minoritario. Per lo più l’elaborazione teorica e politica, la comunicazione attraverso i mass media e la diffusione della cultura e dell’istruzione attraverso le agenzie formative formali e informali soffrono di un pesantissimo conformismo al sistema di potere imperante e sono irretiti da un rapporto equivoco e subalterno con le filiali locali dei partiti e dei centri di interesse italiani. Da quella parte è difficile che arrivino contributi critici emancipativi. Può giusto manifestarsi una difesa a oltranza dello status quo, a volte <a href="http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2013/12/08/news/l-identita-dei-sardi-un-fantasma-che-si-e-trasformato-in-un-incubo-1.8261282" target="_blank" rel="nofollow" >con argomentazioni penose e evidentemente disperate</a>, ma niente di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Se però si nutre l’aspirazione a un processo di emancipazione collettiva, di liberazione delle forze sane della società, verso un orizzonte più aperto, più democratico e più responsabile, l’unica strada è quella del rafforzamento dei presidi culturali e relazionali, in nome di una complessità che non si può eliminare, ma solo affrontare ben equipaggiati, per non esserne schiacciati.</p>
<p style="text-align: justify;">È fondamentale, per questo, indebolire e se possibile sconfiggere l’assetto della dipendenza e i suoi risvolti assistenzialistici, rivendicazionisti e spesso falsamente liberatori di cui è costellato il nostro ambito politico, amministrativo ed economico. Sono la dipendenza e la sua ideologia, il dipendentismo, il vero nemico da abbattere. Ipotizzare un processo di autodeterminazione che sia anche democratico ed emancipativo senza fare i conti con questo elemento è un mero esercizio retorico o un inganno. Se pure un giorno la Sardegna diventasse un ordinamento giuridico sovrano, uno stato indipendente, ma non avesse abbattuto gli assetti della dipendenza e i loro effetti materiali e culturali diffusi, la stessa indipendenza potrebbe rivelarsi un mero espediente formale. Saremmo comunque in balia di forze più grandi di noi, di centri di interesse capaci di manipolare e di piegare ogni processo al proprio tornaconto, di operazioni speculative e invasive facilmente presentabili come convenienti, ma in realtà distruttive. Quanto e più di quel che sta già succedendo ora.</p>
<p style="text-align: justify;">Il processo che ci porterà all’autodeterminazione e i suoi conteuti ideali, pragmatici e culturali determineranno la qualità della nostra esistenza da qui ai prossimi decenni. La vacua retorica para-nazionalista o pseudo-rivoluzionaria, usata per mistificare richieste di assistenzialismo ancora maggiore e forme di subalternità deresponsabilizzante ancora più profonde, non è alleata, in questo cammino, ma è un ostacolo, o un avversario. Per questo tutti i sardi che abbiano a cuore il proprio benessere e la propria dignità, la giustizia sociale e la possibilità di interagire col mondo circostante come soggetto della propria storia dovrebbero sopra ogni altra cosa contribuire ad abbattere la dipendenza e il dipendentismo in ogni loro forma, per quanto amichevoli essi possano sembrare. Lì sta il nocciolo del problema e lì bisogna agire. Subito. Adesso.</p>
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		<title>Partito unico dei sardi: un feticcio deresponsabilizzante e reazionario</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2013/04/24/partito-unico-dei-sardi-feticcio-deresponsabilizzante-reazionario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 08:17:27 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: justify;">Un feticcio si aggira per la Sardegna, quello del partito “dei sardi”. Nella crisi generale della politica, che non è certo iniziata oggi e che ha avuto nella patetica manfrina elettorale, post elettorale e presidenziale italiana solo la sua certificazione, sembra che dalle nostre parti stiano emergendo nuove pulsioni trasformiste, di quelle buone per far finta di cambiare tutto mentre nulla cambia.<span id="more-143"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ci hanno già provato i residui del centrosinistra di stampo italiano a coniare la nuova formula magica, il “sovranismo”. Pura neo-lingua, naturalmente. E per ora – sembra – lasciata da parte. Grattacapi magari meno fascinosi ma ben più concreti hanno tenuto occupata in questi mesi la nomenklatura partitica, specialmente quella del PD. Ma vista l’aria che tira non è escluso che il vessillo neo-autonomista del sovranismo verrà rispolverato, magari inventando una sorta di centrosinistra italiano in salsa più sarda, ma ovviamente animato dai medesimi soggetti e vincolato allo stesso grumo di interessi specifici.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, al solito, gli esponenti nostrani del PD non brillano per fantasia e spirito di iniziativa. Mentre si incaponiscono nella propria autodissoluzione, rischiano di essere sorpassati a destra (loro massimo timore) dalla nuova santa alleanza che va formandosi, un po’ sulle rovine dei vecchi schieramenti in disarmo, un po’ come reazione al pericolo rappresentato (agli occhi degli apparati di partito e dei loro complici) da Grillo e dai suoi seguaci nostrani. È lì che si fa strada la trovata del partito unico dei sardi, <span id="more-3050"></span>a volte in salsa dichiaratamente indipendentista, a volte in termini più ambigui, anche se la strizzatina d’occhio all’ambito indipendentista c’è sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">I limiti del sovranismo come riverniciatura retorica della nostra dipendenza sono stati esposti a più riprese e in più sedi e per ora non serve tornarci su. Quelli del “partito unico dei sardi” vanno invece precisati, onde sgomberare il campo da equivoci e incomprensioni, se non da veri e propri inganni (e autoinganni).</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto bisogna intendersi su cosa sia un partito politico. Lungi dall’essere il nemico contro cui combattere per far trionfare la democrazia, dentro il nostro sistema socio-economico e politico i partiti sono una funzione basilare della convivenza tra i cittadini. Le formazioni sociali intermedie servono a organizzare gli interessi e gli obiettivi dentro l’alveo di una dialettica sensata, che abbia come posta in gioco non interessi individuali o specifici, ma interessi condivisi da intere categorie sociali e al contempo collegati con la sfera degli interessi generali dell’intera collettività storica di cui si fa parte. Senza la mediazione dei partiti (qualsiasi forma essi prendano) la rappresentanza politica, la formazione delle decisioni, la stessa coesione sociale sarebbero a rischio, in balia o di pulsioni autoritarie o del disordine e della violenza. Certamente si può discutere e provare a modificare l’attuale assetto socio-economico e politico. È lo scopo di tutte le visioni rivoluzionarie. Ma anche in questo caso è necessario dare una forma collettiva a tali orientamenti e declinarli in termini pratici dentro una organizzazione in qualche modo formalizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">I partiti rappresentano sempre degli interessi, dei bisogni, degli obiettivi. Possono essere condivisi da una fetta più o meno ampia della popolazione, possono essere basati su una mitologia più o meno tecnicizzata ovvero su pulsioni spontanee e storicamente vive, possono essere legati a una parte sociale specifica o condivisi da una pluralità di soggetti non omogenea, ma sempre e inevitabilmente i partiti promuovono degli interessi e degli obiettivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche quando un partito si presenta come ecumenico in realtà porta avanti idee, interessi e obiettivi parziali, ossia non universali. Questo perché le società umane non sono monolitiche e non sono omogenee. Ogni collettività umana, anche quando sia piccola, è eterogenea per sua propria natura. La dialettica e spesso il conflitto aperto caratterizzano la convivenza umana. Quel che fa sì che non ci autodistruggiamo (o almeno, non ci siamo ancora autodistrutti, pur avendoci provato) è che di solito prevale la composizione dei conflitti e la ricerca di una condizione di equilibrio. Del resto è un fatto squisitamente evolutivo, niente di cui ci si possa meravigliare. La composizione dei conflitti si basa sulla consapevolezza profonda della nostra socialità, del fatto di essere animali gregari. L’individuo non ha alcuna rilevanza in termini biologici e nemmeno in termini storici, a dispetto di quel che propugna l’ideologia totalitaria dominante. Così ciò che alla fin fine è necessario preservare è la collettività in quanto tale e – in ultima istanza – la nostra specie. Nelle società complesse ciò significa che la mediazione sociale e la composizione dei conflitti devono essere affidate a strumenti più sofisticati di quelli a disposizione di un branco di lupi o di un clan di scimpanzé o di una tribù umana di cacciatori-raccoglitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimane il dato che le collettività umane non sono di per sé, al proprio interno, uniformi e indistinte. C’è sempre il gioco degli interessi, dei desideri, delle pulsioni affettive e ideali a movimentarle. Negarlo è una mistificazione. Ma è precisamente questo ciò che storicamente, nel corso dell’Età contemporanea, hanno sempre fatto i centri di potere conservatori o addirittura reazionari.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nazionalismo moderno nasce sulla base dell’idea che esista un’entità storica assoluta, la Nazione appunto, una collettività fondata sul vincolo del sangue e sulla condivisione di lingua, usi, religione e di solito anche territorio (a volte il territorio è da riconquistare o da difendere, ma c’è sempre anche il riferimento geografico). È una visione che, sebbene nata in ambito rivoluzionario, con i giacobini francesi e la <em>Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino</em> del 1789, è stata poi assunta e assolutizzata dal pensiero romatico e dallo storicismo, diventando patrimonio della destra politica europea. In questa visione si presuppone una armonia intrinseca nella Nazione, collettività che di per sé nasce ordinata e stabile in un tempo lontano e mitico. Nel seno della Nazione ognuno ha il posto che merita e – in mancanza di elementi di disturbo – le cose vanno meravigliosamente. Se le cose non vanno meravigliosamente è perché qualcuno o qualcosa crea una perturbazione. Di solito si tratta di elementi estranei, di volta in volta facilmente individuabili nella Nazione vicina, o in un elemento interno non assimilabile (le minoranze linguistiche o religiose, per esempio; a lungo gli ebrei, in Europa, o gli armeni in Turchia all’inizio del Novecento, o gli immigrati nell’Italia recente). Comunque c’è qualcosa che interviene a compromettere la naturale armonia intrinseca della Nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa visione nasconde la dialettica interna delle società umane e soprattutto i rapporti di produzione e di forza che innervano le nostre collettività contemporanee. Rifiutare la dialettica interna a una società non serve ad eliminarla, serve solo a contrastare le pulsioni di emancipazione e di riscatto delle fasce svantaggiate della popolazione o le idee di rinnovamento politico e/o di riassetto economico. In nome della pretesa armonia si sacrificano i diritti delle minoranze e l’universalità stessa dei diritti umani e civili, o si riduce l’uguaglianza, quando pure è formalmente assicurata, a una mera dichiarazione astratta, valida solo fintantoche ognuno rimane al suo posto, ossia non pretende di esprimere liberamente la propria personalità o di cercare di migliorare la qualità della vita di intere categorie sociali. Il nazionalismo, insomma, è un’ottimo <em>instrumentum regni</em> a vantaggio della fascia privilegiata della popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa lunga premessa serve a chiarire come sia del tutto fuorviante e persino pericoloso promuovere in Sardegna la formazione di un partito dei sardi. Cosa dovrebbe rappresentare, tale formazione sociale? Quali interessi dovrebbe perseguire? In nome di che cosa? L’idea di fondo è che la Sardegna debba difendersi o addirittura farsi valere nel suo rapporto conflittuale (inevitabilmente conflittuale) con lo stato italiano. Ci si dovrebbe dunque riconoscere tutti, in quanto sardi, in una formazione politica volta a rappresetarci collettivamente nel confronto con un’entità esterna ostile.</p>
<p style="text-align: justify;">È facile constatare che in fondo si tratterebbe di una riproposizione, in salsa solo più scopertamente nazionalista, del Partito Sardo d’Azione. Ciò dovrebbe spingerci a ricordare quale sia stata la parabola storica di questa formazione politica. Fin dall’inizio l’ambiguità ideologica causò scissioni e conflitti, a cominciare dall’adesione al fascismo di una parte della sua dirigenza e dei militanti (1922-3). Ancora di recente abbiamo assistito all’alleanza tra il PSdAz e la destra italiana, nel governo della Regione sarda, con tanto di consegna della bandiera a un personaggio come Silvio Berlusconi. A poco vale richiamare l’eredità morale e politica di Emilio Lussu, quando egli stesso abbandonò la sua creatura fin dal 1948, disgustato per la debolezza espressa nella fase di redazione dello Statuto autonomista.</p>
<p style="text-align: justify;">Il feticcio identitario e la “specialità regionale”, temi fondativi del sardismo politico, non sono mai bastati a farne un’ideologia costruttiva ed efficace sul piano pragmatico. Anzi, di fatto sono stati elementi determinanti della nostra debolezza culturale e politica. Portare tale modello alle sue estreme e più esplicite conseguenze letterali (ossia propriamente nazionaliste) non farebbe che sancire un’adesione assoluta allo status quo, agli assetti di potere già in vigore o comunque ad assetti diversi ma non meno rigidi e nient’affatto emancipativi, in nome dell’appartenenza a una presunta e astratta “sardità”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello di cui ha bisogno lo scenario politico sardo non è la cristallizzazione di una forza politica nazionalista, bensì una vasta e diffusa presa di coscienza della nostra condizione storica, dei veri rapporti di forza in gioco, dei guasti prodotti dalla nostra dipendenza e dalla ideologia di sudditanza e autorazzismo che la sorregge. Ma questo non significa affatto negare la dialettica interna alla nostra società. Deve essere anzi molto chiaro che dalla condizione di dipendenza e subalternità il blocco storico che ci domina da duecento anni trae la propria legittimazione e la propria forza. L’emancipazione dei sardi come collettività storica non potrà avvenire spostando il centro del discorso su un piano di ostilità verso un soggetto esterno (lo stato italiano, l’Europa, le banche o che so io), sventolato come spauracchio, bensì dovrà avvenire attraverso un conflitto (democratico e nonviolento, se possibile) tra la classe dominante sarda e il resto della nostra collettività. Non ci libereremo della dipendenza dall’Italia senza mettere in discussione gli assetti di potere e i rapporti di produzione vigenti. Che sono fondamentalmente una degenerazione del modello capitalista in termini parassitari e clientelari, molto simile agli esiti della decolonizzazione in Africa (vedi, ad esempio, quel che diceva <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Sankara" target="_blank" rel="nofollow" >Thomas Sankara</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Perché tale processo di liberazione non sia cruento e non produca più danni di quelli a cui vuole ovviare, sono da salvaguardare la nostra pluralità culturale e la nostra dialettica sociale e politica. I partiti devono riorganizzarsi e riformularsi dentro uno scenario che non contempli più i centri di potere italiani (o comunque stranieri) come i propri referenti principali o i propri mandanti. Il centro focale degli interessi e degli obiettivi deve essere la Sardegna. Lo spazio in cui far valere gli interessi e giocarsi il consenso deve essere la Sardegna. Il referente concreto degli obiettivi e della proposte deve essere la Sardegna. Questo sia che si propugni una visione conservatrice, o di stretta osservanza capitalista, o liberale, o socialista, o quant’altro. Non serve dunque un grande partito dei sardi: l’idea del partito dei sardi denuncia chiaramente una visione di noi stessi come appendice di un sistema più vasto e altro da noi, con cui instaurare un rapporto dialettico o conflittuale. Servirebbe invece che il panorama politico sardo si articolasse in termini di forze organizzate che siano espressione del nostro territorio, delle nostre categorie sociali, dei nostri interessi.  Ciò muterebbe molto rapidamente la percezione che la maggior parte dei sardi ha di sé, perché li costringerebbe a vedersi come una collettività storica a sé stante. Da lì nascerebbe il vero e proficuo confronto dialettico con l’Italia e una nuova apertura verso il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">I profeti del partito unico dei sardi sono soltanto dei conservatori che tutto hanno a cuore tranne la nostra emancipazione storica collettiva. In qualche caso potrebbero addirittura essere degli elementi di disturbo o di indebolimento del percorso politico verso la nostra autodeterminazione. È necessario tenerlo presente.</p>
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		<title>Le colpe degli altri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jul 2012 15:11:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[autonomismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica sarda]]></category>
		<category><![CDATA[sovranismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ambienti politici sardi va di moda un nuovo termine: sovranismo. Improvvisamente, le forze politiche che – con alcuni mutamenti di nome, ma ben pochi nelle persone – hanno gestito le sorti della Sardegna negli ultimi vent’anni pare abbiano scoperto quanto cattiva è ed è stata l’Italia nei nostri confronti. Da ciò il profluvio di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Le colpe degli altri' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/07/13/le-colpe-degli-altri/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Negli ambienti politici sardi va di moda un nuovo termine: sovranismo. Improvvisamente, le forze politiche che – con alcuni mutamenti di nome, ma ben pochi nelle persone – hanno gestito le sorti della Sardegna negli ultimi vent’anni pare abbiano scoperto quanto cattiva è ed è stata l’Italia nei nostri confronti. Da ciò il profluvio di dichiarazioni e petizioni di principio che invocano maggiore dialettica con lo stato centrale e a volte (a seconda delle necessità comunicative) addirittura il conflitto aperto.<span id="more-204"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta per lo più di trovate mediatiche, senza alcun referente politico serio, senza alcuna elaborazione alla base, senza una prospettiva nemmeno di breve termine. Pura fuffa manipolatoria. Nondimeno il termine “sovranismo” piace e viene sciorinato a profusione, tanto dagli ex comunisti, quanto dagli innumerevoli ex (?) democristiani di tutti gli schieramenti, fino ai destrorsi di varia estrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il succo di tutta la costruzione retorica su cui si basa l’uso di questo concetto è che la colpa delle nostre disgrazie è sempre di qualcun altro. Dello stato italiano, appunto. E’ colpa dello stato italiano se gettiamo disinvoltamente i nostri rifiuti in cunetta o avanzi di amianto in spiaggia;<span id="more-2154"></span> se tiriamo a fregare gli ultimi tre turisti che coraggiosamente si sono salassati per venire in Sardegna; se devastiamo, svendiamo o ignoriamo il nostro patrimonio storico-archeologico; se lavoriamo male; se propendiamo per un’altra colata di cemento sulle coste e sulle campagne; se aspettiamo il sultano di turno per prostrarci e offrirgli a prezzo di saldo le poche primizie rimasteci. Deve essere colpa dello stato italiano anche la remissività con cui la nostra classe politica evita di farsi consegnare dal medesimo stato centrale i miliardi che spettano alla Regione Sarda per l’annosa vertenza entrate (soldi dei sardi, ricordiamolo), preferendo strillare per i tagli alle elargizioni (veri o presunti).</p>
<p style="text-align: justify;">Così, ecco che gli adepti della neo-lingua in salsa sarda, con un abile trucco, provano a rifare una verginità alle forze politiche più scalcinate dell’emisfero settentrionale per consentire loro di continuare a campare nel comodo ruolo di intermediari tra il vero potere (sempre esterno, non sia mai che ci tocchi qualche vera responsabilità) e il nostro territorio, perenne oggetto di appetiti rapaci e di voglie di conquista a basso costo.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure è evidente che il concetto di sovranità non ha nulla a che fare con l’idea neo-autonomista subalterna e approssimativa che questa gente francamente impresentabile ha in mente. La sovranità è l’esercizio di una potestà politica piena. E’ un sinonimo di indipendenza, anzi, ne è il contenuto. Forse chi si scopre tutt’a un tratto sovranista, giusto per darsi un tono in questa fase pre-elettorale, non lo sa. O, se lo sa, fa finta di non saperlo. Cosa sia peggio, lo lascio decidere a chi legge.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, se fossimo un popolo semplicemente dignitoso, presente a se stesso, con una coscienza collettiva decente, questa pagliacciata non potrebbe avere cittadinanza. Non durerebbe lo spazio di un lancio di agenzia. Il politico che per riciclarsi si prestasse a tale trucco da circensi (con tutto il rispetto per la categoria, quella dei circensi chiaramente) verrebbe sbertucciato per strada e spedito a trovarsi un lavoro vero. Invece, evidentemente, la comoda scappatoia di attribuire la colpa sempre a qualcun altro piace a tanti. Piace a tutti i sardi che rivendicano il proprio orgoglio isolano solo a sproposito, di solito correndo appresso a qualche scemenza sparata dai mass media per distrarre l’opinione pubblica, ma se lo dimenticano in qualche recesso del proprio animo quando ci sono in ballo questioni sostanziali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dubbio riguarda caso mai la quantità di sardi che invece sono usciti o stanno uscendo dalla trappola di nonsenso in cui siamo rinchiusi da generazioni e vogliono guardare il mondo coi propri occhi e viverlo con le proprie forze, assumendosene la responsabilità. Tanto nelle piccole, quanto nelle grandi cose. Se tale numero è sufficientemente grande, forse c’è ancora la possibilità di salvarci, di affrontare questi anni difficili con qualche prospettiva di sopravvivenza e di progettualità virtuosa. E’ un dubbio che il pessimismo della ragione tende a trasformare in certezza negativa, davanti ai tanti esempi deleteri che ci circondano, ma l’ottimismo della volontà spinge a sublimare in attiva partecipazione alla nostra sorte collettiva. Dove stia la verità, lo scopriremo presto. Ma, in caso di esiti distruttivi, non potremo ancora riversare la colpa su qualcun altro. Non più.</p>
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