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	<title>ALCOA Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Salvarsi dalle semplificazioni interessate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 08:50:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se la cronaca sostituisce lo sguardo storico diventa molto difficile capire quel che succede. Anche quel che succede a noi. La complessità del mondo non è afferrabile con le categorie semplificatrici dell’informazione quotidiana, tanto meno quando essa è bulimica e ridondante come in questi tempi nevrotici. O piegata a interessi opachi. In questi giorni, ad...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2012/02/15/salvarsi-dalle-semplificazioni-interessate/">Salvarsi dalle semplificazioni interessate</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Salvarsi dalle semplificazioni interessate' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/02/15/salvarsi-dalle-semplificazioni-interessate/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: left;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft" src="https://3.bp.blogspot.com/-B1KunFmQtK8/TgTeNxIt4iI/AAAAAAAAAF4/2_K1IMfbGHs/s1600/Ring-PARRESIA-1.png" alt="" width="313" height="224" />Se la cronaca sostituisce lo sguardo storico diventa molto difficile capire quel che succede. Anche quel che succede a noi. La complessità del mondo non è afferrabile con le categorie semplificatrici dell’informazione quotidiana, tanto meno quando essa è bulimica e ridondante come in questi tempi nevrotici. O piegata a interessi opachi.<span id="more-222"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In questi giorni, ad esempio, si leggono o sentono alla televisione notizie tra di loro stridenti, pure presentate insieme, senza la benché minima cura per la comprensione di chi tali informazioni riceve passivamente. Da un lato assistiamo agli <a href="http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2012/02/14/news/blitz-degli-operai-alcoa-bloccata-la-tirrenia-a-cagliari-5620751" target="_blank" rel="nofollow" >effetti drammatici</a> di una crisi che continua ad avvitarsi su se stessa, specialmente in un territorio come il Sulcis, provato da scelte economiche e politiche pluridecennali totalmente demenziali. Dall’altra <a href="http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2012/02/14/news/economia-l-isola-in-testa-alle-regioni-del-sud-5620558" target="_blank" rel="nofollow" >si riportano i dati statistici</a> secondo cui la Sardegna non è affatto una terra povera e nemmeno quella che soffre di più di carenze e situazioni difficili, in ambito italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Sull’intera narrazione relativa a questi fatti c’è da spendere qualche parola. <span id="more-1596"></span>Bisogna sempre essere coscienti che il mezzo utilizzato, la cornice concettuale in cui si inquadra un evento nonché il linguaggio, la scelta sintattica e lessicale con cui si rende un discorso, incidono profondamente sulla sua percezione e sulla sua interiorizzazione da parte del ricevente. Soprattutto quando il medium è per sua natura unidirezionale (come i giornali e la televisione).</p>
<p style="text-align: justify;">Le cornici concettuali ustilizzate di volta in volta non sono mai una scelta neutra. Anche quando siano scelte fatte in buona fede esse restituiscono un punto di vista, una impostazione di fondo. È inevitabile. Il problema nasce quando la chiave interpretativa offerta è spacciata per per vera e veritiera, e invece è asservita alla costruzione di un discorso egemonico, che condiziona a loro stesso svantaggio la percezione dei fatti da parte dei riceventi.</p>
<p style="text-align: justify;">La notizia relativa alle condizioni economiche della Sardegna è presentata dentro la cornice concettuale dell’ambito italiano e, nell’ambito italiano, attraverso il raffronto della Sardegna con “le altre regioni del sud”. Inserita la Sardegna in modo assiomatico (ossia non bisognoso di dimostrazione) nel novero delle regioni italiane meridionali, ecco che alla luce delle statistiche si può sostenere che essa sia quella messa meglio rispetto alle altre. Risultando così a metà classifica, relativamente all’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">I dati importanti di questo studio statistico sono però non tanto il risultato complessivo, quanto le voci specifiche, che ci offrono degli strumenti di comprensione più puntuali sulle nostre dinamiche socio-economiche. Ma questo genere di approfondimento è lasciato inevitabilmente in secondo piano, data la natura giornalistica del testo. Così – pur con tutte le cautele che l’autore del medesimo correttamente segnala – il risultato finale del messaggio è un contenuto ambiguo, non facilmente comprensibile. Quel che si interiorizza è che: 1) la Sardegna è una regione italiana meridionale (falso), 2) la Sardegna non ha particolari problemi economici, non più di tanti altri territori (da approfondire), c) c’è qualcosa che non quadra (e qui il lettore è abbandonato a se stesso).</p>
<p style="text-align: justify;">Le notizie che si accompagnano a questa danno conto invece di situazioni estreme, spesso veramente drammatiche. Ma anche qui tutte sottomesse ad una visione parziale, condizionata sia dalla necessità di attirare l’attenzione, sia dalla visione che si intende imporre.</p>
<p style="text-align: justify;">Così gli operai dell’Alcoa sono raccontati come una massa di disperati disposti a tutto, anche ad andare all’arrembaggio di un traghetto in partenza, pur di manifestare il proprio disagio. Le notizie in merito offrono solo la superficie dell’evento, svuotandolo di qualsiasi significato che non sia quello immediato, visivo, emotivo. Il lettore o il telespettatore ne traggono, interiorizzandolo, un contenuto incoerente, che non accresce la propria conoscenza dei fatti e delle loro ragioni: 1) gli operai sono disperati, 2) nessuno li aiuta come avrebbero bisogno, 3) creano egoisticamente dei disagi ad altri cittadini per esprimere la propria sofferenza, 4) può salvarli solo un intervento dall’alto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’insieme, il combinato disposto delle varie notizie fa sì che si crei una narrazione totalmente distorta, semplificatrice e fuorviante di fatti e situazioni pure a noi vicini, ma che rimangono in larga parte incomprensibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso del Sulcis si presenta la situazione da un lato come disperata ma banalizzandola, dall’altro come esito della malvagità di una azienda (l’Alcoa) contro la cui prepotenza la politica sarda non può nulla (in quanto piccola e debole) e non può nulla forse nemmeno la politica vera e importante, quella italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso delle statistiche sull’economia sarda prevale una narrazione secondo cui tutto sommato non siamo messi peggio di altri, siamo degli “italiani meridionali” buoni e dunque, suvvia, un po’ di orgoglio: non c’è poi tanto da lamentarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe obiettare che in fondo le notizie sono quelle e c’è poco da girare. Ma non è un’obiezione fondata. Siamo sicuri che le notizie da dare fossero solo queste? E che il modo di confezionarle non potesse essere diverso? Proviamo a fare caso a quanto spazio, su giornali e telegiornali, ha occupato nei giorni scorsi la questione mal tempo. Paginate e paginate o lunghi minuti minuti di telegiornale dedicati a neve e ghiaccio e disagi associati. Persino interviste al medico (uno a caso) per avere consigli su come comportarsi col freddo (coprirsi bene, stare attenti a dove si mettono i piedi e via elencando: tutte cose che effettivamente bisogna sentire al telegiornale per esserne compiutamente informati). Queste non sono scelte neutre. Dare le notizie sul freddo e sulla neve dedicando ad esse così tanto spazio significa aver deciso di non dare altre notizie o di ridurne l’impatto sull’immaginario di chi le riceve.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, sempre riguardo alla situazione del Sulcis, a fronte dei servizi tra il patetico e il folkloristico su occupazioni di comuni e scioperi della fame, i mass media principali hanno scelto di non soffermarsi su una notizia appartenente a quel contesto ma controcorrente. I lavoratori della Rockwool, multinazionale operante nel settore della lana di roccia, dopo essere stati messi in mobilità e avviati al licenziamento, hanno aperto una vertenza sindacale molto dura, culminata nell’autoreclusione in un pozzo di miniera. Il loro scopo, però, non era pretendere che l’azienda non chiudesse e li mantenesse al lavoro. Essendosi resi conto che quella prospettiva era assurda, irrealistica, si sono fatti due calcoli e hanno puntato decisamente ad imporre l’avvio del processo di bonifica del territorio con la condizione di essere formati alla bisogna e riassunti in tale operazione. Nei giorni scorsi si è appreso che <a href="http://www.youtube.com/watch?v=_S1BuOM4k1w" target="_blank" rel="nofollow" >tale obiettivo è stato raggiunto</a>. Trenta lavoratori e le loro famiglie, grazie a una lotta sindacale intelligente, hanno aperto una prospettiva occupazionale nuova, con risvolti virtuosi anche da altri punti di vista, consapevoli che si tratta di un modello estensibile a tutto il bacino industrial-minerario sulcitano e all’intera Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si sono occupati della cosa i mass media? Be’, quando ci sono state le manifestazioni per le strade e quando i lavoratori si sono asserragliati nella miniera c’è stata una certa copertura giornalistica. Si tratta di notizie che generano ascolto e interesse. La copertura giornalistica, tuttavia, è venuta meno quando la trattativa sindacale è entrata nel vivo ed è scomparsa del tutto a proposito del suo esito. Di fatto pochi sardi sanno cosa ne sia stato di quelle azioni e di quella vertenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Una scelta chiaramente voluta. Quella che poteva essere una grande notizia, anche dal punto di vista delle connotazioni simboliche, è stata neutralizzata. Molto più comodo confondere la percezione della realtà da parte dei cittadini stordendoli nelle contraddizioni semplificatrici: da un lato disperazione e attesa di un aiuto dall’alto e dall’esterno, dall’altro confuse notizie rassicuranti. Il contrario di quello che dovrebbe essere un “discorso di verità”, la <a href="http://www.brera.mi.astro.it/~tommaso/parresia.html" target="_blank" rel="nofollow" >parresia</a>. Chiaramente tutto ciò risponde a interessi precisi, diversificati ma complici nella difesa dello status quo. Politica, monopolisti e oligopolisti economici, sindacati, mass media hanno in comune la necessità di mantenere i sardi in una condizione di inerzia e di passività, incoscienti di sé, del proprio posto nel mondo e di quanto succede loro intorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il processo egemonico fa sì che le vittime di questo apparato di dominio siano i primi sostenitori del medesimo. Far interiorizzare una nararzione tossica, autocontraddittoria ma semplificata ad arte, fa sì che a difendere la propria condizione di subalternità e deprivazione siano prma di tutto coloro che ne soffrono. Lo vediamo nelle popolazioni dei centri costieri, prevalentemente favorevoli allo scempio cementifero del territorio; nelle popolazioni delle aree interessate dalle servitù militari, in buona parte favorevoli alla presenza di basi e poligoni; nelle popolazioni dei bacini industriali, accecate dalla propaganda di padroni, politici e sindacati a difesa della propria morte sociale, civile, culturale ed anche fisica in tanti casi.</p>
<p style="text-align: justify;">È necessaria una profonda riflessione su questi meccanismi di controllo e di gestione delle informazioni. Purtroppo la Sardegna soffre di un grave deficit democratico anche dal punto di vista dei mass media, cui la Rete, per ragioni infrastrutturali e anche demografiche, non riesce completamente a sopperire. Chi ha a cuore la sorte generale della nostra gente e della nostra terra dovrebbe invece sforzarsi di contrastare le narrazioni tossiche che ci condannano alla subalternità, senza prestarsi alla facile demagogia e alla tentazione di cavalcare il malcontento. I tempi non ci consentono di essere passivi davanti alla sfida della storia. I margini di recupero sono pericolosamente sottili e non possiamo permetterci ancora per molto il nostro stato generalizzato di incoscienza e di arrendevolezza a un destino scritto da altri contro il nostro interesse collettivo.</p>
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		<title>Vertenza Alcoa e crisi dei modelli dominanti: il dibattito è aperto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 10:17:54 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: justify;">Il primo dato importante che dobbiamo rilevare è che finalmente sul tema dell’industrializzazione della Sardegna si prova in qualche misura a uscire dagli schemi fin qui egemonici per proporre una visione nuova. La retorica autonomista ha sempre ammantato la stagione dei Piani di Rinascita di un’aura tra l’ineluttabile e il rassicurante. La versione dominante vuole che l’industrializzazione della Sardegna fosse al tempo una misura necessaria e addirittura lungimirante per far uscire l’Isola in tempi brevi dal suo stato di arretratezza economica, sociale e culturale (dato per dimostrato). Se ne rivendicano successi ed esiti, pur ammettendo che non è stato il percorso lineare e progressivo che ci si aspettava. Certi errori di valutazione – si argomenta di solito – erano inevitabili. Quelle scelte allora sembravano le migliori possibili e solo col senno di poi se ne possono intravvedere i limiti. Il compito, oggi, sarebbe quello di rilanciare l’idea della Rinascita, riprenderne lo spirito, adeguandolo ai tempi, ma senza rinunciare a ciò che è stato fatto e ai suoi fondamenti politici.<span id="more-1466"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione, questa è precisamente la versione riproposta da chi, nel dibattito da cui siamo partiti, rappresenta gli assetti di potere egemonici in Sardegna negli ultimi settant’anni: Antonello Cabras. Una lettura delle cose basata su una contestualizzazione artificiosa e falsificante. Come è facilmente dimostrabile (e come qualcuno pur dovrebbe ricordare), sin dagli anni Sessanta si esprimevano seri e motivati dubbi sull’approccio da cui discendeva il Piano di Rinascita, se ne indicavano criticità e limiti e soprattutto possibili alternative. Era risaputo che si proponeva alla Sardegna un modello industriale obsoleto e dal fiato corto, in una condizione geografica, logistica, economica e sociale del tutto inadatta a sostenerlo proficuamente. Lo stesso Cabras amette candidamente che tale modello si poteva reggere sostanzialmente sul massiccio investimento da parte dello stato, sul debito posto a carico della collettività, insomma. Non dice, Cabras, che gli scopi reali di tutta l’operazione non erano certo lo sviluppo economico e civile della Sardegna, quanto da un lato il drenaggio di risorse pubbliche senza grandi controlli e il clientelismo più esplicito, dall’altro la disarticolazione del tessuto socio-economico e culturale della Sardegna a vantaggio del suo controllo sociale e politico. Controllo che soluzioni diverse avrebbero potuto mettere in discussione. Naturalmente entrano in gioco qui anche considerazioni di natura geopolitica, sistemica ed economica di ampio respiro, nell’ambito delle quali la Sardegna aveva il ruolo della variabile dipendente e della pedina utilizzabile a piacimento, anche e in particolare per scopi strategici di tipo militare.</p>
<p style="text-align: justify;">Più interessanti e proficue le posizioni di Francesco Pigliaru e di Paolo Maninchedda.</p>
<p style="text-align: justify;">Pigliaru fa un esercizio di parresia, un discorso di verità, che va a scontrarsi col discorso ancora oggi prevalente nella politica e nei mass media sardi. Riconosce e segnala la necessità di mutare paradigma produttivo, non ha paura di evidenziare come il modello dell’industria pesante applicato in Sardegna (e nel Sulcis in particolare) non solo sia evidentemente fallimentare, ma debba essere sostanzialmente abbandonato. Non senza porre la condizione di un reddito dignitoso da garantire ai lavoratori oggi in fase di licenziamento e non senza auspicare una riconversione economica dell’area. Il limite di questa posizione, a mio avviso, consiste nella sua accettazione passiva dei paradigmi teorici della scuola classica (o neoliberista, chiamiamola come vogliamo): l’affidamento religioso al mercato come sommo e neutro regolatore di tutte le cose. Laddove al posto di “mercato” bisognerebbe leggere (e direi anche scrivere) “capitale”. Il capitale e le sue logiche intrinseche. Che non costituisce un soggetto storico monolitico e impersonale, né un processo asettico e a-storico, ma ricomprende in sé interessi, rapporti di produzione, legami tra elementi sistemici di tipo fisico, geografico ed economico, nonché relazioni umane. Manca inoltre, nella lettura del prof. Pigliaru, una visione generale entro cui inquadrarla. Non basta infatti riferirsi genericamente agli scenari globali senza indicare un ruolo possibile per la Sardegna (di cui in fondo stiamo parlando). In che termini si lega la vertenza industriale alle altre vertenze aperte? E tutte insieme come si inseriscono nella questione della nostra soggettività politica collettiva, della fiscalità, della pianificazione energetica e infrastrutturale, della sovranità?</p>
<p style="text-align: justify;">È un limite che coglie e prontamente segnala Maninchedda, nella sua replica. Maninchedda non è convinto dell’adesione pedissequa alle dinamiche generate dal capitale internazionale né della rinuncia a buon mercato al settore manifatturiero. Ma soprattutto – e qui sta la parte più interessante – ricollega giustamente la questione a quella delle entrate e in ultima analisi a quella della sovranità.</p>
<p style="text-align: justify;">Benché in apparenza contrastanti, le due visuali proposte non sono parallele, ossia destinate a non incontrarsi e dunque a non sovrapporsi. Entrambe contengono elementi di novità e spiragli di apertura verso un nuovo scenario. Elementi che è doveroso accogliere con la massima considerazione. Le valutazioni di Pigliaru sull’andamento dell’economia globale sono sorrette dai dati: da questo punto di vista non ci piove. Così come è ineludibile la questione da lui posta della riconversione economica accompagnata da un sostegno ai lavoratori e alle famiglie. L’obiezione di Maninchedda vi si può sovrapporre bene, laddove egli offre una prospettiva altra, nazionale (nel senso di sarda), al problema. La congiunzione delle due prospettive nei loro elementi di novità, rispetto alla stantia visione egemonica rappresentata da Cabras, ci offre una possibile soluzione compiuta e pragmatica, pronta per diventare la base di una grande battaglia politica.</p>
<p style="text-align: justify;">È inconfutabile che la politica industriale in Sardegna sia stata fallimentare, da ogni punto di vista: dal punto di vista sociale, dal punto di vista occupazionale, dal punto di vista culturale e dal punto di vista (non dimentichiamolo mai) ambientale. Difendere i Piani di Rinascita oggi pare offensivo, oltre che miope. Sono altri i paradigmi cui dovremmo affidarci. Lo erano a dirla tutta anche negli anni Cinquanta e Sessanta, quando si crearono i presupposti per la drammatica crisi odierna. Li si crearono sostituendo il sistema del credito di tipo mutualistico e diffuso con un monopolio bancario tarato su modelli estranei (anche come interessi) alla Sardegna. E li si crearono accogliendo passivamente tutte le servitù che ci vennero imposte (quelle militari in primis, ma anche quelle turistiche e quelle industriali, appunto), generando le condizioni materiali della disoccupazione e dell’emigrazione da usare come arma di ricatto (il famoso ricatto occupazionale). È lampante che quel modello sia da abbandonare più che in fretta. Non vale l’argomentazione (usata da Cabras) che non si possa costruire nulla sopra le macerie. Perché le macerie ci sono già e non sono solo quelle industriali, ma anche sociali e culturali: si vedano le tristissime manifestazioni dei lavoratori di questi giorni, prive di una guida responsabile e di uno scopo realistico, deprivate di contenuti politici e sociali, involute nella difesa impossibile di una realtà che già non esiste più. E sono macerie ambientali: la situazione igienico-sanitaria ed ecologica del Sulcis (così come di Porto Torres o delle aree sottoposte a servitù militari) è ormai insostenibile.</p>
<p style="text-align: justify;">La soluzione di sintesi dunque consisterebbe in quel che segue: a) abbandonare immediatamente un modello produttivo ormai morto e irrecuperabile, oltre che dannoso; b) procedere alla tempestiva opera di bonifica delle aree interessate, con fondi messi a disposizione prima di tutto (per obbligo di legge) dalle aziende che hanno prodotto l’inquinamento e con l’impiego di manodopera locale, debitamente formata; c) pianificazione economica fondata sulle risorse del territorio, senza scartare gli ambiti del manifatturiero dove si possa reggere la concorrenza internazionale; d) appropriarsi del controllo fiscale, per adesso dentro l’ordinamento giuridico dato, attraverso gli strumenti già esistenti e destinare una cospicua dose di investimenti a ricerca, innovazione, università, sperimentazione (specie in campo energetico, una delle nostre tare principali).</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta di coltivare utopie, ma di affrontare la realtà. E lo si può fare solo ponendo la Sardegna e i sardi al centro del proprio sguardo sia teorico, sia politico. Non è possibile sostenere che gli interessi e le legittime aspettative dei sardi possano trovare soddisfacimento nell’ambito dello stato italiano, il quale di suo ha ragioni e interessi altrettanto legittimi, ma incompatibili con i nostri (come giustamente sottolinea Maninchedda). È un percorso di sovranità, certo, ma di sovranità agita e – come si usa dire – proattiva. Un modo virtuoso per far sì che la crisi sia una fonte di opportunità anziché di mortificazione. L’unico vero problema è chi potrà farsi carico di gestire questa transizione, dato che la classe politica oggi al potere ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo. È un problema che le nostre forze intellettuali e i cittadini dovrebbero porsi con forza, senza inutili rivendicazioni e senza attendersi salvezza dall’esterno, che sia dall’Italia o da qualche multinazionale.</p>
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		<title>Il coltello nella piaga</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2012/01/10/il-coltello-nella-piaga/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 07:58:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sembra brutto rinfacciare ora che era già tutto scritto, che l’avevamo detto da un pezzo. Parlo della chiusura dell’ALCOA a Portovesme. Quel che ci sarebbe da fare è chiedere conto ai sindacati e alle forze politiche della loro sostanziale complicità in tutta la squallidissima operazione. Perché chi rappresenta i lavoratori e i cittadini sardi si...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il coltello nella piaga' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/01/10/il-coltello-nella-piaga/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Sembra brutto rinfacciare ora che era già tutto scritto, che l’avevamo detto da un pezzo. Parlo della <a href="http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2012/01/09/news/alcoa-chiude-lo-stabilimento-di-portovesme-resteranno-senza-lavoro-mille-persone-5519261" target="_blank" rel="nofollow" >chiusura dell’ALCOA a Portovesme</a>. Quel che ci sarebbe da fare è chiedere conto ai sindacati e alle forze politiche della loro sostanziale complicità in tutta la squallidissima operazione. Perché chi rappresenta i lavoratori e i cittadini sardi si è prestato a illuderli, a generare falsa coscienza, anziché cooperare per trovare delle soluzioni e pianificarne la realizzazione? Sarebbe bello che i lavoratori e i cittadini, prima di prendersela con l’ALCOA (che è una corporation, una multinazionale, dichiaratamente votata al proprio profitto, non un ente caritatevole), o appellarsi per la millesima volta al governo italiano, o al papa, aprissero gli occhi e cominciassero a guardare in faccia la realtà.<span id="more-235"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il che in fondo vale per tutti noi. Non abbiamo alcuna speranza di trovare una soluzione ai nostri mali strutturali al di fuori di una nostra presa di responsabilità. È palese che non potrà essere alcun governo italiano a risolverli, così come è ridicolo attendersi che lo facciano soggetti privati internazionali.<span id="more-1406"></span> Che si tratti dell’industria, dei trasporti, del commercio, del settore agroalimentare e così anche di scuola e università, la nostra posizione è tale per cui i nostri interessi e i nostri bisogni non hanno altra sede possibile di soddisfazione che sia fuori di noi stessi e lontana dalla Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto ciò importi alle forze politiche che oggi occupano i posti decisionali è evidente. Da lì ci si può attendere giusto qualche stratagemma per procrastinare il faccia a faccia con la realtà e vagonate di propaganda veicolate da mass media compiacenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche tirare in ballo le rsponsabilità altrui ormai serve a poco. Togliamoci dall’incastro concettuale secondo cui alla fin fine la colpa è sempre di qualcun altro. La colpa è di ciascuno di noi. È di chi si ferma lungo la strada a scaricare in cunetta sacchetti di immondizia, è di chi approva speculazioni e schifezze assortite in nome di fantomatici posti di lavoro, di chi non riesce a guardare al di sopra del proprio ombelico e ragiona sempre e solo in termini egoistici e a corto respiro.</p>
<p style="text-align: justify;">È più che mai urgente riappropriarci del livello collettivo dei problemi, l’unico livello a cui è possibile trovare le soluzioni. È patetico il processo di identificazione per cui ci si pensa prima di tutto come individui, poi come appartenenti a una famiglia, magari come appartenenti a una categoria lavorativa, forse come abitanti di un quartiere o di una città, ma da lì si salta poi al senso di appartenenza ai modelli televisivi (quindi ossessivamente italiani, sia politici, sia culturali), aggirando e ignorando il livello intermedio, l’unico veramente decisivo in termini concreti: quello collettivo sardo.</p>
<p style="text-align: justify;">O si mette questo livello al centro del nostro sguardo, come cittadini, come lavoratori, come politici, o non se ne esce. Se non ci salviamo tutti e non ci salviamo da noi, nessuno di noi si salverà.</p>
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		<title>Anche noi siamo italiani</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2011/09/09/anche-noi-siamo-italiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 09:16:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
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		<category><![CDATA[economia sarda]]></category>
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		<category><![CDATA[identificazione]]></category>
		<category><![CDATA[identità sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Così, secondo le cronache, avrebbero scritto i rappresentanti dei lavoratori della Keller, rivolti al presidente Napolitano: “Dobbiamo forse credere che, quest’anno che si celebrano i 150 anni dell’unità d’Italia, la nostra isola è solo un’isola? Diciamo di no. Noi lavoratori della Keller sappiamo che nonostante tutto l’Italia è una soltanto e che anche noi, come...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Anche noi siamo italiani' data-link='https://sardegnamondo.eu/2011/09/09/anche-noi-siamo-italiani/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft" src="https://4.bp.blogspot.com/_inG64zE1Cdo/TSbYYZ52riI/AAAAAAAAAT4/CeYegu5NRvw/s1600/Tricolore+Italia+Unita.jpg" alt="" width="196" height="121" />Così, <a href="http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/234630" target="_blank" rel="nofollow" >secondo le cronache</a>, avrebbero scritto i rappresentanti dei lavoratori della Keller, rivolti al presidente Napolitano: “Dobbiamo forse credere che, quest’anno che si celebrano i 150 anni dell’unità d’Italia, <strong>la nostra isola è solo un’isola? Diciamo di no</strong>. Noi lavoratori della Keller sappiamo che <strong>nonostante tutto l’Italia è una soltanto e che anche noi, come tutti, ne facciamo parte</strong>. Per questo confidiamo che Lei, illustrissimo Presidente, vorrà farsi portavoce della nostra voglia e della nostra determinazione di far si che la Terra Sarda sia una terra di lavoratori onesti che vogliono lavorare e che non possono accettare imposizioni ingiuste che vanno contro quelle che sono le basi della nostra Costituzione, in cui ci riconosciamo pienamente”.<span id="more-264"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Non meno significativo ciò che scrive il direttore generale della Keller medesima (sempre dall’Unione online): “Ad oggi non abbiamo avuto ancora novità sull’individuazione di un percorso che porti ad una possibile composizione bonaria della vicenda tra Keller e Trenitalia, condizione questa indispensabile per attivare il piano industriale della società, approvato anche da Bruxelles in quanto, gli ultimi gravissimi atti di Trenitalia andrebbero ad incidere significativamente sulla fattibilità dello stesso. Sappiamo che <strong>il vertice della Regione Sardegna sta lavorando alacremente sugli interlocutori istituzionali romani</strong> per trovare una <strong>soluzione</strong> che sia prima <strong>politica</strong> e poi tecnica alla questione al fine di salvaguardare il grande valore che oggi Keller rappresenta sia per il territorio isolano sia per quello nazionale. <span id="more-1105"></span>A questo punto, se da un lato questa azione politica su Roma deve essere portata avanti ai massimi livelli e con fortissima determinazione per riaffermare, in un momento di così forte crisi economica, che <strong>il sistema nazionale deve garantire anche alle imprese che operano in Sardegna pari dignità industriale</strong>, oltre che la disponibilità di tutti i servizi di base ( soprattutto quando queste hanno ottime prospettive per il futuro, come nel caso di Keller), dall’altro l’azienda deve comunque perfezionare i nuovi scenari che proprio in queste ore sta terminando di valutare. Ciò al fine di evitare di vanificare l’impegno profuso da tutti i soggetti coinvolti nel rilancio della nostra azienda”.</p>
<p style="text-align: justify;">È evidente anche qui, caso mai ci fosse bisogno di esempi concreti, quale enorme equivoco stia alla base di tali ragionamenti e quanto poco essi siano fondati su una consapevolezza piena delle forze in gioco e delle dinamiche entro cui ci muoviamo. È lo stesso equivoco alimentato ad arte sia dalle forze politiche principali sia dai sindacati. Un equivoco che salva i ruoli di intermediazione e i vantaggi che ne conseguono, ma che è esiziale, mortifero per i lavoratori coinvolti e per la Sardegna in generale. Lo scenario è il medesimo che si è presentato sotto i nostri occhi per la Rockwool, per l’Euroallumina, per l’Alcoa, per la Vinyls, per il polo industriale di Ottana.</p>
<p style="text-align: justify;">La pretesa che gli interessi e le necessità della Sardegna trovino soddisfazione nell’ambito dell’ordinamento giuridico e del sistema di interessi dell’Italia è ormai una speranza folle, che acceca e perde chi vi presta fede, lavoratori e famiglie per primi. Perseverare nel coltivare questa speranza serve solo a rimandare la resa dei conti, che naturalmente poi arriva comunque e con gli interessi maturati nel frattempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non saranno i lavoratori stessi a mutare la loro prospettiva, non saranno certo i sindacati, tanto meno i partiti politici che da Roma dipendono e prendono ordini, a rovesciare la tendenza devastante cui stiamo soccombendo come collettività storica. Lo dico pur cosciente che i lavoratori sono l’anello debole della catena, quello che cede. Il ricatto occupazionale sistematico cui siamo sottoposti è evidente. Basti pensare allo scempio in atto a Capo Malfatano, parzialmente bloccato per ora dalla forza morale e dalla testardaggine di un solo uomo, <a href="http://www.michelamurgia.com/di-cose-sarde/ambiente/ovidio-manifesto-del-terzo-coraggio" target="_blank" rel="nofollow" >Ovidio Marras</a>, non certo da un <a href="http://www.progeturepublica.net/contributi/unu-contu-nostru/" target="_blank" rel="nofollow" >fronte compatto di cittadini e amministratori locali</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">È responsabile continuare ad attendere l’aiuto dello stato italiano? È serio, è dignitoso prostrarsi agli interessi di potentati economico-finanziari forestieri, in cerca di profitti facili, in cambio di un posto tra la servitù?</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle stesse ore dell’accorato appello dei lavoratori Keller a Napolitano, tanto per dire, <a href="http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/234657" target="_blank" rel="nofollow" >emerge</a> che dalla manovra finanziaria del governo italiano, approvata in Senato e passata ora alla Camera, la Sardegna verrebbe esclusa dall’accesso ai fondi comunitari. Naturalmente è una notizia da verificare bene e da vagliare. Ma pare stia suscitando aspre reazioni politiche, da noi. Di quelle tipiche della nostra classe dirigente, ossia una tacca sotto la scoreggia di moscerino. Il governo italiano si rimangerà questa norma solo per togliersi dalle scatole i poveri questuanti sardi? Chi lo sa. Ma anche se fosse, sarebbe solo la conferma della nostra patologica subalternità.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi ci meravigliamo se <a href="http://www.sardegna24.net/il-fatto/vendetemi-la-costa-smeralda-1.20816" target="_blank" rel="nofollow" >uno sceicco di passaggio</a> prende e decide di comprarsi un pezzo di Sardegna? Se non lo farà lui, lo faranno di qui a poco i cinesi, e magari non solo una parte, ma tutta l’Isola. Crediamo che lo stato italiano non ci farebbe un pensierino, pur di fare cassa e sbarazzarsi una volta per tutte di questa zavorra inutile? Capaci che la fanno sotto il naso agli americani, che pure coltivano ancora interessi geopolitici sul nostro conto. Ma si sa che l’Italia è sempre stata abile a giocare su due tavoli contemporaneamente e a mentire per la gola su qualsiasi faccenda. È un costume nazionale da sempre, mica prerogativa di Berlusconi.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro che invocare la propria italianità! Cari fratelli della Keller e tutti gli altri: aprite gli occhi!</p>
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		<title>A chi la raccontano</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2010/05/26/a-chi-la-raccontano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 May 2010 15:21:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[ALCOA]]></category>
		<category><![CDATA[economia sarda]]></category>
		<category><![CDATA[egemonia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[politica sarda]]></category>
		<category><![CDATA[Portovesme]]></category>
		<category><![CDATA[questione energetica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esempio di falsa coscienza generata attraverso il controllo dei mass media. Tutti sappiamo che il destino del comparto industriale chimico in Sardegna è la chiusura più o meno rapida. Il che, in una prospettiva realistica di sostituzione di paradigmi produttivi e anche culturali e sociali, può non essere affatto una cattiva notizia. Se solo avessimo...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2010/05/26/a-chi-la-raccontano/">A chi la raccontano</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='A chi la raccontano' data-link='https://sardegnamondo.eu/2010/05/26/a-chi-la-raccontano/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Esempio di falsa coscienza generata attraverso il controllo dei mass media.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti sappiamo che il destino del comparto industriale chimico in Sardegna è la chiusura più o meno rapida. Il che, in una prospettiva realistica di sostituzione di paradigmi produttivi e anche culturali e sociali, può non essere affatto una cattiva notizia. Se solo avessimo una classe dirigente al posto della manica di tirapiedi e burattini che ci domina per conto terzi.<span id="more-360"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Invece, oggi ecco la <a href="http://unionesarda.ilsole24ore.com/Articoli/Articolo/182078" target="_blank" rel="nofollow" >grande notizia</a>: la UE riconosce la legittimità degli sconti sul prezzo dell’energia per i colossi industriali che operano in Sardegna. In particolare la faccenda riguarda gli impianti dell’ALCOA, a Portovesme. Stiamo parlando di una multinazionale statunitense che persegue il proprio profitto, non certo di un ente di beneficenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Da notare che in casa dell’ALCOA, ossia a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pittsburgh" target="_blank" rel="nofollow" >Pittsburgh (Pennsylvania)</a>, è già avviata una radicale opera di affrancamento dall’industria pesante, con investimenti nelle nuove tecnologie, e un risanamento ambientale difficile ma certamente lungimirante.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui da noi, invece, si persevera colpevolmente con modelli produttivi ottocenteschi, pienamente inseriti nella gloriosa tradizione capitalista dei due secoli trascorsi. Un progresso davvero sensazionale!</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra classe politica ovviamente esulta. Quel bel tomo del presidente della regione autonoma (per il quale non ci sono più parole) mena gran vanto della concessione europea, esultando come per un gol della sua squadra del cuore, o per una barzelletta del suo padrone brianzolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti sappiamo che questa cosa consentirà al polo industriale di Portovesme di andare avanti (forse) per un triennio. Dopo di che, punto e a capo. Anzi no, molto peggio. Perché si sarà persa l’occasione di avviare da subito la bonifica e la riconversione di quell’area e se ne aumenterà soltanto il degrado ambientale (e sociale).</p>
<p style="text-align: justify;">Con tutto il rispetto per i lavoratori (che però per lo più sanno bene che non si è risolto un tubo), non mi sembra una notizia per cui esultare. Tutt’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo messi così, purtroppo.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='A chi la raccontano' data-link='https://sardegnamondo.eu/2010/05/26/a-chi-la-raccontano/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='A chi la raccontano' data-link='https://sardegnamondo.eu/2010/05/26/a-chi-la-raccontano/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2010/05/26/a-chi-la-raccontano/">A chi la raccontano</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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		<title>La crisi non esiste</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2009/11/24/la-crisi-non-esiste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 11:08:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[ALCOA]]></category>
		<category><![CDATA[economia sarda]]></category>
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		<category><![CDATA[piano di rinascita]]></category>
		<category><![CDATA[subalternità]]></category>
		<category><![CDATA[Vynils]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Crisi, etimologicamente parlando, non è una parola dall’accezione prettamente negativa. Indica un momento o uno stato in cui esistono almeno due possibilità. Ha la stessa radice di crinale, di critica, ecc. Eppure è un termine ormai entrato nell’uso e profondamente radicato nell’immaginario collettivo come sinonimo di problemi, solitamente grossi. Un vero feticcio mediatico, in gran...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2009/11/24/la-crisi-non-esiste/">La crisi non esiste</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La crisi non esiste' data-link='https://sardegnamondo.eu/2009/11/24/la-crisi-non-esiste/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Crisi, etimologicamente parlando, non è una parola dall’accezione prettamente negativa. Indica un momento o uno stato in cui esistono almeno due possibilità. Ha la stessa radice di crinale, di critica, ecc. Eppure è un termine ormai entrato nell’uso e profondamente radicato nell’immaginario collettivo come sinonimo di problemi, solitamente grossi. Un vero feticcio mediatico, in gran spolvero di questi tempi.<span id="more-400"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">In Sardegna non riscuote grande successo, solo per la circostanza che noi – fortunati che siamo! – in crisi siamo sempre stati. Intere generazioni si sono consumate dentro la nostra perenne crisi. Si nasce e si vive per tutta la vita entro questo strano orizzonte precario ma in apparenza così evidente.</p>
<div align="justify"></div>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Ma sappiamo veramente cosa diavolo sia questa crisi? Qualcuno si è mai preso la briga di indagarne le radici materiali, politiche, storiche? Possiede un referente concreto questo lessema, o si tratta di un puro segno, una formula retorica, un trucco da neo-lingua?</p>
<div align="justify"></div>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Be’, per farci un’idea, prenderei in considerazione le vicende del comparto industriale sardo, di stretta attualità proprio in questo periodo. Leggiamo qui di seguito una rapida sintesi della situazione (tratta dal giornale <strong>Il Fatto quotidiano</strong> di oggi, 24 novembre 2009):</p>
<blockquote>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em><strong>Da Alcoa a Porto Torres, proteste estreme degli operai </strong></em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em>di Gigi Furini </em></p>
<p><em>Una nave fermata mentre sta per scaricare carbone, un’auto data alle fiamme, la centrale Enel bloccata. Sale la tensione a Portovesme, un sindacalista ammette: &#8220;Sta succedendo quello che temevamo. Non riusciamo più a controllare gli operai&#8221;. Sono parole di Roberto Ballocco, rappresentante della Rrb dell’Alcoa.</em></p>
<p><em>Il blitz degli operai è scattato nella notte fra domenica e lunedì. I lavoratori si sono trovati al porto di Portovesme e hanno impedito che da una nave si scaricasse carbone per la vicina centrale Enel. Quindi hanno discusso con un dirigente e alle 2,30 se ne sono andati. Poco dopo un’auto è stata data alle fiamme. I lavoratori, con le loro famiglie e i sindaci della zona, partono domani per Roma dove giovedì ci sarà l’incontro decisivo con il ministro Scajola. In ballo ci sono 100 milioni di euro di energia elettrica, la differenza fra il prezzo a tariffa piena e quanto Alcoa è disposta a spendere. Toccherà al governo fare il primo passo. Alcoa, il gigante dell’alluminio, per l’impianto di Portovesme dovrebbe spendere 500 mila euro di corrente al giorno, una cifra che manderebbe in rosso i conti. L’altroieri l’Autorità per l’energia e il gas ha approvato due delibere che consentono alle aziende energivore (come Alcoa) di acquistare quote di corrente elettrica all’estero. </em></p>
<p><em>(…)Dall’alluminio alla chimica. Sempre in Sardegna, a Porto Torres, sono in sciopero della fame i 101 lavoratori della Vinyls (produzione di pvc) messi in cassa integrazione straordinaria. Un gruppo di operai è anche asserragliato su un terrazzo al sesto piano dell’impianto. </em></p></blockquote>
<p align="justify">Niente male come situazione. Ma non nuova, in Sardegna. È almeno dai tempi dello sciagurato primo Piano di Rinascita (<a href="http://www.italgiure.giustizia.it/nir/lexs/1962/lexs_194872.html" target="_blank" rel="nofollow" >L. 588 del 1962</a>), che si ripropongono situazioni analoghe. Grosse industrie, di solito molto inquinanti e/o pericolose, in cerca di aree disponibili ad accoglierle, spudorate speculazioni, soldi pubblici che si volatilizzano e poi chiusure e drammi sociali. Ma qualcuno che ci guadagna c’è sempre.</p>
<p align="justify">a) Intanto le aziende, per lo più appartenenti a grosse società multinazionali, spesso con sedi fiscali esterne all’Isola. Possono impiantare qualsiasi schifezza, anche la più obsolescente, di quelle che un paese civile, dinamico, proiettato verso il futuro in modo propositivo e consapevole, non accetterebbe mai di veder sorgere entro i propri confini. Ma la Sardegna evidentemente non corrisponde alla descrizione, perciò, va be’, si sa, siamo poveri e maledetti e comunque siamo ospitali, ecc. ecc.</p>
<p align="justify">b) Ci guadagna poi tutto l’apparato politico/clientelare, che da Roma arriva fino a Cagliari e da lì si ramifica capillarmente su tutto il territorio isolano, con le sue articolazioni nei potentati locali e nei sindacati (ebbene sì): per questo apparato la crisi è la <em>conditio sine qua non </em>della sua stessa esistenza. Il ricatto occupazionale è l’arma vincente, sempre e comunque: che si tratti di speculazioni immobiliari o industriali o energetiche, poco importa.</p>
<p align="justify">c) Traggono lauti introiti da tale situazione anche le società fornitrici di energia, che poi alla fine sarebbe fondamentalmente una e in regime di monopolio. Benché la Sardegna produca annualmente più energia di quanta ne consumi (fonte <a href="http://www.terna.it/SearchResults.aspx?Search=0BqI%2f103rHyTzcV7c9t%2bzztJR87%2fnaigmRCxpm6Y6pIa8lsGimNqK%2ff4SctiPfmIecpOzXx8pnMo4ke1UjgfIA%3d%3d&amp;SearchEngine=SE_HMB&amp;SearchWhere=1001" target="_blank" rel="nofollow" >Terna</a>), per una serie misteriosa di concause deve sobbarcarsi un costo energetico superiore almeno del 30% (ma spesso di più) rispetto a quello medio italiano. E lasciamo stare i paragoni col resto d’Europa. È uno di quei misteri insolubili che avvolgono come un incantesimo il nostro familiare e consolatorio stato di precarietà.</p>
<p align="justify">A occhio e croce manca qualche voce all’elenco, perché è sicuro che ci siano anche altri soggetti interessati al vortice incontrollato di denaro – per lo più pubblico, ripetiamolo, ossia anche nostro – che fa girare questo meccanismo assurdo.</p>
<p align="justify">Ora, dice, i lavoratori sono sul piede di guerra. Già pochi giorni fa, a Roma, hanno ricevuto un’accoglienza poco amichevole dalle forze dell’ordine. Il paradosso è che quei lavoratori erano lì a pietire aiuto proprio da quelli stessi che li hanno fatti manganellare.</p>
<p align="justify">Ancora oggi bisogna leggere (non senza una montante sensazione di nausea) le dichiarazioni di alcuni esponenti politici sardi. Annichiliti da una situazione che vorrebbero controllare a proprio vantaggio ma che minaccia di oltrepassare le loro capacità intellettive, non sanno fare altro che starsene rintanati da qualche parte e tirar fuori il capoccione giusto per il tempo necessario a emettere uno slogan. Uno di loro, tale Luciano Uras, leader di quella che dovrebbe essere la sinistra politica isolana, pare che abbia tuonato contro il governo italiano. Per dire che cosa? Che deve scucirci l’elemosina, giacché tutte le forze politiche democratiche e autonomiste sarde sono dalla parte dei lavoratori (fonte, <a href="http://www.ilgiornaledisardegna.it/" target="_blank" rel="nofollow" >IlSardegna</a> di oggi, 24 novembre 2009). Il governo &#8220;amico&#8221; del miglior presidente del consiglio della storia italiana si è subitaneamente riunito in seduta straordinaria, atterrito da cotanta minacciosa dichiarazione. Ma fatemi il santo favore!</p>
<p align="justify">Insomma, cosa sarebbe questa crisi di cui tanto si ciancia? Cos’è che vogliamo veramente, in Sardegna? Fatemi capire bene: stiamo lottando perché le cose rimangano così com’erano fino a ieri? Be’, se è così, non riesco veramente ad essere indulgente e nemmeno molto partecipe con le situazioni, pure spiacevoli e in qualche caso drammatiche, dei lavoratori. Non è più tempo di lagne e di piagnistei. Non è più tempo di fare gli accattoni del sistema economico dominante, le ultime ruote del carro, le pedine sacrificabili, che pregano per rimanere tali. E non sarà certo qualcun altro all’infuori di noi a trarci da questo pasticcio. Non si può pretendere che le aziende, le grandi società per azioni il cui scopo è il profitto, si facciano carico dei nostri problemi di subalternità economica, culturale e politica. Non possiamo aspettarci che il mostruoso coacervo di interessi clientelari e parassitari che sono la politica e il sindacato in Sardegna chiuda da sé i rubinetti che lo alimentano. E non possiamo sperare che venga in nostro soccorso l’apparato di potere che domina l’Italia, in tutt’altre faccende affaccendato. E nemmeno quello che gli si sostituirà entro breve, anch’esso con i suoi scopi e i suoi disegni ben lontani dalle necessità e i problemi dei sardi. I quali, in tale contesto, se non mutano le premesse e le loro stesse aspettative, sono condannati a restare semplici oggetti di decisioni altrui, meri strumenti della storia.</p>
<p align="justify">Se non lo capiamo, se nemmeno la situazione per certi versi grottesca di questi giorni – con i vertici aziendali in apparente combutta con sindacati e amministratori locali a spingere avanti i lavoratori perché la situazione assuma contorni preoccupanti per il Palazzo, in modo che sia costretto a mettere mano al portafogli -, se nemmeno questo paradosso mortificante che ci spinge a pretendere di essere mantenuti in cattività riesce a offrirci un’occasione di resipiscenza, lo stimolo per un sussulto di dignità, be’, allora abbiamo poco da parlare di crisi. Qui non c’è possibilità alternativa che tenga: si tratta di una condizione di sottomissione cui non vogliamo sottrarci e cui vogliamo condannare i nostri figli. E la responsabilità, cari miei, non sarà di qualcun altro.</p>
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