Abbattere statue, sanare le ferite

Il dibattito in corso sulla rimozione di statue o sulla problematizzazione di opere cinematografiche e/o letterarie che contengano messaggi o connotazioni discriminatorie si sta svolgendo su un piano sbagliato.

Non c’è da stupirsene. In Sardegna – come in altre circostanze, anticipatrice di fenomeni generali – è una questione aperta da anni.

Intanto va fatta una distinzione tra livello artistico/estetico e livello politico/simbolico. Mescolare le due cose genera solo confusione. Inoltre vanno mantenuti tutti i distinguo del caso tra opere di epoche diverse.

Una cosa va però osservata, preliminarmente. Se dalle discussioni emerge, come argomentazione paradossale, che la gran parte del patrimonio artistico/culturale occidentale si fonda su valori di dominio, discriminazione, sopraffazione culturale e spesso violenza, forse dovremmo farci delle domande su questo punto, più che usarlo come banale arma retorica.

Che civiltà è quella che deve il suo successo sulle altre civiltà umane alla mera imposizione di una forza superiore, a processi di aggressione e sottomissione militare, economica e culturale?

Perché non approfittare di queste circostanze per farci delle domande impegnative su come la civiltà europea sia arrivata a dominare il pianeta?

Rispolverare recenti classici come Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond potrebbe aiutare (cito un titolo popolare e di facile reperibilità).

La rimozione non è mai una buona idea. Chi ne trae vantaggio, per altro, sono sempre i gruppi umani che possono controllare le informazioni e la formazione delle opinioni. In altre parole, l’opinione dominante è di norma quella della classe dominante. Se viene messa in dubbio, quasi sempre è un segnale positivo, comunque significa che è in moto un sommovimento sociale e culturale (dunque politico) profondo.

Non aver mai seriamente problematizzato, a livello di egemonia culturale e di senso comune, le modalità di affermazione storica della civiltà europea ha impedito di riconoscere anche i termini, le circostanze e gli effetti del conflitto *interno* alla civiltà europea stessa. Il conflitto più propriamente di classe, quello di genere e quello tra porzioni territoriali e etno-culturali vincenti e porzioni territoriali e etno-culturali sconfitte, minorizzate e rese subalterne.

Non deve stupire che in ambito italiano alcuni degli interventi più lucidi sulla questione della persistenza del razzismo e su quella della simbologia ufficiale da problematizzare siano di un’autrice come Igiaba Scego, per biografia e formazione capace di uno sguardo più ampio, non unidirezionale.

Non è affatto strano che le analisi e le prese di posizione più chiare arrivino da posizioni oblique, dai margini, da sguardi non del tutto partecipi dell’ideologia dominante, non definitivamente attratti dal campo gravitazionale del “centro”. Quindi, in Italia, soprattutto dalle minoranze politiche e sociali, dai confini e dalle isole.

Sulla questione delle opere d’arte o narrative, cinema compreso, alcuni osservatori hanno saggiamente suggerito di non porre la questione sul piano della censura e della cancellazione, ma caso mai su quello dell’educazione al gusto e al senso, della consapevolezza diffusa.

Non c’è alcun pericolo di interiorizzare approcci discriminatori guardando un film come Via col vento, se si è coscienti della sua collocazione storico-culturale e se si ha presente il problema della schiavitù e della segregazione razziale negli Stati Uniti.

Lo stesso vale per altre opere e altri contesti. A patto che sia forte e ben socializzata la conoscenza dei problemi, il loro significato storico, la loro connessione col nostro presente. Cosa che, sul nostro passato coloniale – “nostro” nel senso di “europeo” o “occidentale” o specificamente “italiano” – non sempre possiamo affermare.

La faccenda delle statue e dell’odonomastica è collegata con questa e tuttavia non è del tutto sovrapponibile. Se un’opera d’ingegno ha il suo senso nella sua cifra estetica e narrativa, nella sua forma e nel suo contenuto, in quanto tali, quali che ne siano le ulteriori connotazioni, negli arredi urbani e nelle denominazioni degli spazi pubblici prevale il significato simbolico e politico.

Biasimare l’abbattimento delle statue di noti schiavisti, o di sovrani colonialisti (Leopoldo II del Belgio, per dire), o l’imbrattamento simbolico di statue di personaggi dal passato discutibile (e magari mai rinnegato), come Indro Montanelli, coperto di vernice rosa dalle attiviste di Non una di meno, è un atteggiamento ipocrita con tratti politicamente detestabili.

Che dire, in Sardegna, del rifiuto non tanto di trovare una nuova collocazione o una nuova contestualizzazione per la statua di Carlo Felice a Cagliari o per quella di Vittorio Emanuele II a Sassari, quanto, ancor prima, di discuterne?

Il dibattito in corso in questi giorni mette allo scoperto un nervo della nostra condizione storica e politica (nostra=sarda) che l’establishment culturale isolano da sempre cerca di tenere ben coperto. La classe politica, forte di questa posizione della cultura “ufficiale”, si sente legittimata a non affrontare il problema, ben lieta di non essere messa alle strette su questo punto.

Da anni ormai si discute in particolare della brutta statua di Carlo Felice, posta a presidio di una zona di Cagliari simbolicamente e urbanisticamente centrale e da lì irradiante senso e connotazioni storico-politiche sull’intera isola.

Un lascito di un periodo in cui la classe dominante sarda si sentiva in dovere di affermare, contro ogni possibile dubbio, la propria fedeltà allo stato sabaudo. E, nonostante questo, passarono decenni prima che il monumento, fatto e compiuto, venisse posto nel luogo ad esso destinato.

Non ripeterò quanto scritto in precedenza a tal proposito qui su SardegnaMondo. Devo però segnalare come, proprio in questi stessi giorni, sia stato nominato a direttore dei Musei statali sardi il prof. Bruno Billeci, già Soprintendente per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio per le Province di Sassari e Nuoro.

Lo segnalo perché il prof. Billeci si è distinto nel recente passato per la sua creativa opposizione al mutamento dell’odonomastica di alcuni comuni sardi (celebre il caso di Bonorva), specie se riguardava i Savoia.

Poco tempestiva, questa nomina, in un momento di reviviscenza della discussione su monumenti e odonomastica sabauda in Sardegna. Oppure a suo modo tempestiva, guardando la faccenda dal lato dello stato centrale. I meriti acquisiti sul campo vanno premiati, sembrerebbe.

Ma se il prof. Billeci in fondo è un ospite dell’isola, non così si può dire dei tanti osservatori e commentatori nostrani, più o meno qualificati, che nel tempo e ancora oggi alzano le barricate al solo menzionare la possibilità di modificare la destinazione della statua di Carlo Felice di Savoia. Barricate invero sorrette da argomentazioni come minimo di dubbia sostanza, per non dire del tutto fallaci.

Come per esempio quella che vuole ogni minimo intervento a discapito dei Savoia come una sorta di rimozione oscurantista della Storia. Posizione che è già in partenza un’evidente sciocchezza. Non meriterebbe di essere contestata se non fosse una delle più forti e reiterate nel dibattito in proposito.

Tutti gli arredi urbani e l’odonomastica sabauda e risorgimentale esistenti in Sardegna sono a loro volta modificazioni, spesso arbitrarie e puramente autoritarie, di un assetto toponomastico anteriore. Il che significa che l’obiezione “storica” alla loro modificazione è già una contraddizione di suo. È perfettamente normale che l’odonomastica muti col mutare delle condizioni politiche, con gli orientamenti di chi di momento in momento detiene il potere e l’egemonia culturale. È stato così nel corso dell’Ottocento, non si capisce perché non debba essere così sempre.

Ma l’obiezione è infondata anche nel merito. Se quei monumenti, quelle denominazioni viarie, rappresentano una “storia”, è del tutto possibile che, mutando la valutazione politica e/o etica di quella “storia” e dei personaggi che la rappresentano, si decida di rimuoverne la simbologia e il senso di esemplarità.

Beninteso, siamo pur sempre dentro lo stato italiano, il luogo che ha inventato il fascismo e il luogo dove, nonostante questa responsabilità storica, è difficile anche solo discutere dei monumenti fascisti, persino di quelli più palesemente ideologici. Almeno su questo la porzione sedicente progressista dell’establishment culturale e politico fa meno resistenza, parrebbe; ma non sempre e non senza distinguo a volte davvero capziosi. Come ha osservato qualcuno, richiamandosi a Le Goff, c’è ancora molta confusione – non sempre involontaria – tra “doc-umento” e “mon-umento”.

Nel caso sardo, però, bisogna aggiungere un ulteriore livello di analisi. E qui tornano utili le riflessioni dei movimenti per i diritti civili e la giustizia sociale, nonché gli studi post-coloniali e sulla subalternità e ancora le analisi del femminismo intersezionale.

Il problema dei monumenti sabaudi, dell’odonomastica savoiarda e risorgimentalista e in molti casi persino della toponomastica tout court (con tutte le italianizzazioni arbitrarie e fantasiose di cui è costellata l’isola) non è un problema di rivincita ideologica oscurantista, né di reazione mitopoietica ostile alla Storia vera e certificata. Posto che questi elementi siano presenti, sarebbero giusto accessori e in fondo inevitabili. Il nucleo forte della richiesta di ridiscutere statue, piazze e denominazioni viarie sta invece nel loro senso simbolico e politico.

Su questo, c’è poco da contestare. Se nel senso comune di chi vive in Sardegna va sviluppandosi una crescente avversione per i simboli di un passato non più ignorato e la cui narrazione ideologica non soddisfa più, di questo va preso atto. Si può studiare come fenomeno sociologico e culturale e come sviluppo politico, ma decretarne l’illegittimità è solo una presa di posizione conservatrice, tutt’altro che neutra.

In Sardegna ci sono ancora troppe ferite aperte, nodi mai sciolti, la cui radice non è posta in un lontano e indistinto passato, ma nella stessa epoca contemporanea i cui sviluppi stiamo ancora vivendo.

Ostinarsi a rifiutare questo dato di fatto storico non è solo una disattenzione o una forma di ignoranza; c’è della malafede, o comunque ha un ruolo l’istinto di sopravvivenza di una classe dominante, che, nelle sue diverse articolazioni, comprese quelle culturali, ha molto da temere da una presa di coscienza collettiva sul nostro recente passato.

Che le piazze e le vie sarde siano state ridefinite, con diffusione capillare e con metodo, tramite una rivisitazione ideologica, calata dall’alto e orientata alla sottomissione di un territorio riottoso e non del tutto sotto controllo, è evidente. Anche nella interpretazione più indulgente è innegabile che si sia trattato di scelte puramente politiche.

Al contempo si è costantemente rimossa, sminuita o resa anodina ogni possibile simbologia alternativa.

La poca odonomastica riservata a personaggi della storia sarda sono spesso concessioni dovute, o addirittura scelte fatte in spregio ai personaggi chiamati in causa, non senza imbarazzanti falsificazioni storiche (sia pure avallate, a volte, dalla stessa intellettualità accademica).

Sanluri, via secondaria dedicata a Giovanni Maria Angioy – foto di Andrea Caneglias

Anche in questo ambito ha prevalso l’ideologia del “come se” e la collocazione della Sardegna e della sua storia non al suo proprio posto, con tutte le contraddizioni e le complessità del caso, ma in un “altrove” astratto e largamente fittizio.

C’è la rimozione dell’intera “questione sarda”, al centro della querelle odonomastica e monumentale. Proprio per questo, perché questo problema è sempre lì lì per emergere e deflagrare, la sua rimozione o, al peggio, il suo ridimensionamento sono necessari.

Allo stesso modo in cui in Italia si lanciano proclami a favore dei monumenti dedicati a personaggi come minimo problematici o si grida allo scandalo per l’abbattimento – realizzato o minacciato – delle statue altrui.

Lamentele e scandalo che – detto en passant – provengono, non a caso, dagli stessi ambienti che quasi negli stessi giorni, per non dire nelle stesse ore, stigmatizzavano presunti rigurgiti anti-lombardi (ossia, traducendo, ostili alla classe dominante italiana e ai suoi assetti).

L’indignazione della classe o del genere dominante, dei padroni, dei colonialisti è una spia del fatto che non è tanto la loro etica o la loro sensibilità civica ad essere messa in discussione, quanto precisamente il loro ruolo privilegiato. Dietro i simboli del potere ci sono sempre assetti materiali, rapporti di forza, diseguaglianze sociali. Vale anche per la Sardegna e per la questione delle statue e dell’odonomastica sabaude.

Il che, lungi dall’essere un argomento a favore della conservazione, al contrario è una ragione di più per perseverare in questa discussione e nelle lotte di emancipazione che da essa possono scaturire.

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