Scuola e cultura da vittime della gestione dell’emergenza a possibili terreni di lotta politica

Quindi, ricapitolando:

  • il calcio deve ripartire subito, che sennò la gente comincia a guardarsi attorno e magari a pensare (il basket no, troppo educativo, troppo poco italiano);
  • fino a ieri non si poteva fare nulla, tanto meno uscire dalla propria “regione”, per stringenti motivi sanitari, che però improvvisamente, letteralmente da un giorno all’altro, sono svaniti nel nulla, e dunque liberi tutti; tanto, se scoppia un nuovo focolaio in Sardegna, è la volta buona che ne facciamo un bel lazzaretto, la chiudiamo a doppia mandata fino all’estate prossima (sperando che nel frattempo chi doveva morire sia morto, e possibilmente si siano estinti anche i sardi), e chi s’è visto s’è visto;
  • piani di adeguamento delle strutture e dei protocolli sanitari (per non parlare della riformulazione dell’intero modello della sanità pubblica), questi sconosciuti, tanto “sono stati straordinari” ed “è stato un successo” (cit. Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza, e amministratori vari della Lombardia);
  • i reprobi sono “i giovani”, evidentemente non riportati a più miti consigli dalle settimane di clausura e ora così inopinatamente vogliosi di uscire e vedersi, ma pensa un po’.

Potremmo proseguire con l’elenco delle assurdità. Ma ce n’è una che vorrei sottolineare. Le vittime principali di tutto il “teatro dell’emergenza” (l’unico teatro funzionante, da tre mesi in qua) sembrano ancora la scuola e la cultura.

Bambini e ragazzi non sono mai entrati nel radar del governo né in quello degli amministratori regionali. Considerati un costo e un peso, da scaricare unicamente sulle famiglie, con un cinismo e direi una spietatezza che prima o poi andranno soppesati per bene, oggi riemergono appunto solo come problema.

Il mondo della scuola si è fatto carico di una situazione pesantissima, affrontata senza alcun sostegno e nemmeno alcun piano da parte del governo. Il corpo insegnante ha dovuto far ricorso alle proprie risorse materiali ed etiche, oltre che a quelle professionali, per tenere in piedi una sorta di finzione necessaria, al di là e a volte contro le disposizioni dei dirigenti e del ministero. Con l’unico scopo di non far perdere totalmente la bussola ai ragazzi, benché con limitata efficacia didattica e pedagogica.

Quando leggo nelle dichiarazioni ministeriali la soddisfazione per gli esiti della Didattica a Distanza e intravvedo la volontà di impiegarla ancora, come normale pratica scolastica, l’unica cosa che mi viene in mente, da genitore e da conoscitore del mondo scolastico, è qualche maledizione non riferibile.

La DaD è uno schifo, parliamoci chiaro. Non solo lo è di suo, per principio e per ragioni pratiche, ma in più c’è da dire che è stata sostanzialmente regalata ad aziende private, senza alcuna verifica di buon funzionamento, né di rispetto della privacy di docenti e discenti. A nessuno, al ministero o negli uffici scolastici periferici, è venuto in mente di mettere al lavoro una squadra qualificata di informatici e tecnici per allestire una piattaforma libera, non commerciale e aperta (ossia pubblica) da fornire agli istituti e agli utilizzatori. Che Google sia diventato il monopolista della didattica pubblica in Italia è già di suo uno scandalo su cui occorrerebbe una riflessione severa.

Come se non bastasse, non si vede all’orizzonte alcuna volontà di adeguare infrastrutture, personale, programmi a una frequentazione scolastica che sia non solo più sicura dal punto di vista della salute, ma anche più efficace. Le scuole italiane – e non parliamo di quelle sarde – sono vecchie, mal progettate, carenti da molti punti di vista, povere di mezzi e paradossalmente – in un epoca di stagnazione demografica – sovraffollate.

Se non si è approfittato nemmeno di una pandemia e del “tutti a casa” per ripensare strategicamente la scuola, credo che sia chiaro che non lo si farà mai. Se non forse per ridurre ulteriormente la spesa pubblica in questo ambito, aziendalizzare e privatizzare ulteriormente la scuola e favorire il distanziamento sociale, quello vero, ossia la diseguaglianza.

Né i piani di incorporamento degli/lle insegnanti precari/e, che sarà l’ennesima procedura astratta, quasi una lotteria, senza alcuna considerazione per il fabbisogno degli istituti e dei territori, né le ipotesi di riapertura in settembre – con le classi-pollaio e le gabbie di plexiglass (ma cosa prendono, prima di pensarsi queste assurdità?) – sembrano tenere presente la realtà. La scuola è solo un costo, da ridurre il più possibile e da rendere funzionale alla produzione e riproduzione di rapporti sociali iniqui. Punto.

Stranamente, però, i perbenisti progressisti, che stigmatizzano ogni tre per due l’analfabetismo funzionale altrui, auspicando riduzioni del suffragio universale (per gli altri), molto raramente pongono il problema di come sia davvero la scuola, in Italia, di come funzioni e di ciò che si potrebbe/dovrebbe fare per ridarle forza e capacità didattiche ed educative.

Quegli altri, fascisti e fascistoidi vari, conservatori, neoliberisti in servizio permanente effettivo, hanno da sempre poco da dire in proposito, se non lavorare in ogni modo ad un incremento dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza generalizzate.

Se guardiamo al caso sardo, la scuola ne esce ancora peggio. Il problema delle future assunzioni è una grana spinosissima su cui mi aspetterei una mobilitazione sindacale dura e decisa. La dipendenza passiva della scuola sarda dalle misure ministeriali e la gestione degli uffici scolastici affidata a personale troppo spesso paracadutato da chissà dove, ma anche una certa indole conservatrice e aziendalista di molti dirigenti (non di tutti, per fortuna), sono magagne strutturali che paghiamo a caro prezzo. Almeno quanto le carenze infrastrutturali e quelle dei trasporti locali.

O la Sardegna si dota di una propria politica scolastica, seria, onesta, rispondente alla realtà su cui incide (compresa quella linguistica), o continueremo a perdere terreno, non solo sul piano dei risultati scolastici e su quello meramente culturale, ma anche più in generale sul piano economico e sociale.

In parallelo al disastro scolastico procede la devastazione dell’ambito culturale. Certo, probabilmente di qui a poco riapriranno cinema e teatri, almeno dove sarà possibile far fronte ai costi che le misure di prevenzione del contagio imporranno. Riaprono le biblioteche, riparte in qualche modo l’attività culturale istituzionale. Ma tutto ciò che si è perso in questi mesi non sarà recuperato. In termini di lavoro, reddito, qualità della vita, produzioni, condivisione.

Molti appuntamenti culturali in Sardegna salteranno. Il festival “L’isola delle storie” di Gavoi ha già annunciato la propria sospensione, su altri gravano incognite troppo grandi perché possa esserne prevedibile lo svolgimento. Si tratta di eventi che richiedono programmazione, finanziamenti, un’organizzazione complessa.

In questo senso, non sarebbe male approfittarne per riflettere su cosa significhi fare cultura in Sardegna, come funzioni la macchina festivaliera, il circuito delle sagre e delle feste di paese, la fruizione del patrimonio storico-archeologico e museale, il mercato della cultura, dai libri alla musica alle arti figurative al teatro, ecc.

La cultura, dalla politica sarda, è considerata solo una possibile fonte di clientele a basso costo, altrimenti è percepita solo come una minaccia, se va bene come a una cosa inutile, di cui non merita darsi pensiero. E forse, nell’ottica di una politica da podatari, da gestori di una situazione di subalternità in conto terzi, tutto ciò è perfettamente coerente. Faccio notare come questa propensione sia identica e trasversale a tutti gli schieramenti rappresentati nelle istituzioni.

Forse il mondo della cultura, in Sardegna, dovrebbe cominciare ad affrancarsi dal ricatto della politica e diventare quel moltiplicatore di intelligenza, di gusto, di possibilità di vita e di libertà che non sempre riesce ad essere. Forse la sua eccessiva prudenza politica alla fin fine non gli ha giovato.

Non mi aspetto molto, invece, dall’ambito intellettuale universitario, troppo legato a logiche spartitorie, a meccanismi feudali e a un conformismo provinciale soffocante (non sempre e non dappertutto, ma nei suoi vertici e nel suo zoccolo duro senz’altro sì). Ma per tutto il resto dovrebbe essere chiaro che bisogna diventare soggetti politici attivi e di peso. Non in termini di organicità di partito, tanto meno di reggicoda delle fazioni di potere (come troppo spesso è stato fin qui), ma in termini di libertà d’azione, di creatività e anche di pressione non corporativa ma etica e pragmatica verso il Palazzo.

La cultura – in tutte le sue declinazioni, compreso l’ambito demo-antropologico, che in Sardegna non è affatto mero folklore né un residuato museale – è un ambito strategico decisivo, anche in termini economici; molto più grande e rilevante dello stesso comparto turistico, pure salito alla ribalta in queste ultime settimane. Eppure non è affatto in cima ai pensieri della politica. In Italia e in Sardegna. Come la scuola.

In cima ai pensieri della politica, in Sardegna (ma mutatis mutandis anche in Italia), ci sono “cemento-e-tondini”, speculazioni assortite, servitù più o meno dichiarate da ampliare e garantire, favori da fare e da rendere, prebende da ottenere o da conservare, clientele da soddisfare e possibilmente accrescere, ricatti da esercitare o da cui difendersi. Così stanno le cose. Teniamolo presente. E – lo dico come appello al mondo della scuola e della cultura – cominciamo ad agire di conseguenza.

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