Crisi come opportunità: nuovi paradigmi economici e politici per la Sardegna del dopo epidemia

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L’auspicio che dalla crisi sanitaria globale riusciremo a trarre qualche insegnamento va sostenuto da qualche idea, da qualche proposta. O almeno dall’indicazione di una prospettiva generale a cui rifarci.

La sensazione, molto forte, è che chi può si stia già ri-organizzando per ricavare da questa crisi ulteriori benefici e irrobustire così la propria posizione di forza.

Le classi dominanti globali, con le loro declinazioni locali, non perdono tempo in chiacchiere e purtroppo dispongono anche di risorse, di informazioni di prima mano nonché dei servigi dei mass media, ossia di un potere egemonico pervasivo e capillare.

Nonostante questo, il solo verificarsi di una crisi esogena rispetto ai meccanismi consueti della produzione e dell’estrazione di valore capitalista ne sta mettendo in luce le contraddizioni e i problemi strutturali.

Assumere come paradigma assoluto e generalizzato la legge del profitto privato e la competizione egoistica tra individui, magari spacciandolo per “naturale”, si dimostra un modello tanto ingiusto quanto particolarmente inefficiente, davanti alla sfida di una pandemia globale.

Sono conclusioni a cui ormai sono giunti molti studiosi e molti osservatori, oltre che la militanza politica ecologista e di sinistra dell’intero pianeta. Ma niente come una crisi esogena ha il potere didascalico di spazzare via la cappa ideologica sotto il cui dominio è stato gestito e devastato il mondo fin qui. Un gigantesco grido “il re è nudo!” sembra percorrere la Terra.

Bisogna vedere se e quanto saremo disposti ad ascoltarlo. E a crederci.

Non mi faccio illusioni circa la democraticità del morbo. È vero che il coronavirus non guarda in faccia nessuno né tiene conto del portafogli o della posizione sociale, ma sarebbe ingenuo ritenere che i fattori sociali non abbiano un peso nel contagio e nei suoi effetti.

Chi pagherà il prezzo più alto della pandemia saranno comunque le categorie economicamente e socialmente disagiate. Sta già avvenendo.

Non esiste alcun automatismo in virtù del quale la grande difficoltà che il modello capitalista sta attraversando si traduca automaticamente in una sua sconfitta storica e nella nascita – per magia? – di un modello sostitutivo già bell’e pronto e necessariamente migliore. Bisogna lavorarci. Servono sia la teoria sia la prassi. Ma da qualche parte ho già sentito queste cose.

Per ragionarci su, prenderei spunto da una riflessione, molto ampia e densa, di Carlo Mancosu*, ospitata da Michele Kettmaier sul suo blog, nelle pagine online del Sole24ore.

Mi pare un intervento particolarmente consono alla situazione, al contempo lucido e visionario al punto giusto.

A proposito della crisi attuale, dopo aver giustamente evidenziato come per tutta la nostra vita in fondo la crisi ci sia sempre stata, specie per le fasce sociali più deboli, Carlo Mancosu scrive:

Anche per quanto riguarda questa emergenza sanitaria, la diffusione del virus non ha fatto altro che far emergere gli elementi che erano già lì, limitandosi a mettere in evidenza i deficit, la fragilità e l’incapacità di resilienza del sistema.
[…]
Le domande che dovremmo porci pertanto non sono tanto: quando sconfiggeremo il virus, quando supereremo lo shock economico o quando torneremo alla normalità delle nostre vite pre-emergenza ma piuttosto quando, a livello sistemico e di paradigma, riusciremo a creare le condizioni economiche, politiche e sociali affinché questo tipo di eventi in futuro non debbano essere gestiti nella patologia dell’emergenza bensì nella fisiologia di una sana gestione della cosa pubblica, nell’interesse dei singoli e della collettività; una gestione in cui i piani, le strutture, le risorse (economiche, umane e tecnologiche), le persone siano già preparati e pronti ad affrontare questo tipo di shock non solo in maniera resiliente ma, direbbe Taleb, in maniere antifragile.

Il problema di fondo è che la logica economica dominante, quella imposta ideologicamente negli ultimi quarant’anni di neoliberismo, è intrinsecamente dannosa per la maggior parte dell’umanità e per la stessa biosfera. Ma oltre che constatarlo, bisognerebbe cominciare a trarre delle conclusioni pragmatiche.

Pensiamo all’Unione Europea. Questa crisi sta mettendo in chiaro quanto poco sia democratico e men che meno efficiente il modello oligarchico e tecnocratico a cui rispondono gli assetti dell’UE così come è stata concepita e realizzata.

Il fallimento è sotto gli occhi di tutti ed è dovuto alla mancanza di una reale conciliazione, in termini democratici, tra principio di autonomia/autodeterminazione dei popoli e necessità di un livello generale di contemperamento di diritti, necessità e interessi.

L’edificio politico e giuridico europeo, al di là dei proclami retorici, non è adatto a creare un circolo virtuoso tra locale e generale, tra appartenenze specifiche e appartenenza a una comunità di dimensione continentale.

L’UE, beninteso, non è stata creata per questo obiettivo, bensì per garantire il controllo delle risorse e delle relazioni sociali alle oligarchie locali e ai grandi gruppi di interesse che sostengono le compagini politiche dominanti.

La stessa dialettica – fittizia – tra tecnocrazia e sovranismo, come già detto da queste parti e altrove, non è che un conflitto tra contendenti che si muovono sullo stesso versante politico, dentro lo stesso campo di gioco. Gli interessi e gli obiettivi appaiono contrapposti, ma solo perché si tratta di concorrenza tra gruppi predatori parzialmente diversi a cui interessa lo stesso boccone. Ma all’antilope importa poco di essere sbranata dai leoni piuttosto che dalle jene.

I sovranisti non sono affatto meno padronali, più popolari, più interessati alla giustizia sociale e alla salvaguardia ambientale di quanto siano i loro contendenti liberisti delle varie congreghe al potere. Su troppe partite le posizioni sono indistinguibili, se non per sfumature o per la retorica utilizzata.

Se avessimo avuto un’Unione Europea vera, democratica, basata non sui gruppi dominanti e sui governi degli stati nazionali, ma sui popoli reali, sulle dinamiche sociali concrete e sul principio di solidarietà e di condivisione, anche l’emergenza della covid-19 sarebbe stata affrontata in modo più solido.

Se non si fosse imposta pressoché ovunque la prevalenza del profitto e degli interessi privati sui beni comuni, sul controllo pubblico e democratico delle infrastrutture strategiche, sui diritti civili e sociali, la risposta all’emergenza sarebbe potuta essere più coordinata a livello generale e più efficace a livello locale.

In attesa di discuterne di più e meglio, vorrei concentrare lo sguardo sulla realtà sarda.

Carlo Mancosu conclude il suo intervento/appello in questo modo:

[…] sono convinto che, data l’ineluttabilità del cambiamento, tra l’opporci invano allo scorrere della corrente o il subirlo passivamente, noi tutti dovremmo scegliere, senza esitazione, di esserne parte attiva e di agire il cambiamento invece di esserne agiti.
Non scordiamo infatti che la parola crisi non a caso deriva dal greco κρίσις,“scelta, decisione”, ed quello che come singoli e come collettività dovremmo iniziare a fare: scegliere. Scegliere di non subire il cambiamento, scegliere di occuparci del futuro, perché il futuro lo si costruisce nel presente, attraverso le decisioni che prendiamo, giorno per giorno, perché il futuro appartiene alle generazioni che verranno e come ci insegna la tragedia greca, i figli sono condannati a pagare gli errori dei propri padri.
Per cui, per quanto non avremo mai in mano tutte le risposte di cui abbiamo bisogno, potremmo almeno cominciare con il non porci le domande sbagliate.
Come disse qualcuno più vecchio e più saggio di me: “per noi uomini la via che conduce a ciò che è vicino risulta essere sempre la più lunga e quindi la più difficile da percorrere”. La buona notizia, pertanto, è che, forse, le risposte che cerchiamo si trovano già vicino a noi, tanto vicino che ancora non ce ne siamo neppure accorti.

Provo a seguirne l’esortazione, dunque, anche per rispondere a una sollecitazione del manifestosardo, relativa allo scenario isolano.

Anche, e forse più che mai, in Sardegna è necessario trasformare questa crisi in un’opportunità di riformulare i paradigmi socio-economici e politici, non solo in termini astratti e teorici, ma soprattutto sul piano concreto.

Ci stiamo rendendo conto di quanto l’inadeguatezza e l’impreparazione prodotte da decenni di selezione al ribasso della classe politica sarda costituiscano un pericolo insostenibile.

Ma non è solo questo. È il complesso dei modelli produttivi, delle articolazioni sociali e dei loro effetti culturali che va ridiscusso e riformato.

Un luogo come la Sardegna avrebbe dovuto rispondere meglio di altri all’emergenza sanitaria. Il fatto di non riuscirci non dipende da limiti propri, naturali, strutturali e insuperabili, e nemmeno solo dalla cialtronaggine di chi governa adesso.

C’è un problema di fondo, che va evidenziato e a cui va data una risposta lungimirante, a più livelli, di portata storica. Provo a tratteggiarne qui alcuni aspetti, senza l’ingenuità di credere che la questione possa essere esaurita compiutamente in poche battute sintetiche.

Partiamo da dati di fatto evidenti e anche alquanto drammatici.

La Sardegna non ha una economia propria, non ha una rete di relazioni sociali e di rapporti di produzione pienamente compiuta e matura, non dispone di una articolazione sociale variegata e animata da una forte dialettica interna. In questo senso siamo solo un abbozzo storico. Siamo più che altro un’appendice periferica, dipendente e subalterna di qualcos’altro. Forse era questo che intendeva Gramsci per “nazione mancata”.

Ciò è il frutto di una storia ormai lunga, che ha prodotto effetti profondi, per lo più negativi.

Le dinamiche economiche dell’isola sono asfittiche, ingabbiate e dipendenti da fattori esterni, da scelte politiche di corto respiro e puramente opportunistiche, spesso di indole subalterna se non proprio coloniale.

La Sardegna produce poco e il reddito della popolazione è largamente legato dall’apparato amministrativo e agli stipendi del comparto pubblico o para-pubblico.

La Sardegna importa moltissimi beni, compresi quelli alimentari, ed esporta prevalentemente idrocarburi e prodotti di raffinazione, più prodotti chimici e metallurgici (comprese le armi), e qualcosa nell’agroalimentare. Esporta anche molta energia, senza guadagnarci nulla.

Lo stesso turismo è una voce secondaria della ricchezza economica generata sull’isola e i suoi introiti non alimentano l’economia locale, se non in termini residuali e accessori, alimentando invece il consumo del suolo e la speculazione edilizia e generando profitti e rendite prevalentemente esterni, ovvero di natura passiva, senza alcun valore aggiunto.

Di contro, disponiamo di un territorio vasto, con zone a vocazione agricola già infrastrutturate ma rimaste improduttive. Abbiamo eccellenze artigianali e persino manifatturiere che sorgono come fiori nel cemento, affiancate da poli industriali in decadenza, fonte di inquinamento ambientale e di alienazione sociale e culturale. E non parliamo della persistente occupazione militare di aree vaste e, in qualche caso, per sempre compromesse.

Non è un caso se lo spopolamento e l’invecchiamento della popolazione residente sono diventati un problema strategico decisivo. La stessa distribuzione demografica, sbilanciata verso le coste e i poli urbani maggiori, è sintomo di un problema più che una spontanea e fisiologica dinamica storica.

Nella logica aziendalista e privatistica dominante, l’unica risposta a questi processi demografici è stata la soppressione di servizi essenziali, del welfare, di presidi sanitari, scolastici, culturali nei centri minori. Questo, da parte di tutte le compagini – per lo più di indole derivativa e non autonoma – succedutesi al governo dell’isola.

Ciò causa ulteriore impoverimento, perché toglie ossigeno al possibile indotto, alle attività economiche locali, alla possibilità di vita di chi sceglie di non andarsene.

È un circolo vizioso che va spezzato. Bisogna ridisegnare l’intera economia sarda e i suoi effetti sociali e demografici su basi totalmente diverse.

Prima di tutto bisogna tornare a produrre in Sardegna. A produrre per il fabbisogno interno.

Non in termini meramente autarchici, che è pur sempre una forzatura e un’artificiosa e auto-inflitta forma di isolamento e impoverimento. Bensì dentro una logica opposta a quella vigente.

Abbandonare il modello mercantilistico dominante, ma senza cadere nella più ottusa fisiocrazia, diciamo. E rimettendo in discussione, radicalmente, l’approccio estrattivista, oligarchico e anti-popolare che, in forme per di più degradate e subalterne, informa di sé l’economia e i rapporti sociali e politici nell’isola.

Sono tanti gli ambiti in cui intervenire, a partire da quelli fondamentali. Provo a fare qualche esempio, ambito per ambito, senza pretesa di esaustività.

La produzione di energia è fondamentale. Nessuna tesi decrescicista potrà mai convincermi che la tecnologia sia di per sé un male e che dobbiamo semplicemente rinunciare ad usarla. Ma per averla ed usarla, nelle sue varie forme, serve energia. Il problema è come procurarsela e come distribuirla.

Bisognerà puntare – necessariamente e non in tempi biblici – a produrre energia in modo pulito, decentrato, “democratico”, non per l’esportazione o per sostenere il sistema produttivo italiano in termini brutalmente coloniali, come adesso, né per alimentare forzosamente il morente apparato industriale isolano, bensì prima di tutto per le necessità produttive e civili locali.

Energia prodotta non da fonti fossili, ma da un sistema reticolare basato su una diversificazione delle fonti rinnovabili e finalizzato all’equilibrio tra bisogni e produzione, nonché – in questo caso sì – all’autosufficienza.

Bisognerà poi produrre cibo e bisognerà distribuirlo in modo efficiente, senza più dipendere in modo decisivo dall’importazione, dai trasporti esterni, dagli interessi della grande distribuzione e dalla mediazione degli intermediari internazionali.

L’ottica cooperativista e la condivisione dei saperi, delle tecnologie, dei canali distributivi dovrebbero presiedere alla rinascita di un comparto fondamentale non solo dell’economia ma della vita stessa di ogni comunità.

Bisognerà ri-pubblicizzare le reti strategiche (stradali, idriche, telefoniche-informatiche, ecc.), restituendone il controllo alle comunità, ma al riparo dalle spartizioni clientelari. E bisognerà riformulare la gestione dei beni comuni, fondandola sull’universalità e sui diritti, non più sul rapporto privatistico tra fornitore e cliente.

Il comparto manifatturiero, piuttosto che essere smantellato o ridisegnato di volta in volta a seconda degli interessi corporativi, delle ripartizioni clientelari o di appetiti esogeni di indole neo-colonialista, andrebbe ripreso in mano e ri-progettato.

Una diversa forma di approvvigionamento energetico – così come prospettata più sopra – alimenterebbe tra le altre cose una forma di produzione più specializzata, meno mastodontica ed energivora, ma a maggior valore aggiunto, magari partendo dalle risorse locali, dalla loro trasformazione e dalla ricerca relativa.

A questo tema non è estraneo, naturalmente, quello della raccolta e del trattamento dei rifiuti, tasto dolente della politica sarda. Una politica che, per logiche di bassa convenienza opportunistica, ha sempre guardato con diffidenza alla possibile chiusura virtuosa del ciclo dei rifiuti (pensiamo alla follia di continuare a produrre alluminio primario anziché avviare a riciclo quello raccolto e differenziato), prediligendo gli inceneritori.

Non dobbiamo partire con l’idea che tutto questo sia irrealizzabile. Il grande patrimonio di creatività mostrato dai sardi in ogni campo dovrebbe trovare sfogo prima di tutto in Sardegna, ma non bisogna avere remore, se necessario, a richiamare competenze dall’esterno, a partire da quelle maturate nella nostra diaspora.

A questo proposito, altra cosa da inserire nella prospettiva generale è l’obiettivo di dotarci di istituzioni accademiche e di ricerca autonome e autorevoli, svincolate dagli apparati ministeriali italiani e dagli interessi che essi rappresentano, e culturalmente non subalterne.

Discorso che inevitabilmente tocca anche la scuola e che va anch’esso rimesso in moto, già dentro le possibilità offerte dall’ordinamento attuale, ma senza rinunciare a un grande e coraggioso disegno di riforma. La democratizzazione della scuola e la sua riorganizzazione in base alle esigenze e alla composizione demografica e sociale dell’isola sono una necessità strategica non eludibile.

Con gli stessi criteri andrebbe ridisegnata la sanità pubblica e tutto il sistema del welfare, abbandonando la strada delle privatizzazione e delle esternalizzazioni. Tema al centro del dibattito internazionale, visti i disastri nella gestione della pandemia a livello mondiale.

È indispensabile una sanità universale, pubblica, ben organizzata e ben dotata di strutture territoriali, di dispositivi e personale adeguati, a prescindere dall’emergenza pandemica ma tanto più per poter rispondere a questo tipo di eventi. Sanità che va al più presto risanata e sottratta al neo-feudalesimo clientelare che l’ha devastata fin qui, così come alla logica privatistica dominante. Senza dimenticare l’ammonimento del compianto Vincenzo Migaleddu: il diritto da garantire è quello a vivere sani, prima ancora che a curarsi.

Non può mancare un piano complessivo riguardante le infrastrutture fisiche e i trasporti, specialmente interni. La coscienza di appartenere a una comunità si basa anche sulla reale connessione tra le persone, tra le formazioni sociali, tra i territori. Una rimodulazione intelligente della rete dei trasporti interni è una delle varie necessità strategiche, anche nell’ottica di aprire in termini virtuosi e non meramente consumistici il nostro patrimonio storico-archeologico e ambientale alla conoscenza e al godimento dei viaggiatori, degli studiosi e dei turisti.

Per esempio, progettare una rete ferroviaria sarda, elettrificata, dotata di mezzi e di personale adeguati, ben connessa con gli altri mezzi pubblici, con porti e aeroporti e con le reti urbane, dovrebbe essere una priorità assoluta.

In connessione con tutto questo, la questione generale del reddito e delle diseguaglianze socio-economiche va inquadrata dentro cornici nuove.

È una questione fondamentale, ovviamente, perché senza capire come possono le persone procurarsi i beni e i servizi di cui hanno bisogno, tutti i discorsi in tema socio-economico diventano meri esercizi retorici.

Esiste una forte resistenza, in diversi ambiti ideologici, al reddito di cittadinanza universale e incondizionato. Noto tuttavia dei cedimenti in proposito, in queste settimane di difficoltà indotta dall’emergenza sanitaria.

Al di là del ragionamento sul reddito universale e incondizionato, in Sardegna si potrebbe aprire una discussione, forse più pragmatica, almeno nell’immediato, su una possibile rimodellizzazione delle fonti di reddito e sull’accesso reale ai beni e ai servizi.

In fondo, i soldi sono importanti prima di tutto per ciò che essi ci consentono. Ma se la soddisfazione dei nostri bisogni, anche voluttuari, potesse essere raggiunta senza denaro, ci preoccuperemmo così tanto dei soldi?

Sui bisogni non voglio spendere troppe parole, anche se è un tema importante e sottovalutato. Mi limito a evocare le enunciazioni della scuola economica dello “sviluppo su scala umana”, che proprio dallo studio dei bisogni prende le mosse. A quella mi rifaccio e a quella rimando.

Ma, al di là di questo aspetto teorico, quel che è importante tenere presente è che già oggi in Sardegna molti bisogni, fondamentali o meno che siano, vengono soddisfatti da una rete di scambi e di relazioni che sfuggono alle categorizzazioni e alle misurazioni econometriche ufficiali.

Un’economia dell’auto-produzione e dello scambio non contabilizzata nel PIL, ma decisiva nella qualità della vita delle famiglie.

Su questo andrebbe condotta un’indagine sistematica, di natura sociologica, ma anche di natura quantitativa ed economica. Non per ricondurre questa economia parallela e complementare alle forme previste dalla giurisdizione fiscale e dalle statistiche ufficiali, ma per quantificarne la portata e comprenderne il meccanismo.

Potrebbe essere un modello di base per una forma di produzione e scambio meno legata al profitto dei grandi intermediari e a economie di scala eterodirette.

Ad essa andrebbe affiancato uno studio sulle monete complementari e sull’esperienza di Sardex, in modo da comprenderne funzionamento, risultati, limiti e ulteriori potenzialità.

Il tutto, dentro un quadro complessivo di riformulazione delle relazioni economiche e sociali, non vincolata alla circolazione del denaro, ai circuiti del credito, agli interessi dei grandi gruppi finanziari, e invece più aderente ai bisogni reali e alle necessità produttive delle nostre comunità.

In quest’ottica sarebbe opportuno anche ripensare il prelievo fiscale, liberando le forze produttive, colpendo le rendite parassitarie e i grandi patrimoni e ridefinendo in termini realmente progressivi tutta l’imposizione tributaria. Questa naturalmente è materia statale e indirettamente anche comunitaria (dato che i bilanci statali sono sempre sub judice e devono rispondere a norme e rapporti di forza continentali e internazionali). Fintanto che la Sardegna sarà parte dello stato italiano non avrà una competenza primaria e completa sull’intera materia.

Tuttavia, anche a statuto vigente, qualcosa può essere pensata e anche realizzata, a livello “regionale”; d’altra parte la stessa annosa vertenza entrate, a dispetto delle vanterie delle varie compagini politiche che hanno governato l’isola negli ultimi quindici anni, non è mai stata chiusa definitivamente né in modo soddisfacente.

La prospettiva di rinnovamento generale non può non toccare l’ambito istituzionale, anche se in questo caso i passaggi procedurali e i passi avanti non saranno facili né rapidi. Certo è che risulta quanto mai necessario democratizzare l’intera sfera pubblica. Per esempio riformando l’apparato regionale e le istituzioni rappresentative già dentro l’ordinamento vigente.

In questo senso la discussione – adesso interrotta – sulla necessaria riforma elettorale deve essere inserita nel contesto di un più ampio confronto sul modello di democrazia che vorremmo adottare.

Personalmente includerei nella riforma il ripristino di un numero di consiglieri regionali idoneo a rappresentare tanto le varie istanze sociali e ideali presenti sull’isola, quanto i suoi territori. Quindi almeno 80, ma anche 100 eletti. Magari adeguandone i compensi al costo della vita reale e alla remunerazione media del lavoro in Sardegna.

Andrebbe sfoltita la macchina amministrativa centralizzata della Regione, realizzando un vero decentramento, ripristinando gli enti intermedi e creando una reale sussidiarietà tra il livello locale e il livello generale. Le forme di questo decentramento andrebbero valutate e calibrate sulla realtà demografica, socio-economica, geografica e direi anche storica dell’isola.

Sul versante opposto, quello dei rapporti con lo stato, dovrebbe essere rilanciata in termini molto più radicali la dialettica tra istituzioni sarde e istituzioni centrali, avviando una battaglia politica e giuridica, a tutti i livelli, compreso quello internazionale, per guadagnare spazi di autonomia e di democrazia sempre maggiori, senza paura di rotture o di conflitti.

Ovviamente tutto questo non si concilia con gli assetti politici oggi dominanti. Non può essere nemmeno discusso dentro la dialettica fasulla e subalterna che caratterizza l’ambito politico istituzionale e gli interessi a cui risponde.

Per questo è indispensabile portare a compimento o comunque irrobustire il processo di democratizzazione e di autodeterminazione in corso, traducendolo non solo in una partecipazione più larga e diffusa dei cittadini alla cosa pubblica (nel suo senso più ampio), ma anche in una proposta concreta dentro i meccanismi elettorali e istituzionali *così-come-sono*.

Ma mi fermo qui.

C’è bisogno di tanti elementi e di tanti fattori per completare il disegno di questa grande rivoluzione socio-economica e politica e per porla in relazione virtuosa con ciò che succede fuori dalla Sardegna.

C’è bisogno di intelligenze e di generosità, di fiducia e di intransigenza etica e politica, di chiarezza e di umiltà. E c’è bisogno della collaborazione di tante persone.

Naturalmente quelli qui presentati sono solo degli spunti, con tutti i limiti che lo spazio a disposizione e le capacità di chi scrive impongono. Ma credo che siano tematiche e questioni a cui non possiamo sottrarci. Sempre che intendiamo davvero aprire una fase storica di riscatto collettivo.

Intanto sarebbe già qualcosa discuterne, almeno tra coloro che sono sensibili a questa prospettiva o che comunque non partecipano né sono interessati ai vantaggi garantiti dall’apparato coloniale e clientelare oggi ancora al potere. Un buon modo, secondo me, per non subire passivamente tanto le restrizioni dettate dalla pandemia (necessarie ed efficaci o meno che siano), quanto le sue conseguenze.





*Carlo Mancosu, 1980, è stato, tra le altre cose, tra i fondatori di Sardex. Oggi è impegnato su altri progetti, ma sempre sullo stesso fronte.

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