Emergenza coronavirus: la cialtronaggine al potere è sempre più pericolosa

Giunta regionale, sarà dimezzata. I sei assessori nominati ...

È inevitabile – anche se non piacevole – continuare ad occuparsi dell’emergenza in corso. Bisogna provare a farlo con una dose adeguata di senso critico.

Per fortuna si sta facendo in più sedi (per esempio qui, o qui, o – in Sardegna – qui e qui), nonostante lo stigma negativo che spesso viene attribuito a chi non si rassegna alla passività e al conformismo.

La spinta egemonica di politica e mass media mira chiaramente a mantenere alto il livello di tensione e a indirizzare il disagio diffuso verso capri espiatori di comodo e false piste.

Lo scenario che si apre è quello di misure autoritarie sempre più estese e capillari, ulteriori e sempre meno coerenti rispetto alla specifica emergenza sanitaria, che costituiranno una solida base di precedenti da cui sarà difficile tornare indietro, anche quando l’emergenza reale del contagio sarà finita o ridotta a livelli non preoccupanti.

Le misure intraprese dal governo centrale e dalle amministrazioni regionali e locali, per altro, non sembrano nemmeno sortire gli effetti auspicati e annunciati.

La politica, costretta a recitare la sua parte in commedia, improvvisa, sulla spinta di emozioni suscitate artificiosamente dagli organi di informazione, a loro volta imbeccati dalla stessa politica e dai vari centri di interesse dominanti, in un loop demenziale e pericoloso che prescinde dalla realtà, dai problemi concreti e dalla vita dei cittadini.

Il livello di contagi e di morti registrato in Italia è un unicum, ma anziché evidenziarne le cause (abbastanza verificabili) si sposta il focus dell’attenzione pubblica e si adottano misure sempre più autoritarie, giuridicamente pasticciate e politicamente gravi.

A seguire la stampa e la politica la colpa di tutto ciò sarebbe di chi esce di casa per fare due passi in solitudine, del pensionato che va in campagna – sempre da solo – a togliere le erbacce dall’orto e del podista più o meno occasionale.

Si evocano stereotipi (l’italiano medio come incline a violare le regole e a farsi gli affari propri, l’esistenza di presunti “furbetti”, ecc.).

Si enfatizzano eventi e circostanze di minimo impatto, le occasionali infrazioni delle misure governative, come prova della necessità di ulteriori restrizioni dei diritti e delle libertà, in barba alla “costituzione più bella del mondo”.

I mezzi pubblici stracolmi di lavoratori (ottima idea ridurne le corse, complimenti!), le fabbriche e le aziende a pieno regime (comprese quelle che producono armi?), le condizioni precarie e la scarsità o assenza di dispositivi di protezione (i famosi DPI, magari anche prodotti in Italia, ma venduti all’estero) che affliggono il personale medico e ospedaliero invece non sono mai menzionate come cause del contagio.

L’economia non può fermarsi, no? Laddove per economia si intende diritto al profitto per padroni grandi e medi, capaci di influenzare le scelte politiche. O pensiamo sia un caso che la Lombardia abbia quei numeri drammatici di contagiati e di morti? Tutta colpa del jogging?

Gli stessi slogan adottati e resi popolari fin qui tramite i media (tradizionali e social), con una certa complicità da parte di influencer e intellighenzia varia, a ben guardare sono come minimo inquietanti.

“Andrà tutto bene” è la tipica frase da film/serie tv che prelude a una morte immediata o a qualche svolta drammatica.

“Io resto a casa” suona come uno sfottò di cattivo gusto non solo per chi una casa non ce l’ha, per qualsiasi ragione (pensiamo anche ai carcerati o ai malati non di coronavirus impossibilitati a lasciare gli ospedali, ecc.), ma anche per chi non vive in comodi appartamenti, spaziosi e dotati di ogni comfort, né in piacevoli residenze dotate di spazi di sfogo (giardini, terrazzi, ecc.).

Così come sa di pura perfidia nei confronti di chi, restando a casa, perde una fonte di reddito, magari l’unica, per sé e per la propria famiglia.

Moltissimi nuclei familiari dispongono di spazi esigui, di redditi bassi o evanescenti, di mezzi minimi, anche riguardo all’accesso alla Rete, di possibilità di svago domestico limitate.

E la cosa si aggrava di molto se si hanno figli.

Senza considerare – ma forse sarebbe la prima cosa di cui tener conto – del pericolo che per molti, ma direi soprattutto per molte donne, costituisce la convivenza domestica.

Non parliamo poi dei riti collettivi ognuno-da-casa-sua, vere kermesse apotropaiche di massa, che persino le istituzioni certificano e promuovono.

La cappa nazionalista che ammorba tutta la comunicazione mainstream, con bandiere tricolori e inno di Mameli sciorinati a reti unificate, ha un che di profondamente inquietante.

In Sardegna, per di più, appare come una resa incondizionata alla colonizzazione mediatico-culturale. Pessimo segnale, se l’adesione a queste manifestazioni dovesse essere massiva.

In Sardegna, le stesse misure governative suonano a tratti demenziali. Per certi versi persino inapplicabili in termini pratici. Ma non c’è nessuno, nel Palazzo, che osi dirlo e trarne le debite conclusioni.

Essere privi di una classe dirigente consapevolmente sardo-centrica, di forze e di personale politici orientati al bene comune e sensibili al senso di appartenenza all’intera comunità isolana, adeguatamente preparati e formati, ha un costo enorme.

Essere governati, in ogni spazio pubblico disponibile (con poche meritorie eccezioni), da personaggi selezionati non per le loro virtù ma per i loro difetti, è un peso insostenibile, in momenti di crisi acuta.

Non disporre di un panorama mediatico indipendente e all’altezza della situazione, soprattutto come direzione e come indole politica, è un danno ulteriore.

La plateale rinuncia ad assumersi qualsiasi responsabilità va di pari passo con la drammatica carenza di capacità politica. Che, a dispetto di quanto ci viene costantemente insegnato, non corrisponde alla furbizia tattica, alla capacità di raggranellare consensi clientelari, di procurarsi le “amicizie giuste” e di soddisfare le aspettative di chi conta a Roma, o a Milano.

In Sardegna i veri centri di diffusione del SARS-CoV-2 sono proprio i presidi sanitari. I pochi contagi iniziali si sono moltiplicati soprattutto a causa della mancata protezione del personale e – questo andrebbe indagato – forse a causa del mancato rispetto di procedure di prevenzione e profilassi. La scarsità di personale medico, inoltre, costringe diversi medici di famiglia a fare la spola tra diversi comuni.

Anche in questo caso i numeri sono impressionanti. Se è vero che circa la metà dei contagi (ma in alcune località molti di più) riguarda personale medico e ospedaliero, a fronte di percentuali nel mondo e in Italia drasticamente più basse, allora qui c’è il nodo della questione.

È una situazione alla quale nessun decreto governativo e nessuna misura della giunta regionale ha ancora dato risposta.

Anzi, il nostro governo regionale ci mette quotidianamente del suo per creare confusione. E lo ha fatto da subito. Da quando l’impassibile assessore Nieddu annunciava che la Sardegna era del tutto preparata all’emergenza. E ha continuato fino ad oggi, col solito assessore Nieddu a rilasciare le ennesime irricevibili dichiarazioni (il “ci può stare” che tanta indignazione – giustificata – sta sollevando).

In definitiva l’isteria scatenata contro i “passeggiatori”, i “runner” e gli altri pretesi “untori”, benché sapientemente alimentata, si scontra con evidenze di tutt’altro tenore e di ben maggiore solidità.

Ieri a Cagliari su circa 800 controlli, le denunce sono state… 6. Sì, proprio 6; uno due tre quattro cinque sei. Meno dell’1%!

Eppure si invocano i militari per strada. A cui magari – come indicato a livello ministeriale – destinare prioritariamente le protezioni e i controlli che si negano al personale medico e ai lavoratori.

Nella porzione dello stato italiano più militarizzata e con uno dei tassi di presenza di forze dell’ordine più alti, e al contempo con la minore densità abitativa, la politica istituzionale, maggioranza e (pseudo)opposizione, non sa che pesci prendere, se non invocare Santu Efis e chiedere l’intervento della Brigata Sassari.

Le uscite dei nostri governanti locali sono talmente improvvide, che a volte danno l’impressione di essere tutti precipitati in una versione grottesca di qualche fiction distopica.

Ma non è una fiction, è la nostra vita. Al di là della legittima preoccupazione per il contagio, non possiamo rinunciare alla comprensione critica e consapevole di quanto sta succedendo.

Dobbiamo restare vigili e archiviare diligentemente tutto. Dobbiamo fare memoria di quanto sta succedendo in queste settimane. Nessuno dovrà esser indenne da una severa verifica e da un’altrettanto severa valutazione delle scelte fatte.

E non bisogna smettere di pensare al “che fare?”. Perché c’è bisogno di scelte forti e di cambiamenti radicali, e l’emergenza coronavirus non fa che confermare e rafforzare quest’urgenza.

14 Comments

  1. Pessimo articolo: il catalogo di ciò che non piace e l’o missione di ciò he serve.
    Semplice, semplicistico. Meglio niente, grazie!

    1. Commento piuttosto inutile, oltre che platealmente livoroso.
      Se argomenti di più e meglio la tua obiezione, forse si può imbastire una discussione. Altrimenti il “meglio niente” puoi considerarlo rispedito al mittente. E senza il “grazie”.

    2. E sei venuto fin qui per dire «meglio niente»?
      Capisco che in questi giorni chiusi in casa i poveri di spirito non hanno un cazzo da fare, ma se ti sforzi un passatempo lo trovi.

      1. Il commento di Vittorio Sechi era inappropriato nella forma e molto povero di contenuto. Però eviterei di usare toni polemici in stile social. Non siamo su Facebook e ci terrei a mantenere chiara la differenza.

        1. Hai perfettamente ragione. Mi scuso per l’affrettato commento privo di contenuti.
          Ho rimediato inserendone un altro..

        2. Commento inserito ma che non leggo.
          Ho commesso qualche errore e lo devo riproporre?

  2. L’emergenza COVID-19 è mal gestita, dal punto di vista comunicativo e normativo, dal governo centrale e da quello regionale. Si procede per tentativi, senza una idea compiuta di cosa occorre fare.
    In Regione, oltre alla richiesta di chiusura per porti e aeroporti, sono state recepite le norme nazionali e si è fatto molto rumore per nulla. Comprese le invocazioni dei Santi o dei militari.
    Sono stati più intraprendenti alcuni sindaci, anticipando le norme nazionali con la chiusura dei parchi pubblici cittadini.
    Tuttavia, per chiarire la verità, sebbene sia presto, sarebbe utile costruire la cronistoria di chi e quando, ha detto e fatto cosa.
    La speculazione politica, pure legittima, ora, lascia il tempo che trova e si può fare su tutti ma pare figlia più riflessi pavloviani che di riflessione.
    Vogliamo parlare del governo nazionale?
    Dei 600 euro di mancia agli autonomi da richiedere con un clic day?
    Della necessita di preventivo accordo sindacale per la cassa integrazione e altre simili amenità?
    Oppure vogliamo discutere dell’utilità di inchieste invocate da deputati in cerca di visibilità?
    Delle di proposte di sovvenzione agli organi di informazione da parte di consiglieri regionali di opposizione?
    Mi pare velleitario pensare di avere capito già un fenomeno in divenire del quale anche gli esperti sanno poco.
    In questa fase prima di sparare sentenze sarebbe utile dubitare, anzitutto di se stessi, per fare servizio alla verità.
    Dire che “I pochi contagi iniziali si sono moltiplicati soprattutto a causa della mancata protezione del personale e – questo andrebbe indagato – forse a causa del mancato rispetto di procedure di prevenzione e profilassi” è una ipotesi come un’altra. Non è detto che sia vero.
    “Io credo che ci siano dei fattori, che ancora non conosciamo, che possono favorire la diffusione e la permanenza del virus, eventualmente legati alle strutture ospedaliere. Esistono esempi precedenti: il virus SARS 1 era circolato attraverso la condotta dell’aria dell’Hotel M a Hong Kong. Oggi noi dobbiamo essere certi che il coronavirus non sia entrato negli impianti di aerazione di edifici vetusti”. Lo dice la virologa Ilaria Capua.
    Poi è vero in Sardegna manca una classe dirigente e il sistema di acquisizione dei ruoli è basato su logiche di fedeltà politica più che di competenza, soprattutto in sanità, ma non lo scopriamo oggi.

    1. Non ho ben capito dove stia il nocciolo dell’obiezione.
      I fatti riportati sono fatti, ripresi dalle fonti d’informazione principali. Le valutazioni e i dubbi sono appunto valutazioni e dubbi; opinabili, chiaramente, ma sulla base di qualche argomentazione pertinente.
      Sono anche d’accordo che non si debba fare speculazione politica, come quella che stanno facendo in questi stessi giorni diversi leader italiani. Ma andrei a fare quest’obiezione a loro. Qui, dove non c’è alcuna traccia di speculazione politica, non ha molto senso.

    2. @Libero, cito dal tuo commento:
      “Sono stati più intraprendenti alcuni sindaci, anticipando le norme nazionali con la chiusura dei parchi pubblici cittadini.”

      Consideri l’intraprendenza di alcuni sindaci un valore positivo assoluto o ne stai solo riportando l’esistenza? Mi spiego meglio: non capisco se stia entrando nel merito della decisione presa ritenendola sensata (e su questo ci sarebbe da discutere abbondantemente) oppure se stia valutando positivamente l’intraprendenza nel senso “almeno provano a fare qualcosa” (e anche su questo ci sarebbe da discutere altrettanto, perchè alcune misure mi sembrano un poco tzaccadas a mesu).

      Cito ancora:
      “Tuttavia, per chiarire la verità, sebbene sia presto, sarebbe utile costruire la cronistoria di chi e quando, ha detto e fatto cosa.”

      e cito da Omar Onnis:
      “Dobbiamo restare vigili e archiviare diligentemente tutto. Dobbiamo fare memoria di quanto sta succedendo in queste settimane. Nessuno dovrà esser indenne da una severa verifica e da un’altrettanto severa valutazione delle scelte fatte.”
      Io non ci leggo troppe differenze.

      “Mi pare velleitario pensare di avere capito già un fenomeno in divenire del quale anche gli esperti sanno poco.
      In questa fase prima di sparare sentenze sarebbe utile dubitare, anzitutto di se stessi, per fare servizio alla verità.”

      “Ma non è una fiction, è la nostra vita. Al di là della legittima preoccupazione per il contagio, non possiamo rinunciare alla comprensione critica e consapevole di quanto sta succedendo.”
      Idem come sopra

      “Dire che “I pochi contagi iniziali si sono moltiplicati soprattutto a causa della mancata protezione del personale e – questo andrebbe indagato – forse a causa del mancato rispetto di procedure di prevenzione e profilassi” è una ipotesi come un’altra. Non è detto che sia vero.”
      Si dice “questo andrebbe indagato perché “non è detto che sia vero”. Forse c’è stato un errore nel non usare un condizionale, ma un errore che viene mitigato dal “forse” successivo. Nel merito della questione infatti la cosa migliore è parlarne, anche solo per il motivo di mantenere attive le menti. Io non posso stare a casa due settimane (per ora), più di un mese (nella migliore delle ipotesi), un anno (a occhio), semplicemente accettando che non ci siano e non ci fossero alternative (cito a memoria dal discorso di Giuseppe Conte di ieri notte; discorso perdipiù preceduto dalle dichiarazioni di un medico che sconsolato si chiede come sia possibile che sia capitato in un paese con uno dei sistemi sanitari migliori al mondo (???).

  3. I fatti riportati, sono fatti conditi di giudizi di valore, già dal titolo.
    Le ipotesi sulle cause dei fatti sono quanto meno parziali.
    Se poi i commenti sono spediti al mittente o devono cambiare indirizzo, va bene, prendo atto e chiedo scusa per il disturbo.

    1. Questo è un modo scorretto di discutere. Non siamo su un social. Qui non è ammesso nessun tentativo di buttarla in casino.
      Già questa tua replica sta sul versante sbagliato. Come vedi il tuo commento è stato accolto (potevo anche cestinarlo). Quindi, lasciamo stare la menata sulla censura del dissenso (un trucchetto retorico abusato).
      Prova a ripartire.
      Vanno bene le obiezioni argomentate.
      Se contesti un fatto riportato (ripreso da fonti giornalistiche, magari) devi spiegare dove sta l’errore e proporre un’alternativa convincente, possibilmente con una o più fonti a supporto.
      Se contesti un’opinione, devi spiegare perché la contesti, senza attaccare chi l’ha espressa.
      Dopo di che, si può anche dissentire e restare ognuno della propria opinione. Ma senza polemiche o tentativi di flaming.
      Le regole di netiquette di questo spazio sono dichiarate nell’apposita pagina. Consiglio di rileggerle (o leggerle per la prima volta, se non si è mai fatto prima).

  4. «Lo scenario che si apre è quello di misure autoritarie sempre più estese e capillari…» [qui esponi, in maniera tranchant ed assai epitaffiale, una tua opinione, quindi soggettiva, che dai per scontata, come se si trattasse di una verità già abbondantemente acquisita – dove, chi, come, quando, quali? -. In pratica, pur dicendo, non dici proprio nulla],

    «La politica, costretta a recitare la sua parte in commedia, improvvisa, sulla spinta di emozioni suscitate artificiosamente dagli organi di informazione, a loro volta imbeccati dalla stessa politica e dai vari centri di interesse dominanti, in un loop demenziale e pericoloso che prescinde dalla realtà, dai problemi concreti e dalla vita dei cittadini.» [su questo contorto periodo semplicemente sorvolo. Qualcuno lo avrebbe potuto definire “esercizio di vaniloquenza”]

    «Il livello di contagi e di morti registrato in Italia è un unicum, ma anziché evidenziarne le cause (abbastanza verificabili» [oddio! Qui siamo al parossismo: conosci le cause? Quelle stesse che risultano essere oggetto di continue speculazioni scientifiche, sociali e politiche e fulcro di accesi dibattiti e confronti?)

    «A seguire la stampa e la politica la colpa di tutto ciò sarebbe di chi esce di casa per fare due passi in solitudine, del pensionato che va in campagna – sempre da solo – a togliere le erbacce dall’orto e del podista più o meno occasionale. »[ecco finalmente metti ‘i piedi nel piatto’.

    Vediamo che intendi trasmetterci sottotraccia.

    No! Nessuno afferma ciò che tu insinui. No! La colpa non è di “chi esce di casa per fare due passi in solitudine”. Piuttosto, trattandosi di un nemico subdolo, e potendo anche essere che i numeri dei contagiati siano decisamente superiori a quelli a noi noti, non essendo in condizioni – per svariate ragioni – di effettuare i controlli a 60 milioni di individui e trasmettendosi, il virus, quindi il contagio, nei modi a tutti ben noti, onde evitare l’ulteriore diffondersi del male, l’unico vero rimedio valido è quello di evitare quanto più possibile assembramenti (in questa situazione anche capannelli di tre o quattro persone rappresenterebbero un assembramento pericoloso e potenziale canale di trasmissione e diffusione del contagio). Perciò, per questa nota, arcinota, pubblicizzata, dichiarata e più e più volte spiegata ragione si insiste con forza – talvolta con disperazione – sulla necessità di STARE A CASA, di non uscire e non mettere a repentaglio la propria e l’altrui salute, soprattutto se vi sono componenti della famiglia più esposti della genericità della popolazione. Tutto qui. Considerato il perdurare di comportamenti accoratamente sconsigliati, spesso si eccede (PIU’ CHE GIUSTAMENTE) nella censura. Da ciò deriva la sensazione, poco piacevole, ma posta a presidio della salute pubblica, quindi del diritto collettivo a scapito di quello individuale, di una protervia tirannica posta in essere dalle autorità civili (per ora).

    «Si evocano stereotipi (l’italiano medio come incline a violare le regole e a farsi gli affari propri, l’esistenza di presunti “furbetti”, ecc.)». [Si evocano stereotipi che non sono del tutto stereotipi. Per autoassolvere noi stessi, amiamo definirli tali, ma se poi l’Italia, ivi compresa la Sardegna, ha il più alto indice di truffe comunitarie in campo agricolo (per esempio), vien difficile autoassolverci e ridurre il tutto ad un fastidioso stereotipo.

    È stato rilevato, e giustamente esaltato, il dato confortante che le trasgressioni ai divieti sono inferiori al 5%. Cioè, su 100 controlli effettuati, ben 95 erano in regola, meno di 5 facevano i “furbetti”. Dato confortante che smentisce la massificazione di comportamenti irresponsabili. Nonostante ciò No! Purtroppo non possiamo esultare. Non conosciamo il dato dei contagi – quelli effettivi –, ed anche il solo 1% della popolazione che si presta ad ‘ungere’ il prossimo, è un dato preoccupante. Il contagio non avviene perché un individuo entra in contatto con 100 positivi, ma può bastare che incappi anche in uno solo. Vero, mancano i presidi di protezione individuale… indispensabili, e su questo fronte dovremmo scatenare la nostra collera. Pretenderli, esigerli con forza, soprattutto a tutela di chi oggi è in prima fila a contrastare un male che può ammorbare anche noi.

    La situazione è eccezionale, richiede risposte eccezionali, non mediate da trattative, confronti e dibattiti. Questo racconta il velocissimo diffondersi del contagio nel mondo. Il virus se ne strafotte delle nostre capacità di confronto e di analisi. È questa la ragione per cui al premier (e per fortuna abbiamo scampato il ‘coso padano’) sono stati conferiti poteri eccezionali. Non è sospesa la democrazia. Sta a noi, una volta terminato lo stato di emergenza, vigilare affinché ciò che oggi è eccezione non diventi domani regola. RESTARE A CASA è un dovere, ma prima di essere tale è un diritto da esercitare ed è anche il presidio sanitario di difesa individuale e collettivo più efficace che, in assenza di farmaci e vaccino, la scienza , pur conoscendo bene le difficoltà cui espone la popolazione in genere e molti in particolare – quelle da te elencate -, è in grado di mettere in campo.

    In queste condizioni di oggettiva difficoltà, che accomuna un’intera popolazione, non singoli individui, ma una collettività, quel che potrebbe risultare veramente deleterio, dirompente ed assolutamente da evitare è lo scoramento, lo sconforto e la demoralizzazione. A difficoltà si aggiungerebbe la stramatura del tessuto sociale. Qualcosa di molto più permanente dei danni prodotti dall’epidemia. Le istituzioni e chi è preposto alla salute pubblica, hanno il preciso dovere di ovviare a questo vero e proprio disastro sociale. Lo devono prevenire, perché lo scoramento è un virus ancor più subdolo di quello che stiamo combattendo. Servono simboli che facciano percepire il singolo individuo partecipe e compartecipe di un corpo allargato, di una comunità coesa che persegue lo stesso obiettivo. Gli slogan, i motti, quelli che pare ti infastidiscano tanto – a te e a qualche altro –, servono principalmente a questo, fungono da collante. Nelle intenzioni, è come far ritrovare la famiglia allargata intorno al focolare alimentato da “Andrà tutto bene”, dall’inno nazionale (anche se a te non piace… neanche io stravedo per certo ‘patriottismo’ alla D’Urso),. Alimentato dalle ‘balconate’, iniziative talvolta simpatiche, promosse più che altro per vincere la noia, ma che, nonostante il sapore dolciastro e melenso, servono per compattare e dare un senso e significato (la lotta) a qualcosa che sfugge ad ogni tentativo di comprensione. Può non piacerti, come presumo non ti piacciano le trasmissioni ammannite quotidianamente dalla TV. Suppongo non ami neppure il quotidiano affacciarsi dal tubo catodico (sono rimasto alla tv antica) del viso del premier che racconta, dice, annuncia, stimola, impone. Non ameresti, immagino, neppure un periodico intrattenimento da parte del Governatore Solinas. Eppure, in momenti di sbandamento, di ansia generalizzata e di angoscia montante, una voce che interloquisca, che indirizzi, che spieghi, che tranquillizzi, che sostenga, che lasci trasparire una lamina di luce è più utile di mille inutili analisi filosofiche o dottorali. Una comunità, in momenti difficili come questo, ha necessità di parole di sostegno, non di filosofemi livorosi come il tuo.

    Operando nell’emergenza, è normale che si commettano errori, anche grossolani. È giusto farli notare, enuclearli dal coacervo delle iniziative prese. Stigmatizzarli e chiederne la correzione. Ma non è corretto ed è dannosissimo per l’intera comunità assumere questi errori, anche gravi, come ragione sufficiente per celebrare il disfattismo. Non è tempo di corvi.

    Abbiamo la classe politica che ci siamo scelti. Abbiamo la classe dirigente che la classe politica da noi scelta ha voluto a dirigere i gangli della società. Con questi personaggi – squallidi, incapaci, improponibili – dobbiamo fare i conti e dobbiamo andare avanti. Non possiamo chiedere oggi l’azzeramento dei centri decisionali. Non possiamo trasformarci in tante Giorgie Meloni. Dobbiamo, sì, vigilare, denunciare, chiedere conto, ma non possiamo permetterci di pretendere che tutto sia disfatto, perché rischieremmo davvero di rimanere senza tutto.

    Ciò che tu trovi inquietante è per tantissimi tuoi corregionali elemento di unione, simbolo di comunità, ed è proprio ciò che serve, anche se il simbolo utilizzato, una bandiera a tre bande verticali, non ti piace. L’alternativa è lo stramarsi della comunità. Perdere di vista l’obiettivo unico (al momento) per rivendicazioni di altro tenore è insensato quanto lo sarebbe incrinare con propri scritti o prese di posizione quel fronte unico (che spero sia sempre più compatto) che fa delle prescrizioni di salute pubblica argine e strumento più efficace per poter tornare un giorno ai distinguo politici, alle rivendicazioni indipendentiste e altre attività che nutrono di senso la vita quando questa non è aggredita da nemici esterni.

    Sono tante le cose che aiutano, ma sono gli atteggiamenti dei singoli che fanno davvero la differenza.

    Ho letto tanti altri tuoi articoli ed interventi. Sempre ben argomentati, sempre incisivi e di qualità. Quelle che precedono sono le mie ragioni che mi hanno fatto scrivere – con eccesso di fretta e carenza di argomenti, di cui mi scuso -: “Pessimo articolo: il catalogo di ciò che non piace e l’omissione di ciò che serve. Semplice, semplicistico. Meglio niente, grazie!”. Confermo per intero questo mio giudizio, spero non ne abbia a male, immagino sappia apprezzare le note stonate in un canto corale.

    1. Vittorio, un consiglio davvero spassionato e senza alcun intento ostile: inserire un commento più lungo del post è già di per sé una fallacia pratica, al di là del contenuto. Scoraggi la lettura, rendi impossibile la discussione. Piuttosto, se hai tanto da dire (il che è legittimo), puoi usare uno spazio tuo, nel quale instaurare una dialettica con quello che io scrivo qui e che altri scrivono altrove.

      Detto questo, le tue obiezioni restano piuttosto deboli, benché argomentate molto più ampiamente che nel primo commento.

      Se esprimo una valutazione e/o un giudizio, contestarne il merito dicendo che sono una mia valutazione e/o un mio giudizio non ha molto senso. Puoi dire di non essere d’accordo, e amen.

      Sui fatti, devo rimandarti a ciò che riportano fonti autorevoli e organi di informazione. Non ho inventato alcunché.

      Che le ragioni dei numeri “fuori scala” della Lombardia dipendano dalla causa evidente che il tessuto industriale/logistico locale non è stato minimamente toccato dalle chiusure e dalle misure di protezione non lo dico io, ma diversi amministratori lombardi e tantissimi soggetti coinvolti, oltre a molti osservatori. Non a caso si discute di scioperi e fermate spontanee del lavoro. Lì c’è un nodo enorme, socio-economico, politico, culturale.

      Anche sulla qualità delle misure governative e sulla loro aderenza a dettami “oggettivi” di prevenzione i dubbi non sono certo solo miei. Per altro non fai un buon servizio al ragionamento attribuendomi cose che non ho scritto.

      È ovvio che gli assembramenti vadano evitati. Magari, prima di tutto quelli in ambienti chiusi. Eppure gli unici assembramenti consentiti risultano proprio questi (in luoghi tipo fabbriche, call center, magazzini, ecc.). Invece vengono puniti con estrema e a volte ingiustificata severità comportamenti *individuali* che non ledono nessuna regola formale o informale relativa alla prevenzione e non costituiscono pericolo per nessuno.

      Ma basterebbe pensare alla scomparsa dei minori da qualsiasi misura e decreto, a tutti i livelli amministrativi, per renderci conto della paradossalità di certe imposizioni. Come se i bambini e i ragazzi, una volta chiusi in casa, non esistessero più, non avessero esigenze (al di là di quelle scolastiche), problemi, una salute complessiva – anche negli aspetti psichici e relazionali – da proteggere. Se va bene portare a spasso il cane (e va benissimo, ci mancherebbe), non si capisce davvero la ratio della rimozione dei minori dalle previsioni. Secondo te non è lecito farlo notare?

      Circa il pericolo di una deriva autoritaria – che non nasce da questa decretazione d’urgenza, ma dai vari decreti Minniti, Salvini, ecc. dall’ideologia del “decoro”, dall’ideologia che giustifica la gentrificazione dei quartieri popolari e da una certa propensione complessiva della politica europea – sarò lieto di sbagliarmi. Ma non posso esimermi dal segnalare le criticità, laddove ne intravvedo. Tanto più in una situazione già di suo debilitata e profondamente a-democratica come quella sarda.

      Gli errori, che tu dici siano inevitabili in situazioni di emergenza, sono poco scusabili se discendono da incapacità, cialtronaggine e da scelte prese per privilegiare interessi particolari a discapito di quelli generali. Le magagne della politica sarda poi non sono una scoperta improvvisa di questi giorni. Se davvero segui questo blog sai bene che ne parlo da molti anni, segnalandone puntualmente le manifestazioni pratiche. Non si tratta di disfare tutto nel momento dell’emergenza, bensì di renderci conto dei problemi e di porre le premesse per risolverli. Il prima possibile. Nessuna emergenza deve essere un salvacondotto. Caso mai l’incapacità cialtrona in tali situazioni dovrà essere considerata un’aggravante.

      Non c’è alcun *nemico esterno* contro il quale pretendere un’unità o un’unanimità forzate. Questa retorica è da respingere con la più grande fermezza. Bisogna anzi essere più critici e lungimiranti che mai, proprio perché le circostanze richiedono un impegno e una lucidità nelle scelte più intensi del solito.

      Le petizioni di principio e gli appelli morali (o moralisti) lasciano il tempo che trovano e faccio finta di non averli visti. Nessuno sta prendendo sottogamba nulla e la stragrande maggioranza dei cittadini si sta comportando in modo esemplare. Molto ma molto di più della scalcinata classe politica sarda (ma direi anche di quella italiana, nel suo complesso).

      Non è affatto vero che la politica rispecchi la società tutta intiera. Soprattutto in Sardegna questa argomentazione è falsa nel merito e fallace nel metodo. Tantissimi sardi non hanno alcuna rappresentanza nelle istituzioni. In Sardegna non esiste una democrazia compiuta e chi governa l’isola rappresenta sì e no un quarto dell’elettorato. I meccanismi politici ed elettorali sono quelli che sono e gli esiti li conosciamo. Auspicare che ci sia – anche in virtù di una profonda riflessione dovuta alla presente emergenza – un mutamento profondo nei rapporti sociali e nei metodi politici mi sembra davvero il minimo. Fare in modo che tale auspicio diventi concreta lotta politica è un obiettivo doveroso. Virus o non virus.

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