Storia di Cagliari e cornici interpretative fuorvianti: un caso di studio

Travel After Kids: Cagliari

Martedì 10 dicembre 2019 va in onda sul canale tematico RAI Storia una puntata dedicata alla storia della città di Cagliari.

L’ambito è quello di una serie di documentari storici dedicata alle “nostre città”. Ossia, alle città italiane.

Niente di strano o di notevole, si dirà.

Vero, se si parte dal presupposto che Cagliari sia una città italiana, senza mettere in discussione questo assunto, problematizzarlo, vagliarlo alla luce della Storia.

Vediamo come e perché questo presupposto apparentemente ovvio è invece decisivo sul piano della trattazione e dei contenuti.

Com’è impostata la trattazione? L’impianto è semplice e, a suo modo, efficace. Si alternano immagini suggestive della città (solo della città, non dei suoi dintorni, anche immediati) agli interventi di alcuni storici.

La voce degli storici interpellati serve a coadiuvare la voce narrante sovrapposta alle immagini.

Chi sono questi storici? Qui c’è già una scelta rilevante, fatta da chi ha confezionato il documentario.

Non c’è un solo storico sardo tra quelli che raccontano la storia di Cagliari.

Per altro, tra gli interpellati, una sola – la professoressa Nicoletta Bazzano – lavora in Sardegna. Porfessoressa Bazzano per altro già chiamata in causa, in termini critici, qui su SardegnaMondo.

Intendiamoci, il fatto che storici non sardi e che lavorano fuori dall’isola si occupino di cose sarde non è singolare né, di suo, un elemento di debolezza della trattazione.

Lo diventa allorché si presta attenzione alla cornice generale e all’impostazione di fondo che alla trattazione, anche in questo modo, viene data.

Abbiamo accennato al fatto che sia tutto da discutere il presupposto dell’italianità storica di Cagliari.

Tale presupposto viene rafforzato e non problematizzato come meriterebbe dalla scelta di un punto di vista italo-centrico come quello – inevitabile – di storici non sardi e incardinati senza attrito alcuno nell’organizzazione del sapere italiana.

Il documentario risente di questa impostazione, finendo per corrodere con imprecisioni, scarti di focus e vere omissioni una confezione altrimenti qualitativamente buona.

Faccio qualche esempio, in ordine cronologico.

1) La reticenza e la superficialità con cui si sorvola sulla lunghissima vicenda preistorica e protostorica dell’area ove sorge Cagliari.

Si dice correttamente che il sito dell’odierna Cagliari era abitato da lungo tempo, ma non si chiarisce da chi e con quali sviluppi.

La lunga preistoria e protostoria dell’area è documentatissima.

Non da ritrovamenti specifici dell’area urbana attuale (complicati dalla stratificazione edilizia di millenni), ma da attestazioni numerosissime dei suoi immediati dintorni.

Peccato non darne conto.

2) L’indebita sovrapposizione delle fasi cosiddetta “fenicia” e di quella “punica”.

Sarebbe stato necessario precisare meglio la natura della presenza fenicia nell’area e distinguerla dalla fase storica di egemonia cartaginese (che è tutt’altra faccenda).

Invece si ripropone la mitologica esistenza di una fase storica “fenicio-punica”, come un tutt’uno non meglio definito.

3) I “sette colli”.

Davvero Cagliari (quale? quella attuale? quella punica e romana?) sorge su sette colli?

Andrebbe chiarito quest’aspetto, perché buttato lì in questo modo sembra solo un espediente per rendere più vicina l’antica Cagliari a un’altra grande città del passato, casualmente coincidente con l’attuale capitale dello stato italiano.

Non pervenuto alcun approccio critico sull’incuria, sui trattamenti discutibili (vedi alla voce “legnaia”) e sul disinteresse a cui sono stati sottoposti i pur eminenti lasciti di questa fase storica.

4) I vandali, questi sconosciuti.

Nel racconto si passa senza colpo ferire dalla decadenza di Roma all’impero “bizantino”, saltando a pie’ pari un’ottantina d’anni non proprio insignificanti.

Il regno vandalo era un’entità politica di peso, benché conflittuale, nel Mediterraneo occidentale tra V e VI secolo.

Per giunta per la Sardegna e per Cagliari (o meglio, Caralis) in particolare comportò un momento di significativa centralità culturale.

I re vandali (di confessione ariana) confinarono proprio a Caralis i vescovi cattolici nordafricani, tra cui Fulgenzio da Ruspe, uno dei massimi intellettuali dell’epoca.

A Cagliari questi esimi personaggi fondarono un loro cenacolo, vero centro di produzione e propagazione culturale, in un’epoca piuttosto buia per l’Europa.

Non solo. Il periodo vandalo comportò un conflitto col papato (specie sotto il papa Ilario, sardo, guarda un po’) che ebbe episodi militari notevoli.

E si concluse clamorosamente con la rapida e drammatica vicenda di Goda, governatore dell’isola per conto del re vandalo Gelimero, auto-proclamatosi rex Sardiniae, il primo della storia, sconfitto da Gelimero stesso poco prima che il regno vandalo fosse spazzato via dalla riconquista romana (d’Oriente).

Di tutto ciò nel documentario non si fa il minimo cenno.

5) La Cagliari araba.

Viene menzionata di passaggio una dominazione araba a Cagliari (vera, per un breve periodo), ma senza definirne i contorni cronologici e gli sviluppi.

Si accenna alla Sardegna come testa di ponte per attacchi arabi all’Italia (compresa Roma), ma senza precisare che i sardi stessi vi erano coinvolti.

Il passaggio all’epoca giudicale è semplificato e non chiarito affatto nei suoi vari risvolti politici, socio-economici e culturali.

Non è nemmeno accennata la discontinuità urbanistica tra la Caralis antica e la Castel di Calari pisana (e poi catalana, e spagnola, ecc. ecc.).

6) Pisa e Genova nemiche-amiche e tanti saluti alla storia giudicale.

Da quel che emerge nel racconto degli storici intervistati, risulterebbe che fin dal 1016 la Sardegna sia sostanzialmente diventata una colonia pisana e genovese.

Questo, dopo tutto, è il racconto dominante nella manualistica storica italiana.

Peccato che sia una narrazione del tutto tendenziosa, ideologica e scleroticamente patriottarda.

Roba dell’Ottocento.

Come sappiamo, nel 1016 (o giù di lì) in Sardegna non c’era alcun dominio pisano e genovese in corso. Non ci sarà ancora per un bel pezzo, se è per quello.

Ci fu, sì, il tentativo di conquista del principe di Denia, Mujahid. Respinto dai sardi stessi, oltre che dalla coalizione momentanea di Pisa e Genova.

Ma poi la storia si articola in termini molto più complessi.

Invece non vengono presentate né problematizzate adeguatamente le vicende storiche tra XI, XII e XIII secolo e viene omessa del tutto la lunga guerra tra Arborea e Aragona della seconda metà del secolo XIV.

7) L’epoca aragonese e spagnola, un limbo poco comprensibile.

Una certa ambiguità e molta superficialità sul lungo periodo aragonese e poi spagnolo del Regno di Sardegna.

Nessuna menzione dei passaggi fondamentali della storia quattrocentesca di Cagliari (il primo, vero parlamento del Regno di Sardegna, del 1421; il conflitto tra Leonardo Alagon e il viceré Nicolò Carroz).

Sulla ricca arte sarde di quell’epoca si menziona giusto uno dei Càvaro (di cui si sbaglia fastidiosamente l’accento) e poco altro.

Ci si sofferma invece molto più del necessario sulla storia di Bonaria, buttandola sull’aneddotica.

Poco chiarito il passaggio alla Corona di Spagna, specie nei suoi risvolti politici e culturali.

Si dice solo – in modo alquanto criptico – che con la creazione del Regno di Spagna sotto Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia si inaugura in Sardegna l’epoca “dei viceré”.

Anche la Cagliari di Carlo V è raccontata in termini aneddotici, senza alcuna profondità o accenno di complessità.

Non si racconta, nemmeno di sfuggita, la vicenda – pure così significativa ed esemplificativa dei tempi – di Sigismondo Arquer.

In compenso si fa un curioso inciso sulla… chitarra (!).

Si sorvola sul Seicento e si omette del tutto, per esempio, la torbida vicenda degli omicidi di Agostino di Castelvì, marchese di Laconi, e del viceré marchese di Camarassa, del 1668.

Un frangente, di suo, alquanto gustoso pure sul piano meramente “romanzesco” (lasciando perdere tutte le implicazioni politiche e sociali).

8) Il salvifico passaggio ai Savoia.

Sarebbe lungo sottolineare tutte le omissioni, la parzialità del focus e le forzature relative all’epoca tra Settecento e Novecento.

Una giustapposizione di elementi frammentari, superficiali, anodini che non lasciano trapelare nulla della vivace storia tardo moderna e contemporanea di Cagliari.

Poco spazio alla vicenda rivoluzionaria, fatta concludere nel 1796 con la generosa adesione del re Savoia alle richieste precedentemente respinte dei suoi fedeli sudditi sardi.

Idillio sancito, dopo le *incomprensioni* del periodo precedente, dall’ospitalità data ai Savoia in fuga dal Piemonte nel 1799 e dalla Fusione Perfetta del 1847.

E così via, fino al Novecento, con lo sguardo puntato su alcuni aspetti urbanistici e architettonici e nient’altro.

Come se Cagliari si esaurisse in quell’ambito.

Manca la Cagliari meticcia, popolare e la Cagliari politica, padronale, del potere.

Manca la Cagliari del commercio e dell’industria, della stampa, della modernità e la Cagliari della povertà, del proletariato urbano e sub-urbano, dei pescatori, dei piccoli artigiani, dei piciocus de crobi e dei is cantadoris.

La Cagliari della Belle Époque, del conflitto sociale, del giovane Gramsci, di Lussu, del fascismo.

E in gran parte la Cagliari di oggi, centro di potere irrisolto.

Soprattutto, manca chi Cagliari l’ha vissuta e la vive. Mancano i sardi.

Nell’insieme, a immagini per lo più molto belle, ma molto poco animate dalla presenza umana, non si associa un racconto che riesca a dare un’idea efficace della profonda stratificazione storica del luogo e del suo contesto molteplice (la Sardegna, il Mediterraneo).

Né si offrono spunti di riflessione e di curiosità, enfatizzando invece gli aspetti più pacificati e di facciata.

Non è una sorpresa, sia chiaro. Il taglio della trasmissione è questo.

Ma basterebbe leggere l’approssimativa ricostruzione storica, presente nel sito istituzionale di promozione turistica della città, per togliere buona parte del possibile stupore residuo.

Tuttavia è giusto ragionarci su e mettere il dito nella piaga.

Questo tipo di narrazione non è l’unico legittimo e non è sicuramente il più accurato e il più corretto.

Non è nemmeno quello che rende più giustizia ai luoghi in termini di appetibilità turistica, se volessimo metterla su questo piano.

Dobbiamo interrogarci su questo tema.

Dobbiamo riflettere su quanto ci sia di nostra responsabilità – specie di chi fa storiografia e divulgazione storica – sulla conclamata e perdurante ignoranza della nostra storia (anche) all’esterno dell’isola.

Dobbiamo chiederci quale peso abbia l’incastro forzoso e direi a tratti ossessivo delle nostre complicate vicende storiche dentro il quadro così fortemente ideologico dell’organizzazione del sapere italiana.

Sono tutti interrogativi che qui su SardegnaMondo sono di casa. Ma ovviamente non basta.

Non è un problema eminentemente culturale o relativo a un assemblaggio alternativo di notizie storiche.

Certo, c’è anche questo aspetto.

Siamo immersi in una sorta di bolla spazio-temporale chiusa, confinata, cieca.

Siamo prigionieri di un racconto di noi stessi ostaggio di una visuale altrui.

Ma proprio per questo è anche un problema più profondo di natura politica, democratica, di consapevolezza di noi stessi, come collettività umana, nella storia.

Non c’è ricostruzione di comodo e di parte che possa darci conto di una storia così lunga, complessa, peculiare e conflittuale come quella sarda, Cagliari compresa.

Dobbiamo esserne coscienti e dotarci di uno sguardo più nostro, più libero, meno provinciale e subalterno, sicuramente meno – o per nulla – italo-centrico.

La narrazione storica non deve essere orientata, non deve preoccuparsi di difendere lo status quo, non deve essere rassicurante.

L’unica narrazione storica di questo tipo è la “storia di regime”. Altrimenti detta “propaganda”.

Basta insomma con le sciocchezze e gli stereotipi, basta con le narrazioni approssimative, edulcorate, normalizzate. Non se ne può più.

E se affrontare questo nodo costituisce un problema per gli attuali assetti egemonici, per il difficile equilibrio tra i grandi interessi costituiti che dominano la scena, pazienza. O, forse, tanto meglio.

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