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	Commenti a: Coscienza di sé o estinzione	</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
	<lastBuildDate>Fri, 03 Jun 2016 17:57:00 +0000</lastBuildDate>
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		Di: Francesco Masia		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-318</link>

		<dc:creator><![CDATA[Francesco Masia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2016 17:57:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Devo riconoscerti che non ho difficoltà ad avvertire sincera la tua risposta, ma devo anche aggiungere due punti. 
Il primo riguarda la mia scarsamente attendibile soglia critica in merito a sincerità o insincerità in quello che leggo, giacché (devo confessarti) trovo sincero anche Michele Serra che nella sua rubrica di posta sul Venerdì di oggi non si sottrae al confronto in tema di referendum (un ex vicesegretario PD di un centro del napoletano, critico verso “Renzi e compagnucci belli”, dichiara la propria perplessità rispetto alle torsioni linguistiche, logiche e politiche con le quali Serra tra gli altri si schiera per il Sì). Serra muove dal riconoscere le posizioni espresse da Zagrebelsky per il No e da Cacciari per il Sì entrambe ragionate e decenti, nessuna politicamente sediziosa o eticamente ignobile; quindi (auspicato che tali possano riconoscerle tutti) spiega in modo abbastanza piano e articolato perché, tra le due posizione degnamente accettabili e comprensibili, si sente più vicino a quella di Cacciari. Ecco, siamo in pieno gruppo De Benedetti, mi hai già accennato alle tue riserve sul Serra dell’età matura/avanzata, ma lo stesso (pensa) lo trovo sincero e nemmeno me ne sento lontano.
Il secondo e ultimo punto, abbastanza sconsolato, riguarda invece il fatto che ti avverto certamente sincero, ma anche ti vedo e ci vedo, in questo frangente, noi sardi nell’insieme malcerti e indeboliti, abbastanza incartati, con margini di manovra (tra aspirazioni mediamente assai modeste e possibilità apparentemente altrettanto) ahimè vicini, nonostante l’impegno di qualcuno, al forzato immobilismo (alla mobilitazione, se mai visibile, inconcludente). In fondo sembri vedere davanti a noi, bene che vada, un’attraversata del deserto, ma nemmeno mostri di scoraggiarti, ragno paziente che con la prospettiva ed il filo dello storico continua a tessere
Si mantenga allora il tuo impegno e grazie dello scambio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Devo riconoscerti che non ho difficoltà ad avvertire sincera la tua risposta, ma devo anche aggiungere due punti.<br />
Il primo riguarda la mia scarsamente attendibile soglia critica in merito a sincerità o insincerità in quello che leggo, giacché (devo confessarti) trovo sincero anche Michele Serra che nella sua rubrica di posta sul Venerdì di oggi non si sottrae al confronto in tema di referendum (un ex vicesegretario PD di un centro del napoletano, critico verso “Renzi e compagnucci belli”, dichiara la propria perplessità rispetto alle torsioni linguistiche, logiche e politiche con le quali Serra tra gli altri si schiera per il Sì). Serra muove dal riconoscere le posizioni espresse da Zagrebelsky per il No e da Cacciari per il Sì entrambe ragionate e decenti, nessuna politicamente sediziosa o eticamente ignobile; quindi (auspicato che tali possano riconoscerle tutti) spiega in modo abbastanza piano e articolato perché, tra le due posizione degnamente accettabili e comprensibili, si sente più vicino a quella di Cacciari. Ecco, siamo in pieno gruppo De Benedetti, mi hai già accennato alle tue riserve sul Serra dell’età matura/avanzata, ma lo stesso (pensa) lo trovo sincero e nemmeno me ne sento lontano.<br />
Il secondo e ultimo punto, abbastanza sconsolato, riguarda invece il fatto che ti avverto certamente sincero, ma anche ti vedo e ci vedo, in questo frangente, noi sardi nell’insieme malcerti e indeboliti, abbastanza incartati, con margini di manovra (tra aspirazioni mediamente assai modeste e possibilità apparentemente altrettanto) ahimè vicini, nonostante l’impegno di qualcuno, al forzato immobilismo (alla mobilitazione, se mai visibile, inconcludente). In fondo sembri vedere davanti a noi, bene che vada, un’attraversata del deserto, ma nemmeno mostri di scoraggiarti, ragno paziente che con la prospettiva ed il filo dello storico continua a tessere<br />
Si mantenga allora il tuo impegno e grazie dello scambio.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Omar Onnis		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-317</link>

		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2016 15:53:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-316&quot;&gt;Francesco Masia&lt;/a&gt;.

Il tanto peggio, storicamente, ha spesso prodotto dolori e devastazioni irrimediabili. Non mi piace come logica assoluta. Così come non mi piace tradurre in articolo di fede la necessità del male minore. Usciamo da questa dicotomia forzata. Bisogna ragionare in termini politici e storici, quindi necessariamente pragmatici. La Sardegna è in una condizione molto debole, forse una delle peggiori situazioni di tutta la sua lunga storia. Perché sta perdendo popolazione e soprattutto la parte di popolazione più attiva, più preparata, più giovane. E la sta perdendo senza che ci sia un uguale o almeno paragonabile flusso in entrata. Ciò succede dentro un più ampio fenomeno di indebolimento economico, sociale e culturale. Inoltre la situazione europea e mediterranea, ma direi globale, non lascia molti margini di recupero a chi oggi e negli anni prossimi venturi dovesse precipitare ulteriormente indietro. Se domani la Sardegna si ritroverà in una condizione ancora peggiore di quella attuale potrebbe non essere affatto un &quot;tanto peggio&quot; da cui uscire più forti, ma un baratro senza via di uscita. Preferirei orientare le forze e le risorse disponibili a salvare il salvabile e con quello costruire qualcosa di nuovo e di migliore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-316">Francesco Masia</a>.</p>
<p>Il tanto peggio, storicamente, ha spesso prodotto dolori e devastazioni irrimediabili. Non mi piace come logica assoluta. Così come non mi piace tradurre in articolo di fede la necessità del male minore. Usciamo da questa dicotomia forzata. Bisogna ragionare in termini politici e storici, quindi necessariamente pragmatici. La Sardegna è in una condizione molto debole, forse una delle peggiori situazioni di tutta la sua lunga storia. Perché sta perdendo popolazione e soprattutto la parte di popolazione più attiva, più preparata, più giovane. E la sta perdendo senza che ci sia un uguale o almeno paragonabile flusso in entrata. Ciò succede dentro un più ampio fenomeno di indebolimento economico, sociale e culturale. Inoltre la situazione europea e mediterranea, ma direi globale, non lascia molti margini di recupero a chi oggi e negli anni prossimi venturi dovesse precipitare ulteriormente indietro. Se domani la Sardegna si ritroverà in una condizione ancora peggiore di quella attuale potrebbe non essere affatto un &#8220;tanto peggio&#8221; da cui uscire più forti, ma un baratro senza via di uscita. Preferirei orientare le forze e le risorse disponibili a salvare il salvabile e con quello costruire qualcosa di nuovo e di migliore.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Francesco Masia		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-316</link>

		<dc:creator><![CDATA[Francesco Masia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2016 15:03:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Immagino, Omar, che non sia facile rispondere del tutto sinceramente a questa domanda (immagino, per converso, non sia facile convincere della piena sincerità della propria risposta): mi chiedo quanto sia difficile, ragionando come qui stai facendo (come proviamo a fare) sui rapporti tra Sardegna e Italia e quando il tuo desiderio sia scopertamente quello di pervenire, nel tempo necessario, a una Sardegna indipendente, mi chiedo quanto sia difficile (dicevo) perseguire con difficoltà il male minore (se non il massimo bene) nella cornice di questo rapporto tra Stato centrale e sua più lontana regione insulare anziché lasciarsi andare ad augurarsi (e non fare nulla per tenerlo lontano) il male maggiore, l’evidenza tangibile e incontrovertibile di un rapporto irriguardoso, di sfruttamento, tale da far inevitabilmente cadere quello che ritieni il prosciutto sugli occhi della maggioranza dei sardi (anche quanto al giudizio sui loro rappresentanti) piuttosto che, al contrario, mantenerli nella convinzione che questo rapporto di dipendenza sia invece sufficientemente armonico, sostenibile, alla fine naturale e tutto sommato anche vantaggioso.
Come si esce, insomma, dalla nostra condizione di ancillare regione italiana (nella quale, spieghi, rimarremo relegati e sofferenti per ragioni oggettive) se non attraverso il tanto peggio, quello che renderebbe evidente ai più come il vero male minore starebbe nell’inevitabile incertezza   dei nostri passi oltre l’indipendenza?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immagino, Omar, che non sia facile rispondere del tutto sinceramente a questa domanda (immagino, per converso, non sia facile convincere della piena sincerità della propria risposta): mi chiedo quanto sia difficile, ragionando come qui stai facendo (come proviamo a fare) sui rapporti tra Sardegna e Italia e quando il tuo desiderio sia scopertamente quello di pervenire, nel tempo necessario, a una Sardegna indipendente, mi chiedo quanto sia difficile (dicevo) perseguire con difficoltà il male minore (se non il massimo bene) nella cornice di questo rapporto tra Stato centrale e sua più lontana regione insulare anziché lasciarsi andare ad augurarsi (e non fare nulla per tenerlo lontano) il male maggiore, l’evidenza tangibile e incontrovertibile di un rapporto irriguardoso, di sfruttamento, tale da far inevitabilmente cadere quello che ritieni il prosciutto sugli occhi della maggioranza dei sardi (anche quanto al giudizio sui loro rappresentanti) piuttosto che, al contrario, mantenerli nella convinzione che questo rapporto di dipendenza sia invece sufficientemente armonico, sostenibile, alla fine naturale e tutto sommato anche vantaggioso.<br />
Come si esce, insomma, dalla nostra condizione di ancillare regione italiana (nella quale, spieghi, rimarremo relegati e sofferenti per ragioni oggettive) se non attraverso il tanto peggio, quello che renderebbe evidente ai più come il vero male minore starebbe nell’inevitabile incertezza   dei nostri passi oltre l’indipendenza?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Omar Onnis		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-315</link>

		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2016 06:01:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-314&quot;&gt;Francesco Masia&lt;/a&gt;.

L&#039;art. 39 da te citato, Francesco, lascia troppo spazio all&#039;arbitrio, ossia alla declinazione degli eventuali &quot;accordi&quot; sulla base di puri rapporti di forza. Circostanza che vedrebbe la Sardegna soccombere sempre e comunque. Oltre che per ragioni oggettive (il peso demografico dell&#039;isola è pochissimo, la voce in capitolo della Sardegna nel contesto italiano sostanzialmente inesistente), anche per via della debolezza e/o della sostanziale compiacenza della nostra classe politica (fondamentalmente selezionata a Roma, ricordiamocelo). Non solo. In realtà nel complesso della riforma renziana quel che assumerebbe un peso decisivo sarebbe la clausola di prevalenza dell&#039;interesse nazionale. Cioè, a parte il pesantissimo accentramento statale di competenze oggi in capo alle regioni o compartecipate tra regioni e stato, i governi centrali avrebbero sempre e comunque la possibilità di compiere scelte strategiche in ambiti molto sensibili semplicemente dichiarandoli di rilevanza nazionale (italiana). Con tanti saluti a qualsiasi pretesa non dico di autodeterminazione ma anche di puro e semplice decentramento. Sappiamo cosa questo comporti per noi, tra servitù militari, questione energetica, questione trasporti, ambito scolastico e universitario, patrimonio storico-archeologico (in quest&#039;ultimo settore ci sarebbe un accentramento deleterio già nell&#039;ordinaria amministrazione, se passasse la riforma), ecc.
Insomma, che la riforma renziana sia pericolosissima dovrebbe essere evidente. Che in Sardegna si sappia cogliere l&#039;opportunità per un serrato e fecondo dibattito sull&#039;autonomia e la sua auspicabile evoluzione è tutto da vedere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-314">Francesco Masia</a>.</p>
<p>L&#8217;art. 39 da te citato, Francesco, lascia troppo spazio all&#8217;arbitrio, ossia alla declinazione degli eventuali &#8220;accordi&#8221; sulla base di puri rapporti di forza. Circostanza che vedrebbe la Sardegna soccombere sempre e comunque. Oltre che per ragioni oggettive (il peso demografico dell&#8217;isola è pochissimo, la voce in capitolo della Sardegna nel contesto italiano sostanzialmente inesistente), anche per via della debolezza e/o della sostanziale compiacenza della nostra classe politica (fondamentalmente selezionata a Roma, ricordiamocelo). Non solo. In realtà nel complesso della riforma renziana quel che assumerebbe un peso decisivo sarebbe la clausola di prevalenza dell&#8217;interesse nazionale. Cioè, a parte il pesantissimo accentramento statale di competenze oggi in capo alle regioni o compartecipate tra regioni e stato, i governi centrali avrebbero sempre e comunque la possibilità di compiere scelte strategiche in ambiti molto sensibili semplicemente dichiarandoli di rilevanza nazionale (italiana). Con tanti saluti a qualsiasi pretesa non dico di autodeterminazione ma anche di puro e semplice decentramento. Sappiamo cosa questo comporti per noi, tra servitù militari, questione energetica, questione trasporti, ambito scolastico e universitario, patrimonio storico-archeologico (in quest&#8217;ultimo settore ci sarebbe un accentramento deleterio già nell&#8217;ordinaria amministrazione, se passasse la riforma), ecc.<br />
Insomma, che la riforma renziana sia pericolosissima dovrebbe essere evidente. Che in Sardegna si sappia cogliere l&#8217;opportunità per un serrato e fecondo dibattito sull&#8217;autonomia e la sua auspicabile evoluzione è tutto da vedere.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Francesco Masia		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-314</link>

		<dc:creator><![CDATA[Francesco Masia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jun 2016 21:19:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ragiono sul tuo monito: opporsi alla controriforma autoritaria di Renzi e soci sarebbe fondamentale per almeno non arretrare nella nostra autonomia (nonostante questa necessità si presenti paradossale per quei sardi che vorrebbero occuparsi direttamente della propria autodeterminazione).
La materia e i suoi riflessi sono parecchio complessi, ancora non l’ho masticata che minimamente, nei prossimi mesi confido di farlo a sufficienza e quindi potrò passare nel tempo per diversi orientamenti. Ma a oggi è vero che non sono immune dalla presa di una forma di realismo magari pernicioso secondo cui andrebbe apprezzato si tratti della prima riforma che comunque giunge a cancellare il bicameralismo perfetto; una riforma giunta al termine del suo iter procedurale passando per le mediazioni che qualsiasi altro tentativo di riforma dovrebbe affrontare (e che altri tentativi, appunto, non hanno superato). Potrà il sistema politico di questo Paese, ripartendo dal via, portare a termine un disegno di riforma migliore? Oppure ci va così bene quello in vigore? Certo mi piacerebbe che la Costituzione vigente, insieme a prevedere questo referendum confermativo prima della eventuale entrata in vigore della riforma, ne prevedesse già uno di verifica da qui a (facciamo) 5 anni. 
L’ironia, apparentemente fondatissima, di Marco Travaglio nel suo editoriale di oggi, quando confronta i titoli e lo spessore di professori (di arte varia) e “scienziati” (di scienze plurime) firmatari dell’appello per il Sì con i titoli e lo spessore dei costituzionalisti firmatari dell’appello per il No, pare effettivamente tratteggiare bene un quadro entro cui non dovrebbe essere difficile intuire da che parte schierarsi. Ma, proprio nell’ottica della resistenza sul principio della Specialità e in linea con prospettive di autodeterminazione, il punto che più ci dovrebbe interessare (a quanto ho letto fin qui) starebbe tutto nell’articolo 39: “Le disposizioni della presente legge costituzionale non si applicano alle Regioni ad autonomia speciale e alle Province autonome fino alla revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese con le medesime regioni e province autonome”. Ciò significa (come ha scritto l’Assessore agli Affari Generali, Personale e  Riforma della R.A.S., Gianmario Demuro, nel suo intervento su La Nuova Sardegna del 15 Maggio) che “il futuro della specialità è da scrivere nei futuri accordi tra lo Stato e le singole Regioni speciali.” Dovrà quindi puntare soprattutto al momento di questi accordi la lungimirante riflessione che invochi, approfittando di questo dibattito, sulla nostra autonomia, i suoi limiti e la sua possibile evoluzione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ragiono sul tuo monito: opporsi alla controriforma autoritaria di Renzi e soci sarebbe fondamentale per almeno non arretrare nella nostra autonomia (nonostante questa necessità si presenti paradossale per quei sardi che vorrebbero occuparsi direttamente della propria autodeterminazione).<br />
La materia e i suoi riflessi sono parecchio complessi, ancora non l’ho masticata che minimamente, nei prossimi mesi confido di farlo a sufficienza e quindi potrò passare nel tempo per diversi orientamenti. Ma a oggi è vero che non sono immune dalla presa di una forma di realismo magari pernicioso secondo cui andrebbe apprezzato si tratti della prima riforma che comunque giunge a cancellare il bicameralismo perfetto; una riforma giunta al termine del suo iter procedurale passando per le mediazioni che qualsiasi altro tentativo di riforma dovrebbe affrontare (e che altri tentativi, appunto, non hanno superato). Potrà il sistema politico di questo Paese, ripartendo dal via, portare a termine un disegno di riforma migliore? Oppure ci va così bene quello in vigore? Certo mi piacerebbe che la Costituzione vigente, insieme a prevedere questo referendum confermativo prima della eventuale entrata in vigore della riforma, ne prevedesse già uno di verifica da qui a (facciamo) 5 anni.<br />
L’ironia, apparentemente fondatissima, di Marco Travaglio nel suo editoriale di oggi, quando confronta i titoli e lo spessore di professori (di arte varia) e “scienziati” (di scienze plurime) firmatari dell’appello per il Sì con i titoli e lo spessore dei costituzionalisti firmatari dell’appello per il No, pare effettivamente tratteggiare bene un quadro entro cui non dovrebbe essere difficile intuire da che parte schierarsi. Ma, proprio nell’ottica della resistenza sul principio della Specialità e in linea con prospettive di autodeterminazione, il punto che più ci dovrebbe interessare (a quanto ho letto fin qui) starebbe tutto nell’articolo 39: “Le disposizioni della presente legge costituzionale non si applicano alle Regioni ad autonomia speciale e alle Province autonome fino alla revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese con le medesime regioni e province autonome”. Ciò significa (come ha scritto l’Assessore agli Affari Generali, Personale e  Riforma della R.A.S., Gianmario Demuro, nel suo intervento su La Nuova Sardegna del 15 Maggio) che “il futuro della specialità è da scrivere nei futuri accordi tra lo Stato e le singole Regioni speciali.” Dovrà quindi puntare soprattutto al momento di questi accordi la lungimirante riflessione che invochi, approfittando di questo dibattito, sulla nostra autonomia, i suoi limiti e la sua possibile evoluzione.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Omar Onnis		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-313</link>

		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jun 2016 06:55:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-312&quot;&gt;Francesco Masia&lt;/a&gt;.

I precedenti incoraggiano ad avere coraggio, Francesco. :-)
Non devi sorprenderti delle risposte di Faustini alla questione del referendum costituzionale. Dirige organi di stampa del gruppo L&#039;Espresso di De Benedetti, organico al PD e al renzismo. Certo, lavorando in Trentino queste posizioni sono tutt&#039;altro che popolari. In Alto Adige di rinunciare a qualcosa della loro autonomia non ci pensano manco di striscio e del resto sono garantiti da trattati internazionali e dalla protezione dell&#039;Austria.
In Sardegna il problema oggi non è nemmeno se o quando fare un passo avanti, perché si tratta prima di tutto di resistere. In questo senso, per paradossale che possa sembrare in un&#039;ottica di autodeterminazione, opporsi alla controriforma autoritaria di Renzi e soci è fondamentale. Piuttosto, come ho già scritto, sarebbe opportuno approfittare del dibattito per riflettere sulla nostra autonomia, i suoi limiti, la sua possibile evoluzione, con lungimiranza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-312">Francesco Masia</a>.</p>
<p>I precedenti incoraggiano ad avere coraggio, Francesco. 🙂<br />
Non devi sorprenderti delle risposte di Faustini alla questione del referendum costituzionale. Dirige organi di stampa del gruppo L&#8217;Espresso di De Benedetti, organico al PD e al renzismo. Certo, lavorando in Trentino queste posizioni sono tutt&#8217;altro che popolari. In Alto Adige di rinunciare a qualcosa della loro autonomia non ci pensano manco di striscio e del resto sono garantiti da trattati internazionali e dalla protezione dell&#8217;Austria.<br />
In Sardegna il problema oggi non è nemmeno se o quando fare un passo avanti, perché si tratta prima di tutto di resistere. In questo senso, per paradossale che possa sembrare in un&#8217;ottica di autodeterminazione, opporsi alla controriforma autoritaria di Renzi e soci è fondamentale. Piuttosto, come ho già scritto, sarebbe opportuno approfittare del dibattito per riflettere sulla nostra autonomia, i suoi limiti, la sua possibile evoluzione, con lungimiranza.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Francesco Masia		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2016/05/25/coscienza-di-se-o-estinzione/#comment-312</link>

		<dc:creator><![CDATA[Francesco Masia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 23:15:57 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://sardegnamondo.eu/?p=2242#comment-312</guid>

					<description><![CDATA[Ciao Omar, ti propongo tra i commenti a questo articolo (mi sembra adatto) una riflessione di questi giorni. Siamo in tema di riforme istituzionali e di autonomie regionali, di spinta centralista dell’esecutivo e di possibile arrendevolezza di regioni a statuto speciale rispetto all’accogliere come ormai anacronistica tale forma di limitata autonomia. Questa settimana la trasmissione Prima Pagina, su Rai Radio 3 (7,15 – 8,45), è condotta dal giornalista Alberto Faustini, direttore dell’Alto Adige e del Trentino. Non dico che quando parla lui stiano parlando in coro i “governatori” delle Province  Autonome Di Trento e di Bolzano, ma il suo parere in merito alle questioni di quei territori sarà pur degno di attenzione e considerazione. Ebbene il direttore Faustini questa settimana si sta trovando a rispondere, ogni tanto, sul disegno della riforma costituzionale prossima al vaglio referendario, dando abbastanza ragione a quanti considerano le Regioni e le Provincie a Statuto Speciale ormai anacronistiche, fino a rispondere ad ascoltatori che intervengono da quelle Provincie, e che sottolineano la loro convenienza a mantenere tale specialità, che quella convenienza è giustamente il vulnus lamentato dai residenti nelle Regioni a statuto ordinario.
E noi, con la nostra mal funzionante specialità? Noi che nemmeno possiamo dire di stare, grazie a questa, meglio degli altri? Mi viene da guardare a quelli che potrebbero dirsi, per quanto ci concerne, due precedenti significativi: la perfetta fusione pre-unitaria e, nell’ultimo dopoguerra, la redazione del nostro Statuto Speciale (più forzatamente, forse, a questi potrebbe accostarsi un terzo momento, il posizionamento autonomistico di Lussu e Bellieni nel primo dopoguerra; e ancora un quarto, senza tornare addirittura all’epoca giudicale, la restaurazione promossa dagli stessi Sardi dopo la sarda rivoluzione). Guardare a questi precedenti mi porta a pensare che ogni volta in cui nella storia abbiamo rinunciato a fare o confermare passi avanti sulla strada dell’autonomia e dell’indipendenza abbiamo sempre finito per pagarla cara, anche quando era sembrato che il barato tra vecchi arnesi costituzionali e modernità efficientista ci avrebbe giovato. Da qui il successivo pensiero che si stia avvicinando, senza troppo clamore, un altro momento della verità, in cui le nostre spiccate peculiarità geografiche e storiche (e quindi culturali) dovrebbero tenerci saldi, se appena ne avessimo coscienza, in una posizione anche estrema rispetto al dibattito nazionale (italiano); paradossalmente, sul piano dei principi, forti della nostra debolezza. Non siamo la Catalogna ricca, non siamo le colonie inglesi del Nord-America (che potevano trattare da posizioni ormai di forza sulle tasse dettate sempre più timidamente dalla madrepatria); siamo tra i più poveri e, nella prospettiva di un autogoverno economico, probabilmente destinati a un perlomeno iniziale arretramento, tale verosimilmente da portare a una revisione della politica salariale tra attuali garantiti e attuali senza tutele per ripartire con un nuovo bilanciamento sociale. Siamo pronti a dircelo? Siamo pronti, in maggioranza, a condividerlo? Siamo pronti a farci trovare pronti e a ballare sulla nostra musica? 
I precedenti sarebbero scoraggianti, ma se da questi ci decidessimo a imparare lezioni più profonde di quelle tratte finora dai più …]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao Omar, ti propongo tra i commenti a questo articolo (mi sembra adatto) una riflessione di questi giorni. Siamo in tema di riforme istituzionali e di autonomie regionali, di spinta centralista dell’esecutivo e di possibile arrendevolezza di regioni a statuto speciale rispetto all’accogliere come ormai anacronistica tale forma di limitata autonomia. Questa settimana la trasmissione Prima Pagina, su Rai Radio 3 (7,15 – 8,45), è condotta dal giornalista Alberto Faustini, direttore dell’Alto Adige e del Trentino. Non dico che quando parla lui stiano parlando in coro i “governatori” delle Province  Autonome Di Trento e di Bolzano, ma il suo parere in merito alle questioni di quei territori sarà pur degno di attenzione e considerazione. Ebbene il direttore Faustini questa settimana si sta trovando a rispondere, ogni tanto, sul disegno della riforma costituzionale prossima al vaglio referendario, dando abbastanza ragione a quanti considerano le Regioni e le Provincie a Statuto Speciale ormai anacronistiche, fino a rispondere ad ascoltatori che intervengono da quelle Provincie, e che sottolineano la loro convenienza a mantenere tale specialità, che quella convenienza è giustamente il vulnus lamentato dai residenti nelle Regioni a statuto ordinario.<br />
E noi, con la nostra mal funzionante specialità? Noi che nemmeno possiamo dire di stare, grazie a questa, meglio degli altri? Mi viene da guardare a quelli che potrebbero dirsi, per quanto ci concerne, due precedenti significativi: la perfetta fusione pre-unitaria e, nell’ultimo dopoguerra, la redazione del nostro Statuto Speciale (più forzatamente, forse, a questi potrebbe accostarsi un terzo momento, il posizionamento autonomistico di Lussu e Bellieni nel primo dopoguerra; e ancora un quarto, senza tornare addirittura all’epoca giudicale, la restaurazione promossa dagli stessi Sardi dopo la sarda rivoluzione). Guardare a questi precedenti mi porta a pensare che ogni volta in cui nella storia abbiamo rinunciato a fare o confermare passi avanti sulla strada dell’autonomia e dell’indipendenza abbiamo sempre finito per pagarla cara, anche quando era sembrato che il barato tra vecchi arnesi costituzionali e modernità efficientista ci avrebbe giovato. Da qui il successivo pensiero che si stia avvicinando, senza troppo clamore, un altro momento della verità, in cui le nostre spiccate peculiarità geografiche e storiche (e quindi culturali) dovrebbero tenerci saldi, se appena ne avessimo coscienza, in una posizione anche estrema rispetto al dibattito nazionale (italiano); paradossalmente, sul piano dei principi, forti della nostra debolezza. Non siamo la Catalogna ricca, non siamo le colonie inglesi del Nord-America (che potevano trattare da posizioni ormai di forza sulle tasse dettate sempre più timidamente dalla madrepatria); siamo tra i più poveri e, nella prospettiva di un autogoverno economico, probabilmente destinati a un perlomeno iniziale arretramento, tale verosimilmente da portare a una revisione della politica salariale tra attuali garantiti e attuali senza tutele per ripartire con un nuovo bilanciamento sociale. Siamo pronti a dircelo? Siamo pronti, in maggioranza, a condividerlo? Siamo pronti a farci trovare pronti e a ballare sulla nostra musica?<br />
I precedenti sarebbero scoraggianti, ma se da questi ci decidessimo a imparare lezioni più profonde di quelle tratte finora dai più …</p>
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