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	Commenti a: Raccontiamocela tutta: politica, storia e ruolo degli intellettuali	</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		Di: Borghesia sarda e monopolio Tirrenia di Onorato. Ma non solo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Borghesia sarda e monopolio Tirrenia di Onorato. Ma non solo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2014 01:39:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[&#8230;] trovo quindi d&#8217;accordo anche con Omar Onnis quando ricorda che persino il patrimonio archeologico sardo, per il suo grande potenziale [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] trovo quindi d&#8217;accordo anche con Omar Onnis quando ricorda che persino il patrimonio archeologico sardo, per il suo grande potenziale [&#8230;]</p>
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		Di: Omar Onnis		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/12/29/raccontiamocela-tutta-politica-storia-e-ruolo-degli-intellettuali/#comment-23</link>

		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2014 17:22:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://sardegnamondo.eu/2014/12/29/raccontiamocela-tutta-politica-storia-e-ruolo-degli-intellettuali/#comment-22&quot;&gt;alessandromongili&lt;/a&gt;.

Grazie, Alessa&#039;. Mi tocca essere d&#039;accordo con te. Mi sa che hai centrato un aspetto fondamentale della questione. Del resto, basta osservare il dibattito pubblico o semi-pubblico, su vari argomenti e a vario livello, così come avviene in altri contesti, per avere subito dei termini di paragone mortificanti. Parlo proprio di metodo, di abitudine a discutere &lt;em&gt;con&lt;/em&gt; altri (e non sempre e solo &lt;em&gt;contro&lt;/em&gt; altri). Attitudine critica, serietà nelle argomentazioni, trasparenza delle fonti e delle appartenenze, riconoscimento e accettazone delle obiezioni (quanto meno, della legittimità delle obiezioni): cose che latitano, dalle nostre parti. Non che me ne voglia chiamare fuori, ma almeno provo a pormi il problema.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://sardegnamondo.eu/2014/12/29/raccontiamocela-tutta-politica-storia-e-ruolo-degli-intellettuali/#comment-22">alessandromongili</a>.</p>
<p>Grazie, Alessa&#8217;. Mi tocca essere d&#8217;accordo con te. Mi sa che hai centrato un aspetto fondamentale della questione. Del resto, basta osservare il dibattito pubblico o semi-pubblico, su vari argomenti e a vario livello, così come avviene in altri contesti, per avere subito dei termini di paragone mortificanti. Parlo proprio di metodo, di abitudine a discutere <em>con</em> altri (e non sempre e solo <em>contro</em> altri). Attitudine critica, serietà nelle argomentazioni, trasparenza delle fonti e delle appartenenze, riconoscimento e accettazone delle obiezioni (quanto meno, della legittimità delle obiezioni): cose che latitano, dalle nostre parti. Non che me ne voglia chiamare fuori, ma almeno provo a pormi il problema.</p>
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		<title>
		Di: alessandromongili		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/12/29/raccontiamocela-tutta-politica-storia-e-ruolo-degli-intellettuali/#comment-22</link>

		<dc:creator><![CDATA[alessandromongili]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2014 17:04:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Penso che la maggior parte di noi si sia fatto ipnotizzare dalla comunicazione e dal dibattito pubblico purché-sia, dimenticando che in Sardegna, e in Italia, non è questo aspetto ad essere carente, ma l&#039;apprendimento di modalità di approccio ai problemi diverso da quello che conduce alla mera espressione delle opinioni. Mi riferisco all&#039;assenza di interesse non tanto alla &quot;formazione&quot;, quando proprio all&#039;apprendimento, che consiste in un cambiamento sia di chi propone un tema, sia di chi lo accoglie, sia, spesso, del tema stesso o del suo modo di determinarsi. L&#039;abitudine allo studio, alla ricerca, alla verifica delle fonti, alle discussioni ragionate è l&#039;ultima delle virtù delle università italiane, in particolare in Sardegna. Intere generazioni sono state educate a sparare cazzate, oppure a ripetere a pappardella il contenuto dei manuali. Il dibattito, nelle nostre condizioni, diventa una cosa un po&#039; teatrale, in cui un&#039;asserzione si contrappone a un&#039;altra asserzione senza mai contestare né le fonti (quali che siano) né le qualità (intellettuali, ma anche morali) di chi le produce, che è in genere la modalità adottata, ad esempio, nelle controversie tecnoscientifiche (il cosiddetto &quot;regresso dello sperimentatore&quot;). Da noi, la cosa più plausibile o più urlata diventa quella più seguita. Si tratta di una qualità che il nostro dibattito pubblico ha forse ereditato dal fascismo e dal suo prolungamento partitocratico e che oggi si è trasformato in un fenomeno pop in quanto il continuum politico-mediatico lo ha traslato quasi interamente nelle interazioni mediate o nelle quasi-interazioni mediate, senza che perdesse alcun carattere postfascista, cioè fondato sulla tendenziale opacità delle fonti, dei dati, delle posizioni politiche di chi asserisce. E sull&#039;idea in fondo elitista che comunicazione è soprattutto manipolazione e che il popolo sia bue (cosa diffusissima anche a sinistra dove perfino il lascito gramsciano è stato traslato e l&#039;idea che dell&#039;egemonia si sono fatti i nostri posttogliattiani o comunque gesuiti di ritorno è proprio che egemonia corrisponda alla manipolazione).
C&#039;è in Italia una persistente opposizione alla ricerca e alla serietà e all&#039;importanza dell&#039;approccio intellettuale alle cose, cioè anche alla ricerca e alla produzione di idee nuove. Oggi si maschera con &quot;cultura del fare&quot; (in genere cazzate) o, antropologicamente, con la metànoia provocata nelle identità dall&#039;avere successo (anche attraverso una carica farlocca o una comparsata a Videolina o sull&#039;Unione), questo anti-intellettualismo. In realtà, è solo paura della necessità di affrontare le cose per quello che sono e non per quello che appaiono sui giornali o all&#039;interno del senso comune. E&#039; superficialità che, ora come sempre, produce solo disastri.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Penso che la maggior parte di noi si sia fatto ipnotizzare dalla comunicazione e dal dibattito pubblico purché-sia, dimenticando che in Sardegna, e in Italia, non è questo aspetto ad essere carente, ma l&#8217;apprendimento di modalità di approccio ai problemi diverso da quello che conduce alla mera espressione delle opinioni. Mi riferisco all&#8217;assenza di interesse non tanto alla &#8220;formazione&#8221;, quando proprio all&#8217;apprendimento, che consiste in un cambiamento sia di chi propone un tema, sia di chi lo accoglie, sia, spesso, del tema stesso o del suo modo di determinarsi. L&#8217;abitudine allo studio, alla ricerca, alla verifica delle fonti, alle discussioni ragionate è l&#8217;ultima delle virtù delle università italiane, in particolare in Sardegna. Intere generazioni sono state educate a sparare cazzate, oppure a ripetere a pappardella il contenuto dei manuali. Il dibattito, nelle nostre condizioni, diventa una cosa un po&#8217; teatrale, in cui un&#8217;asserzione si contrappone a un&#8217;altra asserzione senza mai contestare né le fonti (quali che siano) né le qualità (intellettuali, ma anche morali) di chi le produce, che è in genere la modalità adottata, ad esempio, nelle controversie tecnoscientifiche (il cosiddetto &#8220;regresso dello sperimentatore&#8221;). Da noi, la cosa più plausibile o più urlata diventa quella più seguita. Si tratta di una qualità che il nostro dibattito pubblico ha forse ereditato dal fascismo e dal suo prolungamento partitocratico e che oggi si è trasformato in un fenomeno pop in quanto il continuum politico-mediatico lo ha traslato quasi interamente nelle interazioni mediate o nelle quasi-interazioni mediate, senza che perdesse alcun carattere postfascista, cioè fondato sulla tendenziale opacità delle fonti, dei dati, delle posizioni politiche di chi asserisce. E sull&#8217;idea in fondo elitista che comunicazione è soprattutto manipolazione e che il popolo sia bue (cosa diffusissima anche a sinistra dove perfino il lascito gramsciano è stato traslato e l&#8217;idea che dell&#8217;egemonia si sono fatti i nostri posttogliattiani o comunque gesuiti di ritorno è proprio che egemonia corrisponda alla manipolazione).<br />
C&#8217;è in Italia una persistente opposizione alla ricerca e alla serietà e all&#8217;importanza dell&#8217;approccio intellettuale alle cose, cioè anche alla ricerca e alla produzione di idee nuove. Oggi si maschera con &#8220;cultura del fare&#8221; (in genere cazzate) o, antropologicamente, con la metànoia provocata nelle identità dall&#8217;avere successo (anche attraverso una carica farlocca o una comparsata a Videolina o sull&#8217;Unione), questo anti-intellettualismo. In realtà, è solo paura della necessità di affrontare le cose per quello che sono e non per quello che appaiono sui giornali o all&#8217;interno del senso comune. E&#8217; superficialità che, ora come sempre, produce solo disastri.</p>
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