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	Commenti a: La cosa giusta per ragioni sbagliate	</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		Di: Carlo De Michele		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/12/12/la-cosa-giusta-per-ragioni-sbagliate/#comment-17</link>

		<dc:creator><![CDATA[Carlo De Michele]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Dec 2014 18:26:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie per l&#039;analisi assai acuta. La situazione è comunque vera per tutta l&#039;Italia ed in tutte le democrazie occidentali, basta pensare ai rapporti fra Hartz e la dirigenza sindacale germanica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per l&#8217;analisi assai acuta. La situazione è comunque vera per tutta l&#8217;Italia ed in tutte le democrazie occidentali, basta pensare ai rapporti fra Hartz e la dirigenza sindacale germanica.</p>
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		Di: in giro con la lampada di aladin&#8230; &#124; Aladin Pensiero		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/12/12/la-cosa-giusta-per-ragioni-sbagliate/#comment-16</link>

		<dc:creator><![CDATA[in giro con la lampada di aladin&#8230; &#124; Aladin Pensiero]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Dec 2014 16:18:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[&#8230;] &#8211; l’economia Nuova politica industriale partendo da veri manager. Andrea Saba su La Nuova Sardegna - crisi e lavoro La solitudine della classe operaia abbandonata dalla politica. Gianni Fresu, su La Nuova Sardegna.  l’economia Nuova politica industriale partendo da veri manager Andrea Saba su La Nuova Sardegna Non basta la semplice erogazione di capitali, il governo ripristini la legge Sabatini se vuole ridare slancio alle imprese che sono in grado di espandersi Certo, il debito pubblico è troppo alto e se non si taglia la spesa pubblica improduttiva &#8211; ed è tanta &#8211; non ne usciamo, ma gli istituti come S&#038;P sull&#8217;Italia non ci azzeccano mai perchè usano coefficienti statistici di valutazione che sono stati modulati sulla economia americana che è totalmente diversa. Nel 1995, durante una conferenza alla Colombia Univ. di New York, il prestigioso istituto americano Imd Institute for Management and Development, aveva classificato l&#8217;Italia al 32° posto nella produttività, nello stesso anno l&#8217;Ocse ci aveva collocato al quarto posto fra i paesi industriali del mondo. La cosa era evidentemente incompatibile, ma i dati dell&#8217;Ocse non si potevano smentire ed i responsabili degli studi americani, ai quali sottoposi una serie di quesiti sulle loro metodologie, mi farfugliarono alcune penose giustificazioni prive di una qualsiasi giustificazione scientifica. Misuravano la produttività in base alla dimensione dell&#8217;impresa o alla sua quotazione in borsa; tutte cose estranee all&#8217;industria italiana che vince soprattutto con la alta qualità dei prodotti. Per questo, se il paesaggio politico-morale fosse un poco migliore, non mi preoccuperei delle valutazioni degli istituti di rating americani: diano piuttosto un voto alla polizia del loro civilissimo paese. Dopo aver reso più flessibile il lavoro, ora il governo si appresta ad una nuova ed interessante politica industriale. Si progetta un intervento della Cassa Depositi e Prestiti nell&#8217;acquisto di quote di capitale di alcune imprese in crisi ed altri interventi utili al rilancio degli investimenti. L&#8217;esperienza dell&#8217;Iri dopo la crisi del &#8217;29 era stata considerata una delle migliori soluzioni a livello mondiale ed era ancora studiata nelle migliori università (vedi Cambridge). L&#8217;Iri poi era degenerata creando non pochi danni. Bisogna essere molto prudenti per evitare vicende come quella dell’Efim, e anche dell’Iri stessa che, dopo essere stata protagonista della ricostruzione e del miracolo italiano, aveva attivato partecipazioni ridicole nel settore dei panettoni, delle merendine e simili. Per valutare l&#8217;utilità della nuova esperienza affidata alla Cdp è necessario avere un quadro generale della situazione industriale e, credo, il primo punto da considerare sia l&#8217;attivo delle esportazioni. Le piccole imprese, i distretti stanno giocando un ruolo positivo e quindi, come prima scelta di politica industriale, rimetterei in vigore la legge Sabatini che consente l&#8217;acquisto di macchinari in un arco quinquennale con un tasso di credito di favore. È una legge ottima che ha avuto un ruolo decisivo, sotto la guida del Mediocredito Centrale di G.F. Imperatori, nella affermazione dei distretti industriali e del settore delle macchine utensili (l&#8217;Italia è da decenni il terzo produttore mondiale di questo prodotto fondamentale). Questa parte dell&#8217;industria è in fase di espansione nonostante la crisi: potenziarla sarebbe una scelta ottima. Per la partecipazione al capitale vanno considerati i beni-base come l&#8217;acciaio e quindi Taranto, alcune imprese che sono state protagoniste del “made in Italy “ come Natuzzi (divani e divani) che dopo anni di straordinari successi, si trova in difficoltà, ma intorno a lui si articola tutto il distretto lucano-pugliese che merita di essere aiutato. Ma queste scelte hanno bisogno di essere affidate a managers di alto livello. La scelta di Guerra, ex ceo di Luxottica, sarebbe ottima, del resto l&#8217;Iri, nel momento del suo massimo successo, aveva attivato una scuola di formazione manageriale fra le migliori del mondo. La Cdp dovrebbe valutare questa possibilità perchè il processo di innovazione, e quindi di management moderno, è la condizione essenziale per una politica industriale. La sola erogazione di capitali non è sufficiente. &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;- - crisi e lavoro La solitudine della classe operaia abbandonata dalla politica. Gianni Fresu, su La Nuova Sardegna. La cronaca socio economica della nostra regione è quotidianamente segnata dalle vertenze del mondo del lavoro, nelle quali ha modo di manifestarsi l&#8217;agonia apparentemente irreversibile del suo superstite apparato produttivo industriale. Dalle miniere al tessile, dal siderurgico al pretrolchimico, praticamente non esiste comparto esente dallo stillicidio delle chiusure, con relative procedure di mobilità, ammortizzatori sociali e licenziamenti. Tuttavia, non intendo addentrarmi sul fenomeno della desertificazione industriale dell&#8217;isola, ma soffermarmi sulla condizione di solitudine vissuta dai soggetti che in primo luogo subiscono gli effetti di questo sgretolamento economico produttivo, costretti a forme di lotta sempre più disperate per attirare l&#8217;attenzione. Nella realtà sarda di oggi quanto resta della vecchia classe operaia si trova nella peggior condizione oggettiva e soggettiva di sempre dal suo sorgere, perché non solo subisce da decenni un processo di ridimensionamento strutturale, ma vive un drammatico isolamento politico. Per un verso, gli apostoli delle leggi di mercato la definiscono un residuo storico del Novecento, sopravvissuto solo grazie all&#8217;assistenzialismo statale e dunque ne affermano l&#8217;inutilità. Per un altro, quel che resta della sinistra, insieme a una visione del mondo organica e coerente incentrata sul conflitto capitale-lavoro sembra aver smarrito anche una precisa idea dei suoi referenti sociali, dunque di fronte alla crisi in corso si limita a portare una solidarietà inane ai lavoratori, molto prossima a quella delle autorità ecclesiastiche. Infine, gli orientamenti impegnati nel rivendicare l&#8217;universo ideale della cosiddetta &#8220;sardità&#8221;, sovente prigionieri di una visione romantica &#8220;dei bei tempi andati&#8221;. Buona parte di loro, non tutti per carità, guarda con indifferenza se non proprio con malcelato disprezzo questo mondo, quasi che, nel suo storico farsi &#8220;classe in sé&#8221;, gli operai abbiano incarnato il tradimento di civiltà degli &#8220;originali&#8221; rapporti produttivi sardi. Qualcosa di molto simile all&#8217;approccio dei populisti (portatori anch&#8217;essi di una ideologia imperniata sulla mistica della piccola proprietà contadina) verso la nascente classe operaia russa di fine Ottocento. L&#8217;attuale solitudine della classe operaia sarda è drammatica, in sé persino più grave del suo disarmo strutturale, determinato dall&#8217;insieme combinato di due fattori dal pesante carico distruttivo: la tendenza storica alla delocalizzazione nella produzione industriale; la crisi organica dell&#8217;economia del capitalismo mondiale, dunque le ristrutturazioni da essa generate. Insomma, non solo la classe operaia sarda sembra destinata a non avere più una progenie, non ha nemmeno padri. Ciò accade non solo nel mondo politico, ma anche negli ambienti incensati dell&#8217;Accademia, un tempo guida dei cambiamenti storici e ora rimorchio della più spicciola cronaca politica. Non è un caso se gli studi di uno storico di grande levatura come Girolamo Sotgiu, sulla nascita del movimento operaio sardo, siano praticamente dimenticati. Eppure il comparire del movimento operaio nella nostra regione, a partire dalla costruzione delle strade ferrate nell&#8217;Ottocento, ha rappresentato un indubbio progresso in termini di soggettività sociale e politica, ha favorito l&#8217;uscita da una storica condizione di subalternità per fasce significative di masse popolari sarde, superando la illusoria rappresentazione del fantomatico &#8220;popolo sardo unito&#8221; (senza distinzione tra sfruttatori e sfruttati, dirigenti e diretti) oggi invece tornata prepotentemente di moda. Forse proprio in ciò bisogna rintracciare la convinzione secondo cui i mali del cosiddetto popolo sardo (povertà, arretratezza e sfruttamento) sarebbero una conseguenza della sua misconosciuta dimensione nazionale, anziché il frutto delle contraddizioni nei rapporti sociali di produzione in cui esso si situa. &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211; La cosa giusta per ragioni sbagliate di Omar Onnis su SardegnaMondo [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] &#8211; l’economia Nuova politica industriale partendo da veri manager. Andrea Saba su La Nuova Sardegna &#8211; crisi e lavoro La solitudine della classe operaia abbandonata dalla politica. Gianni Fresu, su La Nuova Sardegna.  l’economia Nuova politica industriale partendo da veri manager Andrea Saba su La Nuova Sardegna Non basta la semplice erogazione di capitali, il governo ripristini la legge Sabatini se vuole ridare slancio alle imprese che sono in grado di espandersi Certo, il debito pubblico è troppo alto e se non si taglia la spesa pubblica improduttiva &#8211; ed è tanta &#8211; non ne usciamo, ma gli istituti come S&amp;P sull&#8217;Italia non ci azzeccano mai perchè usano coefficienti statistici di valutazione che sono stati modulati sulla economia americana che è totalmente diversa. Nel 1995, durante una conferenza alla Colombia Univ. di New York, il prestigioso istituto americano Imd Institute for Management and Development, aveva classificato l&#8217;Italia al 32° posto nella produttività, nello stesso anno l&#8217;Ocse ci aveva collocato al quarto posto fra i paesi industriali del mondo. La cosa era evidentemente incompatibile, ma i dati dell&#8217;Ocse non si potevano smentire ed i responsabili degli studi americani, ai quali sottoposi una serie di quesiti sulle loro metodologie, mi farfugliarono alcune penose giustificazioni prive di una qualsiasi giustificazione scientifica. Misuravano la produttività in base alla dimensione dell&#8217;impresa o alla sua quotazione in borsa; tutte cose estranee all&#8217;industria italiana che vince soprattutto con la alta qualità dei prodotti. Per questo, se il paesaggio politico-morale fosse un poco migliore, non mi preoccuperei delle valutazioni degli istituti di rating americani: diano piuttosto un voto alla polizia del loro civilissimo paese. Dopo aver reso più flessibile il lavoro, ora il governo si appresta ad una nuova ed interessante politica industriale. Si progetta un intervento della Cassa Depositi e Prestiti nell&#8217;acquisto di quote di capitale di alcune imprese in crisi ed altri interventi utili al rilancio degli investimenti. L&#8217;esperienza dell&#8217;Iri dopo la crisi del &#8217;29 era stata considerata una delle migliori soluzioni a livello mondiale ed era ancora studiata nelle migliori università (vedi Cambridge). L&#8217;Iri poi era degenerata creando non pochi danni. Bisogna essere molto prudenti per evitare vicende come quella dell’Efim, e anche dell’Iri stessa che, dopo essere stata protagonista della ricostruzione e del miracolo italiano, aveva attivato partecipazioni ridicole nel settore dei panettoni, delle merendine e simili. Per valutare l&#8217;utilità della nuova esperienza affidata alla Cdp è necessario avere un quadro generale della situazione industriale e, credo, il primo punto da considerare sia l&#8217;attivo delle esportazioni. Le piccole imprese, i distretti stanno giocando un ruolo positivo e quindi, come prima scelta di politica industriale, rimetterei in vigore la legge Sabatini che consente l&#8217;acquisto di macchinari in un arco quinquennale con un tasso di credito di favore. È una legge ottima che ha avuto un ruolo decisivo, sotto la guida del Mediocredito Centrale di G.F. Imperatori, nella affermazione dei distretti industriali e del settore delle macchine utensili (l&#8217;Italia è da decenni il terzo produttore mondiale di questo prodotto fondamentale). Questa parte dell&#8217;industria è in fase di espansione nonostante la crisi: potenziarla sarebbe una scelta ottima. Per la partecipazione al capitale vanno considerati i beni-base come l&#8217;acciaio e quindi Taranto, alcune imprese che sono state protagoniste del “made in Italy “ come Natuzzi (divani e divani) che dopo anni di straordinari successi, si trova in difficoltà, ma intorno a lui si articola tutto il distretto lucano-pugliese che merita di essere aiutato. Ma queste scelte hanno bisogno di essere affidate a managers di alto livello. La scelta di Guerra, ex ceo di Luxottica, sarebbe ottima, del resto l&#8217;Iri, nel momento del suo massimo successo, aveva attivato una scuola di formazione manageriale fra le migliori del mondo. La Cdp dovrebbe valutare questa possibilità perchè il processo di innovazione, e quindi di management moderno, è la condizione essenziale per una politica industriale. La sola erogazione di capitali non è sufficiente. &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;- &#8211; crisi e lavoro La solitudine della classe operaia abbandonata dalla politica. Gianni Fresu, su La Nuova Sardegna. La cronaca socio economica della nostra regione è quotidianamente segnata dalle vertenze del mondo del lavoro, nelle quali ha modo di manifestarsi l&#8217;agonia apparentemente irreversibile del suo superstite apparato produttivo industriale. Dalle miniere al tessile, dal siderurgico al pretrolchimico, praticamente non esiste comparto esente dallo stillicidio delle chiusure, con relative procedure di mobilità, ammortizzatori sociali e licenziamenti. Tuttavia, non intendo addentrarmi sul fenomeno della desertificazione industriale dell&#8217;isola, ma soffermarmi sulla condizione di solitudine vissuta dai soggetti che in primo luogo subiscono gli effetti di questo sgretolamento economico produttivo, costretti a forme di lotta sempre più disperate per attirare l&#8217;attenzione. Nella realtà sarda di oggi quanto resta della vecchia classe operaia si trova nella peggior condizione oggettiva e soggettiva di sempre dal suo sorgere, perché non solo subisce da decenni un processo di ridimensionamento strutturale, ma vive un drammatico isolamento politico. Per un verso, gli apostoli delle leggi di mercato la definiscono un residuo storico del Novecento, sopravvissuto solo grazie all&#8217;assistenzialismo statale e dunque ne affermano l&#8217;inutilità. Per un altro, quel che resta della sinistra, insieme a una visione del mondo organica e coerente incentrata sul conflitto capitale-lavoro sembra aver smarrito anche una precisa idea dei suoi referenti sociali, dunque di fronte alla crisi in corso si limita a portare una solidarietà inane ai lavoratori, molto prossima a quella delle autorità ecclesiastiche. Infine, gli orientamenti impegnati nel rivendicare l&#8217;universo ideale della cosiddetta &#8220;sardità&#8221;, sovente prigionieri di una visione romantica &#8220;dei bei tempi andati&#8221;. Buona parte di loro, non tutti per carità, guarda con indifferenza se non proprio con malcelato disprezzo questo mondo, quasi che, nel suo storico farsi &#8220;classe in sé&#8221;, gli operai abbiano incarnato il tradimento di civiltà degli &#8220;originali&#8221; rapporti produttivi sardi. Qualcosa di molto simile all&#8217;approccio dei populisti (portatori anch&#8217;essi di una ideologia imperniata sulla mistica della piccola proprietà contadina) verso la nascente classe operaia russa di fine Ottocento. L&#8217;attuale solitudine della classe operaia sarda è drammatica, in sé persino più grave del suo disarmo strutturale, determinato dall&#8217;insieme combinato di due fattori dal pesante carico distruttivo: la tendenza storica alla delocalizzazione nella produzione industriale; la crisi organica dell&#8217;economia del capitalismo mondiale, dunque le ristrutturazioni da essa generate. Insomma, non solo la classe operaia sarda sembra destinata a non avere più una progenie, non ha nemmeno padri. Ciò accade non solo nel mondo politico, ma anche negli ambienti incensati dell&#8217;Accademia, un tempo guida dei cambiamenti storici e ora rimorchio della più spicciola cronaca politica. Non è un caso se gli studi di uno storico di grande levatura come Girolamo Sotgiu, sulla nascita del movimento operaio sardo, siano praticamente dimenticati. Eppure il comparire del movimento operaio nella nostra regione, a partire dalla costruzione delle strade ferrate nell&#8217;Ottocento, ha rappresentato un indubbio progresso in termini di soggettività sociale e politica, ha favorito l&#8217;uscita da una storica condizione di subalternità per fasce significative di masse popolari sarde, superando la illusoria rappresentazione del fantomatico &#8220;popolo sardo unito&#8221; (senza distinzione tra sfruttatori e sfruttati, dirigenti e diretti) oggi invece tornata prepotentemente di moda. Forse proprio in ciò bisogna rintracciare la convinzione secondo cui i mali del cosiddetto popolo sardo (povertà, arretratezza e sfruttamento) sarebbero una conseguenza della sua misconosciuta dimensione nazionale, anziché il frutto delle contraddizioni nei rapporti sociali di produzione in cui esso si situa. &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211; La cosa giusta per ragioni sbagliate di Omar Onnis su SardegnaMondo [&#8230;]</p>
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		<title>
		Di: Paolo Serra		</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/12/12/la-cosa-giusta-per-ragioni-sbagliate/#comment-15</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paolo Serra]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Dec 2014 16:15:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Articolo molto bello e condivisibile, pur nella necessaria e succinta analisi storica. L&#039;unica cosa che non approvo è la frase finale &quot;o non si salva nessuno&quot;. Non è vero storicamente e non sarà così nemmeno per il futuro: c&#039;è sempre qualcuno che ingrassa sulla fame altrui e anche molti sardi si sono venduti ai conquistatori di turno. Lo faranno anche domani, come lo fanno oggi e lo faranno per ignoranza, o per fame, o per invidia. Una nuova e necessaria politica non deve aver paura di combattere il servilismo che attanaglia non solo la politica coloniale dei partiti nazionali e dei sindacati a loro vicini, ma anche promuovere iniziative pratiche di un&#039;economia nuova, che si indirizzi proprio nella direzione di un modello esistenziale diverso, rispettoso dei bisogni umani e di quelli dell&#039;ambiente non umano in cui viviamo. Il nuovo avrà certamente molti nemici, anche tra i sardi. Sarà bene non dimenticarlo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Articolo molto bello e condivisibile, pur nella necessaria e succinta analisi storica. L&#8217;unica cosa che non approvo è la frase finale &#8220;o non si salva nessuno&#8221;. Non è vero storicamente e non sarà così nemmeno per il futuro: c&#8217;è sempre qualcuno che ingrassa sulla fame altrui e anche molti sardi si sono venduti ai conquistatori di turno. Lo faranno anche domani, come lo fanno oggi e lo faranno per ignoranza, o per fame, o per invidia. Una nuova e necessaria politica non deve aver paura di combattere il servilismo che attanaglia non solo la politica coloniale dei partiti nazionali e dei sindacati a loro vicini, ma anche promuovere iniziative pratiche di un&#8217;economia nuova, che si indirizzi proprio nella direzione di un modello esistenziale diverso, rispettoso dei bisogni umani e di quelli dell&#8217;ambiente non umano in cui viviamo. Il nuovo avrà certamente molti nemici, anche tra i sardi. Sarà bene non dimenticarlo.</p>
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