La Storia non è finita: fermenti e lotte in tutto il mondo, aspettando la Sardegna

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Per chi osserva le dinamiche storiche in corso senza farsi vincere dalle tentazioni dogmatiche, quel che sta succedendo in queste settimane non può essere una sorpresa.

Abituati a scodinzolare dietro la cronaca, a rincorrere la mera – e spesso artefatta – attualità, a volte perdiamo di vista i fenomeni profondi, i processi reali.

Dal Cile a Hong Kong, da Haiti ed Ecuador al Rojava, passando per la Catalogna (e presto chissà dove altro), è tutto un pullulare di lotte, di rivolte, di vertenze politiche aperte.

Non è un caso e non si tratta nemmeno di fenomeni del tutto autonomi gli uni dagli altri.

Può sembrare che i moti di piazza a Hong Kong, ricca provincia cinese, non abbiano nulla a che vedere con le proteste sul “caro vita” di Santiago del Cile o con quelle della poverissima Haiti.

E che le rivendicazioni del femminismo intersezionale non c’entrino nulla con la vertenza catalana. O con quella sarda.

E che la lotta No-TAV della Val Susa sia del tutto aliena a quella dei Mapuche e alle proteste in Ecuador.

Io non ne sono affatto convinto.

Sia per ragioni storiche, sia perché mi sembra invece convincente l’impostazione intersezionale della lotta sociale e politica contemporanea.

In questi ambiti non si deve ragionare per schemi precostituiti e astratti.

I nodi aggrovigliati dalla contemporaneità non si sciolgono da soli. Né saranno sciolti a colpi di dogmi, di “ipse dixit” e di adesioni fideistiche.

Le conseguenze del colonialismo e del neo-colonialismo, il dominio dell’economia capitalista, gli effetti dell’antropizzazione del mondo sull’ambiente e la biosfera non sono increspature d’onda nel flusso del tempo.

Come in tutte le epoche di crisi strutturale e di transizione, assistiamo a un ripiegamento della civiltà e a una forte polarizzazione sociale.

La differenza, rispetto al passato, è che oggi la dimensione di questi fenomeni è globale.

Naturalmente la crisi generalizzata scarica i suoi effetti a livello locale secondo dinamiche e dentro dialettiche specifiche.

Il mondo è ancora abbastanza diversificato da non poter essere ricondotto ad un unico modello standardizzato, perfettamente isotropo.

Eppure, al fondo, tutti i conflitti popolari mostrano di essere mossi dagli stessi bisogni, dalle stesse aspirazioni.

Il dominio del profitto privato, l’individualismo, la gerarchizzazione sociale, le discriminazioni su base etnica, ideale, di genere ecc., la competizione come unica forma di selezione, portano solo a contrapposizioni sempre più esasperate.

A volte il conflitto così generato assume i contorni di una ribellione dei poveri contro i ceti dominanti.

A volte si tratta di un disagio meno evidente, ma egualmente profondo, in cui gli apparati dello stato nazionale “liberale” si scontrano con il desiderio di democrazia, autodeterminazione, pacifica convivenza di masse crescenti di cittadini insoddisfatti.

I dispositivi egemonici e la stessa democrazia rappresentativa (ormai in fase declinante) non bastano più a mantenere sotto controllo le minoranze che pretendono diritti ed eguaglianza.

O i territori che aspirano ad autodeterminarsi democraticamente.

O ancora i ceti poveri o impoveriti che chiedono di poter accedere a una qualità della vita meno precaria e sotto ricatto.

Né riescono a sopire la denuncia massiva e soprattutto giovanile riguardo al disastro ambientale in corso.

Ciò che voglio dire è che sono tutte lotte che si intersecano e a volte si sovrappongono e che esprimono la medesima domanda.

Lotte alle quali gli apparati di potere rispondono sempre con le stesse armi (“armi” non sempre solo in senso traslato, purtroppo).

Il modello di convivenza che l’Europa ha imposto al mondo, nel corso dell’Età moderna e in quella contemporanea, mostra i suoi limiti intrinseci.

L’Occidente individualista e rapace, patriarcale, suprematista e razzista ha fatto trionfare i suoi valori e i suoi ordinamenti politici un po’ ovunque, ma senza riuscire a sconfiggere gli altri modelli di convivenza evolutisi altrove nel tempo, né trovare una pacificazione interna.

Oggi non non ci sono più “armi, acciaio e malattie” a garantire alle classi dominanti europee o di origine europea, e alle loro omologhe di altre longitudini, il dominio sul pianeta.

Né basta più l’ideologia neoliberista, la propaganda panglossista sul “migliore dei mondo possibili”, a mascherare la realtà e ottundere le coscienze.

Certo, non disponiamo di un’alternativa già bell’e pronta, né di un solido e sistematico apparato ideologico e pragmatico a cui rivolgerci.

Ma forse non è un male.

Certamente occorre una nuova riflessione, non euro-centrica né nostalgica, che riesca non solo ad analizzare ciò che succede con sguardo lucido e libero, ma anche a ipotizzare forme di convivenza, di produzione e distribuzione, di regolazione dei conflitti che possano essere concretamente applicate nei vari scenari umani.

Bisogna coniugare le diverse appartenenze inserendole in un processo dialettico virtuoso e non conflittuale. Trarre giovamento dalle diversità. Innescare un gioco in cui sia possibile vincere tutti.

Al contrario di quel che predica l’ideologia dominante (sia nella variante perbenista e mainstream, diciamo, sia in quella reazionaria e fascistoide), non c’è niente in natura o nelle relazioni umane che vieti di perseguire e realizzare questo obiettivo.

Questo dunque dovrebbe essere il compito della nostra era.

Voglio essere onesto. Dubito che lo sarà, almeno in tempi brevi.

Stiamo ancora vivendo i titoli di coda della Modernità. Non sono affatto sopite le mire egoistiche delle varie combriccole padronali e autoritarie che governano le varie porzioni del pianeta.

E sono combriccole che dispongono di conoscenze, dispositivi potenti, monopolio della forza, cospicue risorse economiche.

Ho paura anzi che stiamo entrando sempre più profondamente in un periodo di conflitti sistematici.

Le classi dominanti non sono abituate a mediare né hanno acquisito la consapevolezza della propria finitezza e della finitezza del mondo stesso.

È come se molti ricchi e/o potenti della Terra vivessero ancora nel XVIII o nel XIX secolo.

Non so come andranno le cose. La mia speranza è che dai vari conflitti accesi in giro per il pianeta emergano forze sociali e culturali in grado di contrastare la deriva autoritaria, anti-popolare e anti-democratica in corso.

Ma è appunto solo una speranza.

Certamente non siamo esentati dal tentare tutto ciò che possiamo per contrastare tale deriva e per proporre modelli alternativi virtuosi.

Cominciando da casa nostra, dalle nostre reti di conoscenze e dalle collettività e dai territori in cui viviamo.

Non navighiamo al buio. Non siamo privi di “scienza e coscienza”.

Si tratta però di capire che tutte le lotte alla fine sono la stessa lotta.

Il destino della Federazione della Siria del Nord in questo senso ci riguarda più di quanto ci piaccia ammettere.

Così come ci riguarda la sorte della Catalogna. Non in un’ottica meramente indipendentista, ma prima di tutto democratica.

E così le altre vicende aperte, dal Cile alla stessa Hong Kong.

Non facciamo il gioco della propaganda padronale. Non cadiamo nella trappola delle tifoserie alimentate ad arte dai mass media organici all’apparato di dominio economico e politico.

Lasciamo perdere i distinguo stupidi tra diritti sociali e diritti civili: è una distinzione cara a chi non vuole in realtà che siano universali e garantiti né gli uni né gli altri.

Abbandoniamo le posizioni dogmatiche e le simpatie mal riposte verso quello o quell’altro regime autoritario.

Lo vediamo cosa combinano i nostri idoli del momento, al dunque.

Bisogna sottrarsi al “gioco dei troni” e alla guerra tra potenze, alla geo-politica come unica forma di regolazione dei conflitti su scala globale.

Universalizzare i diritti e salvaguardare tutte le forme sane (ossia democratiche) di autonomia, dentro un quadro in cui il punto di riferimento siano da un lato le comunità, le classi sociali, i territori e dall’altro, in generale, l’intero pianeta e la sua biosfera.

Un’ottica confederale democratica, non capitalista, integrata su scala planetaria. Un socialismo su scala umana.

Non credo ci siano altre vie d’uscita. Salvo quelle che prevedono guerra, devastazioni, autoritarismo, azzeramento dei diritti e delle libertà.

Senza escludere l’estinzione del genere umano.

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