Politica in Sardegna. Se vuoi cambiarla, devi cambiare il modo di fare politica: modelli organizzativi e di leadership a confronto

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Uno dei motivi per cui la Sardegna non riesce a trovare un’alternativa credibile all’apparato colonial-clientelare dominante è che sono troppo labili e vaghi i confini etici, teorici e pragmatici tra i diversi modelli di processo decisionale e di leadership in campo.

Mi spiego.

Possiamo ricondurre essenzialmente a due le diverse forme di organizzazione e di leadership politica.

Una è l’organizzazione verticistica e la leadership personale e centralizzata, in cui esiste una guida, spesso un capo carismatico, che elabora, decide, tesse relazioni. E, sotto, i seguaci.

È un modello che al suo interno assume facilmente forme neo-feudali, in cui quella che conta è la relazione diretta dei sottoposti col capo, ed è esposto a derive nepotiste e al formarsi di una corte, più che di un vero gruppo dirigente.

All’esterno, d’altro canto, questa forma di leadership si traduce facilmente in trasformismo, in tatticismo esasperato e in clientelismo.

La discussione interna serve a precisare alcuni aspetti o a fissare le gerarchie, non a decidere alcunché. Chi decide è il vertice.

È il modello dominante, ad esempio, nelle succursali sarde dei partiti italiani, spesso divise in fazioni.

Ogni capo fazione si regola secondo questo modello. Ha i suoi fedelissimi, che spesso destina a ruoli nodali nell’amministrazione pubblica e para-pubblica; ha i suoi alleati; ha i suoi clientes.

Per lo più la dialettica politica in Sardegna è una dialettica tra queste fazioni, tanto all’interno degli schieramenti (più o meno definiti), quanto all’esterno, spesso a prescindere dalle appartenenze ideali di facciata.

Tale modello politico favorisce le carriere di personaggi dotati di astuzia e scarsamente votati all’introspezione morale (diciamo così).

È un modello che premia la fedeltà e l’opportunismo.

E, inevitabilmente, la corruzione.

Quali che ne siano le motivazioni politiche sbandierate o il discorso pubblico ufficiale, questo modello politico è fatto per perpetuare se stesso. E basta.

Possibilmente al riparo da meccanismi democratici efficienti e trasparenti, nonché da contrappesi troppo vincolanti.

Per questo predilige la tattica e mostra una visione strategica solo nell’ottica di mantenere il potere o di accrescere quello conquistato.

Purtroppo è anche un modello di riferimento per larga parte delle forze politiche estranee al complesso delle forze dominanti. Anche in ambito indipendentista (o sedicente tale).

Può sembrare paradossale, ma è un tratto culturale e pragmatico molto italiano, che tuttavia l’indipendentismo ha mutuato senza colpo ferire.

Preciso una cosa. Non sto parlando di modalità d’azione relative a momenti contingenti, dovute a necessità oggettive, come succede in occasione delle campagne elettorali.

Le campagne elettorali, lo sappiamo, sono una forma di scontro bellico, come tali rispondono a logiche loro proprie.

Sto parlando invece di una prassi ordinaria, assunta come “normale”, anzi come l’unica possibile.

Il che, dentro un ambito politico di stampo subalterno e coloniale come quello sardo, in effetti è vero.

La mediocrità delle istituzioni sarde non discende dal fatto che siano sarde, come qualcuno sostiene (“cosa ce ne facciamo dell’indipendenza, se poi riusciamo a produrre solo una classe politica come questa?”).

È invece uno dei frutti velenosi della nostra condizione debilitata.

“Le cose funzionano così, bisogna adeguarsi”, sostiene chi propende per adottare tale modello anche in ambiti politici apparentemente alternativi a quelli dominanti.

Va bene, se vuoi che tutto rimanga com’è.

Ma se vuoi cambiare, possibilmente in meglio, non è contraddittorio voler mantenere i meccanismi e le prassi politiche esistenti?

Chi fa il rivoluzionario mutuando i comportamenti, la prassi e le parole d’ordine del presunto avversario di solito non ci mette molto a ritrovarsi, come per magia, cooptato in qualche ruolo più o meno confortevole nel campo avverso.

In questo senso il tempo è galantuomo e i nodi vengono sempre al pettine.

In ogni caso, questo modello, anche quando adottato in buona fede, soffre di una debolezza intrinseca che lo rende inservibile a mutare lo stato delle cose.

È una modalità di leadership e di prassi profondamente conformista, aliena alla critica e ai principi etici troppo stringenti, così come a obiettivi troppo impegnativi.

Non può funzionare nemmeno l’idea di adottare queste formule per entrare nel meccanismo del potere dominante e contaminarlo dall’interno con le proprie buone intenzioni.

Non funziona, fidatevi. A parte il fatto che, troppo spesso, è una maschera indossata per camuffare intenzioni in realtà tutt’altro che buone.

Si tratta di prassi e modalità che, anche quando non sconfinano apertamente nella corruzione conclamata e nella compromissione etica, sono di per sé un terreno favorevole agli eccessi personalistici, agli scontri tra fazioni, all’impasse politica.

Quando si critica il leaderismo, cui troppo spesso ha ceduto l’indipendentismo sardo, in realtà sono questi gli aspetti che si stigmatizzano.

Non è vero che non ci sia bisogno di leadership, in politica. Ma dipende da quale modello di leadership si sceglie.

Non c’è solo quello fin qui esposto.

E qui veniamo al secondo modello.

Ciò a cui dovrebbe puntare un movimento di massa alternativo all’egemonia colonial-clientelare è un modello antitetico al primo.

Laddove nel modello personalistico e neo-feudale prevalgono il principio gerarchico, l’opacità, l’assenza di vincoli etici e valoriali, in un modello alternativo questi elementi non possono esserci.

L’affidamento a un capo (di solito maschio) deve essere sostituito da una leadership distribuita e sempre revocabile, da una delega non in bianco ma regolata da un ferreo principio di responsabilità.

Il centro politico e decisionale non deve essere personalistico, né verticistico, bensì collettivo, di tipo confederale e procedente dal basso verso l’alto.

La partecipazione non deve essere solo formale, né finalizzata a ratificare decisioni prese dal vertice, ma deve essere elemento decisivo e dinamico.

Per altro, se vogliamo fare una considerazione di indole antropologica o sociologica, nella realtà sarda questo modello ha molta più probabilità di risultare stabile, di coinvolgere i cittadini e di radicarsi.

Non dunque sollecitazione degli egoismi e parcellizzazione autoreferenziale, bensì confronto e legittimazione reciproca.

E tanta chiarezza.

La chiarezza presuppone la consapevolezza della complessità e dei conflitti intrinseci in qualsiasi collettività umana.

Nessuno può pretendere indistinte appartenenze a una presunta nazione come unica identificazione necessaria e sufficiente e, in nome di quella, sopire il dissenso o negare la contrapposizione di interessi diversi.

Le differenze ideali, di obiettivi, di appartenenza sociale devono essere contemplate.

Si tratta di farne una ricchezza, da un lato, e da un altro di essere coscienti di quale sia la posta in gioco e di chi siano le controparti.

Quella di cui parlo è una sorta di via confederale all’organizzazione e alla leadership politica.

E vorrebbe essere anche una risposta alla povertà teorica ed etica del modello personalistico e clientelare, i cui guasti sono fin troppo evidenti.

Prenderne le distanze, segnare un confine, fare distinguo, non sono vezzi da settari. E nemmeno illusioni da “anime belle”.

Dobbiamo imparare l’intransigenza.

Dobbiamo saper riconoscere i tratti che davvero distinguono una politica popolare e democratica, votata all’emancipazione collettiva, pensata come servizio e non come carriera, rispetto a una politica autoriferita ed egoistica, alla fin fine organica alla nostra condizione subalterna.

Bisogna avere la coscienza a posto. Non nei termini dell’onestà vaga e astratta, populista, sbandierata da alcune realtà di moda nella politica italiana (e dunque in quella coloniale sarda).

L’onestà non è un principio politico e non è certamente un obiettivo. Caso mai è una condizione soggettiva di base che si dovrebbe pretendere da chi fa politica.

Bisogna avere la coscienza a posto nel senso che l’inappuntabilità etica, la centralità dei principi democratici di fondo e la credibilità anche personale di chi si propone come alternativa alla politica dominante devono essere fattori decisivi.

Adottare e far funzionare un tale modello è anche uno dei pochi antidoti all’allontanamento dei cittadini dalla partecipazione pubblica e dallo stesso voto.

Una riflessione su questi punti è ineludibile e deve farci rivalutare sia le esperienze del passato sia le esperienze in corso. Serenamente e con generosità, senza personalismi.

Anche per smentire la tesi di un mio amico, secondo cui in Sardegna, appena una persona impegnata in politica conquista un minimo di visibilità, le si ipertrofizza l’ego a dismisura e impazzisce, trascinando se stessa e altri nel baratro.

O fa carriera, grazie e insieme a quelli che fino a poco fa erano “il nemico”.

Per carità, può succedere. Succede. Vorrei che non fosse un destino segnato, però.

Se togliamo di mezzo il terreno su cui queste sindromi germogliano, evitiamo il pericolo.

Non mi pare ci siano molte altre strade percorribili, se il discorso dell’autodeterminazione e della democrazia in Sardegna non è solo una posa ma vuole essere un discorso serio, di portata storica.

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