Letture estive edificanti: libri che, secondo me, vale la pena leggere

Vorrei segnalare alcuni libri che ho letto quest’estate e che mi pare valga la pena di consigliare.

Non c’è un criterio organico, in questi consigli di lettura, e forse nemmeno un filo conduttore unico. Ma non è detto.

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Inizierei con un romanzo storico, La grammatica di Febrés (Arkadia, 2019), di Nicolò Migheli.

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L’autore è un amico, quindi è difficile dire qualcosa su un suo libro che non suoni troppo compiacente o ipocrita.

Non mi dilungherò, dunque, sui vari piani di lettura e sui vari aspetti del romanzo.

Lo segnalo però per la sua valenza ulteriore, rispetto al piano meramente letterario.

È un libro che meriterebbe di essere letto anche solo per il personaggio principale, a cui si riferisce il titolo, alla sua incredibile vicenda umana e al contesto storico in cui si svolse.

Dal Sud America coloniale alla Cagliari del secondo Settecento, tra guerre, trame politiche, contrasti dottrinari, illuminismo e rivoluzioni.

Dentro questo scenario, un ex padre gesuita realmente esistito, dedito alla linguistica, rifugiatosi in Sardegna, redige la prima grammatica conosciuta della lingua sarda.

Un lavoro di cui tuttavia si perdono le tracce molto presto. Ne rimane un indice, avventurosamente sopravvissuto a una distruzione e a una damnatio memoriae già di per sé significative e romanzesche.

Il plot narrativo si sviluppa intorno a questo nucleo tematico, storicamente vero, recuperando alla nostra conoscenza un personaggio e una vicenda particolarmente affascinanti.

C’è tantissimo da scoprire e di cui meravigliarsi, in questo libro. Che è anche una risposta allo stereotipo – infondato e ideologicamente imposto – che vuole la Sardegna costantemente estranea alla Storia, impermeabile ai mutamenti del mondo, priva di relazioni con le correnti culturali principali di ogni epoca.

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In sostanziale continuità, almeno cronologica, con questo primo titolo è il secondo che segnalo.

Si tratta di Palabanda. La rivolta del 1812. Fatti e protagonisti di un movimento che ha scosso la Sardegna, di Andrea Pubusa (Arkadia, 2019).

Palabanda.-La-rivolta-del-1812.jpeg

Nel libro si snocciolano i risultati di un’indagine, anche archivistica, sui “fatti di Palabanda” e sui loro protagonisti.

A cominciare da quel Salvatore Cadeddu che del movimento rivoluzionario sardo al suo crepuscolo fu tra i principali animatori.

Andrea Pubusa svolge un’investigazione quasi da avvocato o da giudice istruttore, recuperando notizie e ricostruendo fatti e contesti, nel tentativo di dare a un senso a una vicenda che è nota ai più come “Congiura di Palabanda”.

In realtà, come sa chiunque frequenti lo studio di quel periodo, tale definizione fu coniata appositamente per mettere in piedi le accuse che poi avrebbero condotto Cadeddu e altri al patibolo, o in galera o all’esilio.

Le connotazioni proditorie e vili che accompagnano il termine “congiura” servivano a condire con un sapore spiacevole quella che in realtà era un’azione politica con intenti rivoluzionari.

Azione mai portata a termine perché appunto stroncata preventivamente dalla repressione dell’apparato di intelligence e di polizia della corte sabauda, allora in pianta stabile a Cagliari.

Al di là di alcune letture forzate sul piano terminologico (in particolare quando si tira in ballo il concetto di “autonomia”) e delle valutazioni frettolose sull’azione di Giovanni Maria Angioy e sul periodo rivoluzionario propriamente detto, il libro ha molti significativi pregi.

Intanto, recuperando la lezione di Girolamo Sotgiu, getta una luce decisamente vivida su un momento conclusivo, ma non per questo di poco conto, del lunghissimo periodo rivoluzionario sardo.

Che non è relegabile al solo triennio 1794-96, ma ha delle premesse e degli strascichi da conoscere e circostanziare adeguatamente.

Inoltre imposta correttamente la lettura dei fatti sardi, che potrebbero altrimenti sembrare eventi di poco conto, meramente locali, ampliando lo sguardo dall’isola al contesto internazionale.

Così, oltre a menzionare la proverbiale “fame del ’12”, con cui nella memoria popolare si è fissato quell’anno fatidico, l’autore ricorda e connette ai fatti indagati anche gli eventi europei di quegli stessi mesi.

Il 1812 è l’anno della Costituzione di Cadice, in Spagna, della Costituzione siciliana e dell’inizio della Campagna di Russia di Napoleone, ultimo atto di un’epopea fin lì vittoriosa.

Inserendo il rinnovato fermento rivoluzionario sardo in questo momento particolare della storia europea, esso diventa improvvisamente molto più comprensibile e significativo.

Per altro, contribuendo a sfatare, anche in questo caso, il mito subalterno della nostra atavica estraneità al flusso della grande Storia.

Benché non scritto da uno storico, il libro risulta non solo interessante ma, tutto sommato, anche metodologicamente ben assemblato, e consente ulteriori riflessioni su un momento nodale della nostra storia, purtroppo diffusamente sottovalutato o del tutto ignorato.

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Il terzo libro che segnalo è La macchina del vento, di WuMing1 (Einaudi Stile LIbero, 2018).

La macchina del vento, il romanzo di Wu Ming 1 ambientato ...

Ambientata a Ventotene, tra i condannati al confino, anche celebri (due su tutti: Sandro Pertini e Altiero Spinelli), la vicenda mescola abilmente ricostruzione storica accurata, riflessione politica, mitologia classica e una certa dose di fantascienza.

Detta così sembra la descrizione di una miscela mal riuscita tra ingredienti non compatibili. Invece non solo i vari piani narrativi si intersecano senza disturbarsi, ma l’effetto complessivo è particolarmente efficace.

Altamente consigliato a chi sia interessato a capire cosa fu il fascismo e cosa comportava opporsi ad esso.

Non solo, naturalmente. In questo libro c’è una riflessione articolata sulla democrazia, sul socialismo, sull’europeismo, sull’Italia fascista e post-fascista.

Non tesi astrattamente squadernate nella loro dimensione meramente teorica, ma idee e prospettive presentate attraverso le vicissitudini, le sofferenze e il coraggio di tanti protagonisti, più o meno noti, dell’antifascismo e del secondo dopoguerra.

Un libro che, direi inevitabilmente, ci parla molto del nostro oggi.

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Dopo tre testi usciti nel 2019, ripesco un libro uscito più di trent’anni fa (nel 1983), ma recentemente ritradotto in italiano nella sua versione integrale.

Si tratta di Le nebbie di Avalon, il classico del fantasy di Marion Zimmer Bradley (HarperCollins, 2018).

Le Nebbie di Avalon - Marion Zimmer Bradley
Le nebbie di Avalon. Il ciclo di Avalon. Parte seconda ...

Se non l’avete mai letto, forse è il momento di farlo.

Capisco che il genere possa scoraggiare chi non abbia dimestichezza con esso (cosa che sinceramente disapprovo), ma anche in tal caso ci sono diversi ottimi motivi per fare un’eccezione.

Intanto si tratta di una rilettura della saga arturiana (sì, proprio quella di Re Artù, Ginevra, Lancillotto e la fata Morgana) in una chiave semi-realistica, che le restituisce un po’ di carne e sangue, per così dire.

Un fantasy decisamente non “per ragazzi”, in questo senso precursore di George R. R. Martin e le sue Cronache del ghiaccio e del fuoco (note in Italia come Il Trono di Spade).

Storia, religione e politica alla corte di Camelot, potremmo dire. E non solo.

Il tutto guardato in un’ottica decisamente spiazzante. Oggi, come e forse più di quando uscì.

Lo sguardo e la narrazione sono quelli di Morgaine (Morgana), grande sacerdotessa della Dea, nobile discendente di una stirpe regale matrilineare ormai minacciata dall’avvento del cristianesimo e del patriarcato.

Se questo non è un libro rivoluzionario, non so quale altro libro possa esserlo.

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Proseguo con un libro dichiaratamente dedicato ai ragazzi, ma che può essere una lettura piacevole e istruttiva anche per un pubblico adulto.

Si tratta di Il coraggio salpa a mezzanotte (Einaudi Ragazzi, 2019), scritto da Andrea Atzori.

Andrea Atzori è coautore di Fiume Europa, con Andrea Pau Melis, libro su cui mi sono soffermato qualche tempo fa sempre qui su SardegnaMondo.

Il coraggio salpa a mezzanotte è un racconto ambientato prevalentemente nell’arcipelago scozzese delle isole Shetland durante la II Guerra mondiale, ma anche nel Mare del Nord e sulle coste norvegesi.

Protagonisti, dei ragazzi (una ragazza e due ragazzi, in particolare).

Il contesto in cui agiscono i personaggi è storicamente reale.

I rifugiati norvegesi nelle isole scozzesi animavano una costante azione di salvataggio e di sostegno alla resistenza anti-nazista in patria, tramite le spedizioni navali clandestine chiamate “il bus delle Shetland”.

Nata in modo improvvisato, con mezzi di fortuna, questa operazione militare divenne sempre più organizzata e sistematica, nel corso del conflitto, ottenendo molti successi, pur a costo di ingenti sacrifici.

La storia che Andrea Atzori vi inserisce è un racconto di formazione in cui l’incoscienza tipica degli adolescenti si sublima in coraggio e abnegazione, dentro una vicenda certamente più grande dei protagonisti, ma da cui essi non intendono restare esclusi.

Una storia di avventura con tutti i crismi, ben scritta, senza inutili fronzoli, senza edulcorazioni compiacenti, che chiama in causa temi e prospettive politiche del nostro presente, riportandoli alla loro dimensione più reale, più umana.

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Mi piace concludere questa rassegna con un libro totalmente diverso dagli altri.

Un libro di poesie, per di più in sardo.

Si tratta di Su grodde bos at a contare de me, di Nanni Falconi (NOR, 2019).

Fotografia de Nanni Falconi

Un gioiello fatto di versi lavorati dalle sapienti mani di un autore fin qui noto (o meglio, troppo poco noto) per i suoi romanzi, anch’essi in lingua sarda.

C’è tantissimo, in questa raccolta di poesie, ma soprattutto c’è il coraggio di utilizzare il sardo fuori dai canoni della poesia tradizionale, sia come metrica (qui libera) sia come tematiche (in questo caso molto contemporanee, spesso introspettive).

La vita, nelle sue tante forme, la natura, la solitudine, l’amore, la riflessione sulla condizione umana: Nanni Falconi riesce ad affrontare tutto questo con una sensibilità e un tocco che non possono non coinvolgere empaticamente il lettore.

Il fatto che i versi siano in sardo può essere un incentivo, per i non sardoglotti sardi, a riappropriarsi di questa lingua, e, per chi non ha mai avuto dimestichezza con essa, a imparare a conoscerla.

Non è mai troppo tardi.

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