Questione identitaria sarda, suo uso ideologico e suoi fraintendimenti, nell’ottica di un’autodeterminazione democratica

Sul profilo Facebook dell’amico Emiliano Longobardi è nata una discussione a proposito di specialità sarda, mitologie annesse e trattamento mediatico e commerciale delle medesime. Un discorso che in questa sede è di casa.

In particolare ho avuto un interessante scambio di vedute con Cesare Giombetti. Riporto qui alcune sue obiezioni e le mie risposte, senza la pretesa di aver detto l’ultima parola su alcunché.

Iniziamo dal primo scambio di opinioni, tra il serio e il faceto (in questo caso, si discorre amichevolmente, al contrario delle forme prevalenti sui social).

A queste prime obiezioni articolate ho risposto come segue (copio-incollo, per maggiore facilità di lettura).

Risposta lunga, chiedo venia in anticipo.

La preoccupazione per la stereotipizzazione razziale del sardo, come forse sai, Cesare, la sento molto anche io. Anzi, diciamo pure che ho provato (insieme ad altri, non troppi per il vero) ad analizzarla, a collocarla storicamente e a mostrarne l’intima natura colonialista e anti-democratica.

Ma mi pare tu confonda questo fenomeno con un’altra cosa.
Perché secondo te esiste, storicamente, la razzializzazione dei sardi? Perché è nato il nostro mito identitario? E perché è stato interiorizzato da tanti sardi, nel corso soprattutto dell’ultimo secolo e mezzo? A quali interessi risponde questo esito?

Io qualche risposta me la sono data.

In ogni caso, confondere questo con l’aspirazione all’autodeterminazione (che, a quanto pare, è legittima solo per alcuni, ma non per tutti, vai a capire perché) è un errore oggettivo.

Così come è un errore, una fallacia argomentativa e storica, usare l’argomentazione che, siccome l’Italia è fatta di tante diversità, allora la diversità della Sardegna non è “più diversa delle altre” e dunque siamo italiani pure noi, come gli umbri, i marchigiani, i lombardi, i romani, ecc.

E allora sono italiani anche i corsi, e quelli del Canton Ticino, e direi anche Nizza. Ma procedendo per diversità relative e accostamenti arbitrari potremmo finire per dire che sono italiani anche i provenzali, l’intera Francia, i catalani e tutta la Spagna. E i maltesi dove li lasciamo? E mi fermo qui. Non apro nemmeno per scherzo la questione dell’Istria e della Dalmazia.

Insomma, questo discorso è molto debole ed è qualcosa di simile a una scappatoia alla buona, senza sostanza, degna di una discussione tra ignari, o come argomento di propaganda spicciola.

Semplicemente esistono differenze storiche, geografiche, culturali, dettate dalle vicende umane medesime, dai loro sviluppi, dalle condizioni materiali in cui hanno vissuto i popoli, dalle loro peregrinazioni, dai loro meticciamenti, dalle correnti di scambi e di relazioni intercorse durante i secoli.

Tu sai qualcosa della lunga stratificazione storica e culturale della Sardegna? E delle parallele vicende della penisola italiana? E della storia del Mediterraneo e dell’Europa negli ultimi sette, ottomila anni?

Hai un’idea almeno generale dei processi storici che hanno coinvolto la Sardegna negli ultimi tre secoli in particolare?

La Sardegna ha una sua vicenda storica peculiare, che si inserisce e si connette con la storia del Mediterraneo e dell’Europa, ma con suoi tratti specifici.

Il fatto che oggi sia una porzione – sia pure lontana e marginale – dello Stato italiano non è una buona ragione per spostare anacronisticamente indietro la sua appartenenza al contesto geografico, storico, culturale e politico italiano, fino alla notte dei tempi (“il primo dinosauro italiano viveva in Sardegna”, titolo giornalistico di qualche mese fa: fa ridere, vero?).

Importa poco che l’Italia sia un assemblaggio storico mal riuscito di diversità ancora vive. Anzi, caso mai questo è un argomento a sostegno della nostra estraneità, se ci pensi bene. Se gli italiani non esistono davvero, perché diavolo dovremmo essere italiani noi?

Ma questo è solo un aspetto della faccenda.

In realtà non è nemmeno quello decisivo.

Nel processo di autodeterminazione della Sardegna, le tematiche “identitarie” (uso le virgolette perché questa definizione ha connotazioni politiche alquanto disdicevoli, ormai) hanno un peso molto minore di quanto si pensi.

In realtà il nostro vero, grande problema è la mancata realizzazione storica di una compiuta democrazia.

Quale che sia il nostro giudizio sulle conquiste civili e politiche degli ultimi due secoli, non c’è dubbio che la Sardegna ne sia stata in larga misura tenuta fuori o ai margini, in virtù della sua condizione subalterna, possiamo serenamente dire *coloniale*.

Il che sarebbe vero anche se oggi l’isola fosse abitata da una popolazione molto meno omogenea, se anche i sardi non esistessero se non come sommatoria di etnie e di provenienze diversissime, o se l’isola fosse abitata da cinesi, o persino da italiani.

Il problema dell’autodeterminazione e del rapporto sbilanciato e subalterno con lo stato centrale si porrebbe comunque. Magari in forme e con tematiche parzialmente diverse. Ma si porrebbe ugualmente.

Prima di tutto perché il fattore geografico, la diversità geologica, ambientale e persino… tettonica non sono fattori comprimibili o modificabili a piacimento. E hanno il loro grande peso.

La diversità culturale si forma in virtù di una distanza fisica e di fattori concreti. E i conflitti tra interessi contrapposti, a livello economico e dunque politico, nascono da qui.

Come vedi, il discorso si fa facilmente lungo e complicato. Non voglio andare troppo oltre. Del resto, di queste cose parlo e scrivo da anni, meglio (spero) e più diffusamente (di sicuro) che in una conversazione su FB.

Di sicuro c’è che, su queste faccende, l’indipendentismo sardo ha da tempo preso una posizione molto sana e per lo più lucida.

Non è certo l’indipendentismo (nelle sue varie declinazioni, non ne esiste uno e basta, e non esiste un ambito ideologico autonomo definibile come “indipendentismo”) che indulge in celebrazioni identitarie. Quella è robaccia sardista e viene usata molto di più come arma propagandistica *contro* il processo di autodeterminazione, che a suo vantaggio.

Idem per le ossessioni razziali. Schifezze che lasciamo volentieri ai sovranisti e ai fascisti di ogni risma, italiani o sardi che siano. Ce n’è qualcuno che si auto-proclama indipendentista, ma è davvero una parrocchia a sé stante, largamente minoritaria, se è questo che ti preoccupa.

Essere consapevoli di sé non significa automaticamente essere ostili all’altro da sé. Anzi, può essere il modo migliore per allacciare rapporti solidaristici e scambi proficui su un piano di parità e reciproco rispetto.

Il che non può accadere se sei un mero oggetto storico in mani altrui o se non hai la più vaga idea di dove sei collocato nel tempo e nello spazio.

La replica è stata la seguente (copio-incollo anche in questo caso).

Scusa, Omar. Il più tardi è diventato tre giorni e poi per non poter dire molto di molto intelligente, credo. Nel senso che io ti capisco, ma la mia visione del mondo è molto apolide e vede i confini some mere istituzioni e convenzioni. Dunque questo mi porta da una parte diametralmente opposta a quella del tuo discorso. Non creo confini in caso di eventuali specialità (che magari tendo a vedere meno proprio per questa mia visione). capisco benissimo – e ne avevamo già parlato – che il tuo indipendentismo non abbia a che fare con i vari nazionalismi di destra (per farla semplice) e ne colgo la differenza di spirito e di impostazione. Però per me ogni pulsione verso ulteriori confini è tendenzialmente inutile, se non dannosa. per me la nazione ha valore zero, non è un valore. È una convenzione. E dunque dentro quel condominio possono vivere tutti. Se poi ci sono delle disparità, si cerca di lavorare sull’eliminazione insieme, ma in virtù della diversità di trattamento dei condomini e non della storia, lingua ecc. Poi alla peggio se non ci sono le condizioni per un miglioramento, si può ragionare di divorzio. Come di indipendenza di una reale colonia. Ma sempre in termini per me funzionali-pratici e non valoriali-morali, che vedo sempre rischiosi e che comunque non condivido. Insomma, io Senegal mi separo dalla Francia perché oppresso e palese colonia moderna. Se andiamo al passato invece tante sono le colonie ormai assimilate e per me non è il caso di ripescare antichi confini. Si rischiano risultati artificiosi come la Terra Promessa degli ebrei. Spero di essermi spiegato. In sintesi, non vedo le condizioni di colonia, e questo mi divide da chi invece queste condizioni le vede, non vedo la specialità, perché io vedo solo diversità e non diversità speciali (se non in maniera tecnico-funzionale, vedi lingue diverse. Minoranze da tutelare insomma), non vedo neanche un’oppressione tale da parte dello stato italiano da giustificare una separazione. Vedo oppressioni maggiori nei confronti di parte dell’Italia, tra cui Sardegna e il sud in genere, ma non un’oppressione speciale, e non fatta da altri, ma da quello che a oggi è di fatto lo stato italiano, e dunque in parte anche da noi sardi. Non vorrei fare un dibattito infinito, sia per non tediare Emiliano, sia in generale. Facebook si presta poco. Abbiamo approcci diversi e credo che entrambi li abbiamo esposti discretamente bene. Se fossimo di persona, sarebbe più facile continuare in maniera più distesa e non per “trattati”. Un abbraccio a te e al nostro ospite Emiliano.

Replica puntuale che a sua volta richiede una risposta puntuale. Troppo lunga, però, per i criteri di Facebook.

Per questo – oltre che per la rilevanza delle questioni sollevate – preferisco usare questo spazio per esporla (e ringrazio sia Cesare sia chi legge per la pazienza).

Andiamo con ordine.

a) “[…] per me la nazione ha valore zero, non è un valore. È una convenzione. E dunque dentro quel condominio possono vivere tutti.”

La penso come te, guarda un po’. La “nazione” è una creazione politica contemporanea. Potremmo definirla (e cito) una “comunità immaginata” (non immaginaria, occhio!).

Diciamo che – nel senso che le diamo oggi – ha la sua data di nascita con la Rivoluzione francese (il discorso è più complesso, ma è per darci dei confini intellegibili).

Onestamente, non credo esistano storicamente entità concrete di questo tipo.

Esistono popolazioni che hanno una storia comune, a volte condividono uno stesso territorio o hanno un qualche legame culturale che ne determina una comune appartenenza.

A volte, come nel caso dei sardi, hanno delle caratteristiche storiche e geografiche proprie evidenti.

Ma si tratta di collettività umane comunque in relazione con altre collettività umane, quasi sempre molto più meticce di quanto i nazionalismi pretendano, e soprattutto caratterizzate al proprio interno da dialettiche e conflitti che ne fanno entità plurali, dinamiche, complesse.

La pretesa coesione che sta alla base del concetto stesso di nazione (pensa alla retorica patriottica e patriottarda italiana) è pura invenzione di comodo, mito tecnicizzato, a volte con chiare connotazioni reazionarie.

Il discorso dell’autodeterminazione democratica non deve basarsi necessariamente (anzi, per come la vedo io non deve basarsi affatto) sul concetto di nazione.

Gli stati-nazione europei sono la principale causa dei mali peggiori dell’intera età contemporanea. Ancora oggi sono una fonte di autoritarismo, pulsioni oligarchiche, maneggi egoistici ai danni di interi popoli, strumento di dominio “estrattivo” in mano al grande capitale.

Lo stesso concetto di stato-nazione andrebbe radicalmente rivisto, secondo me.

In questo possono aiutare le riflessioni sul confederalismo democratico elaborate da Abdul “Apo” Oçalan, estremamente feconde nell’ottica di una rivisitazione radicale – e radicalmente democratica – della forma di convivenza tra i popoli europei e più in generale mediterranei.

Resta il fatto, tuttavia, che oggi come oggi (e chissà ancora per quanto tempo), l’unica entità politica dotata di personalità giuridica a livello internazionale è lo stato.

Se vuoi avere una soggettività collettiva autonoma e con propria voce in capitolo difficilmente puoi prescindere dal raggiungimento (auspicabilmente democratico e nelle forme più emancipative che siano possibili) di una sovranità statuale. Ma questo è un fatto contingente ed è anche del tutto strumentale.

L’indipendenza non è uno scopo in sé, né è un obiettivo autosufficiente. L’indipendentismo non è un’ideologia, non è un campo di significati, di concetti, di teorizzazioni autonome.

Certo, adottando un’ottica indipendentista si colgono meglio le contraddizioni e a volte gli inganni ideologici su cui si fonda la nostra condizione storica attuale. Questo è salutare ed è molto liberatorio.
Ma chiaramente non basta a definire i valori e gli obiettivi strategici di un percorso politico.

Alla fine i valori e gli obiettivi strategici sono sempre quelli che distinguono i diversi approcci politici. Fondamentalmente “destra e sinistra”, con tutte le declinazioni specifiche del caso.

Come vedi, dell’idea ottocentesca di nazione se ne può fare comodamente a meno.

b) “io Senegal mi separo dalla Francia perché oppresso e palese colonia moderna. Se andiamo al passato invece tante sono le colonie ormai assimilate e per me non è il caso di ripescare antichi confini”

Perché? Tieni conto che gli attuali stati africani sono essi stessi un’invenzione coloniale. La stessa idea di sé che hanno le popolazioni colonizzate discende dalla narrazione egemonica imposta dai dominatori (pensa alla drammatica questione “Tutsi vs. Hutu”, per dirne una).

Esiste un’intera branca di studi sociali e politici che si chiama “studi post-coloniali”, in proposito. Si occupa proprio di analizzare le dinamiche e le conseguenze del processo di colonizzazione e poi di decolonizzazione, compresi i fallimenti di quest’ultimo e le loro cause.

Il problema non è quanto tempo sia passato dalla colonizzazione o quanti nomi abbia avuto un luogo, o chi lo abbia abitato e come e quando, ecc. Il problema fondamentale è se esiste o no un rapporto di dominio e di subalternità (sotto qualsiasi forma esso si manifesti), quali ne siano le caratteristiche storiche e ideologiche e come fare a liberarsene. Se esiste, va affrontato.

Almeno, in un’ottica democratica.

Chiaro, se sei un conservatore o difendi le diseguaglianze e i meccanismi di sfruttamento, di sicuro non ti interesserà affatto metterli in discussione.

Anzi, ne negherai l’esistenza stessa, magari dicendo che va tutto bene, che tutto sommato non esistono padroni e subalterni, che non esistono dominanti e dominati, sfruttatori e sfruttati e che al massimo si può riconoscere qualche vago principio astratto di eguaglianza formale, ma poi va bene che tutto si regoli in base ai brutali rapporti di forza, perché esistono classi sociali, popoli e razze superiori e classi sociali, popoli e razze inferiori.

Il problema delle origini, la questione etnico-nazionale-identitaria, tutte le sovrastrutture concettuali che usualmente si applicano a questo genere di relazioni tra classi, tra popoli e tra territori sono per lo più elementi fuorvianti, spesso utili a mantenere in vita il rapporto di subordinazione.

L’anti-colonialismo e l’anti-imperialismo nascono proprio per contrastare la pretesa di certi stati (delle classi dominanti di tali stati, meglio) di dominare altri popoli e altri territori a mero scopo di sfruttamento, in funzione del meccanismo di accumulo e riproduzione del capitale, giustificando tale rapporto di supremazia con narrazioni di comodo cucite su misura, di solito di indole razzista. È avvenuto *sempre* (pensa al genocidio dei nativi americani, in entrambi i sub-continenti; pensa alla colonizzazione dell’Africa o del Medio Oriente).

Laddove esistano rapporti di dominio e di subalternità, là ha pieno diritto di cittadinanza il discorso emancipativo dell’anti-colonialismo, del principio di autodeterminazione, della conquista di una democrazia compiuta (e realizzata secondo forze e forme che nascano dalle popolazioni coinvolte, non calate artificiosamente dall’alto e dall’esterno). Ovunque. Anche in Sardegna.

c) “non vedo le condizioni di colonia, e questo mi divide da chi invece queste condizioni le vede, non vedo la specialità, perché io vedo solo diversità e non diversità speciali (se non in maniera tecnico-funzionale, vedi lingue diverse. Minoranze da tutelare insomma)”

Io odio il concetto stesso di “specialità”. Non è un concetto neutro e nemmeno innocente.

È una sorta di feticcio applicato alla condizione storica della Sardegna contemporanea per mistificare la cruda realtà di sottomissione e di subalternità che ci caratterizza.

Quindi non c’è alcuna sovrapposizione possibile tra “specialità” e “autodeterminazione”. Anzi, stanno proprio su fronti opposti.

A nessun indipendentista sardo importa una mazza di essere speciale. Anzi, una delle poche cose su cui qualsiasi indipendentista concorda è che vogliamo smetterla di essere speciali.

Tu non vedi la specialità e fai bene. La Sardegna non è affatto speciale. È solo diversa. Storicamente e geograficamente altra.

Chiaro, si tratta di distanze e differenze relative. Come quelle tra tutti i popoli europei e mediterranei. Stiamo parlando di una porzione di pianeta davvero esigua, per di più caratterizzata da una densità antropica e storica mostruosamente grande.

All’interno di questo continuum, la Sardegna ha una sua personalità storica peculiare, potremmo dire. Non certo speciale (nel senso che tutto quello che ci è capitato non è così originale, unico e autoctono come vanno ripetendoci da generazioni i difensori della nostra subalternità).

Le differenza culturali non sono un fenomeno degenere né si possono negare. Diventano un problema quando vengono usate per creare rapporti di forza iniqui, divisioni fittizie, giustificare sfruttamenti, mantenere regimi politici dispotici.

I confini e le frontiere, se esistono, non sono necessariamente barriere e muri, ma sono luoghi di scambio, comunicazione e meticciamento. Sono tra i luoghi più ricchi dell’umanità. Dipende da come li vedi (e li usi).

Le minoranze non devono essere tutelate, poi. Mica sono panda. Le minoranze vanno lasciate libere di decidere per sé.

Niente vieta che una minoranza si trovi benissimo dove sta e con chi sta. Ma chi deve stabilirlo?

Tu non vedi la condizione di colonia, dici. Be’, prima di tutto bisogna intendersi su cosa significhi “condizione di colonia”.

Se guardiamo ai tratti tipici con cui si è espresso il fenomeno storico del colonialismo europeo, bisogna riconoscere che:

a) non ha funzionato solo verso popolazioni e territori extra-europei, ma anche all’interno del Vecchio continente e nel bacino del Mediterraneo;

b) la relazione storica tra Sardegna e stato italiano (con precedenti in età sabauda) presenta tratti tipicamente e indubitabilmente coloniali. Alcuni dei quali persistono nel nostro presente.

Una delle spie più chiare di questa condizione subalterna è l’approccio razziale alla “quistione sarda”.

Il nostro mito identitario è in larghissima misura una costruzione ideologica volta a giustificare la nostra dipendenza e la nostra sottomissione.

Le panzane storiche sulla nostra arretratezza, sull’isolamento (ma quando mai! pensa alla cazzata immane dell'”insularità”, di moda in questi ultimi anni), sulla ancestralità dei nostri “costumi” (esotici e “barbarici”), sulla nostra incapacità di convivere pacificamente (la bufala storica del “pocos, locos y mal unidos”) e di produrre ricchezza, cultura (con la “C” maiuscola), storia (anche qui con la “S”), la nostra delinquenzialità congenita, i tratti “speciali” della nostra cultura atavica (ospitalità, scarsa propensione alla parola, orgoglio, “costante resistenziale”, generosità, balentia): tutti questi sono meri costrutti ideologici tecnicizzati.

Una mitologia altamente tossica di cui siamo stati nutriti e persuasi, al fine di non mettere mai in discussione la necessità di essere una porzione marginale, subalterna, povera, ma “speciale” e “sotto tutela”, di qualcun altro.

La nostra condizione coloniale si vede chiaramente in alcuni dei problemi strutturali che ci affliggono da tempo, senza che se ne trovi mai la soluzione:

questione delle infrastrutture, questione trasporti, emigrazione, sproporzione tra quantità di forze dell’ordine e tasso di criminalità certificato, occupazione militare, servitù industriali ed energetiche, questione linguistica, obliterazione e/o mistificazione della nostra storia, mediocrità della nostra classe politica “podataria” (selezionata a bell’apposta)…

Per negare la consistenza storica della nostra condizione coloniale dovresti negare questi fenomeni e questi problemi, o quanto meno trovare delle spiegazioni alternative che siano altrettanto efficaci e storicamente comprovate.

Fin qui, a parte usare diversivi, negare l’evidenza, applicare su noi stessi una visione pesantemente self-colonized, nessuno c’è riuscito.

Da qui nasce la necessità storica di pretendere e perseguire la realizzazione di una compiuta democrazia in Sardegna. Non “contro” qualcuno o qualcosa (a parte la classe dominante coloniale sarda e i suoi mandanti), ma per raggiungere una condizione più libera, giusta, dignitosa, aperta al mondo (al contrario di oggi).

E questo obiettivo non può prescindere – politicamente e materialmente, in termini oggettivi, non per ragioni “nazionaliste” – dal mettere in discussione il rapporto sbilanciato e iniquo con lo stato italiano. Che ci piaccia o no.

3 responses

  1. Questa discussione andrebbe stampata e consegnata a settembre a tutti gli alunni sardi, dalla prima elementare alla quinta superiore, perché abbiamo un serio bisogno di discutere (e discutere bene) di questi temi. Sto dalla parte di Omar, ma apprezzo gli interventi del suo interlocutore poiché reputo siano stati il giusto stimolo per Omar stesso per fare le sue considerazioni.
    Buone vacanze estive,
    Gabriele

  2. Più che d’accordo praticamente su tutte le analisi. Divergiamo sulle soluzioni e fondamentalmente su una parte dell’analisi. Io le oppressioni le vedo eccome. ma continuo funzionalmente a studiare la storia dell’Italia unita (che esiste di fatto come istituzione) e vedo delle oppressioni soprattutto nei confronti di sud e isole (ma non solo) e non solo da parte del nord perché molti sfruttamenti sono interni al sud e alle isole. Per me la dialettica è tra oppressori e oppressi, ma più di classe e meno geografica. (tra l’altro storia simile qui al nord dell’Inghilterra, fino a ieri almeno sfruttato dal ricco sud) L’altra divergenza è sulla soluzione della separazione. Lo stato “non esiste”, ma è l’unico strumento. Io non credo invece che l’indipendenza o autodeterminazione istituzionale maggiore sia necessariamente la via. E poi nel caso dovrebbero seguire lo stesso percorso tutte le regioni oppresse? (non è una provocazione questa domanda, ma proprio un dubbio)

    • I tuoi dubbi sono giustificati e sono gli stessi che comunque animano una parte consistente del dibattito interno agli stessi movimenti indipendentisti e autodeterminazionisti.

      Sulla differenza tra questione di classe e questione nazionale (altra tematica molto dibattuta e sempre aperta), posso dirti che – secondo me e secondo molti altri – in certe circostanze storiche diventano inscindibili. Come, appunto, nel caso dei processi di decolonizzazione e nel discorso anti-colonialista.

      In Sardegna è sostanzialmente impossibile separare i due aspetti, perché la classe dominante sarda, formatasi dopo la sconfitta della Rivoluzione nostrana, si è costituita, ha prosperato e ha ragion d’essere solo dentro il contesto subalterno e sostanzialmente coloniale che caratterizza la nostra intera storia contemporanea. Uno dei suoi punti di forza è la dipendenza sostanzialmente feudale da forze e gruppi di potere esterni, con la legittimazione che ne consegue. A questo fenomeno non è estranea la nostra classe intellettuale, specie quella incardinata nell’università e nei ruoli dirigenziali pubblici. Ma pensa anche alla funzione conservatrice e clientelare che hanno acquisito nel tempo gli stessi sindacati (italiani) in Sardegna. O pensa ai nostri mass media (nel periodo fascista, per esempio, o negli anni del Piano di Rinascita e successivi, e anche negli ultimi venticinque anni).

      Il faro di ogni discorso democratico ed emancipativo, nella nostra situazione, deve essere – a mio modo di vedere – proprio questo: la democrazia e l’emancipazione sociale e culturale.

      Questi sono gli obiettivi storici da perseguire.

      L’indipendenza, o meglio il processo di autodeterminazione, è il mezzo e la via tramite cui raggiungere tali obiettivi.

      In un contesto internazionale diverso, niente imporrebbe di formare un nuovo stato sovrano, sul modello di quelli storici. Io anzi me lo augurerei. Ma sono faccende che non dipendono dalle nostre costruzioni teoriche e dalle nostre preferenze personali. Vanno fatti i conti con la cruda realtà storica.

      E la cruda realtà storica, oggi come oggi, ci impone di ragionare in termini di uscita dalla compagine politica italiana, senza rinunciare, ma anzi rilanciando fortemente, le nostre interrelazioni internazionali, oggi conculcate e precluse dal fatto di essere una “regione” italiana. I cui interessi – oggettivamente – scompaiono al cospetto di quelli dello stato e del territorio italiano propriamente detto: qui la geografia ha un enorme peso, checché ne dicano i cultori del “resto della penisola”.

      Sottolineo anche qua come in tutto questo non sia affatto necessario votarsi a orientamenti nazionalisti, etno-centrici o addirittura xenofobi. Tutt’altro, anzi. Per dire, uno dei refrain tipici dell’indipendentismo sardo (almeno di quello maggioritario) è che è sardo chi vuole esserlo, non certo chi ha sangue sardo puro al 100% nelle vene (posto che una cosa del genere abbia alcun senso).

      In definitiva (e qui c’è fondamentalmente l’elemento di divergenza tra noi), mi pare che le tue obiezioni, più che all’indipendentismo sardo o al processo di autodeterminazione così come sono, si riferiscano a un indipendentismo e a un processo di autodeterminazione immaginari. O meglio, a ciò che per lo più i mass media e le narrazioni dominanti hanno detto su tali fenomeni storici e politici, mistificandone natura, storia, realtà e obiettivi. Si tratta invece di fenomeni e processi ampi e plurali, radicati nella nostra storia contemporanea molto più di quanto si pensi, e con molte più ragioni e nobili propositi di quanto sia mai stato detto.

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