Sardi, vil razza dannata (e ingrata), o del razzismo più o meno consapevole

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Immagine rievocativa dell’eccidio di Itri (1911)

Tra le tante polemiche social di questo periodo, una ha riguardato un importante esponente del PD, Gianni Cuperlo, e alcune sue dichiarazioni sulla Sardegna.

Il tutto è nato da alcuni lanci giornalistici, sintetizzati in titoli ad effetto. Uno è questo:

Alle polemiche (cui ho contribuito, lo ammetto), sono seguiti tentativi di replica e/o di contestazione basati pressoché unicamente su un preteso fraintendimento delle parole di Cuperlo.

Ora, le dichiarazioni reali sono quelle che si possono ascoltare qui:

http://www.la7.it/laria-che-tira/video/cuperlo-pd-lega-primo-partito-in-sardegna-dove-il-33-non-termina-la-scuola-secondaria-27-05-2019-273062

Com’è evidente, non è affatto vero che ci sia stato un fraintendimento radicale.

Inoltre la questione non verte unicamente sul mero contenuto delle dichiarazioni (Cuperlo non se l’è presa con i sardi, ma con la Lega, anzi col PD, ecc.).

Il contenuto in sé è molto discutibile e anche parecchio sconclusionato.

E già qui c’è poco da difendere.

Ma, in più, è precisamente la scelta di prendere ad esempio la Sardegna, in questo modo, con questi toni, dimostrando di non saperne alcunché, a suscitare l’accusa di un approccio irrispettoso e persino razzista.

Il razzismo non riguarda l’attribuzione ai sardi di ignoranza (attribuzione che pure c’è), ma prima di tutto la pretesa di poter emettere sentenze definitive su una realtà complessa che non si conosce affatto, con un atteggiamento di superiorità.

La benevolenza paternalista non è un’attenuante. È al contrario una delle spie più infallibili della visuale intimamente e oggettivamente razzista.

La polemica su questa uscita invero infelice di Cuperlo non si era ancora spenta, quando su Twitter è comparso un altro intervento, questa volta dello scrittore Paolo Roversi.

Eccolo qui:

L’attribuzione di razzismo a Cuperlo è stata molto mal digerita dai suoi difensori.

Attribuzione che io stesso ho di nuovo evocato anche a proposito del tweet di Roversi.

Non è una faccenda facile da far emergere, perché non ha tratti così marcati e così evidenti, agli occhi di un osservatore che non si sia posto il problema o per cui già porsi il problema potrebbe essere “pericoloso”.

Sullo sfondo, beninteso, c’è l’ormai consolidato posizionamento del PD e del blocco sociale e politico che rappresenta classificabile come “anti-popolare”.

Non è un’accusa gratuita, per lo più è una mera constatazione.

È vero che il sedicente “centrosinistra” italiano e il suo partito maggiore da tempo sono ormai organici a una frazione dell’establishment economico del paese e direi anche internazionale.

È vero che, tramite una campagna mediatica ormai duratura, il PD e i suoi portavoce (espliciti o impliciti) hanno costruito una narrazione ostile ai ceti popolari, tipicamente classista.

Narrazione che è servita a giustificare e legittimare scelte politiche palesemente di destra, ostinatamente neo-liberiste, fedeli alla linea tecnocratica che domina l’Unione Europea, quando non propriamente reazionarie.

Anche in ambito scolastico, per altro (questione evocata da Cuperlo).

Ma questo, come detto, è solo un aspetto di fondo della faccenda.

Perché a tali considerazioni generali, in questi casi, possiamo aggiungere un’accusa, sempre scomoda e pesante, come quella di razzismo?

Chiaramente né Cuperlo né Roversi hanno fatto dichiarazioni esplicitamente razziste contro i sardi.

Ma queste uscite, il loro tono, i loro contenuti, sono tanto più significativi in quanto denunciano una forma di razzismo irriflesso, non puramente soggettiva, in qualche misura persino inconsapevole, e nondimeno presente e ben visibile.

Si tratta di un problema che ho già affrontato in altre occasioni (per esempio qui e qui) e a quelle riflessioni rimando per tutte le precisazioni del caso.

Il rimosso dell’approccio razzista e coloniale verso la Sardegna è un tratto distintivo e caratterizzante della nostra relazione storica con l’Italia.

Con l’Italia come stato, come coacervo di interessi, come apparati di potere, come forme di organizzazione del sapere, ecc.

Ossia, non è un discorso anti-italiano di natura nazionalista, tanto meno ostile agli italiani in quanto popolo.

È la constatazione di una costante della nostra storia contemporanea che rimane sempre sotto traccia, sempre taciuta, eppure sempre operante.

Rimuoverla o eluderla non produce alcun vantaggio, se non di parte.

Per la parte, o le parti, appunto, che in questa condizione storica subalterna e deprivata dell’isola trovano la soddisfazione di interessi, aspettative, disegni politici.

Naturalmente, inclusa anche la porzione di sardi organica a tale meccanismo di dominio/controllo.

Senza dimenticare mai le questioni geo-politiche, così condizionanti nella nostra storia recente.

Ogni relazione di tipo coloniale si fonda su una presunta superiorità del colonizzatore sul colonizzato. Questo aspetto può essere più o meno evidente, ma c’è sempre.

Così, tutti i problemi strutturali di un intero territorio e di un’intera popolazione possono comodamente essere attribuiti a cause parziali o a volte persino di fantasia, rimuovendone la radice storica, concreta.

Basti pensare appunto al problema della dispersione scolastica in Sardegna e all’insieme della tematica “scuola” nell’isola, con tutte le sue implicazioni sociali e politiche, oltre che culturali.

Tematica estremamente delicata, che andrebbe affrontata con la massima serietà, non ridotta a fonte di argomentazioni di comodo, usa e getta, in un dibattito politico in cui la Sardegna rimane comunque un elemento marginale e misconosciuto.

Capisco che ai difensori d’ufficio dell’establishment dia fastidio la reazione stizzita del volgo (ignorante, per definizione). Ossia dei cittadini, alla fine.

E capisco che risulti quasi scandalosa la “rivolta dell’oggetto”.

Ma questo, caso mai, è un ulteriore buon motivo per sollevare il problema ogni qual volta se ne presenti l’occasione e sia necessario farlo.

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