Egemonia culturale e nazionalismo tra Italia e Sardegna

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Quando si prova a raccontare la storia della Sardegna contemporanea a interlocutori italiani, c’è sempre una reazione di incredulità e spesso di rifiuto.

Incredulità e rifiuto sono direttamente proporzionali al grado di istruzione dell’interlocutore e crescono in presenza di specifiche competenze storiche.

Questo avviene anche nel caso che l’interlocutore sia sardo, ma non si sia mai posto il problema del discorso pubblico italiano sulla “storia nazionale”.

Esiste nel senso comune della frazione istruita della popolazione un fortissimo pregiudizio sciovinista e italo-centrico.

È un pregiudizio talmente forte che spinge a rifiutare non solo letture diverse ma anche nozioni elementari non note perché omesse dalla narrazione dominante.

Una delle obiezioni che di solito vengono mosse a qualsiasi tentativo non di riscrittura arbitraria della storia sarda ma anche solo alla sua estrazione dalle cornici forzose delle vicende italiane è quella di “nazionalismo”.

Cioè: se non accetti le cornici nazionaliste italiane, sei nazionalista.

Perché il succo è questo.

Niente da dire, invece su cose come questa:

Ovviamente c’è un capitolo dedicato a Leonardo…
“Non poteva mancare nel cinquecentesimo anniversario della sua morte. Ma anche qui dobbiamo cambiare prospettiva: Leonardo è stato sempre celebrato anche all’estero come grande genio del Rinascimento. No, Leonardo è un grande genio italiano. Allo stesso modo l’impero romano è l’impero italiano. Viene sempre un po’ offuscata la dimensione del nostro Paese, all’estero non ci fanno sconti, ma non dobbiamo dimenticare che il nostro Paese ha regalato al mondo grandi momenti di conoscenza, di grazia, di arte. L’Europa di oggi l’abbiamo fatta noi. Nel caso di Leonardo è evidente. Ma pensiamo anche alle banche, a Venezia”.

(Grassetti miei.)

È un passaggio tratto da un’intervista ad Alberto Angela (non c’è bisogno di spiegare chi sia) in occasione dell’uscita di un suo lavoro sull’intera parabola della storia italiana.

Attenzione, già qui ci sono diverse cose da precisare.

Per esempio, bisognerebbe chiarire cosa sia la “storia italiana”. Questo è un bel nodo.

E anche la locuzione “intera parabola” necessita di chiarimenti.

Per storia italiana, qui come altrove, si intende l’insieme dei fatti umani accaduti lungo il corso dei secoli dentro lo spazio geografico che oggi corrisponde al territorio dello stato italiano.

È un criterio come un altro, chiaramente. Il problema è che si dà normalmente per scontato.

Come se l’Italia – ossia lo stato attuale, nella sua conformazione geografica, giuridica, politica e culturale odierna – fosse sempre esistita.

Ma noi sappiamo – perché lo sappiamo – che l’Italia (“il Paese”) non esiste da sempre. Anzi, per lunghissimo tempo è stata davvero “una mera espressione geografica” (secondo la sentenza attribuita Klemens von Metternich).

Espressione geografica abbastanza elastica, com’è inevitabile. Dunque vaga e del tutto inadatta a definire con precisione i confini di vicende umane millenarie.

Associare all’Italia *stato-nazione contemporaneo* tutta la storia svoltasi sul suo territorio attuale, come se esistesse da sempre, significa accampare diritti indebitamente.

Anche parlare di intera parabola è arbitrario. Infatti lo stesso Alberto Angela fa una scelta, segmentando la storia da lui raccontata tra la civiltà etrusca e l’unificazione italiana e dovendo appunto giustificare tale scelta.

Questo è corretto. Niente da dire. Si stabiliscono i limiti cronologici della trattazione e si racconta quello che vi rientra.

Ma è una scelta, appunto.

Le affermazioni fatte nell’intervista citata più sopra non sono dunque così scontate o neutre come a qualcuno potrebbero sembrare.

Per molti versi anzi sono perfettamente consonanti con la retorica patriottarda e patriottica prima risorgimentale e poi fascista.

Inevitabile che richiamino le parole di un altro noto personaggio italiano, Roberto Benigni, in un suo pistolotto sull’inno di Goffredo Mameli, in occasione di un Festival di Sanremo di pochi anni fa.

Pistolotto di successo e però gravemente venato appunto di nazionalismo e di approssimazione storica (come aveva fatto a suo tempo notare, molto opportunamente, lo storico Alberto Mario Banti)

Anche al netto degli eccessi, le cornici utilizzate da Angela e da Benigni sono sostanzialmente sempre utilizzate e date per scontate, in Italia. Anche in ambiti culturali di sinistra.

Con inevitabili contraddizioni.

Come le abbia risolte o eluse Alberto Angela lo sapremo solo leggendo i volumi dell’opera in questione.

La faccenda tuttavia va al di là del caso specifico e in Sardegna ha una rilevanza particolare.

Mettere in dubbio la correttezza dell’impostazione nazionalista italiana in ambito storiografico significa attentare alla legittimità stessa dell’Italia come entità giuridica e politica.

L’egemonia culturale italiana ne fa un proprio tratto fondante.

Porre il problema è necessario. Intanto per comprenderne le radici e le conseguenze. Poi per superarlo.

Troppo a lungo e troppo in profondità l’egemonia culturale italiana in Sardegna ha prodotto guasti più che proporzionali rispetto alla sua mera dimensione culturale (pure rilevante).

Il vero nazionalismo storiografico, infatti, non è quello sardo-centrico (o strumentalmente etichettato come tale), bensì quello imperante nell’ambito culturale italiano e dominante anche in Sardegna.

In Sardegna va combattuto con maggior enfasi che altrove, in quanto dispositivo di assoggettamento e di controllo politico.

Non per sostituirlo con un nazionalismo di segno contrario, bensì per restituire le nostre vicende storiche a una dimensione più consona, più corretta, più onesta.

Poco deve preoccupare che con questo si possa scardinare una della basi della subalternità culturale e politica della Sardegna.

Se la storiografia non deve essere ridotta a strumento politico (precetto su cui concordo), questo deve valere sempre, non solo contro chi tenta, da posizioni nazionaliste e/o autodeterminazioniste sarde, di rileggere la storia dell’isola in termini politicamente più vantaggiosi per sé.

Tra le due propagande, bisogna che la storiografia e la divulgazione storica relative alla Sardegna si ritaglino un ruolo autonomo. Autonomo però – ribadisco – anche dall’egemonia culturale italiana.

Altrimenti non hanno nessuna credibilità le campagne di stampa contro i “fantarcheologi” o il “fantarcheosardismo” (definizioni immaginifiche ma spesso capziose e molto imprecise) e le tirate contro le riletture mitopoietiche e/o sardo-centriche del nostro passato.

In tempi di confusione, di bombardamento propagandistico continuo e di disarticolazione culturale e sociale, un sano approccio storico può essere uno degli antidoti necessari, se non quello più efficace, per evitare il peggio.

Dall’Italia non ci aiutano, in questo. Vediamo – anche qui – di aiutarci da soli.

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