La politica sarda e la questione dell’autodeterminazione dopo le elezioni

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Il post elezioni in Sardegna non sembra aver suscitato particolari riflessioni, tanto meno analisi ponderate e opportunamente contestualizzate.

Al solito, inutile aspettarsi qualcosa dalla stampa sarda, per altro largamente schierata a favore della compagine di “centrosinistra” e del candidato Massimo Zedda.

La sconfitta di quest’ultimo, a dispetto di tale sostegno mediatico (e di un certo favore da parte di una parte consistente dell’establishment, specie cagliaritano) sentenzia l’irrilevanza della stampa nei processi politici.

Non so fino a che punto e in che termini sia un buon segnale, ma è un dato su cui non si può sorvolare a cuor leggero.

E non parliamo dell’irrilevanza degli intellettuali (che firmino appelli o no).

Altro dato piuttosto significativo ma regolarmente ignorato è la composizione della maggioranza uscita dalle urne.

Non ricordo una maggioranza politica così largamente dominata da formazioni sarde.

Se guardiamo ai partiti che sostengono il candidato (e ora presidente eletto) Solinas, impossibile non notare quanti di essi siano nati e radicati nell’isola (ossia non dipendano da sedi centrali italiane) e quale peso numerico abbiano avuto (più di 167mila voti).

Chi ha letto il risultato elettorale come un successo della Lega di Salvini lo ha fatto o aderendo passivamente alle cornici politiche e mediatiche italiane (che servono sempre a ben poco, in Sardegna) o in mala fede.

Basta davvero anche uno sguardo superficiale per rendersi conto che la Lega non ha vinto tanto quanto sembra e che anzi potrebbe figurare tra i perdenti.

Ha perso diversi punti percentuali rispetto alle elezioni politiche di un anno fa e ha dovuto candidare personale politico locale, transfughi dei partiti italiani di destra o di formazioni sarde.

Gente la cui fedeltà ai dettami dei vertici lombardi è come minimo tutta da dimostrare.

Ciò significa che il baricentro politico si è almeno parzialmente spostato dentro un orizzonte prettamente sardo, meno vincolato a una ricezione immediata di dettami e prescrizioni da oltre Tirreno.

Naturalmente questo non significa molto in termini di avanzamento democratico e di autodeterminazione, tanto meno in termini di emancipazione sociale.

Si tratta pur sempre di formazioni di destra, conservatrici, spesso rappresentanti di pochi, consolidati centri di interesse o di potenti pacchetti di voto (sulla cui natura possiamo in questo caso sorvolare).

E prosperano dentro un contesto di stampo coloniale, basato su una selezione del personale politico al ribasso, animato da opportunismo, tatticismo, trasformismo e subalternità congenita.

Il che però non cambia il loro peculiare sardo-centrismo.

La maggioranza che è uscita dalle urne si presenta come una alternativa radicale al pastrocchio coloniale e liberista del “centrosinistra” egemonizzato dal PD e dai suoi capibastone.

Non in termini di mutamenti strategici e paradigmatici, sia chiaro.

Ci sarà uno spoil system feroce, che potrebbe anche innescare qualche cambiamento interessante, ma per lo più verrà attuato il tentativo di porsi come nuovo intermediario tra l’isola e i grandi centri di interesse esterni che intendono usarla a proprio vantaggio.

Tuttavia il mutamento di rapporti e la parziale autonomia delle forze della nuova maggioranza possono essere un fattore in qualche modo positivo, in termini di prospettiva. Vedremo.

Una maggioranza diversa, capitanata da Massimo Zedda, centrata sulla assoluta aderenza all’unionismo sciovinista italiano più trito, potentemente imbevuta di retorica self-colonized e di pulsioni anti-popolari e anti-sarde, sarebbe stata più minacciosa sotto molti punti di vista, a dispetto della narrazione allarmistica su cui si è basata l’intera campagna elettorale del centrosinistra.

Di sicuro la maggioranza degli elettori sardi non voleva questo e non voleva una riproposizione della disastrosa amministrazione Pigliaru, appena appena riverniciata.

Chiaro che adesso sarà necessario allestire un’opposizione consistente, prima di tutto fuori dal Palazzo e specie su alcune tematiche sensibili (sanità pubblica, speculazioni edilizie e ambientali, forme di neo-colonialismo economico, land grabbing, ecc.).

E però la partita si sposta in casa, in un campo di gioco più familiare. Su cui sarà lecito far valere argomenti, temi e cornici generali a cui alcune delle forze che sostengono Solinas – e prima di tutto il suo stesso partito – non potranno sottrarsi facilmente.

Discorso a parte merita la residuale sinistra italiana in Sardegna, divisa al suo interno come non mai e presentatasi in alcuni spezzoni col centrosinistra (prendendole malamente) e in altri da sola, subendo una sconfitta campale decisiva.

Questo ambito politico deve fare i conti una volta per tutte con la propria inadeguatezza. Non tanto perché di sinistra, ma in quanto proposta totalmente astratta e fuori dalle dinamiche sociali reali dell’isola.

Una sinistra anti-capitalista o di alternativa radicale in Sardegna non può più estromettere dalla sua prospettiva strategica la questione nazionale sarda e il processo di autodeterminazione democratica.

È l’unico orizzonte entro il quale abbiano un senso concreto, storico, la lotta di classe e la proposta di un rovesciamento del paradigma produttivo e sociale oggi dominante.

Quel che le elezioni comunque non muteranno saranno alcuni aspetti strutturali e specifici della politica sarda.

La politica sarda è una politica coloniale, con tratti piuttosto riconoscibili e direi tipici dei contesti territoriali subalterni.

La dinamica di passività e subalternità si riverbera anche dentro le formazioni intermedie non strettamente politiche: dai sindacati, alla cooperazione, dall’associazionismo culturale all’emigrazione organizzata.

Tutto questo non può essere mutato attraverso un’elezione e nemmeno attraverso due o più campagne elettorali.

Illudersi che quello del voto sia il fattore risolutivo e l’unico ambito decisivo è un errore strategico imperdonabile.

Lo è soprattutto per chi propugni un mutamento profondo in senso democratico e in senso emancipativo nella condizione storica dei sardi.

Veniamo dunque all’ambito politico più specificamente indipendentista o autonomista radicale (difficile dare definizioni precise e onnicomprensive di tutto l’etno-regionalismo sardo odierno).

È vero che il risultato complessivo è stato deludente, avendo tutti i partiti mancato l’elezione di almeno un rappresentante nel Consiglio regionale.

Tuttavia è anche giusto sottolineare che questo esito dipende molto da condizioni oggettive, su cui le diverse formazioni (di destra populista, di destra democristiana e di sinistra riformista) potevano incidere ben poco.

Ovviamente c’entra anche la legge elettorale vigente, eccessivamente punitiva verso le minoranze (oltre ad essere pessima anche da altri punti di vista, come dimostra la mancata conclusione dello spoglio e i relativi problemi che ne conseguiranno), ma questo si sapeva anche prima.

Tuttavia aver complessivamente ottenuto più di 55mila voti non è un risultato insignificante.

Vuol dire che persino in questa fase di transizione e di rimescolamento esiste una certa base elettorale non proprio marginale e nemmeno volatile.

Se si considera che una parte dell’elettorato di alcune forze della maggioranza uscita dalle urne è piuttosto vicina, idealmente e come interessi rappresentati, ad alcune delle forze restate fuori, e che non ha partecipato alla competizione elettorale una fetta della sinistra indipendentista, si potrebbe anche sostenere a buon diritto che in realtà questo bacino elettorale è sensibilmente più grande.

Stiamo parlando comunque di un ordine di grandezza di decine di migliaia di voti espressi. Ben diverso dal famoso “zerovirgola” a cui fanno riferimento di solito i commentatori ostili al processo di autodeterminazione.

In tutto ciò sto volutamente trascurando l’astensionismo, specie quello forzato (pensiamo ai tanti giovani emigrati, per studio e per lavoro, soprattutto in Italia, che non hanno potuto votare), su cui mancano studi approfonditi ed esaustivi.

Ma quello strettamente elettorale è solo uno degli aspetti e secondo me non quello più rilevante, come detto.

La questione che dovrebbe animare il dibattito pubblico nell’ambito indipendentista, democratico e popolare non è la solita resa dei conti post-elettorale.

Se c’è una cosa che la storia ci ha insegnato è che i movimenti politici tanto più hanno successo e diventano decisivi quanto più rappresentano movimenti sociali e culturali reali.

L’indipendentismo e il processo di autodeterminazione democratica sembrano da tempo sul punto di diventare fattori di massa, ma non riescono mai a fare il salto decisivo.

Questo è dovuto a diversi fattori, alcuni contingenti o esterni altri strutturali o interni.

Un fattore contingente ma di peso è la ricorrenza delle scadenze elettorali sarde a ridosso (spesso immediatamente dopo) i rimescolamenti degli assetti di potere in Italia.

Gli assetti politici italiani influiscono ancora molto (troppo) su quelli sardi.

Basti pensare alla potente egemonia esercitata dai mass media italiani nell’isola, tale da imporre all’elettorato sardo gli stessi discorsi e le stesse cornici interpretative della politica italiana.

È come se l’elettorato sardo fosse proiettato dentro una dimensione fittizia, parallela alla realtà concreta in cui vive e ai propri interessi, le proprie relazioni, ecc.

Fenomeno che per di più incide su una realtà umana debilitata da una profonda e diffusa ignoranza sulla propria collocazione storica e geografica e ulteriormente deprivata dalla perdita di peso delle istituzioni e delle agenzie formative pubbliche (scuola in primis).

Inevitabile che questo abbia un costo in termini di consenso verso proposte politiche che esulano totalmente dal contesto politico e mediatico italiano.

I fattori più strutturali sono quelli relativi alla scarsità numerica della militanza attiva, che per un ambito politico di radicale opposizione e di alternativa mal compensa le maggiori risorse e la forza degli apparati di potere dei gruppi politici dominanti.

Un altro è la sottodimensionata partecipazione alle amministrazioni locali e la scarsissima presenza dentro le formazioni intermedie di tipo non politico (sindacalismo, associazionismo culturale, cooperazione, enti para-pubblici, gruppi sportivi, ecc.).

Un altro ancora è la modesta e spesso scarsissima preparazione politica e teorica della militanza indipendentista e del suo elettorato.

Uno dei fattori decisivi in tutte le lotte è la consapevolezza, la dotazione di strumentazione critica e di conoscenza. Se esse mancano, nessuna lotta sarà mai davvero efficace.

Pur davanti a tutti questi problemi, e in presenza di una reazione onestamente scomposta e generalmente poco costruttiva ai risultati elettorali, va detto che:

a) come era stato ampiamente predetto, queste elezioni non sono state decisive da alcun punto di vista, non sono state l’armageddon preannunciato e nemmeno un passaggio epocale;

b) siamo nel bel mezzo di una transizione storica in cui alle tante minacce incombenti si accompagnano anche grandi opportunità;

c) il processo di autodeterminazione democratica in Sardegna è nell’ordine delle cose e bisogna solo (si fa per dire) potenziarlo, riempirlo di contenuti e di partecipazione, farlo diventare anche socialmente e mediaticamente egemone.

Per realizzare il punto c) non serve affatto insistere nel dibattito interno all’ambito indipendentista, tanto meno avviare una resa dei conti sulla leadership.

L’autoreferenzialità è un male da sconfiggere.

Quel che andrebbe fatto è:

  • curare con particolare attenzione e intelligenza l’ambito politico locale, a partire dalla competizione elettorale per le amministrazioni comunali;
  • progettare e attuare un ampio processo di inclusione e di coinvolgimento delle risorse attive, produttive, feconde della nostra intera collettività;
  • dotarsi di strumenti e di informazioni su tutti gli aspetti strategici, sia tecnici sia politici, compresa la sfera internazionale (il cui peso è sempre molto sottovalutato).

In questo senso accolgo con favore l’iniziativa, in programma domenica 10 marzo p.v. a Scano Montiferru, di un incontro pubblico aperto per l’avvio di una possibile Assemblea Nazionale Sarda, sul modello della Assemblea Nazionale Catalana.

Naturalmente prima di tutto bisognerebbe sapere cosa sia l’ANC. Su questo noto molta approssimazione e qualche idea confusa.

Però è anche vero che dai modelli altrui si può giusto prendere spunto. Il copia-incolla non funziona.

Quel che è essenziale è capire che non basta più la militanza generosa di tanti sardi e tante sarde, né è sufficiente incaponirsi sul discorso organizzativo/burocratico, tanto meno alimentare ancora i vuoti ideologismi e le ossessioni nominalistiche.

Sono problemi di tutti i movimenti politici minoritari e alternativi, lo sappiamo. Identificarsi, precisare i confini, puntualizzare le differenze rispetto agli “altri”.

Ma non basta più e direi anche che dovremmo essere usciti da quella fase.

Le elezioni non hanno significato molto, ma non è detto che non significhino nulla. Qualche lezione se ne può sempre trarre.

Il fatto che tante centinaia di sardi e sarde orientati all’autodeterminazione e all’autogoverno ci si siano cimentati è un’ottima cosa, a prescindere dai risultati (che non potevano essere comunque troppo diversi da quelli ottenuti).

Ora bisogna tornare sul terreno della politica profonda, dello studio, delle relazioni concrete, delle dinamiche spurie e contraddittorie della vita reale.

Su questo terreno si giocherà la partita. Bisogna saperci stare, da protagonisti. Senza egoismi ed egocentrismi fuori luogo.

Innanzi tutto praticando metodi diversi da quelli della politica coloniale cui ci si deve contrapporre.

Mi auguro che dal raduno di Scano possano arrivare segnali positivi. In ogni caso, c’è ancora tanto da fare per tutti.

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