I pastori in lotta, il Cagliari calcio e i problemi strutturali irrisolti della Sardegna

Una scena difficile da giudicare. Io onestamente provo grande disagio.

Che la situazione delle campagne sarde sia ciclicamente esplosiva dovremmo saperlo. Paghiamo problemi strutturali datati, che la politica non ha mai risolto. Forse perché non ha interesse a risolverli.

La politica sarda, quella coloniale, padronale, clientelare, ha tutto l’interesse a mantenere intere fasce di popolazione, intere categorie produttive nella precarietà, nella necessità di dover aspettare il favore del potente di turno.

Gli stessi potenti di turno che vengono regolarmente votati e rimessi lì a decidere.

Ovviamente non è questione di cambiare padrone. Il padrone è il padrone, togliamoci l’illusione che ne esista uno buono.

A me sembra che nel mondo pastorale sardo da troppo tempo manchi una visione politica della situazione. Manchi una analisi compiuta, manchi una capacità di inquadrare il proprio posto nel mondo secondo una visione complessa, strutturata, connessa con tutto il resto.

Il settore zootecnico in Sardegna è grande, importante, ma paga difetti altrettanto grandi.

Ci vuole maggiore disponibilità degli operatori del settore ad assumersi responsabilità politiche che vadano oltre la momentanea protesta corporativa.

Che di solito porta divisioni, un po’ di solidarietà qui e là e molte antipatie ben distribuita. Serve a poco, insomma.

E non perché sia illegittima. La condizione degli allevatori sardi grida vendetta al cielo. Ma perché è una protesta non organizzata, non finalizzata a obiettivi strategici, non indirizzata contro le vere controparti.

Che sono prima di tutto i padroni industriali e in secondo luogo, ma non per importanza, la politica clientelare e cialtrona che ci governa da decenni.

Prendersela col Cagliari Calcio, come in questo caso, francamente mi pare un colpo di teatro mal studiato. Specie se si pretende che la squadra rifiuti di giocare o cose del genere.

Una richiesta che non ha alcuna possibilità di essere accolta. Non per cattiva volontà della squadra, ma perché sono coinvolti troppi soggetti terzi, troppi meccanismi e troppi interessi.

E se il Cagliari perde, cosa ci guadagnano i pastori, oltre all’odio dei tifosi e al fastidio dell’intera organizzazione calcistica professionistica di cui il Cagliari fa parte?

Quando Peppino Fiori chiese a un pastore, radiolina all’orecchio, cosa ci guadagnasse se il Cagliari di Gigi Riva vinceva, il pastore rispose: e se perde cosa ci guadagno?

Credo che sia un episodio da ricordare, oggi.

Molto più ragionevole l’idea di utilizzare il Cagliari per far conoscere il problema fuori dai confini sardi.

Il che però porta a un’ulteriore riflessione. Perché il Cagliari, a questo punto, non si fa portatore anche delle altre vertenze storiche dell’isola?

Non serve fare l’elenco, sono sempre quelle.

Si dirà: ma è il Cagliari che deve farsi carico dei problemi della Sardegna?

La risposta è no, chiaramente. Non sempre, non del tutto. Però sarebbe bello che, come succede in altre realtà paragonabili alla Sardegna, la nostra squadra sportiva più rappresentativa fosse anche una sorta di portavoce “politico” del suo stesso popolo.

Immagino che non piacerebbe alla nostra politica coloniale e nemmeno alla nostra classe padronale (a un cui esponente pure appartiene la società Cagliari Calcio).

Infatti è una pia illusione.

O un auspicio per il futuro, quando magari il Cagliari – come altre società sportive di realtà paragonabili alla Sardegna – diventerà proprietà dei suoi stessi tifosi, tramite l’azionariato diffuso, e non dovrà più rispondere alle logiche affaristiche del “buon padrone bianco” di turno.

Ma intanto mi accontenterei del fatto che la notizia della vertenza pastorale alla fine abbia bucato il velo di silenzio italiano tramite le pagine della stampa sportiva.

Che è la più seguita, in questo scalcinato paese, dopo tutto.

È qualcosa, è più di niente.

Di solito delle vertenze strategiche e strutturali sarde di là del Tirreno non se ne sa nulla o se ne ha un’idea vaga e folkloristica, o esotica.

Direi che potremmo approfittare di queste circostanze eccezionali per ragionare un po’ anche su questi aspetti.

Mi piacerebbe che intanto lo facessero i pastori, che hanno il diritto di essere rappresentati di più e meglio anche a livello politico e di recuperare la dignità che merita il loro mestiere.

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