Scuola, democrazia e autodeterminazione in Sardegna

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I numeri dell’istruzione in Sardegna fanno accapponare la pelle.

Una delle più alte dispersioni scolastiche d’Europa (circa il 25%).

Un tasso di laureati più basso della già bassa media italiana (poco superiore al 13%).

Una percentuale altissima di giovani tra i 18 e i 25 anni che non studia né lavora (anche qui circa un quarto).

Sono dati reperibili nei vari siti di statistica (qui e qui, per esempio) ed ampiamente resi noti e commentati negli organi di informazione.

Agli allarmi reiterati di solito la politica risponde con indifferenza, o vantando interventi e persino successi quasi sempre ipotetici, o parziali, o addirittura mistificati.

I freddi dati statistici però non danno l’idea del problema quanto la danno le esperienze dirette nelle relazioni umane quotidiane.

L’alto tasso di inconsapevolezza e di ignoranza in Sardegna è palpabile e poco rileva che si tratti di una deriva generale dell’intero stato italiano.

A parte il fatto che non è proprio così, va anche detto una volta per tutte che le conclusioni consolatorie o l’attitudine a sminuire il problema sono da estirpare dal discorso.

Siamo in presenza di una negazione di fatto di diritti fondamentali delle persone e di una pesantissima zavorra sociale e politica.

Parlare di democrazia, in queste condizioni, sembra giusto un espediente retorico di cattivo gusto.

Ne dà tristissima testimonianza la partecipazione dei cittadini alla campagna elettorale in corso.

Non inganni l’alto numero di candidature. Il livello di comprensione dei problemi, dei termini del dibattito pubblico, delle possibili soluzioni è molto basso.

Patologicamente basso.

La situazione dell’istruzione in Sardegna è penosa da diversi anni, nonostante l’impegno stoico e generoso della maggior parte degli insegnanti e del personale scolastico in generale.

La politica sarda non ha mai fatto nulla per invertire la tendenza.

Dirò di più. La politica dipendentista e coloniale sarda ha tutto l’interesse a indebolire l’istituzione scuola e a deprivare la cittadinanza di strumenti indispensabili all’esercizio dei propri diritti democratici.

Non suoni come un’iperbole provocatoria, è una drammatica constatazione.

A questo favore per l’ignoranza del popolo si sommano anche posizioni ideologiche e pragmatiche classiste e padronali.

La retorica della meritocrazia e dell’eccellenza, la riduzione dei presidi scolastici e la loro collocazione privilegiata nelle grandi aree urbane, le scelte strategiche di finanziamento pubblico indicano chiaramente quale sia la direzione prevalente.

Accentuare le distanze sociali e cristallizzarle, polarizzare l’intero sistema di istruzione verso i due opposti: da un lato la massa ignorante e deprivata, dall’altro l’élite dotata di strumenti e possibilità di realizzazione.

Non è una deriva solo sarda, beninteso. La concezione tecnocratica e padronale che prevale in Europa è favorevole a una privatizzazione di tutti i servizi, compresi quelli che attengono a diritti civili e sociali.

Da questa concezione non si discostano affatto nemmeno le forze sovraniste, nazionaliste e reazionarie che pure vengono presentate come contraltare della tecnocrazia.

Oggi in ambito italiano fa rumore la proposta di “regionalizzare” l’istruzione pubblica, avanzata in Veneto, nell’ambito della vertenza per la conquista dell’autonomia.

È una prospettiva condivisa anche in altre realtà regionali italiane e non necessariamente dalle sole componenti politiche esplicitamente autonomiste.

L’attuale governo a guida Lega-M5s sembra la sponda ideale per dare seguito concreto a questa proposta.

Naturalmente il mondo della scuola è in allarme, specialmente al Sud.

Si paventa una differenziazione indebita tra territori ben dotati di infrastrutture e di risorse e altri abbandonati alla desertificazione culturale.

Si vede il centralismo ministeriale come la sola garanzia di parità e di efficienza.

Timori legittimi, che però mi appaiono decisamente astratti, lontani dalla realtà di fatto.

Le discrepanze tra territori esistono già e sono in via di accentuazione. La devastazione del sistema scuola pubblica in Italia è stata operata scientemente dai governi centrali degli ultimi venticinque anni, con poche distinzioni di schieramento.

Il colpo finale è stato dato dal governo a guida PD, con la famigerata (e offensiva) legge sulla “Buona Scuola”.

In Sardegna l’ostinazione di molta parte del corpo insegnante a rifiutare un mutamento del paradigma normativo e gestionale della scuola è figlio di paure interiorizzate nel tempo e anche di una mancata presa di coscienza profonda sulla nostra condizione storica.

Benché non mi entusiasmino le motivazioni politiche di chi oggi propone una “regionalizzazione” dell’istruzione in Italia, vorrei ragionare su questo tema in termini di opportunità e non solo di pericolo.

Che la scuola in Sardegna sia largamente insufficiente a realizzare i diritti e i bisogni della nostra popolazione è un dato di fatto, come visto.

Le carenze infrastrutturali e l’oggettiva inadeguatezza della didattica sono il frutto velenoso di una doppia debolezza.

Quella indotta dalle varie riforme governative, già citate, e quella strutturale di un modello scolastico non aderente alle nostre peculiarità territoriali, demografiche, culturali e socio-economiche.

Così come in altri campi (pensiamo alla sanità, ai trasporti, al patrimonio storico-archeologico e dei beni culturali in generale, alla produzione e distribuzione dell’energia) la Sardegna sconta pesantemente la propria incapacità progettuale e la propria inconsistenza politica.

Se le regioni settentrionali italiane vedono di buon grado la possibilità di gestire da sé l’istruzione e saranno così forti da imporre questa scelta a livello statale, la Sardegna lungi dal doversi opporre, dovrebbe invece approfittarne.

È necessario riprendere in mano l’intero discorso dell’istruzione in Sardegna e ricollocarlo correttamente dentro il quadro delle nostre necessità strategiche.

In tal senso mi sento di riproporre il quadro sintetico dei propositi e delle proposte programmatiche presentati da Sardegna Possibile per le elezioni del 2014.

1) Scuola, Università, Ricerca

La centralità della scuola, dell’università e della ricerca in un mondo in transizione non dovrebbero essere messe in discussione. Eppure sappiamo quanto siano state trascurate o peggio destrutturate e indebolite nel corso degli anni. È una tendenza che va invertita immediatamente, a partire dalla scuola pubblica. Tutti i cittadini devono poter accedere a ogni grado di istruzione e devono potersi dotare di tutti gli strumenti critici disponibili. La ricerca che si fa in Sardegna deve essere inserita in modo stabile nella ricerca internazionale.

La Regione sarda deve applicare l’art. 5 del proprio Statuto speciale, che le consente di adeguare alle proprie esigenze l’istruzione di ogni ordine e grado, e l’ordinamento degli studi

Lotta alla dispersione scolastica. La scuola sarda è allo sbando, non da oggi e non certo per la sola questione del dimensionamento. La lotta alla dispersione, si attua attraverso politiche strutturate e sistemiche, non interventi estemporanei e di rattoppo. La Scuola è il settore che, più di ogni altro, rivendica indipendenza o quanto meno autonomia agita veramente. Due perciò sono i passi da fare prioritariamente:

a- riforma dello statuto sardo;
b- legge regionale sulla scuola.

Poiché la legge che ci serve, se non indipendentista, deve essere almeno autonomista, considerato che il nostro statuto non ci consente neanche questo livello di autonomia, occorre prima la riforma della regione e del suo statuto.

Solo così potremo accedere a standard diversi da quelli statali e adeguati alla nostra realtà.

La Regione farà valere la propria autorità e i propri poteri per opporsi a ogni misura relativa al dimensionamento scolastico che penalizzi i Sardi.

E, per quanto riguarda la legge quadro, i punti chiave devono essere i seguenti:

Uno, riduzione del numero massimo di alunni per classe, dato che qualità ed efficacia dell’insegnamento migliorano nelle classi non sovraffollate

Due, stabilizzazione degli insegnanti e continuità didattica, anche intervenendo in termini strutturali sulla questione del precariato

Tre, attività di recupero a favore degli studenti in difficoltà

Quattro, favorire l’acquisizione del diploma anche agli adulti sprovvisti del titolo, corsi serali nella scuola pubblica.

Cinque, servizi di accoglienza destinati agli studenti pendolari
Sei, integrazione tra istruzione-formazione professionale e alternanza scuola-lavoro

Recupero di un legame più stretto e strutturale col territorio, anche attraverso una nuova impostazione della questione linguistica e con l’uso intelligente della parte di programmi curriculari su cui si può intervenire (studio della storia, dell’arte e della geografia sarde, educazione di genere, attività laboratoriali, campi scuola, sviluppo dell’impiego veicolare delle lingue sinora minorizzate)

La scuola dell’infanzia deve essere rafforzata, e assieme ai nidi deve fornire un’infrastruttura importante di sostegno alle famiglie e ad altre forme di convivenza, e inoltre deve garantire un’educazione multilingue sin dall’infanzia

Piano di riqualificazione infrastrutturale. Nessuna chiusura di scuole laddove essa comporti la perdita netta di un presidio culturale e sociale per un intero territorio. […]
(Dal Programma elettorale di Sardegna Possibile 2014, per l’Assessorato Istruzione, Beni Culturali, Sport, Spettacolo)

Come si vede, al di là delle proposte specifiche, necessariamente sintetiche e provvisorie, c’è un’impostazione totalmente diversa del problema.

Oltre e più del merito delle proposte conta molto la prospettiva dentro la quale sono inserite.

Un ribaltamento di paradigma, appunto. Non velleitario né utopistico, ma aderente a una necessità ormai palese.

Difendere l’impostazione scolastica ministeriale, centralista, sciovinista e conformista (per altro gestita in Sardegna da personaggi di dubbia integrità democratica*), sembra una battaglia di retroguardia del tutto insensata.

Dare per scontato che riportare in Sardegna il governo di un ambito così delicato e strategico possa produrre solo conseguenze negative è frutto di un pregiudizio.

In questa partita il corpo docente e in generale tutto il personale scolastico dovrebbero assumere un protagonismo anche politico decisamente più forte e cosciente di sé.

Non basta più, posto che sia mai stato sufficiente, delegare le scelte in materia a formazioni politiche ipoteticamente “vicine”.

Si è visto che fine abbia fatto l’apertura di credito verso il centrosinistra, a lungo opzione prevalente nel mondo della scuola italiana e anche sarda.

E si vede cosa comporti abbandonare quel punto di riferimento solo per cercarne un altro, di sicuro non più affidabile (come il M5s).

I sindacati di categoria devono smettere di essere una cinghia di trasmissione passiva tra la politica e i lavoratori della scuola, e devono invece riprendere una funzione di salvaguardia dei livelli occupazionali e della qualità del lavoro. Tenendo conto del contesto storico e della realtà territoriale.

Dirò di più, devono essere un fattore propositivo di peso in tutte le decisioni strategiche in quest’ambito.

L’ignoranza, la mancanza di strumenti critici, l’incapacità di comprendere i fenomeni, di analizzarli, di imbastire ragionamenti complessi e pertinenti, l’incompetenza, la disconnessione col mondo sono tutti fattori di indebolimento civile e sociale che una profonda riforma scolastica può contribuire a ribaltare.

Anche e soprattutto nell’ottica di un processo di riappropriazione democratica profondo, indirizzato all’autodeterminazione.

Mi piacerebbe che anche in campagna elettorale si affrontasse, con la qualità e la serietà che merita, questa tematica.

Ma mi piacerebbe anche di più che diventasse una questione strategica condivisa, al di là delle contingenze del voto.

Senza paura e anzi approfittando delle occasioni che altri, con altri scopi e per altre ragioni, possono offrirci.

*Come il dirigente dell’Ambito Territoriale Scolastico di Cagliari, dott. Luca Cancelliere, frequentatore disinvolto dell’organo culturale di CasaPound.

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