Democrazia ed elezioni, una relazione non scontata

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Siamo in periodo elettorale e probabilmente è il momento meno adatto per la riflessione.

Come si sa, le elezioni sono un gioco che ha le sue proprie regole, le sue dinamiche, un suo meccanismo interno.

Partecipare significa accettarne le condizioni e calibrare la propria partecipazione in base a ragionamenti pragmatici.

Stiamo parlando di democrazia rappresentativa, chiaramente. Meglio precisarlo, perché è un elemento decisivo.

La democrazia rappresentativa è una delle forme possibili di democrazia. Non è certo l’unica e non è nemmeno necessariamente la più efficiente o la migliore.

In generale, quello che rende efficiente una democrazia rappresentativa non è tanto il mero meccanismo elettorale, le sue norme o i suoi esiti, bensì le condizioni di contesto e di contorno in cui tale meccanismo funziona.

Sia ben chiaro: le norme che presiedono all’attribuzione delle cariche e dei seggi parlamentari sono rilevanti. Ma lo sono soprattutto se sono verificate alcune condizioni esterne al loro proprio meccanismo.

Così, al di là delle forme previste nelle leggi, è indispensabile che esista una compiuta libertà di stampa e un pluralismo attivo e dinamico, sia in termini culturali sia sociali.

È necessario che esista una certa coesione interna alla collettività umana ordinata dentro lo stato, al di là della naturale dialettica sociale e dei conflitti tra i vari interessi in campo.

È indispensabile un livello di istruzione e di consapevolezza piuttosto alto tra l’intera popolazione.

Deve esserci un equilibrio tra classi sociali, ossia non deve sussistere un’eccessiva polarizzazione nella distribuzione del reddito, nell’accesso a beni e servizi, nella qualità della vita dei cittadini.

Deve sussistere anche un certo equilibrio territoriale, sia in termini demografici, sia socio-economici e infrastrutturali.

Altra condizione è la piena sovranità e la piena capacità politica delle istituzioni e in ultima analisi dell’ordinamento giuridico nel suo insieme, anche in relazione a interessi economici esterni di dimensioni macroscopiche, sovrastatali.

Devono poi essere forti e ben organizzate le formazioni intermedie (partiti, sindacati, associazioni di categoria, comitati di cittadini, ecc.).

Questo elenco potrebbe essere più lungo, ma mi fermo qui.

È essenziale comprendere che ci sono fattori assolutamente rilevanti che sfuggono però alla sfera puramente elettorale.

La migliore e più giusta legge elettorale che avesse vigore entro un contesto degradato, estremamente polarizzato, senza i giusti contrappesi sociali, con situazioni di fatto deficitarie, sperequazioni eccessive e una condizione di povertà e ignoranza diffuse sarebbe comunque destinata a fallire.

E da un’elezione democratica, in presenza di un contesto favorevole, può sorgere una feroce dittatura, come ci insegna la storia.

Ho detto però che le norme elettorali hanno un loro peso e lo confermo.

Le elezioni, benché siano tutto sommato un fattore sovrastrutturale (ossia dipendente da altri fattori più basilari e decisivi), hanno comunque la loro funzione, specie laddove possano innescare realmente un avvicendamento politico.

I modi per impedirlo, e dunque per garantire ai grumi di interesse e ai gruppi di potere dominanti la propria perpetuazione indisturbata, sono molti.

Tuttavia, se le condizioni di contesto – di cui sopra – sussistono, sarà molto difficile imporre leggi elettorali e modalità di funzionamento della democrazia che, pur rispettando una certa forma, di fatto siano uno strumento di mera conservazione dello status quo.

Se invece le condizioni di fatto sono deficitarie e a queste si aggiunge una normativa elettorale e di selezione della rappresentanza che sfavorisca le minoranze e riduca le possibilità di mutamento politico, è inevitabile che si crei così una situazione di stasi, molto facile da controllare per chi abbia in mano le leve del potere.

Del potere economico, finanziario, informativo e istituzionale.

Se pensiamo alla Sardegna e alle condizioni in cui affronta l’ennesima tornata elettorale non possiamo non notare che ci troviamo precisamente in questa situazione estrema.

Condizioni di fatto e di contesto degradate e una pessima regolamentazione del processo elettorale.

Ossia, la peggiore situazione possibile.

È una situazione che possiamo definire democratica solo con tantissime virgolette e con un notevole sforzo di fantasia, o di auto-inganno.

Per questa ragione non riesco a prendere troppo sul serio le analisi pre- e post-elettorali, specie se tralasciano di considerare gli aspetti determinanti e profondi dei processi politici.

Consideriamo l’esito del recentissimo turno elettorale di domenica 20 gennaio.

Si trattava, com’è noto, di una elezione suppletiva, per colmare i vuoto creatosi con le dimissioni del deputato Andrea Mura, eletto nel marzo 2018 nelle liste del Movimento 5 stelle.

Noto che per lo più i commentatori si sono soffermati sul risultato: la vittoria del centrosinistra, dai più considerata improbabile, e la sconfitta degli altri.

In certi casi è stato superato di molto il limite della decenza e della più smaccata propaganda.

In ambito indipendentista si è invece ragionato sull’occasione perduta, ritenendo che una candidatura unitaria sarebbe bastata a conseguire un risultato positivo.

In realtà, com’è evidente, il dato realmente importante è quello relativo all’affluenza alle urne.

L’85% degli aventi diritto non è andato a votare.

In una riunione di condominio o in un’assemblea di qualsiasi associazione si sarebbe dichiarata la mancanza di numero legale.

Nella democrazia rappresentativa, così come funziona nel mondo reale di oggi, in Sardegna, questo risultato invece è pienamente valido e legittimo.

Un nonsenso.

Mi pare chiaro che la nostra situazione sia oltre il limite del degrado conclamato. Siamo in presenza di una condizione storica di estrema debolezza civile, politica e direi morale.

Non tanto nel corpo vivo della nostra collettività, quanto prima di tutto nella sfera politica, nelle istituzioni, nel mondo dell’informazione e nelle stesse agenzie formative.

Ho l’impressione che la società civile (per dirla con Gramsci: a proposito, auguri!) sia qualche passo più avanti di chi dovrebbe rappresentarne e contemperarne gli interessi e governarla.

Chi si attarda a stigmatizzare il disinteresse o il qualunquismo delle masse assenteiste fa un ragionamento capzioso, che non coglie il nocciolo problematico del fenomeno.

Un’affluenza al voto così irrisoria, sia pure per un’elezione suppletiva a ridosso del ben più significativo voto per la Regione, è il segnale di un fallimento.

La politica in Sardegna è a livelli mortificanti, sia quanto a personale selezionato per le candidature e i ruoli istituzionali, sia quanto a elaborazione, proposte, visione prospettica.

Se si sbircia un po’ nelle formazioni dominanti, quelle controllate e legittimate dai centri di potere esterni, il quadro appare a dir poco desolante.

Del resto, la funzione dei cosiddetti centrodestra e centrosinistra è solo quella di mantenere la Sardegna sotto controllo, possibilmente passiva e al contempo recettiva per ogni possibile scelta esterna che la riguardi, al riparo dalla volontà popolare e da qualsiasi reale opposizione politica e sociale.

Naturalmente ciò non significa che invece gli schieramenti grosso modo appartenenti all’ambiente indipendentista siano migliori solo per questa loro collocazione.

Il quadro, anche qui, è molto variegato e hanno un peso le storie delle persone che lo animano, il loro passato, le loro scelte, le loro collocazioni ideali.

Così come hanno un peso i loro referenti sociali, i loro valori e i loro obiettivi di fondo.

Ma tutto sommato, come detto, è già positivo che ci sia la possibilità di scegliere.

Qui quello che non convince caso mai è da un lato la totale o parziale incomprensione del funzionamento del marchingegno elettorale, da un altro la sua sopravvalutazione.

Due errori che sembrano le facce della stessa medaglia.

È un problema, perché se vuoi cambiare la condizione storica della Sardegna non solo devi conoscere bene tale condizione e le sue cause, ma anche essere consapevole che non puoi accettare passivamente le “cose come stanno” limitandoti cercare di ritagliarti là dentro il tuo angolo di comfort.

Partecipare alle elezioni, per forze minoritarie di indole riformista o addirittura rivoluzionaria, ha un significato tattico, che va fatto valere agendo con intelligenza, sulla base di un piano chiaro e ponendosi nelle condizioni migliori possibili.

In ogni caso, prima di poter parlare di una vera democrazia, in Sardegna, bisognerà lottare per conquistarne le condizioni minime di effettiva vigenza.

Il che significa che lo stesso discorso dell’autodeterminazione e dell’eventuale indipendenza deve essere inserito in un programma di conquiste sociali e politiche che ne riempiano di contenuti concreti il percorso.

E deve essere chiaro che il gioco elettorale oggi come oggi è un gioco truccato, tanto nelle condizioni di fatto in cui si svolge, quanto per il contenuto della normativa elettorale vigente.

Su tutto questo sarà difficile agire solo ed esclusivamente accettando tale gioco truccato come se fosse l’unico possibile.

Bisogna invece far saltare il banco, trovare nuove strade per alimentare un’opposizione informata e intransigente anche e soprattutto fuori dal Palazzo.

Va promosso un irrobustimento consistente dell’elaborazione teorica e dell’azione politica spicciola, quotidiana, capillare.

Va agito in profondità nelle nostre comunità locali e nelle tante articolazioni specifiche a livello sociale.

Va proseguita e approfondita l’azione in ambito culturale.

Come si vede è un compito collettivo di portata storica che ha poco a che fare con la mera partecipazione a una campagna elettorale.

Che non è inutile e non ha poco peso, ma solo se si connette con tutto il resto.

Perché è necessario mutare dei rapporti di forza consolidati e per farlo bisogna raggiungere una massa critica che sposti un’inerzia storica di lunga durata.

Su questo bisognerà lavorare, al di là e a prescindere dall’esito di elezioni che non potranno che essere un momento transitorio e di suo poco incisivo nel necessario e urgente processo di conquista democratica.

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P.S. A corredo e per approfondire il discorso sulla democrazia e le sue forme, può essere utile come compendio e come fonte bibliografica questo testo.


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