Questione femminile, libertà sessuale e democrazia

La condizione femminile – in Sardegna come altrove – è sempre un indice di processi più ampi e profondi. Negare il senso e la portata della prima non aiuta a comprendere i secondi. Una proposta interpretativa.

Nei giorni scorsi l’ISTAT ha reso noto un rapporto sull’attività dei Centri anti-violenza in Italia.

La violenza di cui si tratta è quella subita dalle donne, una questione sociale molto seria che a sua volta è un sintomo preoccupante di questioni ancor più ampie e profonde.

Molti sono rimasti stupiti dal constatare che la Sardegna ha un primato in materia di richiesta di aiuto agli otto (8) centri isolani (7575 richieste, nel 2017).

È un numero di gran lunga più alto che in altre regioni dello stato italiano. Non solo del sud, a cui spesso è associata una condizione femminile più subalterna e una maggiore difficoltà nel denunciare le violenze, ma anche del nord.

Su questo è doveroso precisare che si tratta per lo più di stereotipi. In molte aree del nord italiano il livello di dominio patriarcale o di tipo maschilista non è inferiore che nel Meridione. Così come il livello di omertà.

In ogni caso, è sempre scorretto prendere come termine di paragone per la Sardegna l’Italia meridionale, con cui l’isola non condivide pressoché nulla, a livello di statistiche macroscopiche (lasciando stare qualsiasi considerazione geografica e storica).

Ma questo è un altro tema.

Resta il dato invero abnorme del numero di richieste di aiuto ai Centri anti-violenza, che ha bisogno di essere interpretato.

Chiaramente, non si tratta di un numero che fotografa e restituisce plasticamente la consistenza del fenomeno “violenza contro le donne”.

Nel senso che a) non ci dice nulla sul numero reale di episodi o situazioni di violenza (che possono essere anche più numerosi) e b) non ci dice – contrariamente a quanto potrebbe sembrare – che in Sardegna esista un fenomeno di violenza contro le donne più ampio che altrove.

È lecito sospettare che tra le richieste di aiuto e il numero di episodi o situazioni di violenza esista una discrepanza più o meno ampia a seconda del contesto sociale e culturale e della disponibilità e accessibilità degli stessi centri anti-violenza.

Il dato però ci dice due cose importanti.

Una è che le donne in Sardegna si rivolgono molto ed evidentemente con fiducia a queste strutture, nonostante il loro continuo rischio di chiusura e la scarsa attenzione riservata ad essi dalla politica.

Questa constatazione può dare adito a riflessioni sulla condizione femminile, sul versante della libertà di decidere per sé delle donne sarde, sulla loro autonomia di giudizio e di azione.

L’altra cosa importante, tuttavia è che tale dato segnala un perdurante e numericamente consistente problema di violenza conclamata.

In Sardegna le donne subiscono violenza. Ne subiscono molta e spesso. Come sappiamo, per lo più in ambito domestico o nel giro delle proprie frequentazioni abituali, dei propri compagni o (spesso) ex compagni.

È una questione che deve chiamarci in causa e deve costringerci a una riflessione.

Abituati a identificarci negli stereotipi razziali che ci sono stati cuciti addosso, in quanto popolazione sottomessa e sotto tutela, abbiamo confidato sempre troppo nella nostra mitologia identitaria.

Uno dei suoi elementi più di successo è il famoso “matriarcato sardo”. Un costrutto di fantasia, privo di qualsiasi base storica e ancor meno sociologica.

Eppure è un luogo comune duro a morire.

Come ho avuto già modo di argomentare, in diverse sedi, il matriarcato in Sardegna non c’è, né, per quanto ne sappiamo, c’è mai stato.

L’unica cosa che possiamo ragionevolmente dire sulla condizione della donna in Sardegna nel corso dei secoli è che nell’isola essa ha goduto quasi sempre di uno status relativamente più robusto che in altre aree europee (Italia compresa).

La donna in Sardegna è stata quasi sempre detentrice di una personalità giuridica sua propria, non derivata da quella del padre/marito/padrone, come si evince dal diritto alla successione ereditaria o da altri indicatori giuridici e sociali.

Inoltre, tradizionalmente, è stata padrona del proprio corpo. Naturalmente, dentro le condizioni di fatto in cui le donne delle varie estrazioni si trovavano a vivere. Ma questo è comunque un dato significativo e di lunga durata.

Senza farla troppo lunga, è vero che la condizione femminile in Sardegna è storicamente peculiare.

Ciò non significa affatto che la donna abbia mai dominato in termini di potere socialmente  e giuridicamente riconosciuto nonché trasmesso per via matrilineare.

In ogni caso, di sicuro ciò non significa che la donna domini oggi.

Potremmo anzi ipotizzare che lo status femminile abbia persino subito un ridimensionamento proprio con la modernizzazione e l’uscita di larghe fasce di popolazione dalle dinamiche e dalle forme di relazione pre-industriali.

Questo fenomeno nell’isola ha subito un’accelerazione repentina soprattutto nel secondo dopoguerra.

L’imborghesimento dei costumi, il loro progressivo ma relativamente rapido adeguamento alle dinamiche sociali e culturali, assorbite tramite i modelli esterni dominanti, hanno anche modificato il ruolo e le forme di relazione delle donne, sia con gli uomini sia tra loro.

Il rischio della riduzione della condizione femminile a una mera appendice domestica del sistema produttivo e sociale, basato sul lavoro salariato maschile, era intrinseco nella mutazione delle forme di produzione e della divisione del lavoro.

Non bastavano a contrastare questo rischio di ridimensionamento della condizione femminile gli esempi precoci di emancipazione, pure significativi, dei primi del Novecento.

Pensiamo alle scelte di vita di Grazia Deledda, o a donne come Marianna Bussalai, Eva Mameli, Ninetta Bartoli.

(A proposito di quest’ultima suggerisco la lettura di questo pezzo, esemplare per approccio razzista e “coloniale”.)

Ma le donne sarde, nel secondo Novecento hanno rapidamente risposto al problema. Hanno studiato e si sono inserite nel mondo del lavoro, conquistando spazi e mantenendo viva la propria padronanza di sé anche in termini sociali.

Fenomeno che ha generato una tensione notevole con l’egemonia culturale di matrice italiana (quindi caratterizzata da grettezza, maschilismo, ipocrisia, conformismo al ribasso), via via sempre più marcata.

È dentro tale tensione che può trovarsi almeno una parte della spiegazione per il fenomeno della violenza sulle donne nell’isola (chiaro sintomo di un rifiuto da parte maschile della parificazione dei ruoli).

E dentro tale tensione c’è anche la possibile spiegazione per l’ampio ricorso ai centri anti-violenza da parte delle donne sarde, evidentemente poco disposte ad accettare la parte di vittime impotenti.

In ogni caso, andando oltre l’analisi e i tentativi di spiegazione storica e sociologica, non possiamo rifiutare la responsabilità che il dato delle richieste di aiuto ai centri anti-violenza ci impone di assumerci.

In Sardegna c’è molta violenza sulle donne e questo è un fatto non solo indubitabile, ma anche inaccettabile.

Tuttavia leggo ancora parecchi commenti infastiditi sulla questione.

Quelli che negano il fenomeno del femminicidio (probabilmente senza sapere a quale fattispecie peculiare ci si riferisca con questo termine).

Quelli che detestano qualsiasi dichiarazione o presa di posizione femminista e di solito anche le donne che se ne fanno portatrici.

Quelli che non arrivano a negare i fenomeni in questione ma rifiutano di assumersene la responsabilità. Che ovviamente per lo più non è una responsabilità diretta e puntuale, ma oggettiva e generale.

Eppure questo tema è uno di quelli davvero centrali e strategici, molto più di quanto appaia.

La condizione femminile ha connessioni strettissime con le forme che assumono la divisione del lavoro, i rapporti sociali, la declinazione concreta delle libertà civili.

Ed ha una connessione diretta con la sfera più profonda delle nostre possibilità di esistenza, in primis con la sfera affettivo-sessuale.

La sfera affettivo-sessuale è determinante per la nostra specie. Lo è in tutti gli organismi complessi a riproduzione sessuata, ma nella nostra specie ha assunto, in termini evoluzionistici, un peso più esteso.

Innanzi tutto per la preservazione della nostra specie stessa, di per sé debole e sguarnita, ma vincente grazie all’intelligenza collettiva, alla adattabilità e – appunto – a una fecondità non relegata in ristrette finestre stagionali.

La fecondità e la libertà di accoppiamento hanno garantito la nostra sopravvivenza anche nelle peggiori condizioni ambientali e nei contesti più problematici.

Per quanto grande potesse essere la calamità intervenuta, la specie umana ha potuto sempre uscirne riproducendosi e moltiplicandosi molto rapidamente, non appena le condizioni tornavano favorevoli.

Poi c’è l’aspetto più propriamente sociale e relazionale che ha assunto la sfera sessuale per gli esseri umani.

Per capire cosa questo significhi, basterebbe osservare come funzionino le cose presso i nostri cugini più stretti: i bonobo.

La forza dell’attrazione e della relazione affettivo-sessuale è un aspetto decisivo, per noi. E per questo ha anche bisogno di una certa ridondanza, di una certa sovrabbondanza.

Beninteso, anche questo vale sempre, in tutte le specie a riproduzione sessuata, in particolare per quelle biologicamente più complesse (mammiferi, uccelli).

Quando qualcuno si avventura in affermazioni circa una distinzione tra rapporti sessuali “naturali” e rapporti sessuali “contro natura” basterebbe mostrare qualche immagine relativa alla variegata sessualità animale.

L’omosessualità, per esempio, in natura è la norma, non l’eccezione. Fa pienamente parte del gioco.

In termini evoluzionistici, una spiegazione di questo fatto è persino banale.

Rientra in quella ridondanza e sovrabbondanza necessaria alla sfera sessuale per essere efficace nel perpetuare la specie e nel garantire il benessere della popolazione.

Nel caso degli esseri umani, più che in altre specie, la sfera affettivo-sessuale deve soddisfare bisogni non solo riproduttivi, ma anche sociali, ricreativi, relazionali.

Il che significa che ha bisogno di essere libera, non controllata, limitata solamente dal rispetto reciproco e dal rifiuto della violenza contro non consenzienti.

Questa libertà, che in natura sarebbe spontanea e per tanti versi necessaria, è da sempre osteggiata dai sistemi di potere che la nostra specie ha via via costruito e stratificato.

Tutti i sistemi di potere hanno storicamente fatto a gara per inventare divieti e tabù, che sono andati via via codificandosi col crescere della popolazione umana e col crescere della complessità delle sue sovrastrutture politiche.

È abbastanza comprensibile che per controllare una popolazione non ci sia niente di meglio che controllarne la sfera sessuale.

Il sesso e soprattutto la sua frustrazione è uno dei principali strumenti di potere da secoli, se non da millenni.

Lo è ancora oggi, che pure ci sentiamo tanto liberi ed emancipati.

Non lo siamo. Non quanto ci piacerebbe. Non quanto sarebbe necessario.

La condizione femminile è una delle principali spie di un problema di frustrazione e di controllo che partono dalla sfera sessuale, ma non si limitano affatto ad essa.

La condizione femminile è al centro di una serie di nodi storici e politici, ma anche economici e sociali, che non abbiamo ancora sciolto e che invece stiamo addirittura aggrovigliando ulteriormente.

La deriva politica reazionaria in corso, sia dal lato conservatore padronale, sia da quello populista, xenofobo e sovranista, ha come suoi tratti distintivi, tra gli altri, il maschilismo, l’omofobia e il rigetto della libertà sessuale, prima di tutto femminile.

Ovviamente – dico “ovviamente”, anche se so che non è ovvio affatto – ciò ha un legame forte con la stretta anti-democratica, con l’inasprimento della lotta di classe e persino con l’enorme questione ambientale di cui il riscaldamento globale è solo una – per quanto macroscopica – delle partite in corso.

Lottare per una emancipazione femminile compiuta e per una conquista non più sindacabile di diritti civili pienamente dispiegati per qualsiasi espressione della nostra ridondante sfera affettivo-sessuale ha direttamente a che fare con la lotta per una democrazia reale, per il superamento del modello di produzione e distribuzione capitalista, per l’autodeterminazione dei popoli, per un più equilibrato rapporto tra la nostra specie e il pianeta che ci ospita.

Rinnegare o respingere tali connessioni significa fare una scelta di campo.

Rifiutare di mettere al centro della discussione politica (tra poco ci saranno le elezioni, in Sardegna) la questione femminile significa non aver capito gran che di quello che sta succedendo. Oppure significa che ci va bene così.

In definitiva, al di là del significato o delle cause che attribuiamo al dato del ricorso ai centri anti-violenza in Sardegna, deve essere chiaro che non stiamo parlando di una questione accessoria, contingente e marginale.

E dobbiamo accettare il fatto che questo tipo di tematiche sia determinante a tutti i livelli. Che disturbi o meno le nostre convinzioni ideologiche e la nostra moralità soggettiva.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

5 × 5 =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.