Democrazia in Sardegna, questa sconosciuta

Esiste la democrazia in Sardegna? Di cosa parliamo, quando parliamo di politica in Sardegna? E l’autonomia, l’autodeterminazione, l’indipendenza? E perché ne parliamo con tanta partecipazione solo a ridosso delle elezioni?

Oggi in Sardegna tutti gli attori sulla scena politica si riscoprono autonomisti e persino indipendentisti. Tutti, da destra a sinistra.

Fa tendenza ed è un espediente retorico facile, anche perché ormai – dai e dai – sono termini entrati nel senso comune dei più. (Il che è già significativo, ma è un altro discorso.)

Per corroborare questa posa (perché è una posa) ci si inventa soluzioni retoriche ad effetto, ci si immortala in immagini enfatiche, ci si avventura in ragionamenti apparentemente seri, radicali, coraggiosi.

Tutto serve a cercare di garantirsi un posto al sole – per chi ce l’ha – o a conquistarne uno.

Ma proverei ad andare oltre.

Lascio perdere il tristissimo spettacolo delle trattative per formare le coalizioni da sottoporre al voto. Non è niente di particolarmente esaltante, ma fa parte del gioco. E come funzioni il gioco lo abbiamo già visto.

Lascio perdere anche le trovate creative di chi ha molto da perdere e nessuna intenzione di farlo: primarias, riverniciature di facciata, ricerca di alleati improbabili, corteggiamento a “livello stalking” dei portatori di pacchetti di voti, prebende ed elargizioni dell’ultim’ora (chi può).

Vorrei invece evidenziare qualcosa di più profondo e durevole che però sfugge sempre all’attenzione e fatica ad entrare nel dibattito politico corrente.

Per lo più usiamo categorie concettuali ed elementi retorici vaghi, astratti, spesso iperbolici e quasi mai ancorati a un referente concreto.

Tanto meno facciamo lo sforzo di capire cosa ci sia davvero dietro le urgenze e le emergenze che sembrano costellare e denotare la natura stessa della convivenza umana in Sardegna.

Soprattutto, non riusciamo a riempire di senso le parole che usiamo né a connettere le questioni che invece sono tra loro intimamente connesse.

Allora preciso e ribadisco quanto segue.

La questione di fondo, in Sardegna, è la mancanza storica di una vera e compiuta democrazia.

Non sto parlando delle forme istituzionali della democrazia rappresentativa, nella sua declinazione paternalistica, simil-feudale e para-coloniale che hanno assunto nell’isola.

Sto parlando di democrazia in senso profondo, concreto e storicamente realizzato.

Possibilità di scelta collettiva e individuale; pieno accesso ai diritti civili e sociali e ai beni comuni; libertà di espressione, di movimento, di voto; eguaglianza sostanziale; articolazione plurale e dialettica dei rapporti sociali; piena cittadinanza delle minoranze; libertà e pluralismo dell’informazione; bilanciamento dei poteri; autodeterminazione collettiva; autonomie locali.

Questa cosa qui, insomma.

Ecco, questa cosa qui, in Sardegna, non l’abbiamo mai davvero avuta. E non sappiamo nemmeno bene cosa sia.

A volte ci abbiamo provato, con i mezzi e secondo le modalità consentite dalle circostanze.

Ma c’è sempre stato qualcosa che si è messo di traverso. Se c’era il popolo non c’era una leadership adeguata. Se c’erano i leader, hanno finito per tradire. Ecc.

Dal secondo dopoguerra, poi, la democrazia in salsa sarda si è incarnata nell’esercizio di blande libertà civili e in qualche limitata conquista sociale, con saltuarie rivendicazioni verso i governi centrali (la famosa autonomia).

In ogni caso, il tutto interpretato in qualità di provincia coloniale oltremarina di uno stato fantoccio, vagamente democratico, ma a sua volta sotto tutela.

Di fatto siamo stati abituati, da duecento anni, a concessioni dall’alto, che poi si sono sempre rivelate una fregatura.

Ci siamo adattati a sopravvivere, spesso in termini conflittuali ma senza respiro, dentro rapporti sociali costantemente iniqui e sempre ben protetti.

Abbiamo accettato di essere subalterni, culturalmente e politicamente, a interessi e centri di potere esterni.

Siamo stati sottoposti a dinamiche coloniali, sia in termini economici e sociali, sia culturali.

Siamo stati ottenebrati, viziati e resi dipendenti da assistenzialismo e clientelismo sistematici.

Privati di qualsiasi conoscenza minimamente decente sulla nostra storia.

Rimbecilliti da una potente egemonia mediatica italiana.

D’altra parte, i mass media sardi sono, per lo più, meri organi di propaganda o di distrazione di massa.

La nostra classe politica ha come unico scopo preservare se stessa dentro i rapporti di forza vigenti e dentro la condizione di dipendenza (molto comoda e deresponsabilizzante, in fondo).

La classe intellettuale istituzionale (università, apparati burocratici, opinionisti, figure di spicco dello spettacolo e delle professioni, ecc.) è comodamente organica alla nostra subalternità.

E tutto questo in un momento storico davvero complicato, in cui ogni minima conquista politica e sociale è ormai messa in pericolo da poderose spinte reazionarie e dalle drammatiche conseguenze su scala planetaria del modello economico dominante.

Non c’è da stupirsi se oggi ci ritroviamo ancora derubati di risorse, spazio, territorio, possibilità di realizzazione, diritti.

Ha senso, dentro questo scenario, attardarsi nelle discussioni che invece vanno per la maggiore?

Davvero è importante stabilire con chi allearsi per poter “vincere le elezioni” (ossia posare il proprio deretano su una poltrona) o per poter “battere le destre” o per poter confermare la propria “purezza indipendentista”?

Non è ovvio che dentro questa confusione voluta e attizzata a bell’apposta solo i furbi e gli opportunisti hanno gioco facile?

Le elezioni, anche quelle di prossima scadenza, non esauriscono affatto il campo della politica e tanto meno quello della democrazia.

La democrazia non consiste nel diritto ad andare a votare ogni tot anni. Non consiste nemmeno nel dominio delle maggioranze che ne scaturiscono, realmente o tramite artifici giuridici.

E “vincere le elezioni”, entrare nel Palazzo, non serve a nulla, se non mutano in modo radicale le condizioni storiche di fondo.

Capisco coloro che hanno tutto da perdere dalla conquista di una vera e compiuta democrazia in Sardegna. Non sono così pochi, dopo tutto. Specie se vi si sommano quelli che preferiscono comunque vivere da servi.

Ma gli altri? Tutti quelli che si riempiono la bocca di libertà, eguaglianza, di diritti civili e sociali, di salvaguardia ambientale, di solidarietà (interna ed internazionale), di concreta autonomia e autodeterminazione, che interesse possono avere verso il chiacchiericcio pettegolo e l’arrivismo demenziale a cui si è ridotto il confronto politico?

In Sardegna ogni aspirazione a una conquista politica deve essere inserita dentro una lotta generale per una democrazia reale e realizzata.

La questione linguistica è una questione democratica.

La questione dell’occupazione militare è una questione democratica.

La questione paesaggistica e ambientale è una questione democratica.

La questione della sanità e del diritto alla salute è una questione democratica.

La questione della produzione e distribuzione dell’energia è una questione democratica.

La questione scolastica e universitaria è una questione democratica.

La questione dei trasporti interni ed esterni è una questione democratica.

I problemi delle campagne, dell’agricoltura e dell’allevamento sono questioni democratiche.

La questione delle diseguaglianze e dei conflitti di genere è una questione democratica.

La questione dei rifiuti, della loro raccolta e della loro destinazione è una questione democratica.

La questione dello spopolamento è una questione democratica.

La questione dell’accoglienza dei migranti è una questione democratica.

La questione climatica, sia in generale sia nelle sue conseguenze locali, è una questione democratica.

La questione del modello economico, nella sua articolazione specifica e nella sua dimensione globale, è una questione – se non LA questione – democratica.

La questione della pace e della guerra è una questione democratica.

La questione dell’autodeterminazione e dell’indipendenza, che riassume tutte le precedenti, è – prima di tutto ed eminentemente – una questione democratica.

Nessuna di esse è slegata dalle altre. E nessuna di esse è peculiare della Sardegna.

Se parliamo di politica, dobbiamo parlare di queste cose. Altrimenti resta solo chiacchiera, diversivo.

Ma, su questi temi, gli schieramenti politici dominanti (centrodestra a trazione sardofascista, centrosinistra conservatore e filo-padronale, la Casaleggio e associati) sono tutti indistintamente inadeguati, privi di proposte e di una visione in cui inquadrarle.

Sono tutte forze in franchising, di natura evidentemente coloniale, podataria, quale che sia la loro etichetta di comodo, quale che sia il discorso che mettono in campo per cercare di denotarsi e di conquistare il consenso degli elettori.

Ma non solo.

Sono di natura e intenzioni coloniali, o quanto meno conservatrici, anche coloro che si professano magari indipendentisti ma non hanno l’obiettivo di mutare sostanzialmente i rapporti di forza, l’articolazione sociale, il modello produttivo, la condizione di subalternità e dipendenza.

Così come coloro che cercano purezze identitarie.

Come coloro che riversano il loro interesse nel fatto di essere e poter continuare a essere indipendentisti (qualsiasi cosa questo significhi), fosse anche a discapito dell’indipendenza.

Si riconoscono facilmente, basta osservarne il percorso politico, le parole, i referenti sociali e i metodi.

Dove esiste la pretesa della fedeltà a un capo, la diffidenza verso processi decisionali aperti e non controllati, dove ci si adatta a scimmiottare in salsa sarda il teatrino della politica e dei mass media italiani, be’, lì di sicuro non troverete una propensione alla democrazia. E nemmeno all’autodeterminazione.

E con questo, spero anche di aver chiarito perché mi vengono le convulsioni ogni volta che leggo o sento invocazioni all’unità indipendentista (una specie di idea senza parole, di suono senza significato concreto). O leggo e/o sento che è necessario unire vecchi arnesi della politica coloniale, giovani rampanti dell’opportunismo dalla bocca buona e via dicendo per uno scopo demenziale e del tutto di fantasia (come “fare lo stato”, o “battere le destre” o “sconfiggere la Casta” o “prima i Sardi”).

Tutte stupidaggini di cui bisognerebbe vergognarsi, altro che sbandierarle come credibili scopi politici.

Per mutare le condizioni storiche di un intero popolo, con tutte le sue contraddizioni, e di un intero, grande territorio come la Sardegna ci vuole tanto impegno e ci vuole tanta pazienza. E non solo in relazione alle elezioni per la Regione.

La Sardegna si salva solo realizzando una vera e compiuta democrazia e la democrazia in Sardegna non può prescindere dalla risoluzione (dall’avvio a soluzione) di tutte le partite strategiche aperte.

E queste a loro volta non saranno mai non dico risolte ma nemmeno affrontate davvero se non si scappa dal recinto (metodologico, retorico, mediatico, partitico, simbolico) della politica italiana e degli interessi che essa rappresenta.

Non in nome della nazione o di qualche bandiera (simboli con cui si può sempre rivestire un disegno oligarchico e reazionario), ma in nome della vita concreta delle persone e delle loro relazioni, delle nostre comunità, dei diritti di tutti.

In nome della necessità di essere consapevoli di sé e in nome del diritto a decidere delle proprie cose. In un’ottica solidale, di condivisione e rispetto, sia all’interno sia verso l’esterno.

Fuori di questo percorso c’è solo la drammatica accettazione di una sorte già scritta, sia pure, per pochi fortunati o per i più spregiudicati, condita da qualche vantaggio personale, di qualche successo effimero, di un po’ di fugace popolarità mediatica.

Non siamo nella condizione di poterci accontentare di così poco.

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