Le elezioni nell’epoca della loro riproducibilità tecnica – puntata 1/2

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Piccolo vademecum in due capitoli per affrontare le elezioni senza farsene travolgere e senza farsi ingannare dalle apparenze.

Lo so, fare il verso a Walter Benjamin può suonare pretenzioso e anche fuori luogo. Le elezioni non possono mica essere riprodotte tecnicamente, mi si dirà.

Ma ne siete sicuri?

Le elezioni e ciò che le riguarda sono ormai una sorta di grande spettacolo, una rappresentazione mediatica tipo talent show, un format, un gioco di ruolo.

Non sto dicendo che non c’entrino nulla con la politica e con la democrazia, ma semplicemente che si tratta di un momento rituale standardizzato e omologato, in cui le questioni politiche e le dinamiche sociali lasciano il posto a meccanismi a sé stanti.

Prendiamo la Sardegna. Ci troviamo in una fase pre-elettorale. In febbraio ci saranno le elezioni regionali, che, come dovrebbe essere noto, nell’isola hanno una portata e un significato molto peculiari.

No, non equivalgono alle elezioni regionali del “resto della penisola”. Toglietevelo dalla testa.

Si tratta dell’unico momento democratico in cui il voto dei sardi ha sia una valenza politica generale sia un impatto abbastanza diretto sulle loro esistenze.

Si potrebbe obiettare che anche le elezioni politiche per il parlamento italiano hanno queste caratteristiche. Ma è fin troppo facile rispondere che questa è solo una pia illusione, o un feticcio buono per addomesticare le coscienze.

È evidente che nelle elezioni politiche italiane il peso del voto sardo è infimo e le caratteristiche della rappresentanza che ne è l’esito le riducono a un modesto contributo alle forze politiche che hanno selezionato i loro candidati nell’isola o per l’isola (dato che sovente non sono nemmeno sardi, ma candidati paracadutati in un collegio sardo per pura convenienza del partito).

Senza considerare lo status di regione autonoma dell’isola, che conferisce alle sue istituzioni, benché inserite nell’ordinamento italiano, qualche competenza in più e una soggettività politica distinta (e potenzialmente molto più forte) delle regioni a statuto ordinario.

Le elezioni per il rinnovo del consiglio regionale e per l’elezione del presidente della RAS sono dunque le vere elezioni politiche sarde.

In questo caso, non ne voglio parlare in termini strettamente politici. Ho già detto varie volte (per es. qui) cosa penso della politica attuale in Sardegna, delle sue dinamiche, dei processi che incorpora e rappresenta.

Vorrei invece precisare alcuni aspetti delle elezioni che vedo troppo spesso ignorati, o taciuti, non so se per pudore o per non svelare troppo dei meccanismi che ne regolano il funzionamento.

Naturalmente non sto parlando delle norme che presiedono all’allestimento di una tornata elettorale, né dell’ambito formale. Non voglio nemmeno toccare direttamente la questione seria e impegnativa della legge elettorale vigente nell’isola.

Vorrei aiutare a capire come funzionano le elezioni, cosa sono, cosa comportano, come ci si dovrebbe regolare per partecipare o almeno per capirci qualcosa.

Naturalmente parlo in base alla mia osservazione e alla mia esperienza personale, quindi prego di non considerare quanto segue alla stregua di un saggio referenziato in materia.

La prima cosa da dire è che la campagna elettorale comincia molto prima del suo inizio ufficiale.

Sono sicuro che ciascuno di noi, se ci riflette un attimo, riesce a riconoscere la verità di questa asserzione.

L’ultimo anno delle consiliature o delle legislature è sempre un periodo particolare della vita istituzionale, a qualsiasi livello.

Chi ha un posto da difendere, improvvisamente si dedica a quello. Chi vuole conquistare spazio o fare un salto di qualità (cioè arrivare a un gradino istituzionale più alto) comincia a reinvestire il capitale politico accumulato.

Ci sono poi sempre gli outsider, quelli che in una istituzione pubblica non ci sono mai entrati e vorrebbero tanto farlo.

La prima genia di politici ha molte risorse a cui attingere, a differenza di questi ultimi. Per i quali vale un discorso a parte.

Dunque, dicevamo, i politici già eletti. In questo caso stiamo parlando del consiglio regionale, quindi di un ruolo che comporta un potere e una visibilità già notevoli.

La politica dominante, in Sardegna, quella fatta dai partiti italiani e dai loro satelliti locali, è di un tipo speciale.

Come raccontava già Francesco Pais-Serra nella sua relazione sull’indagine governativa del 1894-6, in Sardegna la sfera politica istituzionale non rappresenta veramente istanze ideali, interessi sociali o grandi obiettivi strategici.

Si tratta per lo più di una competizione tra gruppi di potere e di interesse più o meno robusti, che nella rappresentanza istituzionale vedono solo il lato strumentale e utilitaristico.

Naturalmente questa cosa non deve mai essere ammessa pubblicamente e, se possibile, neanche privatamente.

Tali gruppi di potere hanno gioco facile a farsi strada direttamente o tramite prestanome nei partiti più forti, a cui si affiliano. Per il semplice fatto che portano voti e consenso.

Esistono vaghe adesioni ideali alla base della scelta del partito di cui farsi tramite e di cui servirsi per i propri scopi. Ma mica sempre.

Chi detiene il potere vero, in Sardegna, non si mostra così facilmente al pubblico e, se può, non si sottopone di certo al voto (con relativi rischi). Meglio avere i propri uomini messi nei posti giusti e accaparrarsi qualche detentore di pacchetti di voti già bell’e pronti.

Quando tu, candidato outsider idealista e sincero, vai in giro a chiedere il voto, magari a persone non totalmente sconosciute, e ti senti rispondere “vorrei ma non posso”, è perché quel tuo conoscente e quasi certamente la sua famiglia sono già “promessi” a qualcuno di questi detentori di pacchetti di voti, o sono clientes di qualcuno dei capibastone delle varie fazioni in competizione.

Quindi, prima lezione: non è vero che il voto è personale, libero e segreto. Toglietevelo dalla mente.

Direte: ma è impossibile controllare migliaia di voti in questo modo, uno per uno!

Be’, intanto non devi controllarli uno per uno. Ci sono vari gradi di controllo e di aggregazione di voti. Nei casi più solidi si tratta di meccanismi rodati, che scattano puntuali al segnale convenuto.

Poi ci sono le azioni di mediazione delle varie sigle sindacali o delle associazioni di categoria, tutte – e dico tutte – detentrici a loro volta di un certo potere di raccolta del consenso e di intermediazione.

Quando hai un tuo uomo (o, meno spesso, una tua donna) in un posto strategico (un ufficio che rilascia autorizzazioni e licenze, un ruolo dirigenziale nell’apparato pubblico o para-pubblico, ecc.), sei in grado di condizionare la vita di molte persone, da cui poi puoi aspettarti riconoscenza. Anche e soprattutto sotto forma di voto.

Purtroppo a questo meccanismo non si sottraggono nemmeno i sindacati dei lavoratori, che da tempo in Sardegna svolgono una funzione di intermediazione, con una loro distribuzione di aree di influenza e di pacchetti di voti.

Poi c’è l’aspetto della comune appartenenza paesana. Non è da sottovalutare, in Sardegna.

Tu ti candidi a Cagliari, ma sei originario/a di qualche paese dell’hinterland o magari di altra zona dell’isola. Se sei candidato/a per un partito di quelli stabilmente abbarbicati al potere non hai problemi: loro hanno già interi elenchi di persone organizzati per origine e provenienza.

Se c’è da votare a Cagliari un candidato o una candidata di Desulo o di Seui o di Terralba o che so io, basterà contattare tutti i residenti a Cagliari di Desulo, o di Seui o di Terralba, ecc. per chiedere il voto in nome della comunanza paesana.

È illegale? E perché mai!

Funziona abbastanza, pare. Specie per certi paesi.

Questi sono aspetti molto pratici e, se vogliamo, terra terra, della campagna elettorale, che – come è evidente – non attengono affatto al dibattito politico, ai programmi, alle idee. Ma sono determinanti.

Di aspetti di questo tipo ce ne sono tanti, tutti di quest’indole.

Passerei ora a un altro fattore importante e spesso misconosciuto o mal interpretato, quello della comunicazione e dei mass media.

È un tema, questo, complesso, ma ormai piuttosto scandagliato, soprattutto in termini di tattiche di marketing e di efficacia propagandistica.

Anche qui, scordatevi che il nucleo principale della questione siano i contenuti, o le idee, o i programmi. E persino sui candidati va fatto un discorso puntuale.

Chi studia le campagne elettorali sa bene che si tratta di una sfida a chi manipola di più e meglio la percezione e le reazioni dei cittadini.

Sarebbe già una sfida impari se i mass media fossero dei semplici strumenti neutri tramite i quali si confrontano le forze in campo.

Ma non è così. I mass media, e in Sardegna questo è vero più che mai, sono parte in causa, partecipano alla competizione.

Non nel senso che le testate di informazione assumono una posizione politica, dichiarata e trasparente. Questo sarebbe già tanto e di fatto nelle democrazie meno scalcagnate funziona così.

Con accorgimenti, a volte severi, per garantire, almeno nominalmente, uguali spazi e pari opportunità a tutti i contendenti.

In Sardegna però le cose sono ben lontane da questa condizione di trasparenza e obiettività.

Fino a qualche anno fa il problema non si poneva nemmeno. Le poche forze realmente alternative all’apparato politico dominante erano totalmente ignorate o comunque facilmente marginalizzate.

Col terremoto delle elezioni regionali del 2004 e sempre di più negli anni successivi qualcosa è cambiato. Il sistema di potere fondato sulle fazioni in cui si dividono i partiti italiani principali e i loro satelliti locali ha cominciato a cedere.

Tutt’a un tratto è emersa la possibilità che qualche outsider, magari particolarmente dotato di risorse materiali e/o di fantasia e capacità comunicative, si ritagliasse uno spazio inedito.

Nel 2004 l’outsider Renato Soru mise su un movimento tutto suo, lo chiamò Progetto Sardegna, e conquistò da solo 66mila voti. Uno choc.

Poi la faccenda fu normalizzata, lo sappiamo. Ma intanto si era aperta una breccia.

La breccia si era aperta non per le virtù magiche di Renato Soru, né per la bontà intrinseca del suo programma. Questi due aspetti sono eventuali ed accessori, in realtà.

Più semplicemente, quella proposta così nuova e per certi versi rivoluzionaria (almeno in termini comunicativi e genericamente politici) interpretava e rappresentava un processo ormai avviato.

Ma avevo detto che non mi sarei attardato in questo tipo di analisi (anch’esse già fatte, del resto).

Quel che importa è che le cose, nell’ambito della comunicazione, col nuovo secolo sono diventate più difficili, in Sardegna.

I mass media si sono fatti più aggressivi, la manipolazione dell’opinione pubblica più intensa, ma al contempo più complicata.

Entrare in questo gioco senza conoscerne almeno un po’ i meccanismi, magari confidando che le proprie idee, in quanto migliori e più forti, sapranno farsi strada grazie agli spazi generosamente concessi dai media, è un’illusione davvero naif.

Anche da noi le campagne elettorali sono diventate un format massmediatico moderno.

Parteciparvi costa molto.

Servono molte persone che lavorino su questo aspetto. Puoi anche pagarle una merendina e un succo di frutta al giorno, ma stiamo parlando comunque di un investimento non indifferente.

Ci sono anche i social media, da presidiare, e va fatto sistematicamente.

Nell’ultima campagna elettorale regionale (2014) c’erano decine di persone, pagate o comunque organiche ai partiti maggiori, quotidianamente appostate su Facebook o (meno intensamente) su Twitter per fare operazioni di spamming, trolling e tutto quanto d’altro possa essere utile in una campagna elettorale.

Credetemi sulla parola se vi dico che gli schieramenti maggiori (centrosinistra e centrodestra italiani) arrivano a spendere cifre nell’ordine di grandezza dei milioni di euro, tra una cosa e l’altra.

I mass media tradizionali, a loro volta, hanno un ruolo importante. Meno incisivo di quel che pretendono di avere, ma ce l’hanno.

Come detto, in Sardegna non sono un semplice tramite tra la politica e gli elettori, di suo neutro e neutrale.

In generale i mass media mainstream sardi sono accomunati dalla necessità di impedire alle forze esterne alla gestione dello status quo – quindi prima di tutto quelle votate all’autodeterminazione – di ritagliarsi un consenso autonomo, strutturato e autosufficiente.

Non solo, finché è possibile devono anche screditarne le istanze e indebolirne l’immagine pubblica.

In passato questo gioco è stato comodo, non ci voleva molto. I partiti italiani erano forti, dotati di personale, ramificati, soprattutto credibili.

Per di più, tale compito era facilitato da alcuni esponenti dell’indipendentismo stesso.

Personaggi istrionici, amanti dei riflettori, convinti di avere conquistato un certo potere mediatico in virtù delle proprie capacità, ma che invece erano banalmente usati come elemento di disturbo nelle lotte tattiche tra centri di potere o come fattore di indebolimento della proposta indipendentista medesima.

Questo trucco oggi non funziona più. Anche l’indipendentismo – fatte salve alcune ingenuità persistenti – è maturato e la platea dei suoi portavoce si è arricchita e dotata di strumenti e competenze più sofisticati.

Inoltre è cresciuto e si è irrobustito tutto l’ambiente politico e culturale votato, dichiaratamente o meno, al processo di autodeterminazione.

Non solo gli indipendentisti duri e puri, ma una vasta e variegata platea di persone, a volte in fuga dai partiti italiani o dalle appartenenze di una vita, che guardano con simpatia e interesse ai processi emancipativi in corso.

Per di più l’agenda politica sarda è ormai egemonizzata da temi e questioni che sono tipicamente cavalli di battaglia degli indipendentisti, da almeno venticinque anni, se non di più.

Quindi il problema dei mass media ormai non è negare le questioni o ignorare le istanze di autodeterminazione emergenti, ma di a) banalizzarle, b) sottrarle a quel campo politico, c) presentare in termini debilitanti quell’intero ambito politico, d) dividerlo.

Questa cosa va tenuta presente. Non è questione di contrastarla, protestando e strepitando per la mancanza di democrazia nell’informazione o per le scorrettezze subite. Non serve a nulla.

Nella seconda puntata di questa disamina vedremo perché è importante sapere come vanno queste faccende e come ci si può regolare. Anche in riferimento alla scelta dei candidati.

Per adesso concludo qui. Ho buttato lì alcuni elementi concreti e alcune semplici constatazioni pragmatiche.

Non esauriscono il campo delle dinamiche e delle “regole d’ingaggio” valide nelle campagne elettorali (e nelle campagne elettorali sarde specificamente), ma possono dare un’idea di come funziona il gioco.

Li lascio alla riflessione e alla valutazione di chi legge, dando appuntamento alla seconda parte.

 

P.S. Per avere un’idea dell’influenza crescente della Rete sulla politica e delle tecniche manipolatorie usate, interessante questo servizio giornalistico sulle tattiche di monitoraggio e propaganda di Salvini (che non ha inventato nulla, sia chiaro, sono operazioni che fanno tutti, almeno quelli che dispongono di fondi sufficienti, anche in Sardegna).

 

 

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