Politica sarda, qualche considerazione sulle prossime elezioni per la Regione

Di norma non dedico tempo alle beghe interne dei partiti. Anche perché sono noiosissime (e lo dico anche per esperienza personale).

Ma qui si profila il quadro delle prossime elezioni regionali e la questione assume contorni più ampi.

La residuale sinistra italiana in Sardegna cerca di salvarsi prospettando un fronte ampio che includa anche il PD, ma in rottura col PD (che governa la Regione). La cosa si commenta da sé.

Il PD dal canto suo propone un’ampia aggregazione, senza andare troppo per il sottile, con la sola esclusione del PSdAz e di Forza Italia (entrambi attaccati al vagone vincente di Salvini, parrebbe, dunque disinteressati ad altre alleanze).

Nella prospettiva del PD, secondo le parole del suo segretario regionale, il fronte anti-destra (“Battere le destre” è lo slogan di comodo per tutte le stagioni, anche se fa ridere, detto dal partito di Minniti) dovrebbe ricomprendere anche il M5s sardo e il Partito dei Sardi.

Entrambi tuttavia sembrano avere altre opzioni preferenziali.

Il M5s è semplicemente una sigla, un brand, che non è stato mai messo alla prova della competizione elettorale più significativa. Resta un’incognita, ma pare voler correre da solo. Per far cosa, non si sa. E temo non lo sappiano nemmeno loro (attenderanno disposizioni dalla Casaleggio & associati).

Il Partito dei Sardi sembra aver deciso di scommettere su un’ipotetica onda lunga salviniana per garantirsi un altro quinquennio di potere, grazie all’usuale salto della quaglia negli ultimi mesi di legislatura.

In tutto questo è notevole l’assenza di:

a) la politica; inutile cercarla, trattasi di pura e semplice tattica elettoralistica per cercare di sopravvivere dentro le istituzioni e in qualsiasi altro posto gestito dalla politica, a spese della collettività; a fare cosa? non importa;

b) la Sardegna; perché occuparsene, se l’unica cosa che ti chiedono i capi italiani è di mantenerla in questa situazione di agonia senza fare un tubo, a parte proclami?

c) una prospettiva di riscatto e di emancipazione collettiva; che sarebbe poi precisamente l’evenienza che tutta questa gente, l’intero arco politico rappresentato in consiglio regionale, deve scongiurare a tutti i costi, sia per ragioni di obbedienza sia di convenienza egoistica.

Onestamente non credo che le prossime elezioni regionali saranno decisive. Siamo in un momento di transizione. Guarderò con simpatia e appoggerò un eventuale schieramento sardo, democratico, popolare, anti-fascista e votato all’autodeterminazione dei sardi. Ma non mi aspetto sfracelli.

Gli sfracelli andranno fatti altrove, prima di tutto nei comuni, e nelle vertenze aperte, nelle lotte in corso e in quelle di là da venire.

Nei prossimi anni mi piacerebbe veder realizzato un ampio patto politico per una vera lotta di liberazione democratica, condiviso sia dagli aspiranti a una forma più compiuta di autonomia, sia dai federalisti, sia dagli indipendentisti democratici, al di là delle riserve degli uni sugli obiettivi finali degli altri.

Mi piacerebbe che l’intero dibattito politico in Sardegna facesse un salto di qualità e diventasse un serrato confronto a tutti i livelli, partendo dalle nostre comunità e dai loro problemi concreti, ma inquadrati dentro la corretta prospettiva storica.

Mi piacerebbe che la nostra intellettualità, le nostre università, la nostra scuola, i nostri mass media diventassero strumenti di democrazia e di reale crescita culturale e non, come  per lo più sono stati fin’ora, elementi organici alla classe dominante sarda (in conto terzi) e fattori di conservazione.

Mi piacerebbe che gli appetiti individuali e le aspettative di carriera e/o di sistemazione personale non prevalessero sugli obiettivi comuni.

Di sicuro mi piacerebbe che finalmente l’apparato raccogliticcio e conflittuale della politica coloniale sarda fosse svergognato, privato del suo residuo appoggio elettorale, marginalizzato, costretto a manifestarsi per quel che è: uno strumento di dominio e di morte. E poi spazzato via.

Nonostante lo scetticismo di molti, non mi sembra una prospettiva storica così utopistica. Fuori dai confini mediatici e dei giochi di potere c’è vita e c’è forza ancora nelle nostre comunità. Non bisogna abbandonarle a derive reazionarie o neo-oligarchiche, magari mascherate da indipendentiste.

Le grandi manovre elettorali sono iniziate e non sarà uno spettacolo edificante. Ci vorrà molto pelo sullo stomaco anche solo per seguirne le cronache.

I problemi storici, strutturali, della nostra terra restano tutti sul tappeto e così i processi profondi che animano il nostro popolo. E tutto questo non muterà radicalmente di segno per una elezione, per quanto le elezioni abbiano la loro importanza.

Non muterà di segno nemmeno a seconda di come si evolveranno le cose a livello istituzionale in Italia.

È doveroso ormai far cadere l’illusione che esistano governi amici o schieramenti che a Roma si dedichino ai problemi sardi. Non è a Roma che ci tireremo fuori dai guai e non è da lì che arriverà mai la soluzione ai nostri problemi.

Anche perché molti dei nostri problemi arrivano proprio da lì.

Perciò, calma e pazienza. In un mondo torbido e in preda a forze distruttive dobbiamo trovare in noi le forze e la volontà per resistere e provare a costruire qualcosa di meglio di quello che abbiamo ereditato. Prima, dopo e al di là di una tornata elettorale.

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