Emigrazione sarda: dramma storico, problema rimosso, potenziale risorsa (seconda parte)

Seconda parte della riflessione sull’emigrazione sarda, il suo ruolo nel mondo attuale e la sua interrelazione con la Sardegna.

La composizione sociale e culturale della nostra diaspora non è più quella di cinquant’anni fa. Non è nemmeno più quella di trent’anni fa.

A parte le seconde e le terze generazioni (e già il fatto che si possa parlare di seconde e terze generazioni è significativo), esiste un’emigrazione più recente portatrice di una base culturale, di riferimenti ideali e di un immaginario che sono al contempo molto diversi da quelli della prima emigrazione e assai più contemporanei e omologhi a quelli del contesto di arrivo.

Un ventenne sardo è molto più simile oggi a un ventenne di qualsiasi altra provenienza europea di quanto fosse cinquanta o trenta anni fa.

Inoltre c’è una parte consistente della nostra emigrazione più recente che è etichettabile come emigrazione intellettuale.

Migliaia di studenti lasciano l’isola ogni anno per studiare in atenei italiani o europei. In qualche caso può trattarsi di una scelta dovuta ad aspettative non stringenti e immediate o di un vezzo (per chi può permetterselo). Ma questi potrebbero essere solo casi specifici dentro un fenomeno che ha una natura più ampia e più profonda.

Di per sé il fatto che i giovani sardi facciano esperienze fuori dall’isola è un fatto positivo. Diventa negativo quando si scopre che si tratta di un flusso solamente in uscita.

Non c’è alcuna compensazione con un analogo fenomeno di attrazione di studenti stranieri nell’isola.

A questo si aggiunge l’esito negativo di un’uscita senza ritorno degli stessi studenti sardi, che difficilmente rientrano nell’isola per spendere le qualifiche e la preparazione acquisite. Una perdita netta di forze vitali e di energie intellettive.

Il tentativo fatto con il progetto “Master&Back” si è rivelato finora fallimentare. Per ovvie ragioni che sarebbero evidenti, se si ragionasse non in termini puramente ideologici, ma sulla base di dati storici adeguatamente approfonditi e di una prospettiva politica più compiuta.

Se non c’è nessun “back” a cui tornare, dopo una formazione per lo più di alta qualità conseguita fuori dall’isola, è velleitario aspettarsi che l’esportazione di intelligenze assuma un carattere circolare virtuoso, di andata e ritorno.

E questo è un problema generale – per altro notorio – relativo alla Sardegna, al suo tessuto socio-economico e ai limiti storici della nostra classe dirigente.

Nello specifico, ciò significa che abbiamo un patrimonio di competenze e di formazione disperso in mezzo mondo senza che da ciò la Sardegna riesca a trarre alcun vantaggio.

Così come in generale non riesce a trarre alcun vantaggio dall’esistenza stessa di una diaspora tanto consistente e ormai storicizzata.

Perché questo è uno dei problemi di cui dovremmo farci carico.

Deplorare l’emigrazione non serve a nulla. Enfatizzarla come una cosa necessaria e sempre buona è un inganno. Sottovalutarla o rimuoverla dall’agenda politica è un delitto.

L’emigrazione sarda esiste. Dovremmo studiare il modo per farla diventare da problema (qual è) a risorsa.

Su questo occorre la partecipazione attiva della nostra emigrazione medesima. Di tutte le generazioni della nostra emigrazione. Tanto più laddove essa abbia una sua struttura organizzativa consolidata.

I dirigenti della nostra emigrazione organizzata – in Italia forse più che altrove – hanno mostrato troppa timidezza nei confronti della politica istituzionale sarda, e al contempo poca voglia di affrontare i nodi strutturali del fenomeno stesso dell’emigrazione.

È come se si fossero adagiati su una sorta di accettazione passiva di fatti e rapporti politici dati, rimuovendone la problematicità, ma costruendoci sopra una propria identificazione di comodo.

L’emigrazione organizzata ha peccato molto di autoreferenzialità, facendo così da un lato il gioco di chi in Sardegna non si vuole occupare del problema, ma da un altro al contempo preservando un proprio spazio di manovra, di azione, persino di soddisfazione di ambizioni personali.

Il che è umano e persino legittimo, per tanti versi. Ma risulta del tutto inadeguato alla dimensione del fenomeno, alla sua natura e a ciò che esso potrebbe rappresentare in termini democratici ed emancipativi per la Sardegna.

Non bisogna aver paura di cimentarsi in questioni politiche.

Politiche non vuol dire “di partito”, sia chiaro (benché la vicinanza con la politica politicante non sia mancata, negli anni, e non sempre in termini trasparenti e nell’interesse generale): vuol dire fare proprie tematiche collettive.

Vuol dire assumere una soggettività e un ruolo pubblici che vadano oltre la mera celebrazione di direttivi, assemblee e feste folkloristiche.

E tale soggettività va spesa anche in Sardegna.

Non è più tempo di addii strappalacrime e di nostalgie della terra-avita-mai-più-rivista. Cinquant’anni fa poteva essere comprensibile questa percezione dell’emigrazione come separazione radicale e definitiva, specie se la destinazione era più lontana di una notte in traghetto.

Ma oggi questo problema non si pone. Oggi chiunque faccia esperienza di emigrazione, per qualsiasi motivo, se vuole, mantiene con l’isola un legame molto forte, conserva attive e vitali molte relazioni.

Con i mezzi informatici e con internet per tanti versi è come non essersene mai andati. Un certo, relativo miglioramento nella quantità e nella qualità dei trasporti favorisce anche la relazione fisica, ben più che in passato.

Non è più giustificabile un approccio puramente turistico e/o paternalistico dei nostri emigrati con la Sardegna e nemmeno una visione dell’isola ferma agli anni Cinquanta del Novecento (come è pure piuttosto diffuso).

Le nuove generazioni di emigrati su questo devono esercitare un ruolo pedagogico e fornire una sorta di aggiornamento del sistema, nei confronti delle generazioni precedenti. E queste ultime devono essere disponibili all’aggiornamento.

La dimensione della nostra diaspora e il patrimonio culturale che ha acquisito devono diventare un fattore attivo e propositivo a vario livello, da quello internazionale alla stessa realtà dell’isola.

Come fonte di accesso a esempi, competenze, soluzioni, altrimenti fuori portata.

Come contraltare rivelatore e smascheratore della nostra debole e subalterna politica neo-coloniale.

Come apporto umano e intellettuale anche a livello di rappresentanza istituzionale, all’occorrenza.

E, naturalmente, anche come tramite per nuove e proficue relazioni internazionali. A cominciare dall’irrobustimento della rete dell’associazionismo sardo nel mondo.

In quest’ambito sarebbe opportuno istituzionalizzare una sede permanente di confronto, una sorta di ONU dell’emigrazione sarda nel mondo. Un’entità assembleare, non gerarchica, riconosciuta ufficialmente dalla Regione Sardegna.

Se ne potrebbero istituire riunioni plenarie periodiche e commissioni tematiche permanenti e un centro studi proprio, col compito di fornire pareri, dati, proposte.

Potrebbe diventare un interlocutore di peso anche presso le istituzioni dei vari paesi di residenza dei nostri emigrati, nonché fare opera di lobbing presso le istituzioni internazionali.

Ma naturalmente, come detto, per tradurre la nostra emigrazione da problema a risorsa è necessario prima di tutto un grande e generalizzato sforzo di consapevolezza.

Servono studi, servono confronti, serve un dibattito pubblico non provinciale e non conformista.

Laddove si intravveda una questione aperta, bisogna affrontarla, non rimuoverla.

Per fare un esempio a cui non sono estraneo, mi sarebbe piaciuto che dai rilievi emersi in più sedi (compreso questo spazio) alle iniziative del circolo sardo di Biella, sorgesse una bella discussione, da svolgersi sia in pubblico sia nelle sedi assembleari della nostra emigrazione organizzata.

Un dibattito svolto con i crismi della serietà e della profondità che tali questioni meritano, non lasciato alle voci singole e isolate e tanto meno ai bassi istinti da sfogare qua e là sui social network.

Dispiace constatare che quest’occasione sia andata perduta. Per ora.

A poco serve ostentare ferite del proprio orgoglio di emigrato/a, o sollevare preoccupazioni per il buon nome dell’emigrazione sarda in generale, della FASI, di questo o quel soggetto specifico.

Non è più tempo di conformismo e di reticenze. Non si deve aver paura di discutere e di esporsi.

Del resto, ci sono realtà associative che stanno già tentando il salto di qualità verso nuove soluzioni, verso nuove forme di azione e di proposta culturale.

Ma chiaramente sarebbe tutto più facile se ci fosse alla base un grande e generalizzato movimento di auto-analisi, di presa di coscienza e di rinnovamento, e non le singole iniziative di questo o quel gruppo, dislocato a caso nel mondo.

L’acquisizione di forza intellettuale e politica della nostra diaspora investirebbe per forza di cose anche lo scenario politico isolano, nei termini forti e propositivi più sopra auspicati.

È un fattore di cui c’è bisogno.

Nell’impazzimento generale del mondo, Europa compresa, ci stiamo adattando a subire una deriva autoritaria e violenta in cui i due poli di riferimento sono da un lato la tecnocrazia conservatrice e anti-democratica, chiaramente volta a privilegiare le classi dominanti europee e internazionali, e dall’altra un populismo nazionalista, xenofobo, razzista e reazionario.

Entrambi ostili tanto ai diritti civili, quanto all’emancipazione sociale concreta dei popoli.

Nuovi sciovinismi si confrontano, in un apparente confitto, con brutali conservatorismi di classe.

Ma è una trappola. Una trappola anti-democratica, foriera di disastri e nuovi drammi.

Si parla tanto di Europa, ma se ne parla sempre in termini scorretti, ideologici e propagandistici.

Noi, come sardi, disponiamo di un patrimonio di umanità, di cultura e di relazioni, nato sì da situazioni difficili e da problemi dolorosi, ma che in questo scenario assume un peso e un potenziale che dovremmo saper utilizzare meglio.

Sia per contribuire al miglioramento della vita in Sardegna, sia per generare esempi virtuosi di relazioni tra popoli e tra luoghi, in termini di collaborazione, solidarietà, scambi.

Il fatto di disporre di una diaspora così grande e così dislocata ci rende paradossalmente, e davvero, cittadini del mondo. E non nel senso limitato e provinciale in cui tale locuzione è usata per sancire l’inevitabile appartenenza della Sardegna all’Italia.

Ma è un vantaggio che non sappiamo sfruttare.

L’emigrazione sarda deve entrare da soggetto protagonista dentro il grande processo storico di autodeterminazione democratica oggi in corso nell’isola.

Dall’altra parte i sardi in Sardegna devono guardare ai nostri tanti parenti e amici emigrati con minore ostilità e senza alcun complesso né di inferiorità né di superiorità.

Così come dobbiamo accogliere con molta benevolenza chiunque scelga di vivere in Sardegna e di farne casa sua, quale che sia la sua provenienza.

Anche la nostra emigrazione organizzata deve farsi carico di questi problemi, adeguare le sue forme alle nuove dinamiche sociali e culturali, svecchiarsi anche anagraficamente nei suoi ruoli apicali.

Meno burocrazia deve accompagnarsi a meno timidezza politica.

Così come deve essere istituzionalizzato a dovere il rapporto della regione Sardegna con la nostra diaspora, innanzi tutto aggiornando la normativa in materia, ossia rivedendo la L.R. n.7/91.

E ancora istituendo un comitato permanente per l’emigrazione (autocefalo, non di nomina partitica).

E anche garantendo il diritto di tribuna alle nostre organizzazioni degli emigrati dentro il Consiglio regionale. Con forme e norme che favoriscano il reciproco scambio di informazioni.

La nostra emigrazione organizzata deve finire di essere la faccia folkloristica, tranquillizzante, subalterna che la Sardegna offre all’Italia e al mondo.

Deve iniziare ad essere una rete di ambasciate, di nodi culturali, commerciali e politici all’estero.

Se la Sardegna è così poco e così male conosciuta fuori dei propri confini forse è anche perché la nostra emigrazione non ha fatto abbastanza per farla conoscere di più e meglio.

E prima di tutto è necessario che la nostra emigrazione conosca la Sardegna di più e meglio. Su questo mi sento di insistere.

Confido che si apra un vero dibattito su questi temi e che si rilanci il ruolo della nostra diaspora.

È necessario, è giusto. Dovremo assumercene la responsabilità. Senza paura.

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

3 × cinque =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.