Miti tossici, inconsapevolezza politica ed emigrazione sarda: un mix deleterio

il finto nuraghe “Chervu”, a Biella

Spettabile Circolo Su Nuraghe di Biella,

mi rivolgo a voi in quanto perfetti rappresentanti di un problema più generale che è necessario far emergere nel dibattito pubblico ed affrontare come merita.

La vostra iniziativa per le celebrazioni del centenario della vittoria dell’Italia nella Grande guerra sta suscitando commenti e reazioni, per lo più di stupore ma anche di sincera indignazione, come forse vi siete accorti.

Beninteso, come iniziativa è del tutto legittima, ma – converrete – anche opinabile.

In altri termini, siete certamente padroni di scegliere come orientare le attività della vostra associazione, ma dovete accettare che tali scelte siano sottoposte a valutazione, critica ed eventualmente a obiezioni.

Dico questo in via preliminare, perché ho notato che avete risposto con dispetto alle motivate e civili argomentazioni del sindaco di Villanovaforru Maurizio Onnis, almeno stando agli articoli di stampa.

L’invito che posso farvi io è di accogliere critiche e obiezioni come occasione di riflessione su un tema molto delicato, che a quanto pare voi state maneggiando – da anni – con una disinvoltura decisamente eccessiva.

I contenuti che pretendete di veicolare non sono neutri. Non sono nemmeno così edificanti come li presentate. Tutt’altro.

Celebrare la partecipazione (forzata) dei sardi alla Grande guerra ed enfatizzare il loro preteso sacrificio per la patria (italiana) non solo ha i contorni di una falsificazione storica maldestra, ma assume anche quelli della manipolazione offensiva.

I sardi che si sacrificarono nelle trincee del Carso, sull’Altopiano di Asiago o negli altri teatri del fronte non lo fecero certo per amore dell’Italia (se non in minima parte, tra gli ufficiali, forse). Per lo più i nostri nonni e bisnonni combattevano perché costretti e per la speranza di un riscatto loro personale e insieme collettivo una volta finita la guerra. Questo è un dato acquisito.

Non c’è da farci su alcuna retorica, non c’è da costruirci su alcuna mitologia.

Enfatizzare in questo modo la morte e le sofferenze di migliaia di sardi e delle loro famiglie (perché le conseguenze di questo assurdo massacro si sentirono, eccome, anche nell’isola) è una forma di violenza. Perpetrata contro chi non ha più la possibilità di dire la sua, per giunta.

Non solo. Questo tipo di retorica alimenta il nostro mito identitario subalterno, contribuisce a certificare il nostro status di “sardi da cortile”, di “razza inferiore”, tollerabile dentro la grande famiglia italiana solo in quanto si renda utile per qualcosa.

Vorrei che interiorizzaste questo aspetto della questione: voi state certificando, con la vostra adesione attiva, una mitologia razzista. Ai nostri e vostri stessi danni.

A questo fatto – già grave e meritevole di molta riflessione – si aggiunge l’improvvida idea – da voi avuta e realizzata in passato ma spero non anche quest’anno – di collegare a tutto ciò le celebrazioni di Sa Die de sa Sardigna.

Il che appare già in partenza paradossale, dato che Biella sta in Piemonte e sappiamo tutti a chi si dava la caccia nel giorno de s’acciapa. La “cacciata dei Piemontesi” è uno dei modi più comuni di descrivere quegli avvenimenti. Un po’ di cattivo gusto evocarli proprio lì, in Piemonte, non trovate?

Ma questo se vogliamo è un tratto secondario – benché significativo – della faccenda.

Il tratto più rilevante è che voi, in questo modo, fate un ulteriore torto alla nostra storia e anche al nostro presente.

Sa Die de sa Sardigna è una occasione di riappropriazione storica e di meditazione sulla nostra condizione di oggi. Rievoca la Rivoluzione sarda, quel lungo e articolato momento della nostra storia in cui si sono decise le sorti della Sardegna contemporanea.

È un passaggio chiave che meriterebbe intanto di essere conosciuto bene in tutti i suoi aspetti, studiato, meditato, interiorizzato. Non in termini di propaganda politica, ma come risorsa intellettuale e come strumento di analisi.

Dubito che ne sappiate qualcosa.

Dubito che abbiate anche solo una vaga idea di cosa furono gli anni tra il 1793 e il 1812 nell’isola. Dubito che ne conosciate i fatti, gli sviluppi, i conflitti, i protagonisti.

Non dovreste maneggiare con tanta noncuranza un materiale così vivo e così problematico, decontestualizzandolo e attribuendo ad esso significati del tutto impropri e arbitrari.

Dopo tutto questo, non mi stupisce constatare – attingendo alle vostre comunicazioni sui social media – la vostra adesione alla campagna referendaria per l’inserimento dell’insularità nella costituzione italiana. Mi pare del tutto coerente con una visuale pesantemente condizionata, auto-colonizzata (self-colonized), subalterna appunto. Di cui non soffrite solo voi, sia chiaro.

Su questa vicenda si sono gettati con entusiasmo sia i mass media mainstream, sia le prefetture (cosa gravissima). Ma mi rivolgo a voi, perché a voi posso chiedere di accettare un confronto su queste tematiche, dato che ne siete al contempo soggetti e oggetto.

L’emigrazione sarda è un trauma che si è prodotto in tempi relativamente recenti e per cause storiche abbastanza chiare (anche se mal indagate e ancor peggio raccontate). Ma può anche diventare una risorsa, in una prospettiva di riscatto e di emancipazione collettiva della Sardegna.

Perché si avveri questa seconda possibilità però c’è bisogno che la nostra emigrazione diventi più consapevole, più informata, meno passiva verso la mitologia identitaria spicciola da cui è ammorbata la nostra percezione di noi stessi nel mondo.

Sarebbe bello che si cogliesse questa occasione per avviare una discussione libera e sincera su tali questioni. Senza paura e senza sudditanze. Serve a voi, serve ai sardi in Sardegna, serve alle comunità presso cui noi sardi disterrados risediamo. E serve in generale anche al mondo, che ci osserva e spesso scopre con sorpresa la nostra esistenza (senza avere a disposizione fonti attendibili).

Confido che si riesca a discuterne in termini franchi, ma non polemici.

E confido che la cosa non finisca qui. Potrebbe essere oggetto di discussione anche per l’intera FASI (la federazione delle associazioni sarde in Italia), a livello di direttivo e nelle sue sedi assembleari. Non sarebbe male, vista la passività culturale e il conformismo politico che questa organizzazione ha sempre manifestato.

Chissà che da un episodio così sgradevole e dannoso non ne venga fuori qualche conseguenza positiva, insomma.

A àteros annos mègius!

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