Recensione – Isola, di Siri Ranva Hjelm Jacobsen, 2018, Iperborea

Questa recensione è uscita sull’Unione sarda di sabato 14 aprile 2018.


Si fanno grandi discorsi, su cosa sia casa. Uno stato d’animo, le persone che s’incontrano, roba del genere. Per me erano solenni stronzate. Roba da cosmopoliti con lo zaino in spalla, che parlano con la bocca piena di terra, piena di carne. Che vanno in giro a masticare il mondo. Casa è un toponimo, pensavo. Un nome geografico. (Isola, pagg. 146-7)

I luoghi veri non sono mai segnati sulle mappe, specie le isole. Così sosteneva Hermann Melville.

Pochi saprebbero collocare geograficamente le Faer Oer (le “Isole delle pecore”), arcipelago al confine tra Mare del Nord e Oceano Atlantico. Terre vichinghe, colonizzate dagli stessi temerari navigatori che nel IX secolo scoprirono l’Islanda.

Delle Faer Oer tratta Isola, il romanzo d’esordio di Siri Ranva Hjelm Jacobsen, autrice danese di origini faroesi. Pubblicato nel 2016 in Danimarca, è uscito da poche settimane in italiano per le edizioni Iperborea (traduzione di Maria Valeria D’Avino).

L’autrice squaderna una storia familiare lunga tre generazioni, raccontata in modo sincopato, per scene, che evoca corpi, colori, sensazioni fisiche, odori, non senza tratti di realismo magico.

Al centro, la propria problematica appartenenza a luoghi in cui non è nata, ma che sente di poter chiamare “casa”. Perché “casa”, dichiara, “è un toponimo”.

Ed è un riannodare legami recisi, a cominciare da una lingua perduta, la cui ignoranza ti fa sentire ospite presso i tuoi stessi consanguinei.

Il resoconto di un conflitto interiore e generazionale diviene così al contempo memoria personale e vicenda collettiva, riassumendo in sé processi storici complicati, ancora irrisolti. Come l’aspirazione all’indipendenza di queste isole di balenieri.

Tanti i temi e le situazioni familiari ai lettori sardi, a cominciare dall’emigrazione, su cui siamo inevitabilmente chiamati a riflettere. Valore aggiunto di un libro comunque bello e toccante.

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