L’Europa e il crocevia catalano – di Stefano Puddu Crespellani

Ricevo da Stefano Puddu Crespellani e volentieri ospito questa riflessione sulle vicende catalane e sulle loro interconnessioni con la sorte dell’Europa, Sardegna compresa.

L’arresto in territorio tedesco di Carles Puigdemont, centotrentesimo presidente della Generalitat de Catalunya, a pochi chilometri dalla frontiera danese, quando rientrava in Belgio dopo un tour di conferenze in Finlandia, ha messo definitivamente il tema catalano al centro dell’agenda europea.

La presenza in Belgio, Svizzera e Scozia di altri esponenti politici ricercati dalla giustizia spagnola, che si aggiungono alla dozzina di persone in prigione preventiva da più di cinque mesi, hanno trasformato un conflitto politico legato alla sovranità e all’autogoverno di una nazione senza stato, in un problema assai più radicale.

Oggi è in discussione la tutela dei fondamenti democratici e dei diritti civili di un progetto condiviso chiamato UE. La Catalogna è problema interno dell’Europa, e una quantità crescente di cittadini dei diversi Stati sta seguendo con il fiato sospeso questa vicenda.

Al di là delle simpatie (o antipatie) nei confronti di questo popolo caparbio in mobilitazione costante, la gente percepisce che questo tema, sia pure indirettamente, lo riguarda. E questo è particolarmente vero per noi sardi.

Qual è la posta in gioco? Per farla semplice, si tratta di capire in che direzione evolve il patto sociale: se nell’indurirsi delle regole di controllo, oppure nel miglioramento dei processi di mediazione e trasformazione democratica.

Se prevale l’irrigidimento delle strutture che condizionano la vita delle persone e delle comunità, oppure l’apertura verso forme di partecipazione più avanzate.

Lo scenario dell’Europa attuale oscilla tra queste due tendenze: da un lato il rafforzamento oligarchico, sostenuto dai poteri economici e diffuso dalla propaganda informativa dei media; dall’altro il tentativo delle comunità di conservare le proprie specificità culturali e sociali, e di costruire scenari di convivenza il più possibile inclusivi. È una lotta impari, che pure va combattuta.

La Catalogna, da decenni a questa parte, ha cercato di ritagliarsi nello Stato spagnolo uno spazio che le permettesse di affermare il proprio senso di identità nazionale.

Nel 2006, il suo Parlamento approvò un nuovo testo statutario, con l’80% dei consensi, in cui venivano raccolte le proprie esigenze di autogoverno. Questo testo, con modifiche significative (benché Zapatero avesse promesso che sarebbe stato accettato senza cambiamenti), venne approvato anche dalle Cortes di Madrid, e successivamente ratificato in referendum dalla popolazione catalana.

Il nuovo Statuto, rinnovato secondo le regole della Costituzione — di cui forma parte— ha ricevuto però un colpo mortale, nel 2010, dal Tribunal Constitucional, che ne ha abrogato 13 articoli, a partire da una raccolta di firme del Partido Popular (PP). È qui che comincia il procés: da questa rottura del patto costituzionale tra Stato e Autonomia in tema di autogoverno.

Nei sei anni successivi, la società catalana ha vissuto una evoluzione politica senza precedenti: le forze indipendentiste, che prima si aggiravano attorno al 15%, sono arrivate a triplicare i risultati (47,5% delle ultime elezioni).

In ambito sociale, due grandi associazioni hanno assunto la guida delle mobilitazioni, dopo essersi radicate in modo capillare nel territorio, per reclamare il diritto di autodeterminazione, davanti a uno stato che non lasciava nessuno spiraglio aperto alla mediazione.

Il resto è storia recente, e la conosciamo tutti. Il 1º ottobre c’è stato un referendum, che il governo spagnolo ha cercato anzitutto di proibire in tutti i modi, e poi di reprimere con ferocia inaudita, senza peraltro riuscirci.

Il referendum è stato celebrato e vinto in modo incontestabile dagli indipendentisti. È proprio questo che l’attuale governo spagnolo non perdonerà mai. Così come i catalani non perdoneranno la violenza sofferta.

La rabbia dello Stato si è trasformata in una persecuzione giudiziaria senza precedenti, che si abbatte su chiunque: politici, insegnanti, musicisti rap, umoristi, un meccanico d’auto che ha declinato di riparare l’auto di una pattuglia della guardia civil, albergatori che hanno chiesto ai poliziotti albergati di trovare un’altra struttura, insegnanti che hanno discusso con gli alunni dei fatti del referendum, e chi più ne ha più ne metta.

La deriva autoritaria dello Stato spagnolo ha superato ormai i livelli di guardia. Oggi, il procés catalano viene esplicitamente trattato secondo una tipologia d’intervento riservata al terrorismo. Poco importa che la rinuncia alla violenza sia stata una premessa dichiarata di tutto il movimento.

Tuttavia, la costruzione di un argomento giuridico per incriminare la guida politica del procés ha bisogno di questo ingrediente.

I delitti di sedizione e ribellione, con pene dai 15 ai 30 anni, rispettivamente, sono impensabili senza l’esistenza di un “sollevamento violento”. Ed è per questo che tutta l’argomentazione del giudice del Supremo Llarena si sforza di stravolgere i fatti e di tergiversare i concetti per dimostrare l’esistenza di una violenza che non è mai esistita.

L’offensiva della giudicatura cerca ogni giorno nuovi bersagli: qualche settimana fa sono stati gli esponenti più in vista di associazioni dedicate alla nonviolenza e al pacifismo. Verrebbe da ridere se non fosse drammatico.

Il fatto è che l’idea della disobbedienza civile non appartiene al dizionario mentale del potere. Dal suo punto di vista, già solo l’idea di disobbedire viene considerata “violenta”. E la repressione, con qualunque grado di ferocia, giustificata e “proporzionata”.

Questo modo di vedere sta prendendo piede in Europa di pari passo all’ascesa delle destre e in proporzione alla degradazione del livello di convivenza. Per questo è oggi così importante presidiare uno spartiacque democratico che tuteli i diritti di tutti, anche quelli al dissenso, senza cadere nella logica dell’imposizione autoritaria e dello stato di emergenza.

Arrivati a questo punto, non è facile capire cosa succederà. L’euro-ordine di cattura emesso contro diversi membri del governo di Puigdemont, destituiti in base all’art. 155 della Costituzione spagnola, è oggi attiva in paesi diversi; qualunque differenza d’interpretazione tra la giudicatura belga (che ha lasciato gli imputati in libertà provvisoria), quella scozzese (idem), quella svizzera (ancora più garantista) e quella tedesca, che deve ancora pronunciarsi e lo farà nei prossimi giorni, sembrerà strana, per non dire inquietante.

È dunque probabile che i giudici procederanno con cautela, senza la fretta che avrebbe la Spagna di chiudere la partita.

Qualunque cosa accada, le ripercussioni andranno oltre il mero ambito giudiziario.

La patata bollente del procés può scottare dita altolocate nel più importante paese europeo. È proprio quello che avrebbero voluto evitare non solo Rajoy, ma tutti i capi di governo suoi alleati.

L’insipienza del presidente spagnolo nel gestire il conflitto catalano metterà i suoi omologhi davanti all’obbligo di dover scegliere tra difesa della legge e difesa dei diritti fondamentali. Una prospettiva davvero scomodissima.

È pur vero che, nei paesi citati, il principio della separazione dei poteri viene seguito con uno scrupolo di cui la Spagna non può certo vantarsi. I politici europei potrebbero quindi chiamarsi fuori.

Tuttavia, bisognerà andarci piano. Il giudice Llarena è diventato oggetto di una querela collettiva per prevaricazione (il peggiore delitto di cui possa essere accusato un giudice) sostenuta da un importante gruppo di giuristi (e cittadini) di tutta la Spagna.

Nessuno, oggi, cammina sul sicuro. E difficilmente il giudice tedesco vorrà farsi trascinare sul terreno dell’arbitrarietà giuridica da un collega che dà sintomi di esaltazione punitiva per motivi patriottici, assai più che per argomenti legali.

Se esistessero soluzioni a buon mercato, sarebbero state già prese. È pur vero che la tirannia della Troika non ha esitato a scagliarsi senza freno contro la Grecia, oggi in piena svendita.

L’Europa dei mercati, però, si ammanta ancora di un vestito democratico che fa parte della stessa immagine di progresso che vende. Rinunciare a questo valore, per quanto possa essere ridotto a rituali di facciata, è complicatissimo per la maggior parte degli Stati.

In ogni caso, sapremo presto se, oltre alla post-verità, siamo arrivati anche alla post-democrazia.

Nel frattempo, bisogna resistere. La gente che vuole difendere, in modo pacifico e democratico, la legittimità di un impegno popolare per la trasformazione sociale, si sta facendo forza: contro l’intimidazione dei giudici e delle polizie, contro l’avvelenamento informativo dei media, contro lo scoraggiamento sempre in agguato.

I catalani hanno sviluppato grandi capacità di sostegno collettivo, da cui dovremmo trarre insegnamento.

Tutti i politici imprigionati nelle prigioni spagnole ricevono ogni giorno centinaia di lettere, cartoline, piccoli regali. Accade lo stesso in Germania al presidente Puigdemont.

Questi gesti non risolvono immediatamente il problema ma tengono viva la partecipazione e dilatano la capacità di sostenere il conflitto. Le persone declinano in mille modi il loro potere di compiere dei gesti, per piccoli che siano. E la cittadinanza si organizza, fa circolare idee, combatte la disinformazione.

In Sardegna, ci sono molte persone che seguono con passione la vicenda catalana. C’è anche chi segue programmi di televisione della catena pubblica (TV3), via internet. Si sta creando una comunità solidale che ha superato i confini geografici. Non solo ci si riconosce in una lotta, ma se ne imparano virtù, difficoltà e strategie.

Di questo parleremo venerdì 6, alle ore 18, allo spazio Search, presso il Comune di Cagliari (Largo Carlo Felice, 2), in un incontro dal titolo “Cose che possiamo imparare dal procés catalano”, in un dibattito moderato da Nicolò Migheli, sociologo e scrittore, certamente tra gli osservatori sardi più acuti di queste vicende, che mi incalzerà per affrontare gli aspetti più spinosi del discorso.

Con questo incontro vogliamo manifestare solidarietà al popolo catalano, al presidente Puigdemont e ai politici imprigionati per le loro idee, e interrogarci su come promuovere, dalla Sardegna, un modello di Europa che tenga conto dei popoli e non solo dei grandi azionisti.

Perché l’opinione pubblica influisce nei processi e l’attivismo sociale produce ripercussioni talvolta impensate. In Sardegna, oltretutto, partecipiamo degli inizi di una lotta analoga. Incontrarci sarà dunque uno stimolo importante. Per questo vi aspettiamo numerosi.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

quattordici − 6 =