La sinistra e l’autodeterminazione in Sardegna: un rapporto storicamente complicato

Uno degli effetti dell’ultima tornata elettorale è stato la certificazione della scomparsa della sinistra politica dallo scenario italiano. E sardo.

Non si è trattato di un esito improvviso e imprevisto. Semplicemente il dato elettorale ha sancito una realtà di fatto già ampiamente visibile.

Non è detto che sia un problema. Non se si riesce a trarne qualche insegnamento utile.

La sinistra italiana da tempo ha subito una deriva che l’ha spostata sempre più a destra o verso lidi di pura astrazione ideologica.

Oggi ci ritroviamo con una parola – “sinistra” – che ha finito per combaciare con la sua accezione peggiore (ossia “funesta, minacciosa”) e una ampia fetta di cittadinanza – quella subalterna, per dirla con Gramsci, quella popolare, esclusa dai vantaggi della globalizzazione e dell’accaparramento cleptocratico – privata non solo di rappresentanza ma anche di punti di riferimento ideali.

Questo fenomeno è sufficientemente indagato (per esempio qui, o qui, o anche qui) per non doverci tornare su.

In questa sede interessa il suo riverbero inevitabile sullo scenario politico sardo, fin troppo tributario verso quello italiano.

Un tentativo di analisi post-elettorale si trova in uno scambio di analisi e opinioni tra Enrico Lobina, militante di sinistra vicino all’ambito indipendentista, e Francesco Tirro, tra i fondatori del progetto Potere al popolo.

Uno scambio franco, che tocca alcuni punti decisivi, in primis quello della corretta collocazione della questione “autodeterminazione sarda” nell’alveo di un discorso generale di sinistra, anti-capitalista o comunque radicalmente alternativo ai modelli socio-economici dominanti.

E tuttavia largamente incompiuto, non esaustivo.

Qualche elemento di riflessione in più lo offre il libro di Cristiano Sabino Compagno T, Lettere a un comunista sardo, uscito l’anno scorso per Condaghes.

Sono primi tentativi consapevoli di affrontare un tema che la sinistra in Sardegna ha da sempre tenuto a distanza, rimosso, temuto. Sicuramente anche per non scoperchiare il vaso di Pandora della propria cattiva coscienza.

Uno dei problemi strutturali della sinistra in Sardegna è che nell’isola non è mai maturata una riflessione autonoma in quest’ambito, né sono sorte formazioni intermedie (partiti, sindacati, associazionismo civico) che la interpretassero e la traducessero in azione e in rappresentanza politica.

Questo nel corso del Novecento. Ma il fenomeno ha radici più lontane.

I processi storici che hanno prodotto in Europa le grandi famiglie politiche contemporanee nascono dalla conclusione dell’Antico Regime e la sua sostituzione – non pacifica né lineare – con i regimi liberali.

Uno dei fattori determinanti di questo processo è stata l’affermazione delle borghesie nazionali e la loro assunzione di un ruolo pubblico, non solo di difesa di interessi di classe, ma anche di guida e di egemonia generale.

È la famosa questione delle classi dominanti che si fanno dirigenti (mutuo anche questa da Gramsci, ovviamente).

La sinistra, come concetto politico e come ambito di azione nella sfera sociale, nasce dialetticamente con le rivoluzioni borghesi e con l’affermazione dei regimi costituzionali e liberali, dei nazionalismi, del trionfo delle rivoluzioni industriali e del capitalismo.

È un fenomeno prettamente europeo, che poi è andato declinandosi molto a fatica e non senza robusti adattamenti anche ad altri contesti geografici, socio-economici e culturali.

Come si inserisce storicamente la Sardegna in questo processo?

Si inserisce malamente e in un ruolo passivo, come sappiamo.

Non per mancanza di istanze locali, di conflitto sociale o di occasioni contingenti, ma per via prima di tutto dell’esito infelice della Rivoluzione sarda, quindi dell’unificazione italiana.

Come sancisce efficacemente Girolamo Sotgiu nel suo Storia della Sardegna sabauda, la sconfitta della Rivoluzione in Sardegna aveva prodotto, tra gli altri, un esito in particolare, ossia la distruzione (anche fisica) della parte più attiva, aggiornata e ambiziosa della borghesia isolana, lasciando il campo ad un ceto opportunista, intellettualmente mediocre e votato a un ruolo di pura intermediazione.

Le classi subalterne, nel corso dell’Ottocento, non avranno così né un alleato tattico contro il potere costituito (quello dei notabili filo-sabaudi, dell’aristocrazia reazionaria, delle gerarchie ecclesiastiche parassitarie), né un contraltare sociale forte con cui confrontarsi.

Le numerose e periodiche ribellioni avvenute nell’isola nel corso del XIX secolo, tutte potenzialmente indirizzabili verso una prospettiva di emancipazione sia sociale sia politica, come nel resto d’Europa, restarono episodi scoordinati e senza guida, prive di un orizzonte di riferimento.

Nemmeno il primo autonomismo, sorto dalla delusione di una parte della borghesia liberale per la Fusione Perfetta, saprà farsi interprete delle istanze popolari più profonde, restandone anzi per lo più scandalizzato.

Tipiche le reazioni preoccupate ai sommovimenti che nel corso del 1848 agitarono anche l’isola, incomprese e lasciate al proprio destino di jaqueries o di ribellismo spontaneo.

E anche quelle sollevate, nel 1859, dall’ipotesi (probabilmente mai davvero perseguita dal governo Cavour) di cedere l’isola alla Francia, quando allo scandalo dei liberali e dei repubblicani italiani (Mazzini in primis) e sardi (Asproni, per esempio) non si accompagnò alcun moto di indignazione popolare. Anzi, gli epistolari e le cronache dell’epoca segnalano la preoccupazione per l’indifferenza che tale possibilità suscitava nel popolo.

Del resto il tessuto produttivo e sociale della Sardegna già allora era improntato a una condizione di subalternità molto vicina ai tipici rapporti coloniali, che negli stessi anni diventavano la regola per le varie potenze europee (vere o aspiranti tali).

Il rapporto di forza tra Sardegna e stato centrale, già reso complicato dalla Fusione, divenne drammatico con l’unificazione italiana.

Tale esito storico non ebbe in Sardegna alcun effetto positivo, a dispetto delle retorica che fin da allora lo accompagna.

Nel nuovo contesto politico la differenza di dimensioni, la distanza geografica, la mediocrità della classe politica sarda e la debolezza strutturale dell’economia isolana divennero dei fattori di subalternità strutturali difficili da temperare, ancor più da superare.

Tale rapporto di forza sbilanciato – già chiarissimo nella sua natura ad alcuni dei primi autonomisti (come Federico Fenu) – divenne palese dopo la crisi di fine anni Ottanta primi anni Novanta del secolo XIX, crisi che nell’isola si protrasse però fino ben dentro il secolo XX.

Gramsci fu uno dei pochi, lucidi osservatori di tale situazione, voce inascoltata anche quando, dalla tragedia della Prima guerra mondiale, emerse il sardismo come primo tentativo di politicizzazione della “quistione sarda” (vedi Carlo Pala, 2016).

In quel difficile periodo, benché i sommovimenti popolari fossero pressoché all’ordine del giorno (come nel 1904 o nel 1906 e poi ancora nel 1919), solo una parte dei lavoratori del comparto minerario ebbe qualche forma di contatto con idee e prospettive socialiste o anarchiche. Una frazione minima della popolazione in una terra ancora largamente a vocazione agricola.

Non nacque nemmeno allora una spinta sociale e intellettuale autonoma che interpretasse il marxismo o le altre correnti del socialismo europeo sub specie Sardiniae.

Beninteso, vi furono alcuni intellettuali vicini alle idee socialiste. Basti pensare a poeti come Pepinu Mereu, Bustianu Satta o Badore Sini. Ma non si crearono formazioni intermedie strutturate, né una scuola di pensiero sufficientemente consistente per diventare un fattore sociale attivo.

Risultato che invece ottenne il sardismo, con la fondazione del PSdAz.

Anche da questo punto di vista, il sardismo organizzato si rivelò più una iattura che un fenomeno positivo.

La sua debolezza ideologica, la sua ambiguità sociale, i tentennamenti politici dei suoi leader ne fecero sì il primo e unico partito di massa sardo mai esistito, ma anche una zavorra ideologica e culturale da cui l’isola non saprà più sbarazzarsi.

Spazzato via il sardismo di massa dal fascismo e dalla Seconda guerra mondiale, fallita anche la prova dell’autonomia come fonte di possibile riscatto delle masse sarde, lo scenario politico dell’isola da allora è stato egemonizzato dai partiti italiani e dalla loro influenza su tutti i fattori sociali e culturali.

Il Piano di Rinascita e l’industrializzazione – tipica modernizzazione passiva, con profili di colonialismo nemmeno troppo mascherati – consegnarono poi il controllo dell’economia sarda a processi del tutto esogeni e a pochissimi soggetti dotati di mezzi potentissimi.

La politica sarda non riuscì ad esprimere un proprio pensiero, una propria prospettiva, se non dentro le cornici imposte dalla politica italiana, dai giochi geo-politici, dagli interessi costituiti dei grossi centri di interesse economico.

La politica di desardizzazione, diventata pervasiva e capillare con l’alfabetizzazione di massa e la televisione, non solo non fu contrastata dagli esponenti sardi dei partiti italiani o dalle università, ma fu anzi avallata e promossa.

La totale incomprensione della questione sarda da parte dei Sardi nasce anche da qui. E la mancanza di una sinistra propriamente sarda, sorta dalle lotte e dai conflitti della società isolana, ha avuto un peso in tutte le scelte disgraziate che hanno costellato gli ultimi sette decenni.

Naturalmente il problema prima o poi doveva emergere. Finché il possibile contraltare dialettico era solo il sardismo opportunista e senza nerbo non c’erano problemi a tenerlo a bada.

Ma dagli anni Sessanta del secolo scorso l’alfabetizzazione generalizzata e l’accesso finalmente ampio all’istruzione superiore e universitaria produssero le prime reazioni intellettuali a uno stato di cose evidentemente inaccettabile.

Tuttavia l’egemonia della DC e del PCI (quest’ultimo molto forte dentro le università) ha sempre tenuto ai margini del dibattito intellettuale ufficiale il pensiero critico dei vari Antonio Simon Mossa, Mialinu Pira, Placido Cherchi, Eliseo Spiga, Bachisio Bandinu, ecc.

Allo stesso modo è stata trascurata l’eredità intellettuale e politica di Gramsci, anche quando ormai a livello internazionale era già diventata il fulcro della riflessione post-coloniale e un monumento del pensiero politico mondiale, riverito e studiato ovunque.

Così come sono stati rimossi dalla conoscenza e dalla percezione storica dei Sardi i momenti nodali della nostra vicenda collettiva, in primis la Rivoluzione sarda e i suoi personaggi, ancora oggi piuttosto maltrattati dalla storiografia istituzionale e nel discorso pubblico.

Il Movimento extraparlamentare e l’area autonoma, a sinistra del PCI, furono gli unici interlocutori delle istanze indipendentiste e anti-colonialiste emerse dagli anni Settanta in poi. Con poco spazio e poco successo, tuttavia, se dobbiamo giudicare dalla presa sull’elettorato e sulle masse.

Ma anche lì si è sempre trattato di un rapporto difficile, spesso impantanato in questioni astratte, tra internazionalismo teorico e incomprensione dei fenomeni sociali concreti.

Il discorso dell’autodeterminazione è stato in ogni caso sempre rifiutato, a sinistra, proprio in virtù di una dogmatica tributaria verso il marxismo-leninismo più scolastico e di una ignoranza storica profonda.

Un problema che ci portiamo dietro ancora oggi, nonostante sia finalmente presente più di una componente di sinistra, nell’ambito dell’indipendentismo, e non in una posizione marginale.

Ma si tratta ancora di un’avanguardia. Molti che in Sardegna hanno fatto militanza di sinistra e che votano a sinistra e che si riconoscono nei valori della giustizia sociale, della democrazia popolare, dell’internazionalismo, dell’anti-militarismo e dell’ambientalismo si tengono lontani dalla prospettiva dell’autodeterminazione e dell’indipendenza.

Abbiamo tanti nobili esempi, anche in termini di associazionismo e di iniziative pubbliche, di solidarietà verso le sorti di tanti popoli del pianeta, sfruttati o colonizzati o devastati da guerra e povertà. In pochi, tuttavia, amano applicare le stesse categorie di giudizio alla Sardegna stessa.

L’adesione acritica a un concetto di italianità totalmente campato per aria, ma nondimeno attraente per chi si sente figlio di un dio minore in cerca di riscatto, ha prodotto molti errori di prospettiva.

La fede religiosa nei precetti del “nazionalismo costituzionale” con la sua stucchevole retorica sulla bellezza della carta costituzionale italiana e le trite argomentazioni sulla preziosità di appartenere a una repubblica “nata dalla Resistenza” (e finita in mano a Berlusconi, Renzi, Salvini, Grillo) ha da sempre avuto come esito, a sinistra, il rifiuto ostinato di riconoscere il problema strutturale e ineludibile costituito dal rapporto di forza sbilanciato e coloniale con lo stato italiano.

Fenomeni che si sono manifestati in tutta la loro natura paradossale, per esempio, a proposito del Procés catalano, con stuoli di commentatori sedicenti di sinistra (ferventi adoratori della Costituzione, appunto, anche di quella spagnola) che parteggiavano per Rajoy e i franchisti, per la Guardia Civil che manganellava signore anziane dentro un seggio elettorale, per gli arresti politici.

Anche nel dibattito pre-elettorale dei mesi scorsi sono emerse queste frizioni, per lo più difficilmente ricomponibili.

Addirittura siamo ormai arrivati al paradosso che discutere di autodeterminazione della Sardegna con compagni italiani è di gran lunga più facile e senza intoppi che farlo con compagni sardi.

Questo potrà sembrare un problema di poco conto a chi crede che parlare di “sinistra” e “destra” sia una perdita di tempo e che si tratti – come spesso leggo sui social o sento dire – di categorie politiche *italiane*, quindi inutilizzabili in Sardegna.

Che è un’argomentazione un po’ più originale di quella che le vuole semplicemente categorie obsolete e inutilizzabili, in quanto appartenenti al passato (?).

Ma il problema non è nominalistico. Possiamo anche evitare di usare i termini “destra” e “sinistra”, ma le questioni a cui essi fanno riferimento sono ancora sul tappeto e tutte largamente irrisolte.

La diseguaglianza crescente, la radicalizzazione dei processi autoritari, la minaccia della guerra globale sempre più incombente, il razzismo dilagante, i rigurgiti del fascismo, la devastazione della biosfera, l’inadeguatezza delle istituzioni politiche statali e internazionali: tutto questo continua a richiedere un punto di vista, una prospettiva, la proposta di valori e di obiettivi alternativi.

E tali prospettive, tali valori e obiettivi non possono nascere su un terreno puramente astratto. Lì domina il pensiero unico, veicolato dai mass media e dalle istituzioni politiche, egemonizzate dai centri di potere economico sovranazionale.

Devono invece nascere e trovare nutrimento sul terreno dei rapporti sociali concreti, dentro il conflitto tra interessi contrapposti, nella lotta per un mondo più equo, libero e sano da contrapporre alla deriva di odio, paura e malattia che ci è stata apparecchiata ed è già in corso.

Il discorso dell’autodeterminazione della Sardegna si inserisce a pieno titolo in questa dialettica.

È essenzialmente un problema di piena e compiuta realizzazione della democrazia.

È, in modo profondo e storicamente radicato, una questione di lotta di classe. L’unica lotta di classe che abbia senso in Sardegna.

Una lotta popolare per un riscatto collettivo, per la liberazione delle nostre potenzialità, per il libero accesso all’interazione con gli altri popoli.

Se la sinistra in Sardegna, sia quella riformista sia quella più radicale e rivoluzionaria, non si occupa di autodeterminazione e – nelle circostanze attuali – di indipendenza, ponendo tale processo come costitutivo e centrale nella propria teoria e nella propria prassi, non ha alcun senso in Sardegna dichiararsi di sinistra.

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