Il Kosovo e noi: nazionalismo, autodeterminazione e democrazia, un esempio da studiare

Uno stato fantoccio, nato grazie alla forza di potenze straniere e per garantirne gli interessi geopolitici, governato in modo sostanzialmente criminale.

Ma basta parlare dell’Italia. In questo articolo si parla del Kosovo.

Con i suoi dieci anni, il Kosovo è il più giovane paese europeo: ottenne l’indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008, dieci anni fa, in seguito all’ultimo dei conflitti avvenuti nei paesi della ex Jugoslavia, a cui partecipò anche l’Italia come membro della NATO, nel 1999. L’indipendenza fu proclamata unilateralmente dopo che per quasi dieci anni il paese era stato amministrato da un protettorato internazionale delle Nazioni Unite: la Serbia non l’ha mai riconosciuta e con lei molti altri paesi, tra cui la Russia, la Cina e cinque membri dell’Unione Europea: la Spagna, la Slovacchia, la Romania, la Grecia e Cipro. L’Italia riconobbe l’indipendenza del Kosovo il 21 febbraio 2008, e negli anni il numero dei paesi che la riconosce è salito a 115. La Corte Internazionale di Giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ne dichiarò la legittimità nel 2010, nonostante la contrarietà della Serbia.

Un caso ormai di scuola, nel diritto internazionale, proprio in virtù della sua complessità.

Ma i problemi del Kosovo non discendono solo o tanto dalle questioni di diritto internazionale.

Il Kosovo si trova tra Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia ed è grande un po’ più dell’Abruzzo. […] Le sei stelle che si vedono sulla sua bandiera rappresentano i sei gruppi etnici che lo abitano: albanesi (sono più del 90 per cento della popolazione), serbi, turchi, gorani, rom e bosniaci musulmani. Spesso nella vita quotidiana questi gruppi etnici conducono esistenze separate; succede anche nelle scuole, divise tra classi per gli studenti di etnia albanese e classi per quelli di etnia serba.

E ancora:

Anche se negli ultimi dieci anni la crescita economica media è stata del 4 per cento, il Kosovo resta uno dei paesi più poveri d’Europa, con un tasso di disoccupazione del 30 per cento – del 50 per cento tra i giovani –, il più alto del continente. Lo stipendio mensile medio è di soli 360 euro. Dall’indipendenza, circa 190mila kosovari hanno lasciato il paese per andare a cercare lavoro nei paesi dell’Unione Europea e l’economia del Kosovo è dipendente dalle rimesse di questi emigrati: circa l’80 per cento degli investimenti esteri in Kosovo arriva da loro, e nella maggior parte dei casi consiste nell’acquisto di proprietà immobiliari a Pristina.

Insomma, verrebbe da dire: stai attento a quello che desideri (in questo caso l’indipendenza), perché potresti ottenerlo.

Ma sbaglierebbe chi prendesse il Kosovo come caso esemplare dei processi di autodeterminazione storici europei, con cui non ha nulla a che fare da alcun punto di vista.

E non ha a che fare nemmeno con il processo di decolonizzazione e indipendenza in Africa e Asia della seconda metà del Novecento.

Però il “caso Kosovo” ha qualcosa da dire anche all’indipendentista più convinto, a patto che non sia afflitto da settarismo e pura e semplice ottusità politica (ovviamente non prendo nemmeno in considerazione i nazionalisti xenofobi e fascisti).

Ha da dire che il processo di conquista dell’indipendenza non è neutro e non può essere un fine in sé.

Nessun indipendentismo possiede un armamentario ideale e pragmatico autosufficiente. La cosa fondamentale è capire a cosa ti serva l’indipendenza e perché la vuoi.

In questo discorso – che è realistico e pratico, oltre che squisitamente politico – cadono all’improvviso tutte le costruzioni retoriche sulla pretesa necessità che in un contesto di “minoranza interna a uno stato, priva di personalità giuridica” o di “nazione senza stato”, sia necessario e sufficiente che esista un unico soggetto indipendentista, una sola organizzazione, un solo “partito della nazione”.

In Sardegna questa retorica dell’unione a tutti i costi è spesso usata come argomentazione dialettica, anche se di solito è solo un espediente di disturbo, una “trollata” (come si dice in gergo social).

Dichiararsi indipendentisti e dichiarare di voler perseguire l’indipendenza da soli non bastano affatto a chiarire valori, metodi e obiettivi di un progetto politico.

Fare appello all’unità, espungendo però dal discorso ogni conflittualità interna alla compagine di cui si vorrebbe conquistare l’autodeterminazione, eliminare dalla scena le differenze sociali e le diverse prospettive delle distinte componenti produttive e culturali dell’ethnos, non è una scelta neutra.

Già solo il fatto di enfatizzare le componenti strettamente etniche, identitarie e ascrivibili a una (più o meno vera) tradizione nazionale codifica un preciso orientamento di destra.

Tale prospettiva, eminentemente nazionalista (in senso deteriore), è la copertura ideologica ideale per esiti oligarchici e autoritari. Un cambiamento di regime che lascerebbe però le relazioni sociali e i rapporti di forza, anche internazionali, sostanzialmente immutati.

È un discorso che su queste pagine è già stato affrontato. Nondimeno, un richiamo non fa male, dato che la Sardegna nei prossimi anni vedrà una accelerazione del proprio processo di autodeterminazione ed è bene affrontarla preparati.

Preciso subito che il fatto di constatare l’esistenza storica di un processo di questo genere non dice nulla di sicuro sul suo percorso e sui suoi esiti. È tutto da fare. Il che chiama in causa noi e la nostra responsabilità.

Tenere conto delle lezioni che ci offre lo scenario europeo contemporaneo è importante. Chiunque affronti questo tema senza averne una qualche conoscenza strutturata e non occasionale non potrà essere preso sul serio, nel dibattito pubblico.

Così come non potrà essere preso sul serio, in Italia e a maggior ragione in Sardegna, chiunque – esplicitamente o implicitamente (come avviene di solito) – rifiuti il discorso dell’autodeterminazione sarda in nome del nazionalismo italiano.

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