Le elezioni e noi: pregresso, contesto e possibilità di una tornata elettorale problematica

Spesso le occasioni di voto in Italia, lungi dall’essere un momento di riflessione su principi, obiettivi, posizioni teoriche, si riducono a una mera rappresentazione mediatica. Di solito del genere trash.

Dire qualcosa a proposito delle imminenti elezioni politiche rischia dunque di essere solo un’ennesima prestazione retorica dentro un contesto confusionario. Rumore su rumore.

Mi pare però che ci siano alcuni aspetti da precisare riguardo il senso che queste elezioni possono avere, con particolare riferimento alla Sardegna.

Come pochi amano ricordare, gli elettori sardi sono una frazione minima dell’elettorato italiano. Possiamo approssimativamente stimarli in un 2,7% circa, rispecchiando la proporzione demografica tra Sardegna e intera popolazione italiana.

Ciò significa che: a) il peso elettorale del voto sardo è a dir poco relativo; b) il peso politico degli eletti in Sardegna è risibile.

A queste conclusioni si può obiettare qualcosa, tuttavia.

Intanto che, se è vero che i Sardi sono troppo pochi per contare qualcosa, sono anche abbastanza per far pendere la bilancia della prevalenza elettorale da una parte o dall’altra, in tempi di equilibri fragili.

Anche poche migliaia di voti in più o in meno fanno gola ai partiti, sempre più deboli e screditati. E, in un parlamento caratterizzato dall’incertezza e dall’assenza di una maggioranza chiara, i pochi eletti in Sardegna rappresentano in molte circostanze una forza bastante a far approvare o no una legge, a tenere in vita o far cadere un governo.

La domanda che ci si dovrebbe porre dunque non è tanto se e quanto contino gli eletti in Sardegna nel parlamento italiano, ma più che altro cosa diavolo ci vadano a fare.

Che interessi e che obiettivi rappresentano gli eletti in Sardegna nel parlamento della repubblica italiana?

Tradizionalmente gli eletti in Sardegna non hanno mai rappresentato interessi collettivi sardi. A volte, sporadicamente e in modo settoriale, hanno rappresentato interessi corporativi o localistici, in quanto relativi al proprio bacino clientelare.

Di norma deputati e senatori eletti in Sardegna sono stati fedelissimi soldati delle proprie fazioni di appartenenza, per lo più dentro i grandi partiti italiani.

Oddio, parlare oggi di “grandi partiti italiani” suona quasi paradossale.

I grandi partiti sono scomparsi dalla scena ormai da anni, quel che c’è ora sono organizzazioni affaristiche, centri di coordinamento di gruppi di potere, comitati elettorali.

La conseguenza di questa deriva civile è che oggi i deputati e i senatori eletti in Sardegna non rispondono neppure più in teoria e genericamente al richiamo di qualche ambito ideale, di qualche apparato valoriale universale, ma solo ai meccanismi della conquista di ruoli vantaggiosi nella sfera pubblica.

La politica stessa, e non solo le tornate elettorali, è ridotta a una farsa, a una commedia. Una pura rappresentazione scenica, che nessuno prende troppo sul serio, ma che serve a stabilire diritti di prelazione, a distribuire i posti nella lista di accesso al mondo del potere vero.

Potere vero che ormai non è ubicato nelle istituzioni democratiche, le quali ne sono ormai una mera funzione accessoria, uno strumento di accesso al denaro pubblico, ossia di tutti, e specialmente dei lavoratori e delle fasce meno abbienti della popolazione.

La politica insomma serve a facilitare il drenaggio del reddito da chi produce beni e servizi, da chi svolge un qualsiasi ruolo significativo dentro le relazioni sociali, alla rendita passiva e al padronato finanziario.

In questo senso, tra tutti i maggiori partiti italiani e anche tra la maggior parte di quelli piccoli, non c’è alcuna sostanziale differenza politica.

Non fa eccezione nemmeno il Movimento 5 stelle, ormai definitosi come partito di destra, rigorosamente padronale, moderatamente (ma dichiaratamente) xenofobo, vagamente popolare ma solo in termini puramente demagogici.

Persino a sinistra chi si pone ormai in conflitto con l’ordine socio-economico costituito è una minoranza, quasi sempre timida e senza il coraggio delle proprie convinzioni.

Di democratico, di emancipativo, di conflittuale non c’è rimasto molto.

Eppure, mai come in questi anni risulta necessario aprire un fronte di forte contestazione e possibilmente di rottura con gli ordinamenti esistenti.

Non che le cose siano ferme e inerti, sia chiaro. Ma non è dentro la politica istituzionale o nei resoconti – sempre più imbarazzanti per faziosità e inaffidabilità – dei mass media principali che si possono trovare scintille di vitalità politica.

Piuttosto nei movimenti locali, nei conflitti sociali, nelle rivendicazioni democratiche delle minoranze senza rappresentanza.

Dalla lotta No-TAV della Val Susa alla battaglia democratica catalana; dalla Corsica all’antifascismo militante di centri sociali e associazionismo civico; dalle lotte locali contro speculazioni e Grandi Opere Dannose Inutili e Imposte come il TAP in Puglia alle vertenze sindacali della logistica (in Italia e altrove), è tutto un pullulare di contrapposizioni e tentativi di aprire nuove strade.

Ovunque batta un cuore democratico e siano promosse eguaglianza, dignità, tutela dei beni comuni, libertà concrete (prima di tutto dal bisogno e dal degrado), fratellanza, là c’è una lotta che tiene accesa la fiammella della speranza.

Non una speranza rassegnata e passiva, ma una aspettativa partecipe e attiva.

In un simile contesto, andare a elezioni per il rinnovo del parlamento italiano sembra quasi una perdita di tempo, un cedimento al meccanismo della replicazione automatica dello status quo.

Non è così. O almeno potrebbe non esserlo.

Sì, è vero che le leggi elettorali nel corso degli anni non hanno fatto altro che erodere la possibilità stessa della rappresentanza democratica reale (Sardegna docet).

È vero anche che il dibattito politico italiano è inquinato da temi fasulli, meri strumenti di manipolazione delle masse. È vero che la coscienza civica dei cittadini anziché aumentare è andata scemando.

Tuttavia non è detto che non si possa proprio fare nulla.

Intanto bisogna riappropriarsi dell’arma del voto come di uno strumento proprio e indisponibile di ciascun cittadino.

Finché esiste, bisogna usarlo con coscienza e facendone un uso intelligente.

Non ho mai apprezzato gli appelli all’astensione né ne ho mai fatto. Anche quando – da militante di partito – ho valutato come sostanzialmente inutile la partecipazione a una tornata elettorale, ho invitato a votare comunque, magari annullando la scheda. Mi è anche capitato di farlo.

Per questo trovo sconcertante chi predica e attua l’astensione elettorale, come se fosse una scelta politica utile e/o sensata.

Penso alla Sardegna e penso a molti dei nostri allevatori, che si sono recati in massa a restituire simbolicamente le proprie tessere elettorali nei municipi di appartenenza.

Una scena che ho trovato di una tristezza infinita. Una resa assurda e autolesionista ai peggiori meccanismi clientelari.

La pretesa di votare solo per chi materialmente ci favorisca, nella nostra sfera individuale, magari a discapito di interessi più ampi e generali, è una pretesa profondamente anti-democratica ed insopportabilmente egoista. Inoltre è evidentemente stupida, in quanto finisce per danneggiare chi la fa.

Questo discorso vale per gli allevatori sardi come per qualsiasi altra categoria di cittadini.

Certo, in Sardegna il panorama politico è talmente degradato che capisco anche chi – non essendo militante, non partecipando in alcun modo alla vita politica – se ne sente disgustato.

Tuttavia forse è il momento di guardarsi un po’ meglio intorno e cercare di ragionare in termini sì pragmatici ma con un minimo di senso degli interessi collettivi.

Per poco che conti qualche eletto in Sardegna nel parlamento italiano, averne qualcuno indipendente dei centri di interesse esterni e dai gruppi di potere locali che li rappresentano potrebbe servire a qualcosa.

Uscire dalla logica clientelare (voto Tizio perché mi promette un favore) è la prima necessità. Uscire dalla logica del (finto) voto utile è un’altra.

Il voto davvero utile è quello che dai con convinzione, per ragioni politiche serie, per scelta personale, in libertà e senza accettare ricatti.

In questo senso, se proprio vogliamo parlare di utilità del voto, è evidente che un voto dato a qualsiasi forza non radicata in Sardegna e che alla Sardegna non risponde in alcun modo delle proprie decisioni, è un voto non solo buttato via, ma persino potenzialmente pericoloso.

Pensiamo ai voti dati al PD nelle passate legislature, magari a esponenti sardi del partito. Voti che poi sono serviti ad approvare misure legislative e governative ostili all’isola (dalle scelte strategiche nei trasporti, a quelle nel comparto dei beni culturali; dalla scuola all’energia; dalle servitù militari alla questione linguistica; ecc. ecc.).

Non è l’appartenenza “etnica” di un eletto, nemmeno quando rivendicata come probante, a fare la differenza.

La stessa cosa vale per i voti dati a Forza Italia e satelliti. E anche per quelli dati al Movimento 5 stelle (pure risultato il primo partito per consensi nell’isola, alle elezioni del 2013).

Tutta questa mole di voti è andata a chi non ha alcuna possibilità, neppure volendo, di lavorare concretamente per gli interessi generali ubicati in Sardegna.

Dico neppure volendo, perché se sei un parlamentare di una forza politica italiana rappresenti tutti i suoi elettori e in generale gli interessi complessivi della cittadinanza dell’intero stato.

I pochissimi che hanno provato ad interessarsi di qualcuna delle mille vertenze aperte in Sardegna nell’occasione presente sono stati semplicemente estromessi dalle liste. E questo nonostante la loro attività solitaria e marginale non abbia di fatto prodotto alcun effetto pratico positivo.

Il discorso che andrebbe fatto in Sardegna è che prima di tutto bisogna costruire (o ricostruire, se vogliamo) un tessuto civile e politico democratico sano.

La Sardegna non ha mai avuto un buon rapporto con la democrazia. Considerata da subito, a unificazione italiana compiuta, una sorta di colonia oltremarina, ha per lo più subito la politica dei governi centrali. Anche quando qualche sardo arrivava a ricoprire ruoli di rilievo.

La classe politica sarda è stata sempre organica ai grandi centri di potere italiani e ne ha catalizzato il consenso nell’isola, a proprio vantaggio, adoperandosi poi per mantenere sotto controllo i malumori locali e le manifestazioni conflittuali.

Che si trattasse delle ribellioni all’abolizione degli ademprivi, dei disagi dovuti alla chiusura dei canali commerciali internazionali a cui accedevano i prodotti sardi, delle lotte sindacali e sociali, delle aspirazioni delle masse contadine, delle plebi urbane, dei reduci, il compito della classe politica sarda è sempre stato quello di sopire, sviare, dividere, manipolare.

Lo stesso sardismo, pur considerandone i meriti storici, si è rivelato fin da presto un apparato teorico e pragmatico estremamente debole e facile da piegare su posizioni subalterne.

La sua normalizzazione, prima sotto il fascismo e poi nel secondo dopoguerra, ha fatto cessare rapidamente il pericolo di una mobilitazione di massa orientata a un’autonomia radicale o addirittura all’indipendenza.

In epoca repubblicana, il ruolo dei grandi partiti (DC e PCI su tutti, ovviamente) è stato sì formativo, per certi versi, ma ha anche anestetizzato le pulsioni più difficili da accogliere nell’ambito dell’ordinamento socio-economico e politico vigente, riconducendo i conflitti sociali e politici sardi dentro un universalismo astratto e innocuo (molto italo-centrico, in realtà).

Anche da qui – e non solo per calcoli in mala fede – viene fuori la problematica scelta del Piano di Rinascita industriale. Un dispositivo eminentemente coloniale, spacciato per soluzione emancipativa, che né la politica né l’intellettualità sarde hanno saputo comprendere, tanto meno contrastare.

Neppure in epoca repubblicana, insomma, in Sardegna si è mai formata una coscienza civica che avesse la proprie radici dentro le condizioni storiche reali dei propri luoghi, dentro le relazioni sociali delle proprie comunità.

Le legittime aspettative democratiche sono state per lo più tradotte in asservimento clientelare. Le possibilità di avanzamento sociale, economico e professionale dentro un meccanismo di cooptazione basato essenzialmente sull’accettazione della subalternità e della dipendenza dell’isola.

La democrazia in Sardegna ha dunque sempre avuto dei connotati malaticci, una costituzione fisica debole, poco proattiva, poco dinamica. Non si è mai radicata davvero dentro le relazioni reali delle nostre comunità.

Oggi siamo al degrado più profondo. Talmente grave e generalizzato da far dubitare che ci riprenderemo mai.

A maggior ragione, ribadisco, bisogna impiegare intelligentemente i pochi strumenti a disposizione. Compresi quelli della malandata democrazia rappresentativa.

Dato che negli ultimi quindici anni, in modo spesso disordinato e poco organico, a volte con poca a volte con maggiore efficacia, siamo riusciti ad aprire un fronte politico indipendente dalla politica italiana e dagli interessi che essa rappresenta, sarebbe auspicabile cercare di tenere aperto, ampliare e irrobustire questo spazio.

Non importa molto chi ne siano i protagonisti di volta in volta, sia come forze organizzate sia come personale attivo.

L’essenziale è che si tratti di un fronte democratico, rigorosamente popolare, non oligarchico, apertamente anti-fascista e anti-razzista, non passivamente allineato al pensiero socio-economico dominante.

Un ambito politico plurale che tenga insieme forze e istanze che vanno dal liberalismo democratico al socialismo, dai ceti borghesi, ai quadri intellettuali delle pubbliche amministrazioni, delle professioni e della scuola, dai lavoratori dipendenti a quelli del mondo delle campagne.

La scelta strategica è quella di non collaborazione e anzi radicale opposizione a tutte le forze politiche esterne all’isola. La tattica di esserne cooptati dentro i meccanismi del potere costituito – pur ammettendo, senza concederla, la buona fede – si è rivelata inconcludente (a voler essere generosi). In ogni caso, si tratta di una scelta che odora troppo di opportunismo egoistico per avere qualsiasi credibilità.

Così come è da scartare con forza qualsiasi prospettiva elitaria e notabilare, sia che si rivesta di retoriche nazionaliste, sia che usi discorsi astrattamente rivoluzionari. Non sarà la presa solitaria del Palazzo d’Inverno (o di quello di viale Trento) a regalare automaticamente una democrazia dispiegata e matura alla Sardegna.

Naturalmente a poco varranno anche le posizioni di chiusura settaria da cui troppo spesso è stato sterilizzato l’indipendentismo militante.

Le scelte di voto soggettive, a mio avviso, andrebbero fatte tenendo conto di questo quadro generale.

Guardando anche, con partecipazione e con spirito di fratellanza, alle esperienze emancipative in corso in altre parti dell’Europa e del Mediterraneo, imparando a riconoscerci come un soggetto collettivo con una propria voce e un proprio patrimonio culturale e ideale dentro una rete di relazioni ampia, internazionale.

Se potremo far valere questa prospettiva anche nell’ambito delle elezioni politiche italiane, votare non sarà affatto tempo perso. Anzi, potrà contribuire a portare finalmente la questione sarda, con tutta la forza che merita, dentro le istituzioni statali (che naturalmente ne farebbero volentieri a meno).

Così come sarebbe importante portarla dentro le istituzioni europee (per critica che sia la valutazione sul loro operato).

Obiettivo questo per ora molto difficile da ottenere, senza un collegio elettorale dedicato. Ed ecco qui, appunto, una battaglia che si può condurre come rappresentanti sardi dentro il parlamento italiano.

Rompere l’isolamento imposto, diventare un problema per chi ci vuole sottomessi e divisi, generare un processo di riappropriazione democratica, sono tutti elementi necessari di un percorso di autodeterminazione non rinviabile.

Una necessità storica non basata su ideologie oscuramente nazionaliste o su aspirazioni egoistiche, isolazionistiche e/o autarchiche, ma precisamente sul loro opposto.

Non vedo altra possibilità, per la Sardegna.

Sfruttare le elezioni politiche per irrobustire questo fronte è un’opportunità in più. In attesa di giocare le partite prossime venture, sia a livello elettorale, sia a livello di mobilitazioni sociali, con una forza ancora maggiore.

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