Polo dell’autodeterminazione: parliamoci chiaro – di Cristiano Sabino

L’ambito politico sardo è tutt’altro che statico. Una novità significativa di questi giorni – se non la più significativa – è la presentazione pubblica del progetto, condiviso da diverse organizzazioni, di un polo autonomo sardo orientato all’autodeterminazione, in rottura col sistema politico centrato sui partiti italiani. Una opzione a cui anche qui si era fatto cenno, come auspicio, alcuni mesi fa. A questa novità dedica una riflessione Cristiano Sabino, che volentieri ospito e propongo ai lettori di questo blog.

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Mettiamo subito le carte sul tavolo: di per sé la nascita di un polo politico sardo-centrato, dichiaratamente alternativo al sistema basato sulla rapina e sulla subalternità al potere centrale e coloniale è una rottura e quindi una buona notizia.

È da tempi immemorabili infatti che va avanti un equivoco imbarazzante e cioè che le forze di ispirazione sardista e indipendentista possano avanzare le proprie istanze all’interno degli schieramenti politici di matrice italiana e italianista.

Periodicamente ci sono rotture e nascono nuove figure dirigenti, ispirate da nuove idee e nuove strategie, ma puntualmente l’attrazione magnetica del sistema coloniale riesce a riassorbire le istanze di liberazione.

Il sistema coloniale si dimostra assai capace di imbrigliare le istanze sardiste e indipendentiste coinvolgendo i suoi dirigenti nel sistema di clientele, dimostrando la straordinaria capacità di azzerare le istanze strategiche di realizzazione – anche graduale e parziale – della sovranità.

È successo col sardo-fascismo, quando una parte consistente del neonato movimento sardista venne cooptato nel Partito Nazionale Fascista con la promessa di salvaguardare la cultura dei sardi e con la carota di quella che poi passò alla storia come “legge del miliardo”.

È riaccaduto con le giunte filo democristiane del dopoguerra e poi con la svolta a sinistra, alleanze tutte egualmente sterili dal punto di vista del progetto originario del combattentismo sardista. È successo perfino quando a guidare la Regione Autonoma fu Mariolino Melis del Partito Sardo d’Azione che non riuscì, non volle o non poté (il risultato è il medesimo) a far passare la legge sull’ufficialità della lingua sarda.

Ed è successo nuovamente alle scorse elezioni regionali quando i due elementi di spicco del movimento indipendentista IRS (Sale e Sedda), divisi su tutto il resto a frattura consumata, si presentarono con liste collegate in alleanza del cosiddetto centro sinistra italiana perché “progressista” dopo aver per anni invocato l’equidistanza dalle “ideologie italiane”.

Tale costante è una maledizione o piuttosto è causa di una mancata chiarificazione di ciò che un movimento indipendentista maturo e conseguente dovrebbe fare per guadagnare terreno nella società sarda?

Per questo motivo la nascita di un polo dell’autodeterminazione nato all’insegna della discontinuità con il sistema politico che in Sardegna si è rimbalzato la palla del governo dal dopoguerra in poi non può che essere una buona notizia.

Immanuel Kant diceva che non serve a nulla un governo capace di gestire gli angeli. Un buon governo è capace di gestire i diavoli, altrimenti la partita è troppo semplice tanto da essere buona a nulla.

Cosa c’entrano i diavoli e gli angeli di Kant con questo discorso? All’indomani della presentazione del Polo dell’Autodeterminazione con il giornalista Anthony Muroni come portavoce ho letto tanti commenti negativi.

Alcune critiche contengono elementi di verità, altre sono aprioristiche e ideologiche, altre ancora puzzano di bieco interesse, ma non è questo il punto.

La questione – non mi stancherò mai di ripeterlo – è che fino ad oggi l’indipendentismo o anche il sardismo hanno poggiato su pessime basi teoriche e politiche, vale a dire sull’elemento identitario e/o ideologico e non sulla necessità di costruire un movimento storico capace di competere con tutti i mezzi necessari e possibili con il sistema politico della subalternità.

Da una parte l’indipendentismo-sardismo è stato vissuto come una ideologia, come una mozione di identità, come un approccio culturale talvolta tinto di rosso, talaltra di razzismo xenofobo, talaltra ancora di folklore e nostalgia.

Tutte queste pulsioni (le chiamo pulsioni perché non sono progetti politici) hanno poco a che fare la necessità di costruire un blocco storico capace di sottrarre pezzo per pezzo il governo della nostra terra ai colonialisti.

Parallelamente a questo si è affermata l’idea del capo romantico proprietario del patrimonio indipendentista e quindi legittimato a tradurlo in questo o quell’altro campo di atterraggio, come il bambino proprietario della palla che a un certo punto decide di andare via con la palla ponendo così fine alla partita.

È solo questo il motivo per cui vediamo indipendentisti-sardisti sparsi un po’ ovunque nel sistema dei partiti italiani: chi a braccetto col PD, chi intento a contrattare poltrone con il centrodestra, chi alla ricerca di inserirsi nella nuova estrema destra di Salvini, chi sempre affascinato dal multiforme e confuso mondo della sinistra italiana, chi attratto dal nuovo qualunquismo organizzato dei 5stelle.

Tutti indipendentisti di cuore, tutti orgogliosi di essere sardi, tutti professanti di battersi per l’isola, tutti fautori di una qualche forma di autonomia, riforma federale, autonomia spinta, indipendenza futura. Risultati ottenuti? A parte le carriere personali direi nessuno.

È dal rifiuto dell’indipendentismo e del sardismo romantico che bisogna partire ed è per questo che la prima cosa da mettere in chiaro è l’alterità del progetto basato sull’autodeterminazione.

L’indipendentismo e il sardismo non possono risolversi in un movimento lobbista che tenta di influenzare il ventaglio politico dei partiti della subalternità. Non ha mai funzionato, non può funzionare, non funzionerà in futuro perché il sistema della subalternità è perfettamente in grado di assorbire ed annullare qualunque istanza di liberazione.

È impossibile comprendere i giudizi negativi sull’idea del polo dell’autodeterminazione senza tenere in conto questi aspetti. Purtroppo scontiamo un bassissimo tasso di consapevolezza da questo punto di vista perché il sardismo-indipendentismo di cui siamo impregnati è tipicamente identitario, ideologico, folklorico e subalterno.

È anche sintomatico che tutte le critiche che ho letto finora si basino solo su pregiudizi, visto che ancora questo tavolo non ha fatto nulla e non ha nemmeno presentato i documenti fondativi del suo stare assieme (e questo è un aspetto su cui avrei alcune critiche da fare, perché troppe volte sono stati annunciati fronti comuni poi puntualmente caduti nel dimenticatoio, ma questo è un altro tema).

A questo proposito c’è da chiedersi perché tanti indipendentisti-identitari-sardisti sono sempre ben disposti a firmare assegni in bianco alle varie componenti politiche di stampo coloniale di riferimento in cui amano inserirsi e non sono invece disposti a valutare nel merito le azioni e le proposte di un polo autonomo e alternativo al sistema dei partiti italiani.

Questo non è un articolo di apologia del polo politico presentato pochi giorni fa da Muroni e altri esponenti a Cagliari. È però una apologia all’idea stessa che sta alla base di quell’azione che personalmente condivido e che ho sempre condiviso, vale a dire la necessità di uno scollamento definitivo e strutturale dal sistema politico di tutti i soggetti politici espressione della politica coloniale italiana, dalla “sinistra” alla “destra”, passando per i nuovi razzisti e ai qualunquisti organizzati.

Lo dichiaro ma so che non suonerà come una novità: sono favorevole alla costruzione di un comitato di salute pubblica dell’isola di Sardegna che pratica la rottura e la discontinuità col sistema delle clientele, delle spartizioni, delle decisioni veicolate dall’alto (e l’alto è sempre rappresentato da qualche vertice che trova sede in qualche metropoli italiana). Anche se Tizio non lo trovo simpatico, se Caio ha scheletri nell’armadio, se di Sempronio non mi fido e via dicendo.

Un Comitato di salute pubblica capace di governare i diavoli e non gli angeli, perché gli angeli di solito non popolano una terra dove vige una desolazione coloniale come la Sardegna e dove, da generazioni, il sistema coloniale fa a gara per gestire e controllare le reti sociali promettendo o concedendo piccoli vantaggi personali, contratti di lavoro, avanzamenti di carriera o semplicemente praticando il voto di scambio.

Avremo tempo per entrare nel merito delle proposte, dei metodi di lavoro ed eventualmente anche per avanzare critiche senza fare sconti. Ma le critiche e anche eventualmente l’opposizione dura e anche durissima non potrà non partire da qui: dal riconoscimento della necessità storica di questo spazio politico.

Altrimenti sulla carta potremmo pure essere indipendentisti purissimi, rivoluzionari di professione, sardisti doc, anti-capitalisti e anti-colonialisti con il pedigree, ma nei fatti saremo e continueremo ad essere – vuoi in buona fede, vuoi per interesse, vuoi a cottimo e su libro paga –subalterni al sistema coloniale.

Non ci piace la posizione di Tizio, contestiamo i metodi di Caio, siamo alternativi alle idee di Sempronio? Benissimo, partecipiamo al dibattito e facciamoci largo anche sgomitando perché la lotta politica è legittima e in qualche modo perfino doverosa, ma sempre partendo dal presupposto che senza uno spazio politico fondato sull’autodeterminazione e sulla necessaria costruzione di una alternativa al sistema coloniale, non si va da nessuna parte.

Non è una adesione incondizionata, tanto meno un endorsement ufficiale. Ci sono tante cose ancora da capire e da valutare e dovremmo anche chiarire bene perché tutti i tentativi precedenti di unità sono franati o caduti in disuso.

C’è da mettere nero su bianco il sistema di valori e la necessità di fare argine al razzismo e alla xenofobia dilagante. E c’è anche da chiarire la questione della democrazia interna, dei metodi decisionali, della necessità di coinvolgere la società sarda nelle scelte strategiche e nelle battaglie politiche e non solo i vertici delle componenti. C’è da superare la febbre dell’elettoralismo (che fa il paio con il dirigismo e il leaderismo) che puntualmente disgrega invece di aggregare e di puntare alla costruzione di un fronte politico stabile 365 giorni l’anno.

C’è in sostanza da mantenere alta la soglia della critica e da rivendicare il diritto-dovere di poterla esercitare liberamente. Ma qui inizierebbe già un altro articolo.

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