La Catalogna, la democrazia e noi

Adesso vi rivelerò una verità sconvolgente. Lo dico per mettere in guardia i deboli di cuore.

Quando la Catalogna diventerà una repubblica indipendente non succederà nulla.
Non sarà distrutta la Spagna (quel che ne resta), non sarà devastata l’Europa, nessuno si farà male.

Il mondo andrà avanti come prima. Maluccio, a dirla tutta, ma senza chissà quali sconvolgimenti.

La forma stato-nazionale come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, benché sia ancora l’unica dotata di personalità giuridica nella sfera internazionale, mostra tutti i suoi limiti (persino un po’ in ritardo) davanti alle forze storiche emerse negli ultimi decenni (ossia, nel corso dell’ultimo battito di ciglia della storia umana).

I confini esistono ormai solo per tenere fuori le persone, quelle in cerca di salvezza e/o riscatto. I beni e il denaro già da tempo circolano per tutto il pianeta sostanzialmente indisturbati.

Esistono società private e fondi di investimento anch’essi privati che hanno dimensioni finanziarie maggiori di molti stati messi insieme (e una capacità di influenzare la politica mondiale infinitamente più grande).

L’economia del pianeta è già largamente globale. Gli stati sono ormai ridotti a fare da gendarmi all’ordine economico dominante.

Quando si sono formati, in Europa, tra la Guerra dei Trent’anni (con qualche prodromo più antico) e l’Ottocento, avevano una funzione soprattutto economica, a vantaggio della borghesia locale. Che intanto diventava da commerciale a industriale.

Lo stato-nazionale ottocentesco e novecentesco era il primo mercato a disposizione delle borghesie nazionali e la prima fonte di forza-lavoro. Non senza scompensi e conflitti, ovviamente: in ogni stato c’era una zona più ricca e una zona più povera, tra cui si generava una forma di rapporto quasi-coloniale.

Il colonialismo, quello vero e proprio, servì sia a rifornire gli stati ricchi d’Europa di materie prime indispensabili, sia a far sfogare forze sociali e conflitti che altrimenti avrebbero minato all’interno l’assetto socio-economico e politico esistente.

L’ideologia nazionalista, fiorita sul romanticismo ottocentesco e poi diventata religione di stato un po’ ovunque, costituiva l’apparato di valori, di simboli e di riferimenti culturali necessario a tenere insieme la baracca.

Non c’è niente di naturale né di intrinsecamente virtuoso, negli stati che abbiamo ereditato da quella stagione storica.

Anche chi vi vede una fonte di progresso sociale e di possibilità di riscatto per le classi disagiate europee deve riconoscere che, quando tali esiti progressivi vi siano stati, sono stati più il frutto delle lotte e del conflitto interno, che una conseguenza naturale e diretta dell’esistenza stessa degli stati.

Idolatrare gli stati-nazione di stampo ottocentesco è una forma di superstizione. A volte indotta dall’egemonia culturale imperante, a volte interessata.

Una delle cose notevoli è che ne soffre anche una buona fetta della sinistra, specie di radice comunista, che ha sì in mente Marx come nume tutelare del sol dell’avvenire, ma non lo ha letto bene e nemmeno tutto, persino nei suoi testi principali.

Così capita che questa singolare schiera di osservatori consideri lo stato come un bene in sé, come un fattore decisivo e determinante per il riscatto del proletariato mondiale e non un mezzo da superare in nome della libertà e della giustizia sociale.

È una forma di statolatria, insomma. Non meno ingiustificata se a farsene paladini sono i rappresentanti dell’establishment economico e politico o – peggio – i nazionalisti reazionari e i fascisti delle varie latitudini.

L’obiezione che si può fare è che, se questo è vero, allora anche l’indipendentismo attuale non ha ragion d’essere, dato che invoca la creazione di altri stati, della medesima forma di quelli esistenti.

È un’obiezione che sembra sensata, ma che nasconde un nucleo capzioso.

Intanto l’indipendentismo attiene a una sfera di rapporti sbilanciati e irrisolti emersi proprio con la costituzione degli stati-nazione contemporanei. Ne è una conseguenza, insomma, e un contraltare.

Inoltre riguarda popoli e minoranze che di solito hanno una propria consistenza storica conclamata. Tant’è vero che non c’è indipendentista europeo che non rigetti con veemenza ed anche con disgusto l’accostamento a fenomeni tutti attuali e di altra natura come la Lega (alla quale purtroppo vengono strumentalmente assimilati, specie in Italia).

Ancora, l’indipendentismo europeo, nelle sue varie declinazioni, ha una forte matrice anti-fascista e spesso dichiaratamente di sinistra. Ossia, contempla tra le proprie ragioni d’essere anche questioni eminentemente sociali, aspirazioni emancipative, pulsioni a una maggiore interconnessione con gli altri popoli, anti-imperialismo e anti-colonialismo.

Il contrario dei nazionalismi reazionari novecenteschi, dunque, che sono creste d’onda del nazionalismo romantico ottocentesco, virato sul nero tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo.

Cosa ci aspetta dunque dal processo di disconnessione catalano? Devastazioni della biosfera? Aumento della povertà globale? No, per quello siamo già sufficientemente attrezzati e lo stiamo facendo bene.

Da tale processo in realtà non verrà fuori granché di sconvolgente. A meno che la tipica stupidità fascista dei franchisti (più o meno travisati) non la butti in violenza più di quanto abbia già fatto.

Quando la Slovacchia e la Cekia si separarono, nel 1993, sostanzialmente non se ne accorse nessuno. Perché? Perché fu un processo concordato, pacifico e democratico. Non fu tirato nemmeno un metro di filo spinato tra i due nuovi stati.

Per inciso, la Slovacchia ha giusto il doppio di superficie della Sardegna e una popolazione inferiore a quella catalana.

Chi grida allo scandalo per via della pretesa di queste popolazioni europee di dotarsi di un ordinamento proprio, internazionalmente riconosciuto, di solito propone argomentazioni fantasiose, molto impressionanti, ma del tutto prive di riscontro storico e/o fattuale.

L’aspirazione di un popolo – o, forse meglio, della sua classe dirigente – a vedersi riconosciuta una soggettività giuridica nell’ambito internazionale al giorno d’oggi può passare solo per la costituzione di un ordinamento statale. Per questo se ne fa un obiettivo, non per motivi ideologici.

Ma non è detto che sarà sempre così.

Non è nemmeno detto che, almeno per l’Europa, oggi sia la formula più congeniale.

Nei giorni scorsi ho letto l’editoriale di uno dei decani del giornalismo italiano in cui si prefiguravano, auspicandoli, gli Stati Uniti d’Europa.

È una questione che riemerge, di tanto in tanto, ma mi pare che ultimamente stia acquistando un certo peso.

La considero una risposta reazionaria e oltremodo pericolosa alla prospettiva di liberare invece le forze e le potenzialità di tutte le popolazioni storiche europee in un grande processo di autodeterminazione.

Perché questo processo è nell’ordine delle cose e sarà difficile, se non impossibile, fermarlo del tutto.

Si può affrontare in due modi, uno democratico e progressivo, un altro calato dall’alto e regressivo.

L’idea degli Stati Uniti d’Europa riproposta da Scalfari rientra in questa seconda opzione.

È un espediente dell’establishment europeo per mantenere lo status quo, la classica soluzione gattopardesca (cambiamo tutto per non cambiare niente) o, se volete, anche qui, una sorta di rivoluzione passiva.

A questa opzione fa sponda il nazionalismo xenofobo dei vari Fronti nazionali, delle Leghe, dei nazionalisti polacchi e ungheresi e via elencando.

È la famosa dialettica – fittizia – tra nazionalismi e establishment oggi largamente egemonica.

Invece quel che ci suggerisce il Procés catalano è un altro percorso.

Un’Europa che rifondi la sua architettura politica comune su una base democratica, partendo dalle forti autonomie locali e risalendo poi fino a un livello politico condiviso.

Un po’ il modello cantonale svizzero, ma più in grande. O una declinazione europea del confederalismo democratico di Oçalan.

A cosa servirebbero i vecchi stati-nazione in un contesto del genere? A nulla. O meglio, a tenere in vita e discretamente agiate le attuali classi dominanti.

Chi ci perderebbe, infatti, da un processo di questo tipo, sarebbero le burocrazie statali, i centri di potere degli apparati di intelligence e di sicurezza, le classi politiche oggi egemoni.

Classi politiche rappresentate in modo così plastico da Mariano Rajoy. Un mediocre quadro del post-franchismo, senza alcuna cultura politica degna di questo nome, ostinatamente monolingue, provinciale e retrivo.

Al cui confronto la classe dirigente catalana sembra popolata di giganti politici.

Ci perderebbe la marmaglia politica italiana, compresa quella delegata a gestire la colonia oltremarina sarda.

Ci perderebbero i grandi centri di affari e le grandi compagnie, che avrebbero a che fare non solo e non tanto con tanti piccoli stati indifesi, ma con una confederazione di popoli fortemente coesa, sulla base di principi universali e di diritti condivisi.

Ci perderebbero i mediocri, che prosperano all’ombra del potere degli stati-nazione attuali. Il capitalismo parassitario che vive di favori e corruzione. I grandi speculatori.

Le cosiddette “piccole patrie” europee sarebbero più dinamiche e interconnesse degli stati attuali e garantirebbero una forma di azione politica molto più vicina ai propri destinatari – e quindi democraticamente più controllabile – di quanto non sia oggi.

In ogni caso, col precedente catalano, non verrà messa in pericolo alcuna conquista sociale, politica e culturale europea.

Così come non sarebbe stata messa in pericolo dal precedente scozzese.

Stiamo attenti a chi osteggia il Procés catalano. Domani ce li troveremo contro per altre conquiste civili e politiche. O forse ce li abbiamo contro già oggi.

Perché a costoro è precisamente la democrazia, quel che fa più paura.

Non la democrazia formale contenuta nelle leggi e nei trattati, sempre invocata in modo opportunistico, persino quando si tratta di manganellare anziane signore davanti a un seggio elettorale.

Non la democrazia della paura, quella propalata dai mass media mainstream e che scende nelle piazze armata, in tenuta antisommossa, contro la stessa popolazione che dovrebbe difendere. O che ci chiama a raccolta contro lo spauracchio del momento, che sia al-Qaeda, o l’ISIS, o chissà chi altro da qui ai prossimi anni.

Nemmeno la democrazia rappresentativa a cui accede già oggi una minoranza dei cittadini europei, ormai rappresentativa solo degli apparati dei comitati d’affari e delle varie fazioni della classe dominante continentale.

Dico democrazia e penso a qualcosa di diverso, a qualcosa che è già stato pensato e sognato e per cui molte persone hanno dato la vita, ma che non si è ancora realizzato.

La realizzazione di quell’idea getta nel panico l’oligarchia cleptocratica attuale. Ma il loro panico è la nostra speranza.

Ci troviamo in una fase di crisi epocale, in una transizione storica. Il problema non è come ci stiamo entrando, ma come ne usciremo.

Gli eventi catalani e le reazioni che suscitano possono essere un’occasione di ragionamento e di progettazione condivisa del nostro futuro, oppure un pretesto per dare spazio alla reazione più violenta, sia pure rivestita di legalità.

Dobbiamo essere consapevoli di questo passaggio, o ne saremo travolti senza poterci fare nulla. E ne usciremo molto male.

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