Vaccini e apocalisse

La questione vaccini è molto presente nel dibattito pubblico italiano. Fatto già di suo piuttosto notevole.

È un tema che compare nelle prime pagine dei giornali e sui mass media principali da qualche anno, con maggiore insistenza negli ultimi due o tre.

Ma, come si sa, l’evento che ha scatenato le dure reazioni degli ultimi mesi è stato il Decreto legge intitolato alla ministra Lorenzin, da qualche giorno convertito in legge (con modifiche).

Una previsione legislativa obiettivamente abnorme, di cui però non si riesce mai a discutere la natura, né il contenuto, né il metodo.

Su questo tema infatti si accavallano e spesso si mescolano impropriamente diverse questioni, che invece andrebbero prima chiarite analiticamente e poi, eventualmente, ricondotte a sintesi.

C’è la questione igienico-sanitaria, relativa alle motivazioni specifiche che hanno condotto a questa soluzione.

C’è la questione più ampia dello stato delle conoscenze in materia vaccinale e in generale in materia di salute pubblica, profilassi, ecc.

C’è la questione epistemologica e deontologica relativa allo status della medicina contemporanea e ai suoi effetti sociali, specie in relazione ai grandi interessi privati in gioco.

C’è la questione più strettamente politica sulla scelta di una misura coercitiva di questo tenore, un trattamento sanitario obbligatorio preventivo e rivolto ai bambini.

(Un aspetto di questa questione è il chiarimento sui limiti della libertà soggettiva dei cittadini in materia di salute pubblica. La famosa “libertà di decidere”, rivendicata da una parte consistente dei cosiddetti no-vax.)

C’è la questione comunicativa a proposito dell’impossibilità di trattare il tema senza incorrere in polemiche devastanti e fuorvianti.

Dico che questi aspetti si accavallano spesso impropriamente, perché a chiunque abbia partecipato a una discussione in merito sarà capitato di perdersi nei meandri delle fallacie logiche, nei vicoli ciechi delle polemiche manichee, nell’ottusità delle scomuniche reciproche.

Su questo aspetto hanno una pesantissima responsabilità sia i mass media principali sia la stessa politica.

Entrambi hanno alimentato il sensazionalismo ed enfatizzato gli estremismi, utilizzandoli vuoi per catturare (e)lettori vuoi per manipolare l’opinione pubblica e costringerla ad accettare solo alcune cornici concettuali e non altre.

La stessa polarizzazione tra no-vax e pro-vax è il frutto artificioso di questa opera scientemente protratta a livello politico e comunicativo.

Naturalmente non ha mancato di formarsi, sulla scena di questa diatriba, una sorta di star-system, fatto di personaggi più o meno credibili che imperversano su ogni mezzo possibile, ma soprattutto sui social network.

Colpisce, devo dire, la legittimazione di cui ha goduto la pessima ministra Lorenzin – a suo tempo sbeffeggiata per il suo fertility-day e per altre prese di posizione come minimo discutibili – anche presso una larga fetta del ceto medio istruito.

In questo c’è un piccolo capolavoro di propaganda politica. Uno dei bersagli di tutta la campagna governativa e mediatica sul tema vaccini era ed è il Mov. 5 Stelle. Ricompattare le file di un certo elettorato di centrosinistra, ormai allo sbando e spesso disgustato da Renzi e soci, non ne era uno scopo secondario.

Ma naturalmente questa spiegazione è parziale. C’è anche dell’altro.

Le posizioni che trovano più spazio nel dibattito veicolato dai mass media sono spesso le più estreme e anche le meno difendibili.

Questo è un trucco abbastanza vecchio. Si sceglie il proprio interlocutore, lo si costruisce su misura perché sia facilmente attaccabile. Si estremizzano le posizioni, si saltano e si ignorano quelle più meditate e più mediate, escludendole dal dibattito o relegandole a forza in uno dei due campi estremi.

Metodi già visti in altre circostanze e su altre questioni. Niente di edificante.

Ma sostenere che non ci sia niente da discutere è già una presa di posizione chiara. E non meritoria.

Non esiste tema pubblico su cui sia legittimo invocare il silenzio, il “non disturbate il manovratore”. Se poi la questione tocca la vita stessa delle persone e addirittura i figli, è ovvio che tutto si possa pretendere tranne l’acquiescente passività verso misure politiche così drastiche.

Prese per giunta in un momento di scarsissima credibilità della politica e delle istituzioni.

Non a caso la ministra Lorenzin e tutti i fautori di questa legge perseverano a richiamare la scienza (anzi, la Scienza!) come primo fondamento delle proprie decisioni.

Il che dimostra quanta poca dimestichezza abbiano con la scienza.

L’eroe del partito della coercizione vaccinale è il prof. Roberto Burioni, indefesso presidiatore dei social network, a caccia di poveri interlocutori – a volte obiettivamente sprovveduti e/o incauti – da insultare e mortificare.

Modo di fare che, anche posto che qualcuno se lo meriti, non è certo il metodo migliore per convincere gli indecisi e riportare la questione su un terreno di civile confronto e di serena divulgazione scientifica.

La sua frase preferita è: la scienza non è democratica. Su questo, tra i favorevoli alla legge sull’estensione dell’obbligo vaccinale, il consenso è stato grande.

Eppure è una scemenza grossolana.

Lo è perché fa sospettare che il dottor Burioni non sappia bene cosa sia la democrazia. E tutto sommato lascia perplessi anche circa la sua idea di come funziona la scienza.

La democrazia non è la dittatura della maggioranza. Caso mai è il regime in cui hanno diritto di esistere e anche di esprimersi le minoranze.

Dire che la scienza non è democratica  è un nonsenso anche in termini di metodo scientifico. La ricerca oggi, in tutti i campi, procede per confronti continui, per lavoro in equipe, per accumulo di conoscenze provenienti da fonti plurali.

Il metodo scientifico è molto, molto democratico, in realtà. Non prevede imposizioni, nega la legittimità stessa di tesi dogmatiche e di auctoritates indiscutibili, si basa sulla condivisione e sulla correzione continua, è aliena alla formazione di posizioni di potere.

Inoltre le teorie cosiddette ufficiali sono nient’altro che quelle convalidate dalla maggioranza della comunità scientifica (benché non sia scientificamente corretto negare la possibilità che siano in tutto o in parte emendabili, e infatti nessuno studioso serio lo sostiene).

Questo almeno in astratto, naturalmente. Ci sono campi del sapere umano dove la realtà si avvicina al modello ideale. Ce ne sono altri in cui tale modello è ben lungi dall’essere realizzato.

Uno dei più discussi è proprio l’ambito della ricerca medica e soprattutto farmaceutica.

Non svelerò nessun segreto mistico se affermo che far funzionare un settore della ricerca scientifica pressoché esclusivamente in base al meccanismo del profitto capitalista non è precisamente la maggiore garanzia di libertà, di trasparenza e di sensibilità verso il bene collettivo.

Non è nemmeno la maggiore garanzia della serietà e inappuntabilità delle “certezze scientifiche” cui si affidano i governi per le loro decisioni.

Eludere questo problema, in materia farmaceutica e in tema di salute pubblica, anche nella questione dell’obbligo vaccinale generalizzato, è sbagliato ed è anche sciocco.

Sui vaccini si raccontano un sacco di cose. Alcune sono verificabili, altre meno. Purtroppo questo si può dire di entrambe le parti in causa (assumendo come vera l’opposizione pro-vax vs. no-vax).

Per esempio, insistere sulla correlazione tra vaccini e autismo sembra un’argomentazione inservibile, alla luce delle conoscenze attuali. Non che manchino voci autorevoli a sostegno di questa tesi, ma si tratta di un’esigua minoranza, senza per altro che ci sia una letteratura scientifica sufficiente a supporto.

Al contempo, dall’altra parte, negare che siano attestate e ormai documentate reazione avverse ai vaccini è non solo una menzogna grave, ma anche un atto irresponsabile.

La domanda è: dobbiamo per forza barcamenarci tra questi opposti estremi o non sarebbe il caso di reimpostare il discorso su un piano meno isterico, più meditato, più onesto?

Anche qui entra in ballo la questione comunicativa, su cui è lecito e anzi auspicabile che si interroghino gli stessi professionisti del settore. Non solo e non tanto medici e affini, quanto piuttosto giornalisti, narratori, divulgatori (qualcuno lo sta già facendo).

Fare allarmismo su pretese epidemie di meningite (come qualche mese fa, allarme per altro prontamente destituito di fondamento da medici e autorità sanitarie, in quel caso) o di morbillo (che, dati alla mano, non sembra affatto esistere né, a maggior ragione, essere connessa con la diminuita copertura vaccinale) non aiuta.

C’è un aspetto, tuttavia, su cui è più difficile transigere e accettare dei compromessi ed è quello politico.

Questo aspetto della questione è tralasciato volentieri sia dai sostenitori della coercizione vaccinale, sia dai critici di questa misura. Mi chiedo perché.

Eppure a me sembra un aspetto dirimente. Anche perché si inserisce in una dinamica più ampia, decisamente preoccupante, di cui non si può non tenere conto.

Non è solo questione di scarsa (per non dire nulla) credibilità del soggetto decisore (la ministra Lorenzin, il Governo italiano), ma prima di tutto è una questione di principio.

Non so se dare peso alle illazioni di chi vede un nesso tra questa scelta legislativa e la Global Health Security Agenda, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2014. A questo proposito è bene sapere che l’Italia è stata investita del ruolo di apripista nel nuovo paradigma di campagne di vaccinazione di massa a livello mondiale.

Così come forse non ha peso o forse sì il nesso tra coercizione vaccinale e gli investimenti in Toscana di una grande corporation farmaceutica (per altro, al di sotto di ogni sospetto), nonché i suoi eventuali legami con certi centri di potere di quella regione, oggi egemonici in Italia.

C’è comunque materia su cui ragionare e su cui costruire robuste obiezioni di merito e di metodo in tutta questa faccenda.

Ma l’aspetto politico a cui mi riferisco è più a monte di queste contingenze di cronaca. Intanto va discussa la possibilità stessa che il potere costituito arrivi ad agire sulla vita, in senso biologico, dei cittadini.

Non è una novità, e sui pericoli della bio-politica Micheal Foucault e altri hanno già fatto considerazioni rilevanti.

C’è una dialettica, non sempre riconducibile a una sintesi pacifica, tra libertà individuale ed esigenze collettive.

Non è facile stabilire dei confini certi nella questione della libertà di scelta, in materia vaccinale e più in generale sanitaria. Mi pare che in proposito i critici della nuova legge sui vaccini a volte sconfinino su un terreno molto molto sdrucciolevole.

È vero che si tratta pur sempre di prendere decisioni sulla vita dei bambini, dei propri figli, e dei propri figli in un’età molto precoce.

Naturalmente questo suggerirebbe molta prudenza sia nelle modalità di comunicazione, sia nelle misure da prendere.

Però è indubbio che, se entra in gioco un interesse collettivo e generale, non è del tutto lecito richiamarsi a un preteso diritto di scelta incoercibile e assolutamente libero.

Una relativa libertà – ben informata, sia chiaro – potrebbe essere lecita solo dentro un sistema di misure meglio calibrate sulle reali condizioni dei soggetti coinvolti (i bambini, ma non solo), in considerazione delle esigenze immunologiche e sanitarie generali del contesto di riferimento.

La misura legislativa adottata però fa strame di tutto ciò e salta a pie’ pari la questione, stabilendo un obbligo severo, generalizzato e insensibile a qualsiasi parere intermedio, persino se informato e documentato.

Non solo. È tutto il dispositivo di propaganda che fa da premessa, da contorno e da difesa alla nuova legge sui vaccini ad essere particolarmente indigesto e a suonare come minaccioso.

Con le stesse modalità sarebbe possibile imporre qualsiasi misura igienico-sanitaria coercitiva, per mal vista che fosse da consistenti porzioni della cittadinanza.

Accettare che si crei un tale precedente, imposto senza alcuna reale discussione (e qui, mi dispiace per Burioni, la democrazia c’entra eccome), è estremamente pericoloso.

Più che la questione dell’efficacia e della sicurezza dei vaccini (pure non una questione scientificamente astrusa, tanto meno riducibile sic et simpliciter ad oscurantismo e/o a ignoranza), qui sono le questioni di metodo ad avere un peso decisivo.

Non è un problema secondario, quale che sia l’idea che si ha delle pratiche vaccinali.

Che rimangono un metodo di profilassi e di prevenzione assolutamente prezioso e irrinunciabile, va detto. Almeno fino a quando la scienza e le condizioni sociali e igienico-sanitarie generali non ci mettano in condizione di farne a meno.

Ma mi aspetterei molta meno disinvoltura sull’aspetto politico, sulla questione democratica, sul pericolo rappresentato da misure coercitive di massa, di tipo sanitario e non.

Ignorare o ridicolizzare la vasta opposizione alla legge sui vaccini è un errore, o una manifestazione di tendenze anti-popolari. Tendenze anti-popolari e autoritarie che si manifestano con sempre maggiore ricorrenza in tanti altri ambiti della nostra vita associata.

La retorica sull’analfabetismo funzionale, sull’irresponsabilità dei cittadini (ignoranti e indifesi al cospetto dei cattivi populisti), sulla sopravvalutazione del suffragio universale (alzi la mano chi non ha mai sentito, o addirittura usato, questa sentenza), suonano come pericolosi viatici a un restringimento sensibile degli spazi di libertà democratica.

Che questo avvenga col consenso di una fetta consistente della cittadinanza, per di più quella che si reputa essa stessa più istruita, più aperta, nonché (lo sottolineo) più democratica, offre la misura della gravità della deriva che tutto il dibattito pubblico ha da tempo assunto.

Il tutto inserito dentro un processo generale di restringimento delle libertà politiche e sociali, con le istituzioni e i partiti egemoni ormai scopertamente orientati a pratiche repressive del dissenso e delle alternative reali.

La deriva razzista e reazionaria di un partito come il PD è palese, persino al di là dei singoli fatti di cronaca che la attestano. Il consenso che su questa deriva sta montando anche nella società civile ipoteticamente più avvertita è un problema molto serio.

A ciò si sommano le misure contro la scuola pubblica, quelle anti-sindacali, quelle sui beni comuni e sulla gestione del territorio, quelle militaresche in politica estera.

Le scaramucce tra PD e Mov. 5 Stelle o tra altre forze politiche dello scenario istituzionale sono una sorta di recita a beneficio del popolo bue, sostanzialmente, visto che nel merito delle questioni strutturali non esiste alcuna prospettiva realmente diversa.

Dentro la dinamica autoritaria, anti-popolare, militaresca e repressiva in corso la questione dei vaccini, proprio per la sua delicatezza, assume un senso che va decisamente oltre la questione contingente di politica sanitaria o le diatribe scientifiche sui vaccini (che andrebbero risolte in sede scientifica, al riparo da ingerenze interessate, e non sui social media).

Sottovalutarla o ignorarla, magari in nome della Scienza o della superiorità degli “istruiti” sul popolo incolto e imbelle, è uno degli errori più tragici che potremmo fare.

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