Romanzo storico sardo ed equivoci accademici

Il numero 37 della rivista “Mediterranea – Ricerche storiche”, dell’agosto 2016 (pagg. 353-374), ospita un saggio della professoressa Nicoletta Bazzano, docente associata di Storia moderna all’Università di Cagliari.

Dato che tocca alcune questioni di un certo rilievo, non solo storiografico, ma anche letterario e più in generale culturale e politico, merita di non passare inosservato.

Un motivo di interesse risiede nel fatto stesso che l’autrice non sia sarda, benché lavori presso un ateneo dell’isola, quindi ci offre la possibilità di confrontarci con uno sguardo altro, che è sempre un’occasione preziosa.

Ma i motivi di interesse di questo saggio stanno anche in rilevanti questioni di metodo e di merito. Vediamole, dunque, procedendo dal testo stesso.

Il saggio si intitola La Leyenda negra continua…: la Sardegna viceregia nella narrativa sarda fra secondo Novecento e nuovo millennio.

La Leyenda negra a cui si fa riferimento è l’interpretazione deteriore e generalmente ostile con cui in Italia (ma direi genericamente in ambito europeo) si è sempre guardato alla parabola storica dell’impero spagnolo in Età moderna, specie in relazione all’epoca di Filippo II e dei suoi successori.

Tale visuale è stata a lungo imposta anche negli studi storici sardi, conformemente agli interessi culturali e politici dell’establishment sabaudo, fin dal momento della cessione del Regno di Sardegna ai Savoia.

La storiografia sarda di epoca sabauda ha sposato questa linea interpretativa, essendo essa funzionale alla legittimazione della potestà dei Savoia sull’isola: faceva comodo sposare la tesi di un progresso portato dai re sabaudi in una terra precedentemente tiranneggiata e maltrattata dagli Spagnoli.

Non è un caso che invece Giovanni Maria Angioy, nel suo Memoriale, avesse capovolto tale valutazione, attribuendo alla Corona spagnola il merito di aver sempre rispettato prerogative e usanze dei Sardi, tanto da non aver mai suscitato malcontento diffuso e spiriti di ribellione, al contrario dei Piemontesi.

Oltre a una legittimazione politica del dominio sabaudo, l’anti-spagnolismo della storiografia sarda conteneva anche una rivendicazione di appartenenza della Sardegna all’ambito storico e culturale italiano.

A tale ambito sarebbe stata sottratta dalla dominazione iberica, dopo la fase di “italianizzazione primaria” ad opera delle dominazioni pisana e genovese (impegnate insieme, altruisticamente, in questa meritoria opera).

Benché duratura, la lettura deteriore del periodo spagnolo della Sardegna è tuttavia da tempo superata, a favore di una ben diversa comprensione dei fenomeni dispiegatisi nel corso di tale lungo lasso di tempo (si parla di almeno tre secoli, in fondo).

Questo è avvenuto in parallelo, ma non in contrasto, con la contemporanea riscoperta della storia giudicale. Che non sempre e non sistematicamente è contrapposta alla parabola storica del Regno di Sardegna aragonese e poi spagnolo, quanto più spesso alla riduzione del Medioevo sardo al (preteso) dominio pisano e genovese sull’isola.

Oggi non esiste in Sardegna alcun sentimento anti-spagnolo diffuso, né in ambito culturale, né nell’opinione pubblica, né nel senso comune delle persone.

L’autrice del saggio tuttavia propende per un’altra opinione.

L’abstract ne dichiara immediatamente l’intento e riepiloga le sue conclusioni:

Il saggio approfondisce l’uso pubblico della leyenda negra da parte dei romanzieri sardi, che narrano avvenimenti, realmente accaduti o totalmente inventati, ambientati in Sardegna nell’età dei viceré spagnoli. Questi romanzi contribuiscono a perpetuare il mito della leyenda negra spagnola – un mito ormai totalmente distrutto dalla storiografia – e lo riutilizzano politicamente in chiave “sardista”. (pag. 353)

Saltano subito agli occhi alcune scelte testuali e tematiche significative.

La parabola storica del Regno di Sardegna aragonese e spagnolo viene derubricata a “età dei viceré spagnoli”. Definizione che senz’altro può servire a distinguere questa lunga fase da quella successiva dei “viceré sabaudi”, nell’ambito delle vicissitudini della Sardegna regnicola, ma che indubbiamente ha un sapore riduttivo.

La Leyenda negra viene ricondotta a una sorta di mito storiografico ormai delegittimato, il che è corretto. E lo è tuttavia anche in Sardegna, come detto più sopra.

Il saggio affronta la questione nella sua introduzione, dedicata appunto alla diffusione della Leyenda negra in Europa, quindi la mette in connessione con l’oggetto dichiarato della sua disamina, la narrativa storica sarda contemporanea, e lo fa in questi termini:

Un esempio di veicolazione dell’immagine negativa della presenza spagnola è costituito dalla narrativa sarda di ambientazione storica dell’ultimo quarantennio, che in questa sede verrà presa in esame, nella (amara) convinzione che, oggi, la domanda espressa dalla società venga quasi totalmente esaurita dai romanzieri. Essi privano gli studiosi di storia del ruolo ricoperto nel XIX e nel XX secolo nelle società occidentali e lavorano alla formazione del senso comune, storico e no, del pubblico, non preoccupandosi, però, della verità storica del messaggio di cui sono latori. (pag. 354)

Va subito rimarcato il tono “passivo-aggressivo” di questa presentazione. Gli storici accademici come vittime di una società (?) che preferisce la fiction ai rigori della disciplina scientifica.

I romanzieri priverebbero (deliberatamente?) gli storici del loro status e della loro credibilità, sostituendoli come produttori e diffusori di conoscenza storica.

Il maggior successo del romanzo storico rispetto alla storiografia propriamente detta sarebbe attribuibile alla maggiore facilità di lettura del primo rispetto alla seconda.

La fiction letteraria godrebbe di un vantaggio competitivo scorretto, rispetto alla saggistica storica, ossia una modalità di rappresentazione delle vicende umane non problematica, non rigorosa (dunque più libera), non appesantita dalla necessità delle referenze e dell’apparato critico e bibliografico. Il che è tautologico, per altro, trattandosi di fiction e non di scienza.

Una ragione di questo prevalere della finzione letteraria sulla ricerca e sul corretto approccio scientifico secondo Bazzano risiede in questo:

Attualmente, infatti, lo statuto sociale dello storico si dimostra particolarmente fragile e aggravato da un clima culturale che appare caratterizzato dal «presentismo» e da un forte bisogno di immediatezza nell’esperienza del passato […]. (pag. 354)

È una novità? Non direi. È un problema? Non è detto, e comunque non necessariamente. Il “presentismo” è sempre in agguato, anche laddove non lo si sospetta. E dopo tutto non era Fernand Braudel a sostenere che il nostro presente è fatto per più di metà di passato?

Il nodo a cui porta questa riflessione riguarda appunto, come segnalato, il romanzo storico sardo contemporaneo.

Bazzano, dopo aver chiarito che la Leyenda negra si è da tempo prestata, per la sua natura già di per sé alquanto romanzesca, a essere sfondo e oggetto di molta narrativa italiana (sono citati Manzoni, Sciascia e Vassalli), ne precisa il ruolo nella narrativa sarda di oggi (grassetto mio):

I romanzieri sardi attuali utilizzano l’arsenale drammatico fornito dalla leyenda
negra e si inseriscono, così, in questa parabola letteraria squisitamente
italiana, da un lato ripudiando la tradizione del romanzo storico così
come si è articolata in Sardegna nel corso dell’Ottocento, dall’altro –
malgrado il paradosso – declinandola e intrecciandola con specifici elementi identitari che hanno come matrice principale il “sardismo”, la visione anzitutto politica che rivendica la specificità culturale isolana, mantenuta attraverso i secoli senza soluzione di continuità, e il diritto della Sardegna a un’amministrazione politica straordinaria che di ciò tenga conto. (pag. 355)

Come si vede c’è un corposo contenuto politico dentro la cornice della disamina storico-letteraria. Un contenuto politico che poi viene declinato alla luce di un’analisi più puntuale della fiction storica sarda attuale.

Teniamo conto di questo intento e delle parole chiave che lo definiscono (“elementi identitari”,  “sardismo”, “specificità culturale isolana”, “diritto della Sardegna a un’amministrazione politica straordinaria”) e vediamo come si sviluppa nel testo.

Entra in ballo il fenomeno – evidente, è vero – della narrazione diffusa di un sé collettivo prettamente sardo, della ricerca da parte di autori e lettori sardi di una forma soddisfacente di auto-rappresentazione.

Fenomeno che viene presentato come deteriore (senza argomentare questa presa di posizione), ma che andrebbe semplicemente sviscerato meglio e alla luce dei paralleli fenomeni sociali e politici, non solo restando in ambito letterario.

La disamina procede dunque prendendo in considerazione la produzione romanzesca sarda a partire dall’Ottocento. Si mettono in consonanza tanto i romanzi propriamente detti quanto le clamorose (quanto false) rivelazioni delle Carte di Arborea, sottolineando come queste operazioni (sia quelle letterarie, sia quelle sia pur fraudolentemente accademiche) tendessero a “costruire un pantheon sardo da congiungere a quello della nascente nazione italiana”.

Questa osservazione è vera.

L’intellighenzia sarda del XIX secolo era la parte della borghesia intellettuale isolana rimasta indenne dai rigori della repressione contro-rivoluzionaria e della Restaurazione.

Una classe di funzionari, letterati, professionisti (le tre categorie spesso si sovrapponevano) che sentivano l’esigenza da un lato di dotarsi di un immaginario “nazionale” credibile e dignitoso, dall’altro di inserirsi, sulla base di esso, nell’alveo dell’organizzazione del sapere e dell’amministrazione accademica e politica della nascente Italia unificata.

Nella rivendicazione storica e culturale dei vari Manno, Angius, Tola, Martini, Spano, Sulis, ecc. tutto ci si può leggere fuorché l’aspirazione a tracciare un discrimine netto tra Sardegna e Italia.

La loro è un’esigenza rivendicata di integrazione e assimilazione, pur ponendo alla base di essa l’affermazione di una cultura propria dell’isola.

Per questi autori, come accennato più sopra, la codificazione di un periodo spagnolo come epoca di buia decadenza era strettamente funzionale all’affermazione della loro ferrea fedeltà a casa Savoia e della loro adesione all’organizzazione del sapere italiana.

La differenza sostanziale tra questa prima produzione culturale della Sardegna contemporanea e quella attuale viene sottolineata da Bazzano come segue (i grassetti sono miei):

La riproposizione del romanzo storico sull’isola è fatto relativamente recente e solo in parte riconducibile a quel gusto ludico che informa il genere a partire dagli anni Ottanta del Novecento. Sin dal loro primo apparire, infatti, i romanzi di ambientazione storica presentano caratteristiche molto diverse da quelle della produzione nazionale e internazionale. In un panorama contraddistinto dalla “leggerezza”, essi si assumono una responsabilità pubblica, altrove introvabile. Non a caso l’unico scenario è la Sardegna, nel cui passato si trovano i materiali necessari per la costruzione di un originale mondo narrativo. Diversamente, però, dagli autori ottocenteschi che si sono cimentati con il racconto del passato, il periodo storico cui vanno le loro preferenze non è l’idealizzato medioevo arborense – che le Carte, ancorché false, avevano contribuito a imprimere nella memoria collettiva sarda come ineguagliata età d’oro, complice anche la costruzione di un’immagine gloriosa di Eleonora d’Arborea – ma l’età moderna, con una preferenza spiccata per il periodo spagnolo, visto come un’epoca di contrapposizione fra un dominatore aggressivo che giunge dal mare e i sardi, che in omaggio alla visione “sardista” sono ritratti come un popolo che sembra destinato a essere dominato ma mai soggiogato o sconfitto. (pag. 359)

In questo passo si evidenziano meglio alcuni fraintendimenti di fondo in cui mi pare che incorra l’autrice.

A proposito del presunto sardismo che caratterizzerebbe la produzione romanzesca storica sarda, dichiara:

Alimentato nel corso del secondo dopoguerra da una nutrita serie di dibattiti e da una crescente valorizzazione (della reinvenzione) del passato, anche se oggi si manifesta sempre più blandamente all’interno del dibattito pubblico isolano, il “sardismo” continua ancor oggi a fornire il lessico ai discorsi sull’isola e, non arrivando a tradursi in matura proposta politica, si trasforma in mugugno rivendicativo. (pag. 360)

È qui sospettabile da parte dell’autrice una conoscenza superficiale della storia contemporanea sarda, specie dell’ultimo secolo, ed anche una interpretazione semplicistica del concetto stesso di sardismo. Che non è (solo e prima di tutto) una corrente culturale, ma è fondamentalmente un orizzonte politico.

La nascita e lo sviluppo del sardismo politico dal movimento dei reduci della Prima guerra mondiale è (o dovrebbe essere) un fenomeno chiaro e ben conosciuto in tutti i suoi aspetti. Evidentemente questa aspettativa è mal riposta.

È vero che il mito identitario sardo, così come costruito dall’Ottocento in poi, trova nel sardismo la sua politicizzazione. Essa avviene tipicamente secondo processi di assimilazione e rovesciamento di segno degli stereotipi negativi. Processi noti e ben analizzati dagli studi post coloniali.*

Vale anche per la famosa “costante resistenziale” teorizzata da Giovanni Lilliu e ascritta da Bazzano al filone sardista delle rivendicazioni storiche e politiche presenti nella narrativa storica sarda. La costante resistenziale sarebbe dunque

la capacità degli isolani di riuscire a «conservarsi sempre se stessi»: messaggio che percola nell’attuale narrativa di ambiente storico, fino a diventarne una costante insieme con la propensione a rappresentare le persecuzioni patite. (pag. 360)

Tale tesi nel saggio in esame viene correttamente ridimensionata e disconosciuta, ma c’è da dire che essa non esaurisce affatto, come sembra invece emergere dalle parole dell’autrice, l’orizzonte teorico e ideale di riferimento di tutte le istanze emancipative attualmente agenti in Sardegna.

In ogni caso, come Bazzano sottolinea, il sardismo propriamente detto oggi ha perso decisamente smalto per tanti versi, anche se rimane sullo sfondo di un certo, diffuso, senso comune dei Sardi.

Il che però non solo non è per forza un male, ma è anche un fatto del tutto comprensibile. A meno che non si incorra in errori di impostazione del discorso.

Per esempio mettendo nello stesso calderone fenomeni, istanze, esiti culturali e politici diversi e a volte in contrasto tra loro.

Questa confusione si evidenzia in modo particolare quando il saggio arriva a prendere in esame alcuni autori contemporanei di romanzi storici.

Gli scrittori presi ad esempio sono: Sergio Atzeni (scritto però quasi sempre Azteni nel saggio), Giulio Angioni, Pietro Maurandi, Antonio Strinna, Nicolò Migheli.

A tutti loro viene attribuito, sia pure ognuno col suo taglio e il suo stile, l’impiego della Leyenda negra e della “costante resistenziale” come elementi di base della propria narrazione.

Atzeni soprattutto in relazione al suo Apologo del giudice bandito, opera risalente a una trentina d’anni or sono, piuttosto distante come collocazione temporale e culturale dalla produzione letteraria sarda degli ultimi anni.

L’interpretazione che si dà di questo bellissimo testo atzeniano è alquanto riduttiva, rispetto alla sua qualità e al suo senso universalistico. D’altra parte attribuire ad Atzeni chiusure culturali e simpatie sardiste risulta come minimo problematico, se non del tutto irricevibile per chi ne conosca parabola intellettuale e opera letteraria.

Impropria appare anche la chiamata in causa di Giulio Angioni, col suo Le fiamme di Toledo, dedicato alla figura drammatica di Sigismondo Arquer. Romanzo con connotazioni tutt’altro che politicamente sardiste e, anche qui, dal senso universale, al di là dei personaggi e degli eventi narrati.

Anche gli esempi di Strinna e Maurandi, al di là delle valutazioni di carattere estetico e letterario della loro opera, lasciano intravvedere qualche forzatura, come del resto traspare dalla disamina che se ne fa nel testo.

Non risulta evidente, anche nel loro caso, alcun aspetto tributario verso il sardismo, e solo per qualche verso si può riscontrare una consonanza con la tesi della costante resistenziale (a patto di interpretarla in modo molto ampio).

Stravagante risulta infine il coinvolgimento di Nicolò Migheli, al cui romanzo La storia vera di Diego Henares de Astorga viene infatti riconosciuto uno sguardo decisamente non anti-spagnolo e nemmeno approssimativo quanto a ricostruzione dello sfondo storico.

Ne viene invece sottolineato il richiamo a una forma di senso di appartenenza sarda da parte di alcuni protagonisti. Il che è vero, ma non ascrivibile a una pretesa adesione dell’autore alla tesi della costante resistenziale.

Per chi non lo sapesse, d’altronde, Nicolò Migheli non ha mai professato alcuna propensione anti-spagnolista, caso mai il contrario. Come sarebbe stato facile appurare con un semplice confronto diretto, dato che, al contrario di altri nomi citati, si tratta di autore ancora in vita e ben presente sulla scena culturale sarda attuale.

In nessuno degli esempi fatti, in definitiva, risulta compiutamente dimostrato l’assunto iniziale.

Tanto più sorprendente suona dunque la conclusione cui giunge Bazzano:

Assai diversi per tono e ritmo narrativo, oltre che per fuoco, questi romanzi rivelano un’unità di fondo, come specchi che – con prospettive diverse – riflettono sostanzialmente la stessa immagine, e la comune volontà di dare, attraverso un affresco del passato, un’interpretazione forte del presente. L’antispagnolismo, più o meno evidente, non è semplicemente un elemento di colore, ma un sentimento che nasce dal sentirsi oggetto di persecuzione costante, la cui pericolosità non diminuisce con la lontananza […]. (pag. 368)

Non c’è alcuna unità di fondo tra i testi citati. Né c’è tra essi ed altri romanzi in cui è presente qualche riferimento all’epoca spagnola del Regno di Sardegna, che pure l’autrice avrebbe potuto chiamare in causa.**

Non solo questo. L’intero saggio mi sembra soffrire di un bias cognitivo radicale, che si esplicita in diversi fraintendimenti e non può dunque che portare a conclusioni come minimo non dimostrate.

Come dicevo all’inizio, è evidente come il contenuto di questo testo sia molto più politico che letterario e/o storico.

Sicuramente il quadro problematico di carattere storicistico non è in grado di soddisfare l’attuale sete di conoscenza storica, non solo perché – giustamente – non utilizza l’arma dell’emozione per colpire i lettori, ma anche perché non concede facili apparentamenti fra il tempo passato e il tempo presente. Rischia, anzi, come spesso accade di sembrare “falso”, da un lato perché privo di verità emotiva e dall’altro perché fornito da storici di professione, interessati – nella percezione comune – non a rappresentare la verità, così come si viene ricostruendo, ma a fornirne, per propri inconfessabili fini, una visione distorta. All’interno della ricostruzione storica, in primo luogo, c’è poco spazio, e marginale, per definizioni protonazionalistiche, che appaiono, irrazionalmente, ai lettori costante ineliminabile della connotazione isolana […]. Tuttavia, proprio l’appartenenza regionale, uno dei punti di forza della narrativa sarda di carattere storico, è uno dei tratti amati dai lettori sardi ma difficili da reperire nel discorso storico aulico. (pag. 373)

Il fatto che la narrazione storiografica non soddisfi la domanda di storia che emerge dalla società sarda di oggi non è un elemento di per sé neutro, ma costituisce un problema da affrontare. Non lo si può semplicemente eludere.

Che sia diffusa la percezione di una “storia negata” non dipende certo dall’abilità propagandistica di militanti politici sardisti (?) o indipendentisti.

Basti frequentare la manualistica scolastica per avere un’idea di quanto poco i Sardi possano apprendere delle proprie vicende storiche in un corso di studi regolare.

È una questione aperta, insomma, meritevole di attenzione e di soluzioni.

La stessa produzione storiografica “ufficiale” soffre spesso (con andamento variabile e non omogeneo, sia chiaro) di un forte italocentrismo, che deforma e connota eventi e processi storici, collocandoli dentro cornici improprie o attribuendo ad essi significati e connessioni che non ebbero.

È un punto rilevante, che offre una spiegazione della diffusa sfiducia, richiamata dall’autrice, verso la storiografia ufficiale. Una storiografia percepita come non centrata sulla Sardegna e le sue vicende, ma prevalentemente dedita a fornire uno sguardo esterno.

L’incomprensione del resto è di fondo e riguarda la stessa collocazione della letteratura sarda, in questo caso relativamente alla fiction storica, ma il discorso è più ampio.

La professoressa Bazzano non riesce a denotare compiutamente la letteratura sarda se non come letteratura regionale, a definire la produzione culturale isolana se non in termini di specificità locale nell’alveo della più ampia cultura italiana.

Conseguentemente non può nemmeno accettare la banale rivendicazione di una propria soggettività collettiva dispiegata nel tempo se non attribuendola a deplorevoli “definizioni protonazionalistiche”.

Ma la letteratura sarda è incomprensibile, dentro la cornice regionalista italiana. Essa rappresenta a tutti gli effetti, con la sua eterogeneità e i suoi meticciamenti (anche linguistici, com’è inevitabile), una letteratura propriamente nazionale.

In quest’ottica suona alquanto assurdo il rimprovero mosso agli autori sardi di continuare a scegliere la Sardegna e i Sardi stessi come sfondo e come protagonisti della propria produzione letteraria. E, in questo, di parlare comunque del presente anche quando si narrano vicende del passato.

È vero che il mito identitario sardista (chiamiamolo così per comodità), comprensivo della costante resistenziale, è alla fine un elemento di deresponsabilizzazione. Da tempo lo denuncio io stesso, qui e altrove.

Ma questo è un problema che non si può risolvere con la rinuncia a noi stessi e un’impossibile – benché tentata e sempre auspicata – desardizzazione completa.

È dunque del tutto improprio destituire di fondamento e di legittimità l’aspirazione a un’emancipazione collettiva dei Sardi che passi anche, se non prima di tutto, per una riappropriazione della propria storia e per una produzione letteraria autonoma (ma non slegata dalle correnti letterarie internazionali: per fortuna non esiste solo l’Italia).

La produzione letteraria non può essere separata dai fenomeni culturali e sociali macroscopici della propria epoca.

È del tutto normale e ordinariamente umana l’aspirazione a conoscere la propria storia e a comprendere il proprio presente alla luce di quanto è accaduto prima. Non si capisce perché proprio i Sardi dovrebbero rinunciarvi.

Alla luce di quanto precede, la inconciliabilità della Sardegna dentro il quadro culturale italiano e il tentativo di narrarla secondo un’ottica prettamente sarda non è una colpa e non è nemmeno un fenomeno deteriore.

È un’esigenza di lungo corso che ha ragioni storiche profonde e riemerge di continuo, senza che sia riuscito a metterle la sordina neppure l’enorme apparato egemonico dello stato italiano e l’operato dei suoi rappresentanti politici e istituzionali sardi.

Va anzi ricordato come sia stata paradossalmente proprio l’alfabetizzazione completa dei Sardi, a partire dal secondo dopoguerra, a fornire alla nuova intellettualità isolana gli strumenti critici per elaborare una nuova conoscenza e una nuova rappresentazione di noi stessi. Esito positivo che fa da contrappeso alla parallela de-sardizzazione linguistica.

Nemmeno il richiamo a una nostra arretratezza o sindrome anacronistica, presente in modo più o meno esplicito nel saggio, ha particolare senso. Non esiste un metro universale in base al quale misurare la tempestività di un fenomeno culturale, specie se riguarda una popolazione portatrice di una stratificazione storica così profonda.

Alla fine, dei rilievi posti dalla professoressa Bazzano, rimane poco o nulla. Non il presunto “presentismo” (non necessariamente stigmatizzabile), non il preteso “sardismo” (che non c’è e se c’è è un’altra cosa), né l’irragionevolezza dello sguardo sardocentrico (che è del tutto giustificato e sostanzialmente inevitabile) e nemmeno l’adesione generalizzata del nostro romanzo storico all’anti-spagnolismo (che a volte è vago, a volte del tutto inesistente).

Suona dunque scorretto e anche – mi si conceda – sgradevole che si pensi di poter stabilire cosa debbano scrivere, e come, gli autori sardi e a quali appartenenze, a quali aspirazioni essi debbano dare voce.

Viceversa, dovremmo essere grati alla produzione culturale sarda (letteraria, ma anche musicale, artistica, teatrale, cinematografica) per il suo ruolo e la sua forza, per la sua funzione di apripista.

Una produzione culturale che è già ben più di un passo avanti rispetto alla nostra politica e alle nostre istituzioni. È una di quelle risorse fondamentali su cui si può ancora basare la speranza di un mutamento in meglio della nostra condizione storica.

Nel frattempo, tra le altre cose, continueremo a goderci la fioritura del romanzo storico sardo in tutte le sue espressioni, finché ne avremo voglia e finché esisterà. E pazienza se questo suona troppo “sardista” o “resistenziale”.

 

 

 

*Penso per esempio, tra i tanti, al paper di Dipesh Chakrabarty Postcoloniality and the Artifice of History: Who Speaks for “Indian” Pasts?, in “Representations, No. 37, Special Issue: Imperial Fantasies and Postcolonial Histories (Winter, 1992), pp. 1-26, University of California Press.
**Come la recente trilogia di Marcello Fois: Stirpe (2009), Nel tempo di mezzo (2012), Luce perfetta (2015), tutti pubblicati da Einaudi.

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