Dell’uso politico della storia e di chi lo fa

La disciplina storica aspira alla massima correttezza scientifica, ma non può fare a meno di sconfinare nel territorio della politica. Bisogna vedere come lo fa.

Una caratteristica della storiografia sarda accademica è la propensione alla prudenza politica. È una caratteristica pressoché innata, dovuta alla sua natura (per lo più) di voce organica all’apparato di dominio vigente nell’isola, di cui l’organizzazione del sapere in Sardegna fa parte.

Anche le voci più autorevoli, ascrivibili all’ambito progressista e di sinistra, hanno sempre mantenuto una condotta di ligia lealtà al partito di riferimento e/o agli apparati del potere culturale.

Il che si è quasi sempre tradotto in un conservatorismo di fatto e in posizioni politiche centraliste, a volte apertamente anti-sarde, regolarmente ostili verso ambiti politici estranei agli assetti politici dominanti in Italia, specie se di matrice sardista o indipendentista.

Non dipende tanto, o non solo, dalla cattiva preparazione o dalla soggettiva disonestà dei singoli storici, ma – a monte – dal tipo di selezione che l’egemonia culturale nazionalista italiana ha sempre svolto in quest’ambito di studi.

A tale “pressione ambientale” gli storici sardi hanno sempre risposto – in perfetta consonanza con le più tipiche dinamiche coloniali – presentandosi come quelli più realisti del re.

Una delle preoccupazioni più insistenti della storiografia isolana, dunque, è da sempre quella di costruire una narrazione delle vicende sarde che non metta in discussione la necessità della dipendenza dell’isola da un centro di potere esterno.

A tal fine si è sviluppata una notevole capacità di filtro e di aggiustamento delle fonti, di ricostruzione tendenziosa dei fatti, di omissione o sminuizione dei processi storici più problematici.

Gli esempi in questo senso sono molteplici e hanno sempre goduto di buona stampa.

Non sto parlando di fenomeni del passato, ormai superati da una maggiore consapevolezza.

Prendiamo come ennesimo esempio una pubblicazione di questi ultimi mesi, il notevole volume pubblicato da Ilisso, di Nuoro, sulla Brigata Sassari (AAVV., La Brigata Sassari. Storia e mito, 2016).

Naturalmente il tema della Brigata Sassari è uno dei più sensibili, è uno dei pilastri portanti del nostro mito identitario subalterno.

Ricostruirne storicamente le vicende, il retroterra, il contesto, ecc. è un’operazione senz’altro meritoria, per altro da tempo auspicata. Non è nemmeno in discussione la preparazione e la qualità soggettiva degli autori. Perciò questa pubblicazione ha una rilevanza indubbia, nel panorama storiografico di questi anni.

Poi però ne leggiamo l’apparato di presentazione e il lancio di stampa e ci appaiono sotto gli occhi, per l’ennesima volta, le solite, trite cornici concettuali.

Nel sito dell’editore, ad esempio, possiamo leggere questa nota (grassetto mio):

Uno studio particolare e inedito, volto a far luce sulla storia complessiva di questi “intrepidi” che tanto si distinsero da assurgere, attraverso le loro gesta eroiche, ad autentico mito e che oggi continuano a distinguere questa istituzione, composta da un numero ristretto e qualificato di professionisti, in operazioni di pace oltre al territorio nazionale.
Sedici qualificati autori ripercorrono in questo libro composito i molteplici aspetti che hanno contribuito a fare grande e a tramandare il mito dei Diavoli Rossi.
Una lettura multidisciplinare, oltre 250 tra fotografie, cartoline, riproduzioni di cimeli e documenti, frutto della ricerca nei principali archivi pubblici privati ne fanno un’opera che restituisce in toto un segmento importante della storia nazionale della Grande Guerra indissolubilmente legata all’identità del popolo sardo.

È evidente quale sia il contesto ideologico di riferimento. Un’opera presentata come utile a estrarre le vicende della Brigata Sassari dal mito che invece (secondo questa interpretazione) ce le riprecipita senza pietà.

La stessa continuità storica istituita tra i fanti sardi della Prima guerra mondiale (sempre intrepidi, sia chiaro, guai a non sottolinearlo) e l’attuale formazione della Brigata Sassari è un’operazione che suona sgradevolmente propagandistica.

A corredo di questa presentazione fatta direttamente dall’editore aggiungo il pezzo giornalistico che ne da conto, tratto da SardiniaPost (anche qui, grassetto mio):

[…] la storia di questo manipolo di “intrepidi” non accetta semplificazioni, non può essere letta separatamente dalla storia della Sardegna. É [sic!] la metafora di un popolo che ha dovuto fare tanta strada, versare tanto sangue per essere accettato a pieno titolo fra quelli “civili”.

E ancora:

La storia della Brigata Sassari ci indica una strada che non ti aspetti, lontana dalla retorica della guerra e della morte. Ci indica anzi un percorso di riscatto sintetizzato dal loro grido di battaglia, oggi fatto ostaggio dalla politica. Un grido che, se lo liberiamo dalle catene della strumentalizzazione a buon mercato, è la strada su cui possiamo costruire, se lo vorremo, il nostro futuro di popolo: forza [sic!] paris, avanti insieme.

Come si vede, si tratta sempre di un materiale scottante, che non si riesce a maneggiare senza opportuni accorgimenti, incastrandolo forzatamente dentro categorie politiche rassicuranti.

Sembra che nessuna conoscenza storica relativa alla Sardegna possa essere lasciata libera di dispiegare le sue connotazioni, i suoi richiami, l’intero spettro di senso che racchiude.

Bisogna sempre imbrigliarla e ammansirla, condurla su una strada prestabilita.

Mi vengono in mente, in proposito, i timori di Girolamo Sotgiu, espressi quando dovette scrivere la sua versione dei fatti rivoluzionari sardi e in particolare della famosa giornata del 28 aprile 1794 (Storia della Sardegna sabauda, Laterza, 1984, pag. 162).

Sotgiu esprimeva il timore che il racconto di tali fatti potesse essere strumentalizzato politicamente. Ma non in termini generici, quanto in direzione di una critica radicale agli assetti politici vigenti.

La percezione di quanto la conoscenza stessa delle nostre vicende storiche più significative possa risultare politicamente imbarazzante per l’assetto di dipendenza e di sottomissione della Sardegna odierna è una costante della storiografia sarda.

Per questo il timore di Girolamo Sotgiu si è sempre tradotto in realtà, ma col segno rovesciato. La storia sarda è sempre stata strumentalizzata politicamente in direzione della sottomissione dell’isola.

Lo schema favorito delle ricostruzioni storiche istituzionali, entrato nel senso comune di tanti sardi, è che la colpa dei problemi strutturali della Sardegna è dei sardi medesimi, del popolo sardo, in quanto inadeguato, arretrato, barbaro. Per questo (giustamente) sempre sconfitto.

Non entrano in discussione né i fattori storici generali, né il ruolo delle élite dominanti sarde, riprodottesi di epoca in epoca e prosperate sempre all’ombra di un potere esterno che le ha selezionate e garantite.

È un rovesciamento – evidentemente di comodo – delle responsabilità politiche e dei rapporti di classe dell’epoca contemporanea. Funzionale dunque alla perpetuazione dell’assetto di dominio emerso dalla sconfitta della Rivoluzione sarda.

Non è dunque il motto dei sassarini al fronte (Fortza paris!) ad essere in pericolo di “strumentalizzazioni a buon mercato”, ma l’intera vicenda della Brigata e in generale tutta la storia sarda nel suo complesso, in particolare riguardo alle epoche più recenti.

A maggior ragione emerge come un segnale di segno contrario la recente riflessione di Andrea Pubusa (giurista, non storico, com’è evidente, ma civilmente impegnato) a proposito del libro di Francesco Casula sui rapporti tra la Sardegna e i Savoia.

Libro questo decisamente militante, ma in termini espliciti, non mistificatori né falsamente neutrali. E, in ogni caso, un testo ampiamente documentato e dall’impianto metodologico e narrativo difficilmente contestabile.

Una risposta alla pavidità e alla cortigianeria tipiche di gran parte della storiografia ufficiale sarda.

L’opera del prof. Casula, naturalmente, è meritoria. Ma è proprio il fatto che anche settori della società civile sarda più qualificata – di solito anch’essi organici all’apparato politico dominante – facciano qualche passo sulla strada di una diversa lettura delle nostre vicende collettive ad essere un segnale positivo.

Non mi spingo fino a illudermi che abbia finalmente perso consistenza la mia valutazione del ruolo degli intellettuali sardi contemporanei, ma credo di poter fare uno sforzo di ottimismo.

È questo – insieme ad altri – un segnale di possibile ricostruzione di un tessuto culturale e civile meno subalterno e giustificazionista, più democratico ed emancipativo, anche in ambiti fin qui tiepidi verso una messa in discussione degli assetti politici attuali.

Il suo valore consiste nell’essere appunto esterno ai soliti circoli politici e sociali che fin qui hanno animato il dibattito e la mobilitazione a favore del nostro riscatto democratico collettivo.

Riscatto democratico che è l’interesse principale e necessario di chiunque sull’isola non intenda morire dell’agonia coloniale che contraddistingue questo scorcio della nostra storia.

Una necessaria condizione preliminare di qualsiasi discorso più ampio di autogoverno e autodeterminazione.

Chissà che questi segnali non si traducano presto anche in un miglioramento (qualitativo e quantitativo) della nostra storiografia.

4 responses

  1. Bell’articolo Omar.
    “Riscatto democratico che è l’interesse principale e necessario di chiunque sull’isola non intenda morire dell’agonia coloniale che contraddistingue questo scorcio della nostra storia.Una condizione preliminare di qualsiasi discorso più ampio di autogoverno e autodeterminazione.” Ecco, non vorrei fare il guastafeste, però non so a te, ma a me è venuta in mente la legge elettorale sarda attuale, che la democrazia rappresentativa la vede col binocolo. Se non si ha un barlume di speranza di avere rappresentanza politica, come si spera di attuare tutto il resto? Mi rendo conto di essere off-topic e me ne scuserai,

    • È off-topic, Andrea, ma è un problema reale. La questione della legge elettorale troppo spesso sconfina sul terreno dei tecnicismi giuridici. Invece è fondamentale proprio per il problema della rappresentanza democratica. Come saprai, anche le proposte di riforma rimangono dentro la stessa cornice di conservazione dei rapporti di forza attuali. Anzi, sembrano il classico rimedio peggio del danno. Ma il tema merita di essere affrontato a parte e con la dovuta attenzione. Bisognerà riparlarne.

  2. Bisogna tenere conto anche di precedenti figuracce, vedi le false carte d’Arborea.
    Per il resto condivido l’opinione di studiosi poco coraggiosi, a parte Ugas e pochi altri

  3. Un’artìculu galanu a beru, comente totu sos àteros de su blog.

    Pagos meses faghet est essidu unu “fumetto” puru, “Dimonios – La leggenda della Brigata Sassari”. Non l’apo letu, ma apo letu s’artìculu in s’Unione Sarda de su 04/10/2016 (https://www.facebook.com/MontePramaBlog/photos/a.1033527216687222.1073741843.502387699801179/1224330407606901/?type=3&theater): “Insomma, se i greci avevano gli spartani delle Termopili, la Sardegna può contare sui Sassarini, assurti a vero e proprio mito: nelle tavole del fumetto essi vengono affiancati ai guerrieri nuragici, eredi di una tradizione di secoli”. (…) “Una tempra eroica fomentata dal “forte senso di gruppo”, dovuto al fatto che la Brigata era l’unico reparto composto quasi unicamente da sardi, e al desiderio di risultare “sos primos de sa zente italiana”, quando per tanto tempo ci si era sentiti come gli ultimi”.

    Sa prefatzione de “Dimonios” l’at iscrita su Generale Arturo Nitti, Cumandante de sa Brigata Sassari (http://www.esercito.difesa.it/comunicazione/Pagine/dimonios_160922.aspx):
    “I Sardi sono straordinariamente orgogliosi della “loro” Brigata, creata per combattere il primo conflitto mondiale e per essere sciolta alla fine del medesimo: essa ha compiuto il primo secolo di vita, rimanendo presente nel panorama dell’Esercito Italiano grazie al valore dimostrato dai Dimonios della prima ora. La regionalizzazione ormai storia ha creato anche la corrispondenza “Brigata Sassari uguale Sardegna”. L’equazione trova risposta nel fatto che la Brigata ha sempre incarnato la cultura sarda, che di fatto ha pervaso il modo di operare dei suoi soldati, rendendola peculiare nell’agire a “sa sarda”. (…) “Effettuando un salto di cento anni, l’impiego all’estero della “Sassari” in Afghanistan, Iraq, Somalia, Gibuti, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Albania, Macedonia e Libano fornisce testimonianza sia di quanto i Dimonios hanno fatto e continuano a fare, sia dei valori che hanno sempre caratterizzato la gente di Sardegna. La forza della Brigata continua a risiedere nella “truppa”: i Sassarini di oggi hanno ereditato e mantengono le stesse qualità e virtù dei loro antenati. Sono coraggiosi professionisti con il senso della Patria, del dovere, della comunità e con uno straordinario Spirito di Corpo, operando sempre fianco a fianco (come recita il motto “Forza Paris”): sono “caporali che sarebbero capaci di guidare una compagine d’assalto”.

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