Un viaggio che non promettiamo breve (WuMing1), un libro necessario

Immagine di copertina di Zerocalcare

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Può un libro sulla Val si Susa (Piemonte) essere non solo interessante ma anche bello, e per giunta chiamare in causa la Sardegna? Direi proprio di sì. Leggere per credere. 

Prima cosa: Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav, di WuMing1, è un libro bellissimo. Il che, trattandosi di una disamina lunga, articolata, documentata, su una questione complessa e di – ormai – lunga durata, è già un risultato notevole.

La bellezza non è solo e tanto estetica. Certo, la resa narrativa ha il suo peso e qui si evidenzia tutta l’arte di chi può coniugare in modo efficace formazione storica e sapienza letteraria. Doti indispensabili, vista l’enorme mole di materiale con cui confrontarsi.

Ma la bellezza ha a che fare, forse soprattutto, con la vitalità del racconto, col fatto di essere una narrazione schierata, partigiana, emotivamente coinvolta. E in ogni caso (o forse proprio per questo) pienamente onesta.

UVCNPB non è solo un saggio sulla storia del movimento No Tav della Val di Susa. È anche questo, beninteso, ma è anche e forse soprattutto qualcos’altro.

È un manuale politico, è un documentato atto d’accusa contro l’Italia contemporanea e contro un mondo soggiogato dall’incantesimo della massimizzazione del profitto ad ogni costo.

La vicenda della Val di Susa e della tratta ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe attraversarla emerge non solo in tutta la sua consistenza storica (fatti, personaggi, precedenti, contesto, testimonianze, atti d’inchiesta, sentenze, ecc.), ma nella sua fondamentale e inaccettabile assurdità.

È la vicenda di un’opera infrastrutturale senza altro scopo che quello di ingrassare imprese “amiche” e grandi “prenditori” con vagonate di denaro pubblico. Un’opera priva di qualsivoglia giustificazione pratica, imposta in modo autoritario e antidemocratico, per di più con un uso massiccio della forza (con costi annessi, anche qui). Ovviamente, accompagnata dalla complicità dei mass media principali. Il tutto contrastato da una mobilitazione generalizzata, ampia e trasversale della popolazione interessata. Una storia degna di un romanzo distopico.

Farne emergere l’inaccettabilità civile, politica ed etica è quanto mai doveroso, a meno che non si faccia parte del sistema che si alimenta e si riproduce tramite questi mostri dalle tante teste e dai mille stomaci famelici.

Lo scampato pericolo del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso non deve creare illusioni. La pulsione rapace a impadronirsi di tutto, vita e luoghi compresi, per estrarne fino all’ultima oncia di valore, domina ancora l’Italia, l’Europa e il globo intero.

Lo spostamento a destra dell’asse politico mondiale non migliorerà di certo la situazione, a dispetto di quanto sembrano ritenere persino alcuni marxisti.

E del resto, la stessa vicenda del Tav Torino-Lione e della mobilitazione che gli si oppone non è ancora conclusa.

Ma in questo libro c’è un respiro più generale, una carica politica che spinge per infrangere confini veri o presunti. Il che probabilmente è dovuto all’esemplarità della vicenda della Val di Susa.

Per esempio, ci mostra che non tutto è scritto e che lottare collettivamente per obiettivi giusti, condivisi, emancipativi, non solo serve ma può essere anche bello, appagante (moralmente ed esteticamente appagante) ed avere successo.

Ci dice che tante lotte, in giro per il mondo, in fondo sono un’unica lotta e che è più importante capire da che parte del fronte si sta, piuttosto che lasciarsi irretire dal risiko della geopolitica (da social network).

Le situazioni, i luoghi, le collettività umane coinvolte, le dimensioni delle questioni differiscono gli uni dagli altri per caratteristiche specifiche e per modalità di sviluppo dei conflitti. Ma le dinamiche di fondo tendono a somigliare e i rapporti di forza e gli interessi in ballo sono della stessa natura.

Ancora, suggerisce che lottare per la propria gente e per il proprio territorio non ha a che fare per forza con chiusura culturale, xenofobia, egoismo, ma che anzi può essere l’esatto opposto.

Mostra quanto sia importante far riemergere la forza – fondamentale nell’evoluzione e nella perpetuazione della specie umana – dell’intelligenza collettiva e del suo collegamento con l’ambiente in cui si vive, contro il puro meccanismo del saccheggio e del dominio cleptocratico.

Questo libro, con la sua lucida visuale politica di fondo, ha molto da suggerire nello specifico anche ai Sardi.

Sappiamo che la Sardegna è una sorta di enorme Val di Susa, minacciata non da un solo, sia pur grande, progetto, ma da tanti. Una minaccia più pervasiva, duratura, meno sensazionale. E molto meno raccontata.

Eppure basterebbe sommare le informazioni sui siti industriali compromessi e sulle attività belliche e l’occupazione militare, il land grabbing in corso, i dati demografici, i dati economici, la condizione dei trasporti, dei servizi alla persona e delle infrastrutture civili, metterci insieme l’inadeguatezza evidente della politica istituzionale, la pochezza della classe intellettuale e accademica, la debolezza (ma in molti casi parlerei di organicità conclamata) dei mass media principali e il depauperamento culturale in corso ed ecco che la situazione emergerebbe nella sua evidente drammaticità.

Dove sta caso mai la diversità con la mobilitazione della Val di Susa? Sta più che altro in una differenza di scala e di condizioni oggettive, ma sta soprattutto nella nostra mancata capacità (fin qui) di mobilitare tutti gli anticorpi di cui disponiamo, tutte le risorse sane e virtuose pure esistenti sull’isola contro il mostro (l’Entità) che la sta divorando.

Forse si tratta innanzi tutto di capire meglio noi stessi. Una delle domande a cui WuMing1 intendeva trovare risposta con questo lavoro era: perché in Val di Susa e non altrove?

Una risposta è quella che segue:

Quel che la valle aveva era un patrimonio di storia e storie riattivate dalla lotta, un rapporto tra presente e passato che poteva servire da ispirazione, ma solo se ciascuna realtà avesse riscoperto il proprio passato, fatto riemergere le contraddizioni sepolte che continuavano a smuovere il terreno sotto i piedi, fatto leva sulle peculiarità storiche, geografiche e sociali del proprio ambiente.
(pag. 250)

Qui c’è una lezione importante per la Sardegna. Che può essere corroborata con un esempio pratico tutto nostro, molto recente e molto esemplificativo: quello della lotta della popolazione di Arborea contro la SARAS, sul famigerato “Progetto Eleonora”.

La lotta di Arborea alla fine ha avuto successo perché si basava sulla storia del luogo e della sua comunità, sulle sue peculiarità produttive e sociali, sulla capacità di mobilitare le risorse umane e simboliche disponibili nel conflitto contro questa manifestazione locale dell’Entità assetata di terra, acqua, linfa, sangue.

Dimostrazione che la risposta ipotizzata da WuMing1 è centrata. E andrebbe estesa e adattata all’intero contesto sardo.

Nella Val di Susa, anche in virtù di questa sua caratteristica mnemonica collettiva, sono falliti miseramente anche espedienti che altrove, spesso, ottengono il più ampio successo.

Ecco un’altra trappola che in Val di Susa si era cercato di far scattare: quella delle «compensazioni»[…].

Di cosa si tratti, in Sardegna dovremmo saperlo bene:

[…] ti porto via il territorio in cui vivi in cambio di soldi, danneggio l’ambiente […] ma ti pago, possibilmente poco, meglio niente. E le compensazioni proposte ai Valsusini, oltre ad essere ben poca cosa, sono davvero particolari: ci sono e non ci sono, appaiono e scompaiono, a giorni alterni.
(Testimonianza di Giovanni Vighetti, pag. 281)

Fischiano le orecchie a qualcuno, dalle nostre parti?

Non mancano nella vicenda valsusina il continuo ricatto occupazionale, l’enfatizzazione delle potenzialità di sviluppo e la stigmatizzazione della pretesa opposizione al medesimo.

Né mancano, naturalmente, i tentativi di criminalizzazione. Con toni che abbiamo sentito usare fin troppo spesso in Sardegna contro il movimento indipendentista e quello contrario all’occupazione militare e alle attività belliche.

Una serie di dispositivi e di meccanismi sociali che ci è molto familiare e che in Sardegna ha funzionato a lungo (e tuttora sussiste). Eppure niente di tutto ciò è servito a fermare la resistenza No Tav in Val di Susa.

Una conferma che insistere sull’importanza della riappropriazione storica è quanto mai fondamentale. La ri-connessione (anche linguistica) con la nostra terra e con le vicende che l’hanno percorsa è un fattore politico decisivo. Processo vitale da sostituire alla mitologia tossica, coloniale, mortifera che ammorba il nostro autoriconoscimento identitario.

In Sardegna, certo, non abbiamo una memoria della Resistenza, che sull’isola non è avvenuta, né diffuse esperienze di lotte sindacali, come quelle dei ferrovieri e degli operai della Val di Susa.

Purtroppo oggi come oggi parlare di sindacati in Sardegna equivale ad evocare manifestazioni rumorose quanto autoriferite, periodiche peregrinazioni in cerca di assistenzialismo, rinuncia a dotarsi di una visione politica più ampia della propria mera e inerte sopravvivenza. Senza considerare le opache complicità con centri di potere clientelare e altri aspetti non proprio degni della secolare lotta sindacale sarda (ed extra-sarda).

Ma non ci sono affatto estranei i movimenti sociali, le rivolte popolari, le esperienze di condivisione e cooperazione. E vantiamo una storia rivoluzionaria di cui pochi altri popoli dispongono nella stessa misura e portata.

Ma ne sappiamo troppo poco e spesso quel che sappiamo è tremendamente riduttivo o completamente errato.

Un’altra lezione dell’esperienza No Tav valsusina è che la rassegnazione non paga. È invece evidente quanto sia indispensabile proseguire e caso mai inasprire la lotta democratica per una prospettiva di riscatto storico dell’isola. Occupando tutti gli spazi sociali e politici possibili. Facendo tutto il necessario e non un grammo di meno. Questo è palesemente l’unico orizzonte politico sano e propositivo a cui guardare.

Fare tesoro delle esperienze altrui è sempre importante. Non solo delle altre nazioni senza stato o degli altri popoli in condizione di minorizzazione e subalternità, ma anche delle lotte sociali e collettive di realtà apparentemente distanti dai nostri problemi. Chiaramente, adattandone pratiche, soluzioni e andamento alla nostra realtà storica e geografica.

Nessun altro, all’infuori di noi, si prenderà cura della nostra sorte collettiva. Né delegarne la cura a qualcun altro, a qualche “governo amico”, così come a qualche salvatore della patria, risolverà alcunché.

Queste considerazioni bastano e avanzano per fare di UVCNPB un testo importante e fecondo di ragionamenti e spunti di riflessione. Un libro quanto mai necessario, al di là del suo contesto di riferimento e – nel nostro caso specifico – dei suoi stessi intendimenti. Un libro che confido possa essere presentato anche in Sardegna nei mesi che vengono, con tutta l’attenzione che merita.

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