Post referendum in Sardegna: conseguenze e prospettive

Com’era da prevedere, il referendum costituzionale lascia sul campo vinti e vincitori ma soprattutto mette a nudo questioni politiche irrisolte.

Del resto, era uno snodo politico, non certo semplicemente giuridico. Al contrario di quanti pretendevano che si discutesse “nel merito”, intendendo per merito – arbitrariamente – la lettera delle modifiche costituzionali proposte, senza le loro implicazioni e le loro evidenti connotazioni ideologiche.

Se pensiamo al profluvio di risorse impiegato nella campagna per il Sì, alle pressioni, alla mobilitazione di clientele, ai ricatti, alle adesioni pubbliche di tanti amministratori e dei vertici istituzionali (non del tutto legittime, per altro, ma tant’è), alla complicità nemmeno tanto tacita del mondo universitario, a quella dell’intellighenzia ufficiale e dei mass media, il risultato sardo non può che colpire.

In Sardegna emerge chiaramente non tanto l’attaccamento romantico dei Sardi per la Costituzione repubblicana, quanto prima di tutto l’ostilità verso il governo italiano e verso quello regionale e in generale la difesa dell’autonomia.

Sono aspetti che vanno valutati correttamente, senza indulgere nell’errore di attribuire il risultato a questa o quella sigla politica.

Su questo fronte è stato surreale vedere con quanta sfacciataggine in tanti si siano attribuiti meriti non guadagnati sul campo. Con la partecipazione attiva del sistema mediatico sardo, si è cercato immediatamente di ridisegnare lo scenario in modo da attenuare la portata innovativa del risultato referendario.

I veri protagonisti della campagna del No (i comitati, i movimenti di base, molti spezzoni della sinistra italiana e autonomista, gran parte degli indipendentisti) sono scomparsi, a vantaggio di sedicenti vincitori, ben ammanicati con l’apparato di potere sconfitto, ma fantasiosamente propensi a spacciarsi per i suoi più strenui oppositori.

Ma questo è comprensibile. Un sistema di potere consolidato ma ormai debole mostra un ulteriore passo verso la disgregazione. Ora cerca di mettere pezze dove e come può.

In questo senso, il referendum e la relativa campagna sono stati un opportuno strumento di chiarificazione politica. La linea del fronte si è precisata. Lo spartiacque si è allargato. I due fronti però sono diversi e non mancano le variabili impazzite.

Il fronte della conservazione, dei partiti proconsolari, dei podatari, del sindacalismo padronale e/o corrotto, della dipendenza patogena, degli affari opachi e delle speculazioni neo-coloniali si sta sfaldando, è vero. È percorso dalle faide tra bande e dall’assenza di una leadership chiara. Ma ha ancora in mano tutte le leve del potere, formale e informale, e gode di un forte appoggio esterno. In ogni caso, è capace di ricompattarsi alla bisogna, a difesa dello status quo o in funzione di qualche salto in avanti di natura reazionaria.

Il fronte opposto è molto meno coeso. Ne fanno parte la residua sinistra senza fissa dimora, gli indipendentisti democratici, i comitati territoriali e tematici (specie ambientalisti), spezzoni della società civile, movimenti civici, animatori culturali.

C’è anche una nebulosa politica meno facilmente collocabile popolata di poujadisti (incarnati fino a qualche tempo fa dai “zonafranchisti”), di nazionalisti e/o razzisti (a volte coincidenti o vicini a fenomeni neo-fascisti, a volte di matrice più marcatamente sarda e dichiaratamente indipendentista), reduci del berlusconismo (in via di riciclaggio o meno), borderline livorosi. In quest’area alligna in larga misura la simpatia per il Movimento 5 Stelle, anche se non è questa l’unica componente del suo potenziale consenso (per ora labile e per lo più teorico).

Lo scenario insomma, a parte il discrimine generale di cui sopra, è tutto fuorché ben definito. Ciò che è definito è la grande aspettativa di riscatto non subalterno che emerge dalla cittadinanza, al di là delle appartenenze di partito (sempre più flebili). Ed è anche la pretesa di risposte concrete, non di slogan, promesse, passerelle mediatiche.

Le risposte che bisognerebbe dare sono di natura sia strategica sia tattica, ma comunque non istintive e nemmeno contingenti.

Mi fa abbastanza specie, per dire, che si sia individuato come possibile sbocco dell’esito referendario la riscrittura dello statuto sardo. Mi sembra un errore notevole. Spiego perché.

Lo statuto sardo è una legge costituzionale. È già stupefacente che promuova la sua riformulazione anche chi sul referendum era schierato per l’astensione, in quanto riguardante la costituzione italiana (quindi dello stato oppressore). Non occuparsi della costituzione italiana ma voler riscrivere una legge costituzionale italiana sono due asserzioni che collidono tra di loro. Mistero.

Altre posizioni (come quella sul blog di Anthony Muroni) suonano meno cervellotiche e più circostanziate. Tuttavia anche sul lato pragmatico questa proposta mi pare debole (e potenzialmente fuorviante).

Riscrivere lo statuto significa che prima si sia raggiunto un accordo almeno ampio, se non unanime:

1) sulle modalità di riscrittura (assemblea statutaria? riscrittura in consiglio regionale? e nel caso quale consiglio, quello attuale o il prossimo?);

2) sui contenuti da metterci dentro (modifiche puntuali su qualche aspetto? riscrittura totale? e, se sì, in che termini? il massimo di sovranità ottenibile dentro l’ordinamento italiano? forzature esplicite in prospettiva indipendentista?).

Questa doppia condizione in questo momento non c’è e temo che sarà comunque molto difficile da ottenere a breve.

Inoltre, se e quando si risolvesse questo nodo, niente garantisce che il nuovo statuto verrebbe approvato ed entrerebbe in vigore. Non in tempi utili, comunque.

Per approvare un nuovo statuto – legge di rango costituzionale, ricordiamolo – serve il beneplacito del governo e come minimo il nulla osta del presidente della repubblica, ma soprattutto deve passare il vaglio delle due camere in doppia seduta (è il parlamento che deve approvarlo). Naturalmente, sempre che la Corte Costituzionale non abbia niente da ridire.

Onestamente, dedicare anni di discussioni e di lavoro per arrivare a un esito che si preannuncia comunque negativo (perché, facciamocene una ragione, sarebbe sicuramente negativo) non mi sembra l’opzione politica preferibile.

Ma – si dirà e ne convengo – può essere la giusta sollecitazione di un dibattito, di una rinnovata mobilitazione democratica. E che lo statuto sardo sia obsoleto e inadeguato non lo scopriamo adesso.

Questo aspetto non è campato in aria, insomma. Discuterne è lecito, forse necessario, ma a patto che nel frattempo si faccia altro.

Ossia, si lavori a costruire uno spazio democratico in cui abbiano cittadinanza e possano esprimersi tutte le forze sociali, culturali e politiche che condividono un’agenda di priorità, un apparato di valori di riferimento, un orizzonte generale entro cui muoversi.

Lo statuto potrebbe essere usato come base di discussione. Si potrebbe allestire una open conference, o analoga occasione partecipativa, ben strutturata e gestita in termini professionali, in cui analizzare le partite strategiche della Sardegna alla luce delle competenze attuali, per creare una piattaforma comune di azione.

Come visto tale fronte politico esiste già e il referendum lo ha costretto a lavorare nella stessa direzione, anche se in modo non coordinato (a rischio di disperdere le energie e di vanificare il risultato).

Se riuscirà a trovare una formula di confronto propositivo, prima ancora di parlare di liste e candidature, da lì si potrà costruire il vero polo politico alternativo ai soliti schieramenti italiani, ormai in rotta, e all’eventuale franchising sardo del movimento di Beppe Grillo (posto che si materializzi non episodicamente in Sardegna).

Gli obiettivi dovranno essere chiari, le modalità limpide, i filtri etici e politici abbastanza selettivi. Ma non siamo all’anno zero, su questa strada.

Se prima o poi si arriverà a discutere della relazione formale tra stato italiano e Sardegna, si arriverà su posizioni di forza e con un consenso popolare solido e certificato e non senza prima aver messo mano ai problemi strutturali dell’isola.

Le fughe in avanti non servono, se non per perpetuare lo status quo. La diffidenza reciproca e l’egoismo nemmeno. Intendiamoci, non sarà facile ricostruire uno spazio politico democratico. È anche difficile trovare una base sociale di riferimento già pronta, al momento.

Nondimeno non vedo cos’altro ci sia da fare. Non solo e non tanto per valorizzare la mobilitazione referendaria, quanto per dare una risposta seria e propositiva a una cittadinanza sarda debilitata da condizioni materiali, morali e culturali disperanti, e in pericolo di perdere ancora diritti, possibilità di vita, prospettive.

La situazione è difficile e non basta certo l’esito referendario a migliorarla. Si trattava pur sempre di resistere al peggio in arrivo, ma il peggio in un modo o nell’altro arriverà lo stesso. Sempre che non opponiamo ad esso una risposta forte, popolare, democratica e con radici ben piantate in Sardegna, già dentro le condizioni politiche esistenti.

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