Il referendum costituzionale come occasione di svolta

È interessante analizzare come si sta declinando in Sardegna il dibattito sul referendum costituzionale.

Benché naturalmente la discussione e le posizioni siano polarizzate nei due campi del sì e del no, con poche eccezioni astensioniste, c’è anche una articolazione interna ulteriore, sull’isola. Riguarda la questione dell’autonomia, dei suoi limiti, della sua salvaguardia e del suo eventuale incremento.

La questione attraversa sia il campo del sì sia quello del no, ma in questo secondo è più presente. Non solo è molto presente ma lo è anche in senso opposto a quello dato alla questione dal fronte del no in Italia.

Autorevoli esponenti del fronte che si oppone alla riforma costituzionale, sia in ambito politico sia in ambito giuridico, sostengono infatti che una delle pecche da evitare è il mantenimento nell’ordinamento dello stato, sia pure temporaneo, degli statuti speciali (per es. qui).

Il fronte del sì in Italia a sua volta è compattamente e dichiaratamente ostile sia al regionalismo sia, a maggior ragione, alle autonomie speciali. Essendo queste di natura e fondamento non omogeneo, il governo gioca al divide et impera, assicurando ad alcuni la salvaguardia delle prerogative (in particolare a Süd-Tirol e Val d’Aosta) e riservandosi di agire sugli altri in modo più o meno persuasivo, a riforma costituzionale fatta.

Il fronte del sì in Sardegna usa invece la momentanea sospensione dell’efficacia della nuova costituzione sulla Sardegna come grimaldello propagandistico a proprio favore.

Come si vede, un bel garbuglio, dovuto anche all’oggettiva opacità delle nuove previsioni costituzionali proposte.

Senza entrare nel merito delle argomentazioni dell’uno e dell’altro campo (e del resto la mia opinione è già nota), vorrei mettere in rilievo il fatto stesso che in Sardegna la questione dell’autonomia è oggi, come in poche circostanze prima d’ora, al centro del dibattito pubblico.

Per lo più si enfatizza la necessità di non perdere lo status di regione autonoma. Su questo concordano i fautori del no al referendum, compresa la larga maggioranza degli indipendentisti, ed anche diversi esponenti del fronte del sì (lasciamo perdere se strumentalmente o in buona fede).

Mi chiedo se si sia riflettuto su questa circostanza. Perché risulta così necessario salvare l’istituto dell’autonomia, pur nella consapevolezza dei suoi limiti e della sua debolezza? E perché si sente con così grande chiarezza che la questione è decisiva?

Sono interrogativi che bisognerebbe porsi, anche per non rimanere impreparati davanti agli esiti diretti e indiretti della tornata referendaria.

La consapevolezza che la Sardegna abbia necessità di una sua sfera di autonomia legislativa e amministrativa, di poter decidere da sé su importanti materie, di poter rivendicare legittimamente davanti allo stato una propria soggettività storica e giuridica, non è un fatto scontato.

La passione per l’autonomia è stata sempre tiepida in tanti attori dello scenario politico sardo. Persino gli autonomisti (fuori e dentro il PSdAz) col tempo si sono rassegnati a un tran tran para-coloniale e semi-feudale oppure hanno optato per obiettivi più radicali.

Oggi però si sta evidenziando, più che in passato, il rapporto di forza diseguale tra Sardegna e Italia ed emergono prepotentemente i nodi delle incompatibilità strutturali tra interessi collettivi dei Sardi e quelli nominalmente difesi dallo stato italiano e dalla sua classe dirigente.

Quale che sia il giudizio storico sulla stagione della Rinascita (fonte di finanziamenti cospicui e di un certo sostegno, sia pure “drogato”, all’occupazione e al reddito), una cosa è certa: è finita. E da un pezzo.

Dopo la sua fine, per tutti gli anni Novanta del secolo scorso, c’è stato un assestamento necessario nei rapporti tra stato centrale e Regione sarda. Assestamento che però ha sostanzialmente eluso le questioni nodali e ha sancito la decadenza politica complessiva dell’isola.

La stessa opinione pubblica è stata in larga misura distratta dalle narrazioni prevalenti nei mass media e nello scenario politico generale. Il berlusconismo e l’anti-berlusconismo l’hanno fatta da padroni. Del resto erano faccende che avevano riverberi diretti nei rapporti di forza anche interni alla classe dominante sarda.

Ma fin dai primi anni del nuovo millennio alcune questioni hanno acceso i riflettori sulla dialettica fin lì tenuta a bada, ma mai sopita del tutto, tra Sardegna e Italia. La questione delle scorie nucleari (2003) e poi la vertenza entrate, a cui si sono aggiunte via via la questione dei trasporti, la rapacità delle speculazioni di cui la politica sarda si è fatta tramite anziché ostacolo, la rinnovata e crescente ostilità verso le servitù militari, e via elencando.

L’attrito – per non dire la radicale inconciliabilità – tra necessità strutturali dell’isola e interessi promossi dalla politica italiana (il famoso “interesse nazionale”) si è costantemente accentuato.

Il collasso delle formazioni intermedie di massa (partiti, sindacati, associazioni di categoria), egemonizzate fino ad oggi dalle organizzazioni italiane, ha ulteriormente aperto il campo a visioni e consapevolezze meno legate a centri di interesse e di potere esterni.

È un processo in corso. La campagna referendaria di queste settimane sta facendo da catalizzatrice di tale fermento.

Non sta fornendo risposte conclusive su alcunché, beninteso, e del resto sarebbe sciocco aspettarselo. Ma sta servendo a chiarire alcune questioni, a metterne altre in una luce inedita, ad aprire prospettive di convergenza politica tra soggetti e sensibilità di diversa provenienza, magari mai troppo amiche, ma che ora si ritrovano schierate dalla stessa parte del fronte e con argomentazioni condivise.

A questo si sommano la diffusa insofferenza per l’improntitudine e l’inadeguatezza della giunta Pigliaru e la mancanza di qualsiasi fiducia in una alternativa interna all’attuale sistema politico istituzionale.

Il vero dibattito sul referendum per altro sta avvenendo già oggi fuori dai giochi tra maggioranza e opposizione rappresentate nelle istituzioni sarde. Perché il blocco storico che oggi le occupa non ha alcun altro obiettivo che perpetuare se stesso, vendendosi al padrone meglio disposto, pur di mantenere status sociale, prospettive di carriera ed accesso al giro delle relazioni che contano. Anche a discapito della Sardegna e dei Sardi medesimi (mai come oggi pedine sacrificabili).

Quale che sia l’esito del referendum, bisognerebbe cogliere l’occasione da esso fornita per non fermarsi qui. Il dibattito di queste settimane è una buona premessa per un allargamento della visuale.

Deve essere chiaro a tutti che la sorte della costituzione italiana non muta di una virgola la necessità storica di dotare la Sardegna di strumenti giuridici e politici adeguati alle sfide del presente e del futuro.

La nostra autonomia regionale è morta da un pezzo. Salvare il salvabile deve servire come trampolino di lancio per una nuova stagione costituente sarda, in cui sia chiara la posta in gioco.

Se al referendum del 4 dicembre prevarranno i no, l’autonomia attuale sarà salva, ma dubito che chi l’ha difesa potrà accontentarsene. Se dovessero prevalere i sì, la vertenza sarà ancora più drammatica, non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché.

Lasciando perdere gli estremi folkloristici e gli agenti di disturbo e tenendo anche conto delle diverse sensibilità e visioni ideologiche in campo, è da qui che bisogna ripartire immediatamente per non sprecare l’occasione fornitaci dalla banda di sconsiderati che domina oggi l’Italia.

Nessuno salverà la Sardegna da Roma o da chissà dove altro. Mi sembra che ormai sia sufficientemente chiaro.

Il problema dunque è il famoso “che fare?”. L’avvio di una stagione di discussione sull’istituto autonomistico, al fine di renderlo più intenso e più dinamico, senza escludere a priori nessun esito, potrà servire anche ad affrontare con piglio meno timoroso e dentro la giusta prospettiva storica i nodi strutturali della nostra convivenza civile e della nostra stessa sopravvivenza come popolo.

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