Celebrazioni fuori luogo e considerazioni inattuali

Nascondere le connessioni. Un ottimo modo per manipolare le coscienze e le opinioni pubbliche. Abbiamo sotto il naso eventi e processi strettamente legati tra loro, se non altro per consonanza, per analogia, se non per un medesimo rapporto causa-effetto, che facciamo fatica a scorgere. E allora qualche “considerazione inattuale” sarà forse utile.

Dato che oggi sarebbe la festa nazionale delle forze armate e dell’unità d’Italia quello che sto per scrivere suonerà o blasfemo o fuori focus. Invece sono ragionevolmente certo che tutto c’entri e tutto si tenga.

Dalla fine di agosto (più di due mesi) le popolazioni del Centro Italia sopportano una manifestazione sismica di intensità e durata notevoli. Alcuni hanno perso tutto: casa, cose, lavoro, relazioni, persone. I disagi sono grandi e per un numero cospicuo di cittadini.

È una situazione che si fa fatica a comprendere, se non la si vive direttamente. Non la si augurerebbe a nessuno.

Penso anche alle centinaia di morti che anche in queste ore trasformano un avventuroso viaggio di speranza in un funerale, nel nostro mare. Penso ai civili bombardati, brutalizzati, martoriati dalla guerra. Penso ai poveri e agli oppressi del mondo.

Ecco, quanti di quei bravi cittadini italiani che hanno perso tutto e ora attendono aiuto dagli altri hanno mai pronunciato parole di odio o di indifferenza per i derelitti di altre latitudini e provenienze, prima che toccasse a loro?

Si può essere certi che sia successo. Ed è un pensiero che al contempo disturba ma può rinforzare il sentimento di empatia e solidarietà.

Non è nemmeno una questione etica. È puro calcolo utilitaristico. Siamo una specie sociale, non campiamo se non dentro le relazioni coi nostri simili e tra noi e l’ambiente che ci ospita. Magari dovremmo ricordarcelo di più e più spesso, senza aspettare catastrofi e stragi a darci una botta di resipiscenza.

In questo contesto, celebrare oggi le forze armate e l’unità d’Italia appare una cosa paradossale. Si dirà, l’unità d’Italia vuol dire anche solidarietà, composizione delle diversità in un più ampio ambito civile e politico. Per cui i sardi per altro hanno combattuto e si sono sacrificati (eroicamente, non dimentichiamolo). E bla bla bla…

E non dubito che qualcuno, del governo o del partito della nazione, saprà cogliere la circostanza per fare un po’ di propaganda a favore della riforma costituzionale gradita agli establishment di USA, Germania e chissà chi altri, nonché da JP Morgan e – come dimenticarlo? – dalla vecchia (?) Loggia P2.

Del resto il nazionalismo in Italia è sempre stata una buona carta da giocare per i reazionari di ogni colore, e per i padroni in cerca di salvezza per la propria roba.

Magari anche in questa circostanza i Sardi dovrebbero sacrificarsi per “il bene della patria”. O vogliamo davvero garantirci dei privilegi impropri mentre gli “altri italiani” perdono spazi e strumenti di democrazia?

Fallacie logiche e cortocircuiti politici si affastellano sui media e nei social network. Ce n’è per tutti, a ogni latitudine.

Negli USA, per dire, non sono certo messi bene, con la farsa di elezione presidenziale che si ritrovano. Anche lì, blocchi di interessi fortissimi in competizione tra loro, ma dietro le quinte. Il proscenio è lasciato ai figuranti della società dello spettacolo.

C’è bisogno di bussole e di punti di riferimento.

Per come la vedo io, ogni ingiustizia e ogni forma indotta di diseguaglianza, di oppressione, di povertà materiale e immateriale va combattuta, ovunque si trovi e da chiunque sia generata.

In questo senso, mi appassionano poco le tifoserie geopolitiche, le propensioni fideistiche verso l’imperialista buono che contrasta l’imperialista cattivo, il parteggiare per un oppressore perché è nemico dell’oppressore che mi sta meno simpatico.

A tal proposito, mi fa specie la perdita di capacità analitica di molti eredi della tradizione socialista e comunista: che ne è stato dell’internazionalismo e della lotta mondiale degli sfruttati contro gli sfruttatori?

Non c’è niente di stabilito nella povertà e nella sottomissione di intere popolazioni. Non c’è nulla di naturale nella guerra e negli affari che genera. La povertà, le diseguaglianze, la devastazione della biosfera e della biodiversità (naturale e culturale), la sottomissione al profitto (di pochi) della vita di tutti non sono fenomeni inevitabili.

Così come non c’è nulla di scritto nella sorte della Sardegna. A patto di ricordarsi di pensare sempre un passo più in là della cronaca di comodo ammannitaci dai media e dalle classi dominanti, di guardare a tutto come se ci riguardasse direttamente.

Prendere parte è necessario. Per salvarci. Prendere parte sulle nostre cose prossime ed avere lo stesso criterio per le cose lontane. Quello che fa male a me fa male anche ai miei simili.

Se non si recupera quella che il vecchio Marx chiamava “coscienza di classe“, e che potremmo serenamente ribattezzare “coscienza delle nostre relazioni”, non ne usciamo vivi.

Il che significa che il razzismo e la negazione di sé come frutto di una storia particolare (autorazzismo) possono benissimo andare a braccetto, contribuendo a una spirale distruttiva e autodistruttiva. Come invece il senso della propria ubicazione nel tempo e nello spazio possono alimentare la partecipazione solidale alle disgrazie altrui.

Se questo vuol dire stare dalla parte dei perdenti, dei vinti, pazienza. Non significa però essere anche convinti (per parafrasare Cicitu Masala). A capire le cose non ci vuole chissà quale titolo di studio, se recuperiamo un po’ di sana intelligenza animale (come la chiamava Nietzsche).

Male che vada, andremo verso il baratro con più dignità e senza che ci si possa rimproverare di aver contribuito al disastro. E magari, se siamo in tanti, il disastro lo evitiamo. O lo attenuiamo. Raccoglieremo giusto quel che avremo seminato.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

diciannove − quattordici =