Storiografia sarda e foibe

E allora, le foibe?!

E allora, le foibe?!

La storiografia sarda non ha mai brillato per coraggio. Una delle zavorre più gravose da cui dobbiamo alleggerirci è la scarsissima conoscenza del nostro passato, la sua collocazione approssimativa nelle vicende europee e mediterranee, le vaste lacune che ne costellano la narrazione.

Tutte cose dette e argomentate, qui e altrove. È un problema serio, dai risvolti complessi e dalle conseguenze concrete notevoli, troppo sottostimate.

Fa ancora più specie perciò imbattersi in notizie come questa. Una giovane studiosa sarda dedica le sue ricerche alle vicende del “confine orientale” italiano e alla sorte delle popolazioni di Istria e Dalmazia nel secondo dopoguerra. La famosa faccenda del cosiddetto esodo e delle foibe (per sapere di cosa si tratta, un possibile punto di partenza si trova qui).

Un tema su cui in Italia da anni si sta costruendo una narrazione di comodo, molto nazionalista, parente stretta della narrazione dominante sotto il fascismo. Non a caso, è uno dei cavalli di battaglia della destra italiana (ivi compresi il presidente emerito Giorgio Napolitano e il PD). È un argomento molto trattato anche sui mass media.

Periodicamente viene rispolverato, specie nelle regioni italiane coinvolte, come strumento di distrazione di massa e come veicolo di facile consenso verso operazioni di bassissimo profilo politico ed etico.

Intendiamoci, non conosco il lavoro di Margherita Sulas e sono certo della sua acribia metodologica e della sua serietà. Non discuto di questo. Anzi, a lei, in quanto giovane studiosa di storia, vanno i miei migliori auguri. È una questione di principio.

Che in una università si dedichino risorse e intelligenze allo studio di questo tema non è strano né scandaloso. A patto che tale studio non risulti ideologicamente orientato, pericolosamente contiguo a certa propaganda politica di bassa lega (sì, è anche un calembour, se volete).

Ma qui c’è un’aggravante ulteriore. Che segnala un problema generale su cui mi pare opportuno sollecitare una riflessione.

Perché mai in una dipartimento di storia di un’università sarda si fa una scelta di ricerca del genere? Cosa spinge uno o più docenti a incoraggiare questo percorso? Non entra in pesante conflitto con le lacune della nostra storiografia, con l’inevasa mole di lavoro sui documenti ancora da studiare, con la mancanza di studi sistematici e di ricostruzioni metodologicamente corrette su periodi assai rilevanti della nostra parabola storica, in particolare riguardo all’epoca contemporanea?

Per di più il convegno internazionale a cui Margherita Sulas è stata invitata riguarda i “temi della verità negata e della manipolazione della storia”. C’era proprio bisogno di gettare lo sguardo a mille chilometri di distanza per trovare esempi che ricadano in questa fattispecie?

Mettere qualcuno a studiare – che ne so – il contesto e le conseguenze del Piano di Rinascita, o i documenti relativi alla Sardegna rivelati da Wikileaks (incrociandoli con altre fonti, naturalmente) sembrava troppo banale?

Lo studio della storia, fatto da personale qualificato, dentro le sedi preposte, con tutti i crismi accademici e le validazioni scientifiche del caso, è un fattore fondamentale della nostra capacità di collocarci nel tempo e nello spazio. Vale per tutti e dappertutto. In Sardegna ha una valenza ancora maggiore, per motivi su cui mi sono soffermato tante volte e che non riepilogo qui.

Questa scelta, dunque, chiama in causa l’organizzazione del sapere in Sardegna. Le università sarde hanno una responsabilità enorme nella precarietà in cui si dibatte l’isola. E non solo perché esprimono gran parte dell’attuale, disastrosa, giunta regionale.

Possibile che non se ne rendano conto? O peggio che non se ne diano proprio pensiero? Dobbiamo davvero rilevare, dolorosamente e per l’ennesima volta, che per molti versi sono ancora – e forse di più che in altri periodi – uno strumento di dominio, una fonte di dispositivi e pratiche normalizzanti?

Qualcuno sottolinea che si tratta pur sempre di università italiane in Sardegna. Lo penso e lo scrivo anche io, qualche volta. Eppure nutro ancora l’illusione che la sete di conoscenza, il metodo, l’onestà intellettuale, il senso di responsabilità civica vadano oltre questi aspetti.

Nessuna attività umana è fine a se stessa, tanto meno l’attività di ricerca nell’ambito delle scienze umane. Che in Sardegna si producano oggi questi paradossi imbarazzanti la dice lunga su tante cose, non solo sui problemi specifici delle nostre università.

Tra le tante questioni aperte e le sollecitazioni della cronaca quotidiana, credo che si possa trovare un posto anche per ragionare su questo tema.

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