Dominazioni o qualcos’altro? Parliamone

C’è un aspetto quasi del tutto ignorato nel dibattito storico sulla Sardegna, quello socio-economico, in tutte le sue declinazioni e implicazioni.

Di solito si discute di dominazioni e dominatori, con accenti e posizioni diverse, anche conflittuali, ma sempre dentro la medesima cornice concettuale.

Si assume che esistano da sempre da un lato una entità storica definita e monolitica (i Sardi) e un elemento esterno con cui tale entità ha interagito nel tempo, attivamente o passivamente, a seconda delle interpretazioni.

Così, esisterebbe una Sardegna prenuragica (definizione molto vaga, andando sostanzialmente dal lontano Pleistocene sino all’Età del Bronzo) e le realtà coeve con cui si assume che avesse o non avesse contatti. Esisterebbe una Sardegna nuragica, chiusa o aperta ai traffici, pastorale e conflittuale o navigatrice e pacifica, che a sua volta avrebbe avuto o no contatti con Altri (Egizi, Micenei, ecc.). Esisterebbe una Sardegna post-nuragica, di solito liquidata con la definizione di “fenicio-punica”, colonizzata e dominata da soggetti esterni. Poi una Sardegna romana e così via, lungo il corso dei secoli.

Da una parte la Sardegna, dall’altra qualcun Altro. La Sardegna molto più che i Sardi, sottolineo. Il che è piuttosto sorprendente, dato che fin dalle fonti più antiche di cui disponiamo è stata l’isola a prendere il nome dalla sua popolazione e non viceversa. L’Isola dei Sardi, viene definita infatti dall’Età classica fin dentro la Modernità, passando per il Medioevo. Ma questo se vogliamo è un altro problema. O forse un’altra parte del medesimo problema.

Quello che qui vorrei mettere in discussione è l’assenza da questo scenario di un fattore che invece mi sembra non solo storicamente molto concreto, ma anche decisamente rilevante, se non decisivo: l’articolazione sociale e culturale interna all’entità definita come Sardegna (o Sardi).

Se per società umane poco numerose e tecnologicamente poco sviluppate come quelle del Paleolitico si può sostanzialmente ignorare questo discorso, ciò non vale dalla Rivoluzione agricola del Neolitico in poi. Al crescere della complessità sociale delle popolazioni umane, si sono sviluppate forme di relazione, rapporti di produzione, appartenenze sociali e culturali che le rendevano diversificate e potenzialmente conflittuali al proprio interno. Ciò vale anche per la Sardegna.

Di cosa parliamo dunque quando parliamo delle dominazioni subite con apparente facilità (ovviamente a causa della nostra intima e atavica inferiorità) da parte di popolazioni più forti e progredite del Mediterraneo? Siamo sicuri che sia questo il modo corretto di impostare l’intera questione?

A giudicare dai fatti conosciuti e dai riscontri archeologici e documentari il quadro che emerge è molto più complesso e contraddittorio di così. Per esempio, la presenza in tombe di tipologia fenicia di scheletri e corredi funerari attribuibili a soggetti sicuramente sardi, probabilmente di rango elevato, che tipo di relazione suggerisce tra pretesi dominatori e pretesi dominati a monte di questo esito?

La relativa facilità con cui l’élite imperialista cartaginese pone la sua egemonia sulle città e le pianure sarde fa pensare a un conflitto tra nazioni (in senso moderno) o non piuttosto a un accomodamento mutuamente vantaggioso tra classi dirigenti? In questa seconda ottica, un personaggio tanto mitizzato e al contempo tanto problematico come Ampsicora sarebbe molto più facile da inquadrare. Verrebbe meno la questione della sua appartenenza etnica (alla fin fine poco significativa), proprio in quanto estremamente chiara la sua appartenenza sociale: l’élite sarda di origine punica o punicizzata che vedeva nella vittoria romana una minaccia per i propri affari e per il proprio status.

Il che può essere corroborato a posteriori dall’osservazione di quanto poco resistettero alla romanizzazione le stesse città sarde che un tempo non avevano resistito alla punicizzazione. Le città sarde non solo non furono la sede di una resistenza ostinata contro Roma, ma anzi riuscirono piuttosto rapidamente a trarre vantaggio dalla nuova situazione geopolitica, inserendosi proficuamente nella rete di traffici e collegamenti del Mare Nostrum. In alcuni casi con ottenimento precoce della cittadinanza romana (Karales, sotto Giulio Cesare, con la scelta oculata del contendente su cui scommettere, durante la guerra civile con Pompeo).

Le città sarde in epoca romana erano grandi, ricche, del tutto integrate nel sistema economico dell’impero. Erano soggetti passivi di una dominazione straniera? Parliamone. E le popolazioni dell’interno, tradizionalmente considerate depositarie della vera sardità in quanto costantemente resistenti, non erano semplicemente popolazioni sarde escluse, almeno in parte, dai vantaggi della romanizzazione e per questo più ostili?

Il problema delle scelte delle élite sarde rispetto ai giochi di potere economico e politico in ambito mediterraneo ed europeo si ripropone come una delle vere costanti della nostra storia. Con i Vandali come con Bisanzio, con le famiglie più potenti di Pisa tra XII e XIII secolo (ma non con Pisa, attenzione) come con l’élite catalana tra XIII e XIV.

Difficile parlare di dominazione straniera quando il riconoscimento di un potere esterno viene fatto dalle classi dominanti locali. Ovviamente nel proprio interesse.

Quando ciò non è successo, si è innescato un conflitto, più o meno esplicito, con tratti di volta in volta peculiari, ma quasi sempre ammantato di significati “nazionalisti”. È accaduto con gli Arborea nel XIV secolo, con Leonardo Alagon nel XV, con una fazione dell’aristocrazia sarda nel XVII, con una parte della borghesia, dell’aristocrazia e del clero nel XVIII.

In generale, però, le classi dominanti sarde hanno preferito accordarsi con la potenza del momento e trarne i maggiori vantaggi possibili, anche a discapito del resto dei Sardi. In fondo è quello che è successo anche nella seconda fase della Rivoluzione sarda ed è uno dei fattori determinanti della nostra contemporaneità, oggi compreso.

Molto raramente il popolo sardo ha saputo esercitare una propria soggettività autonoma, ostile a tali accomodamenti. È successo durante la Rivoluzione, è successo durante l’Ottocento delle chiudende e dell’imposizione del capitalismo di rapina, è successo col primo sardismo. Quasi mai queste forme di resistenza (più sociale che etnica, occorre ribadirlo) hanno trovato una rappresentanza organizzata o una leadership all’altezza.

È dunque difficile riconoscere e documentare dal Neolitico a oggi una dialettica di tipo nazionale (Sardi contro dominatore o aspirante dominatore del caso). È invece decisamente più agevole ammettere che molte delle vicende della nostra isola si possono spiegare senza troppi sofismi sulla base di una forte dialettica sociale, prima di tutto interna alla nostra collettività.

Mi sembra una chiave di lettura che rende più giustizia ai fenomeni storici reali degli schematismi obsoleti riconducibili ai cliché delle “continue dominazioni” e delle “costanti resistenziali”. La pongo come proposta di riflessione alla storiografia sarda e ai numerosi appassionati, ma anche al nostro dibattito politico (un po’ troppo schiacciato su costrutti squisitamente nazionalisti), senza la pretesa di esaurire qui il discorso.

 

3 responses

  1. Ciao Omar, buon Agosto. Ho trovato il tuo articolo stimolante, giudica tu quanto (senza fretta).
    Seguo sempre con interesse le tue riflessioni rivolte, direi, a cercare nella storia e nella storiografia sarde bandoli utili a spiegarne meglio magagne ed errori più e meno cronici, per meglio riconoscerci e quindi per meglio agire come nazione. In particolare mi sembri spenderti per sottolineare i motivi di una nostra singolarità, storica e culturale (che vuol dire anche geopolitica, forse pure antropologica …), singolarità per la quale dovremmo convincerci che il nostro naturale approdo dovrebbe essere, quando ci fossimo risvegliati e ne avessimo preso coscienza, l’indipendenza.
    Ti hanno dato (negli ultimi anni) un importante impulso, riconosci, gli studi post-coloniali, cui tu stesso cerchi quindi di dare a tua volta l’impulso che puoi. Guardarci secondo l’ottica di questi studi ci permetterebbe appunto di riconoscerci meglio; come (vengo a questa tua ultima riflessione) ci aiuterebbe a riconoscerci anche leggere nella articolazione sociale e culturale sarda le dinamiche storiche di una classe dirigente che ha generalmente guardato ai propri interessi prima che a quelli della propria nazione nel rapporto con i dominatori di turno.
    Parto dall’avanzare una riserva sull’uso (estensivo) degli studi post-coloniali. Se è difficile (così si legge) una precisa definizione degli studi post-coloniali (che grossomodo, o mi correggerai, guarderebbero alle modalità con le quali un centro di potere tende comunque a prolungare l’assoggettamento di una ex colonia ai propri interessi economici, geopolitici e militari e/o al proprio modello culturale, insieme alle modalità con le quali questa ex-colonia riesce a emanciparsi e alle reazioni nei confronti di queste dinamiche da parte degli abitanti dell’ex-colonia e dello stesso Paese dominante), ancor più difficile sarà fissare accettabili paletti a una loro applicazione per estensione, quale già necessita (ne avevamo parlato) per considerare il rapporto tra Sardegna e Italia (scivolosamente: le modalità con le quali entro uno Stato i centri del potere tendono a mantenere l’assoggettamento ai propri interessi e/o al proprio modello culturale dei territori periferici che possano riconoscersi radici e ragioni di maggiore autonomia o indipendenza, insieme alle modalità con le quali queste periferie tentano di guadagnare in emancipazione e alle reazioni nei confronti di queste dinamiche da parte degli abitanti di queste periferie e dello stesso centro dominante).
    La mia riserva sta nel fatto che gli studi post-coloniali adottati “estensivamente” mi sembrano facilmente strumentalizzati in quanto, allargando le maglie, applicabili (come si può essere tentati di fare, come ci si potrebbe sentire in diritto di fare) a qualsiasi periferia, volendo anche la più vicina e la più anticamente legata ai centri di espansione e potere: penso alle difficoltà delle capitali a gestire lo smaltimento dei loro rifiuti e alle dinamiche che si instaurano tra queste e i territori delle loro regioni che potrebbero individuarsi per le necessarie discariche (abbiamo visto qualcosa di eclatante circa territori nelle regioni o nelle stesse provincie di Roma e Napoli); potrei anche proporti la scontentezza delle borgate nel comune di Alghero che muovono passi decisi per un loro comune autonomo, qualcosa mi dice che pure loro potrebbero trovare fondamenti per le loro ragioni negli studi post-coloniali estensivamente intesi (troveranno che qualcosa c’entrano, magari, pure la loro storia risalente all’ente di colonizzazione ferrarese, quindi le loro numerose case coloniche e forse la stessa ex colonia penale); figuriamoci i complessi post-coloniali del Capo di Sopra rispetto al Capo di Sotto, recenti esempi la città metropolitana e la sede della direzione dell’ASL unica regionale (o meglio della nuova Azienda per la Tutela della Salute). Ma in una scala più vicina a quella della Sardegna, altri oggetti di storico colonialismo potrebbero ben dirsi, credo, soprattutto i territori del Meridione d’Italia, altrettanto soggetti a dominazioni cui pure le classi dirigenti locali mi sembra si siano sempre adattate quanto quelle sarde: mi vengono in mente due esemplari espressioni di marca siciliana, “cambiare tutto per non cambiare nulla” (gattopardianamente) e “chinati giunco che passa la piena”.
    Per dire che sì, il facile adattamento delle classi dirigenti sarde nella storia ai nuovi dominatori stranieri va tenuto presente, come le nostre radici storiche (e di indipendenza) variamente ripiegate (dagli altri, dalla nostra classe dirigente e da noi stessi), ma ancora questi punti non mi sembrano distinguerci particolarmente dalla storia e dalla situazione anzitutto del Meridione d’Italia (e forse almeno dai più dei Meridioni del mondo). Direi tu volessi indicare invece nostri ulteriori tratti distintivi, tali da consolidarci in seno alle regioni d’Italia come caso particolare (insieme alla indiscutibile più lontana insularità e a radici storiche e culturali che potrebbero sostenersi le più peculiari e, per quello che conta, più antiche). Perciò ci rivedo al solito punto: ragioniamo in fondo della nostra posizione in uno Stato in cui noi saremmo i più diversi tra l’insieme di diversi; quando comunque è chiaro che in qualsiasi insieme di diversi, che anche vada assottigliandosi nel numero per l’abbandono già dei più diversi, continuerebbe a potersi individuare il più diverso tra quanti rimangono nell’insieme, fino idealmente alla permanenza di due sole entità, comunque diverse, che pure potrebbero ancora voltarsi le spalle. Col rischio supplementare che noi stessi, una volta indipendenti, potremmo finire per concentrarci a nostra volta (e di nuovo) su quanto tra noi siamo diversi (l’altra faccia dell’essere “quasi un continente”).
    Il nostro (shakespeariano) essere o non essere indipendenti mi fa pensare, in una parola, all’anaciclosi, la teoria (incollo da Wikipedia) dell’evoluzione ciclica dei regimi politici che, man a mano deteriorandosi, si susseguirebbero secondo un andamento circolare nel tempo e, giunti all’ultimo stadio, ritornerebbero alla forma iniziale di partenza riprendendone lo sviluppo (i più che ne abbiamo sentito parlare l’abbiamo conosciuta anzitutto o essenzialmente attraverso Platone, un po’ come un caso particolare dei successivi, nei programmi scolastici, corsi e ricorsi storici vichiani). Anaciclosi che però mi verrebbe da estendere (anche io, mi denuncio, estendo) alle situazioni di indipendenza o meno delle comunità umane (dalle nazioni ai comuni), comunità sempre più o meno sottoposte (specie in conseguenza di eventi storici più grandi di loro) a tensioni “centripete” (o “allocentriche”: riconoscersi legate a centri di potere altri) e “centrifughe” (o “autocentriche”: volersi indipendenti da centri di potere altri); soprattutto, per necessità, quelle comunità non tanto grandi e abbastanza periferiche o “di mezzo”. Penso quindi a una anaciclosi della indipendenza/dipendenza e posso pensare a un incrocio con l’anaciclosi dei regimi politici, per trovare che potranno esservi periodi di indipendenza sotto regimi “benigni” o “maligni”, come pure periodi di dipendenza sotto regimi “maligni” o “benigni”. Per trovare, insomma, che certo è un gran bene conoscere la storia, a cominciare dalla propria, e riflettervi sopra (di più: è necessario; ed è meritorio l’impegno di chi stimola a questo), ma anche che ognuno di questi periodi, oltre che capito, nella misura in cui ha in sé qualcosa di benigno va pure vissuto per il bene, appunto, che può portare, mettendovisi in gioco con tutto l’orgoglio della propria storia (da far conoscere e rispettare), orgoglio però da non tradurre sempre e prevalentemente in un fardello di riserve e diffidenze. E quanto alla sostanziale “benignità” di questo periodo, come già mi sono trovato a significarti, sottolineerei che ci siamo trovati insieme ad altri territori diversamente periferici (noi a ruota, per la storia pregressa, di uno di questi) a unirci conquistando un centro per nulla estraneo alla storia di tutti, per arrivare quindi attraverso una fase monarchica parlamentare (e una parentesi tirannica, della quale forse avremmo meno di altri da lamentarci) a un regime democratico repubblicano. Il tributo di sangue sardo versato a completamento del risorgimento nella grande guerra, tributo da tutti riconosciuto nelle sue dimensioni cospicue e determinanti, potevamo intenderlo l’affrancamento dall’Italia o il suggello che ci rinsaldava con essa: stupendo qualche osservatore già tra quelli di allora (e scatenando fino a oggi le interpretazioni che vanno a scavare nell’inevitabile condizionamento culturale di chi guidò quella scelta), scegliemmo, è noto, di sentirci a pieno titolo italiani. Per cui: ottimo renderci consapevoli di tutto, di quello che è stato e di quello che potrà (tornare a) essere, ma è in questo periodo che intanto siamo in gioco.
    Gli stimoli di cui ti ringrazio, però, sono stati ancora altri: passano dai dubbi su Amsicora e arrivano, più o meno contortamente, alla periodizzazione della storia della Sardegna (o dei Sardi, ma mi rassegnerei alla prima e più consueta formula, la cui impostazione mi sembra condividiamo con la maggior parte dei popoli storicamente radicati nel loro territorio).
    Quanto ad Amsicora, mi porti a pensare che se già non potevamo dirci sicuri di come sia andata davvero, tanto meno (sulla base del tarlo storico che insinui) saremo sicuri di come altrimenti sarebbe potuta andare. Se è come ce la raccontano, che ha dato battaglia il figlio Iosto contro le consegne del padre poi uccisosi per il dolore di trovarlo morto, ora potremmo anche immaginare che Amsicora stesse semplicemente preparando la guerra per avvicinare una trattativa la più onorevole con i Romani, pronto a salvare le vite dei soldati e (soprattutto?) la posizione del figlio in seno al nuovo sistema di potere. Non sarebbe l’unico ridimensionamento delle nostre vantate glorie storiche (glorie in questo caso nella sconfitta), ma sarebbe il più originale.
    Un ridimensionamento ben più masticato riguarda il periodo giudicale, perché già ammettiamo pacificamente che dopo il nuragico la Sardegna abbia conosciuto il suo secondo periodo “alto”, di indipendenza, per circostanze non poco fortuite: quando l’impero romano d’Oriente si è sfilacciato e dissolto è come ci fossimo trovati senza padroni e padrini (questo almeno credo di aver capito), troppo lontani (rispetto per esempio alla Sicilia) da potenze che allora dovevano guardare, più modestamente che in altri periodi, assai più vicino ai loro confini. Noi, poi, siamo andati in breve a condizionarci con alleanze varie in funzione di interessi in fondo localistici (certamente allora in nome della modernità e dell’inarrestabile progresso), ponendo da noi stessi qualche premessa per le successive campagne di conquista (chissà se o quanto a lungo evitabili) che ci hanno visto oggetti riconsegnati all’arbitrio delle nazioni altre.
    Nonostante questo relativo ridimensionamento dei nostri effettivi meriti circa il periodo giudicale, però, penso lo stesso (e qui chiedo espressamente il tuo parere) sarebbe opportuno estendere la ripartizione della storia della Sardegna in macro-periodi che oltre pre-nuragico, nuragico e post-nuragico (come hai ripercorso sopra) vedano pre-giudicale, giudicale e post-giudicale. Avremmo così un quadro ancorato anzitutto a riferimenti sardi, che inoltre risulterebbe per tutti anzitutto meno dispersivo, meno frastagliato e meno affastellabile. Al confine tra post-nuragico e pre-giudicale si imporrebbe la caduta dell’impero romano con il passaggio sotto Bisanzio; e il presente potrebbe considerarsi (se si vuole) ancora nel periodo post-giudicale, se non forse (magari dalla “fusione perfetta” o in generale dal risorgimento italiano) in un periodo pre-qualcos’altro (che capiremo col tempo). Una macro-scansione penso non originale, della quale forse saprò da te i precedenti proponenti, i sostenitori e i detrattori con le loro ragioni.
    Spero il minestrone non ti sia indigesto e non ti appaia superficialmente sprezzante (superficiale, orecchiato, non dico di no, sprezzante vorrei negarlo). Quanto alla bontà dell’applicazione degli studi post-coloniali vorrei anzi ti desse modo di rispondere (il minestrone) a quanti, magari anche più radicalmente di me, fatichino a trovarne un accettabile uso estensivo, che non sconfini quindi nel “siamo tutti meridionali di qualcuno” (e “qualsiasi governo sarà centrale rispetto alla sua periferia”, per cui facilmente sarà giudicato ladro appena, inevitabilmente, pioverà).

    • Mamma mia, troppa carne al fuoco!
      Gli studi post-coloniali sono molto utili, nel nostro caso. Probabilmente lo sono anche riguardo alla storia contemporanea del Meridione d’Italia (nel suo insieme). Non possono viceversa essere applicati indefinitamente e per estensione a “qualsiasi periferia”. Ma ci sono altri approcci utili, in quei casi. Inoltre non stiamo parlando di dogmi, né di compartimenti stagni: un approccio nato in un ambito può essere esteso e adeguato ad un altro, magari generando così un approccio originale. Succede spesso ed è una fonte di progressi intellettuali e di nuovi, fecondi strumenti di comprensione.
      Sicuramente l’argomentazione che, usandoli per la Sardegna, gli studi post-coloniali potrebbero/dovrebbero essere usati anche per le “altre regioni d’Italia” è una fallacia, un argomentazione scorretta. La Sardegna non è “una regione d’Italia” se non in senso giuridico e politico, parzialmente e superficialmente in senso culturale (oggi). Inoltre è un’isola, un’isola distante dalle altre terre (sulla scala del Mediterraneo e dell’Europa), una porzione di pianeta a sé stante, quanto a geografia. E la geografia conta moltissimo, nelle vicende umane. Le “altre regioni” sono per lo più una finzione giuridica recentissima, senza radici storiche né, a volte, geografiche; e in ogni caso fanno parte di un continuum storico-geografico altro. Usarle come termine di paragone per la Sardegna – in questo come in altri casi – è del tutto improprio.
      Sui ridimensionamenti dei nostri eroi mitici non ci trovo nulla da ridire. La mitologia nazionalista mi affascina molto poco e tendenzialmente la trovo fastidiosa, se non – in certi casi – detestabile. Non capisco però perché e in che modo dovremmo ridimensionare il periodo giudicale. Bisognerebbe conoscerlo meglio, questo sì, fuori dalle mitologie, certamente, ma anche dalle narrazioni parziali e centrate sull’Italia, che hanno a lungo prevalso.
      Non colgo l’attinenza dell’altro tema – quello del tributo di sangue offerto dai sardi all’Italia – con quanto trattato in questo post. In ogni caso, è un altro argomento molto debole, in termini politici ed anche etici. Il tributo di sangue nella Prima guerra mondiale lo diedero i sardi della classi povere, per lo più. Poi pretesero di mandarli a Torino a reprimere le occupazioni delle fabbriche, nell’immediato dopoguerra. Perché gli operai erano “signori”. Il lavaggio del cervello tentato con i soldati sardi della Brigata Sassari riuscì fino a un certo punto e per di più a Torino, ad animare le occupazioni, c’era anche un giovane di Ghilarza che si chiamava Nino Gramsci, che parlava a quei contadini, pastori, piccoli artigiani, ecc. nella loro lingua. Per dire quanta retorica ammanti queste vicende e quanto invece c’entri anche lì la questione di classe e la problematicità delle appartenenze. Di sicuro non c’è niente, in tutto ciò, che ci obblighi a sentirci “più italiani” o che ci imponga di pensarci come inesorabilmente vincolati allo stato italiano. Non vedo proprio il nesso.
      Grazie per il contributo.

  2. Non vorrei spaventarti, torno solo sui punti che hai denunciato più oscuri.
    Parlo di ridimensionamento del giudicale (e non per gli storici, che lo sanno bene, ma per l’immaginario comune) solo quanto al processo di acquisizione di un’indipendenza che non dovette allora costare alcuna battaglia, alcuna faticosa presa di coscienza e rivolta: non ne abbiamo portato a compimento una, dalla fine del nuragico, e il giudicale (teniamocelo stretto) si può leggere arrivatoci per grazia ricevuta (non so quanto esagero).
    Quanto al tributo di sangue sardo nella Grande guerra, vero che col discorso mi sono spinto lontano dal tema del post, ma non mi sto comunque riferendo a un tributo consapevole e spontaneo, a un qualche assurdo debito che si avesse da pagare. Parlo del riscatto della propria indipendenza che la nostra classe dirigente (si parla almeno delle posizioni di guida che furono in capo ai Lussu e ai Bellieni) avrebbe potuto far pesare, un riscatto con i non dovuti interessi.
    Per il resto ti ringrazio della risposta, nonché per avermi fatto conoscere il libro di Alessandro Mongili che casualmente proprio oggi ho potuto sentire a Sassari presentare Topologie postcoloniali. Bella serata, si è parlato (con anche Peppe Corongiu e Fiorenzo Caterini) e non è mancato sentirti citare per la meritoria traduzione che hai fatto del memoriale di Giovanni Maria Angioy.

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