Game of Thrones, Sardegna, potere e libertà

I romanzi di George R.R. Martin e la serie televisiva che ne è stata tratta sono un trattato politico in forma letteraria. Questa affermazione non sarà presa su serio da chi aderisce ai cliché imposti dall’establishment culturale italiano. Il genere fantasy di solito è schifato, in tale ambiente, anche quando raggiunge vette narrative assolute e affronta temi profondi e universali (come quasi sempre accade, in fondo). Lo si è visto anche in occasione del recente romanzo di Kazuo Ishiguro, Il gigante sepolto.

Dentro le vicende narrate da Martin ritroviamo processi storici che dovrebbero suonare familiari a chiunque conosca un po’ le vicende del nostro mondo. I dilemmi in cui si dibattono i protagonisti riassumono situazioni e conflitti tipici della nostra specie.

La tensione che percorre i rapporti sociali e le dinamiche politiche genera conflitto, ma non sempre in modo lineare e schematico. Difficile classificare personaggi e vicende secondo la dicotomia elementare “buoni” vs. “cattivi”.

In GOT in particolare è notevole la problematizzazione di una dialettica costante nella storia umana, quella tra potere e libertà. Così assistiamo alle gesta di una regina, Daenerys Targaryen, che deve prima liberare se stessa (dalle convenzioni a cui è sottoposta, da situazioni concrete di sottomissione e di pericolo), per poi scegliere di donare la libertà anche agli altri (il conflitto con gli Schiavisti). Per farlo però deve ricorrere alla forza, a volte addirittura contro una parte di quella stessa popolazione che aveva affrancato dal servaggio.

Il Potere piegato a uno scopo emancipativo sembra fallire, se non mantiene saldi i rapporti di forza, se non salvaguarda se stesso e la propria supremazia. Una contraddizione teorica che innerva però le vicende umane reali.

In fondo è questo uno dei nuclei problematici della dottrina e della prassi del marxismo-leninismo: una classe sociale prende il potere, tramite la sua avanguardia (il partito), per garantire libertà e uguaglianza, ma per farlo deve mantenere una forte relazione gerarchica e – quando necessario – ricorrere alla violenza.

Può una giustificazione teorica e persino uno scopo nobile eliminare l’inaccettabilità profonda della violenza “istituzionale”, della distruzione massiva di vite umane, della deprivazione di libertà individuale? Esiste qualcosa in nome della quale tutto questo sia lecito?

Chi propende per il “no” secco di solito accomuna regimi di stampo fascista o comunque totalitari e reazionari (regime cileno di Pinochet, o i regimi militari greco e argentino) ai regimi di stampo socialista, a ispirazione marxista. In fondo – è l’argomento principe – entrambi si sono macchiati di stragi e deportazioni, hanno limitato la libertà, hanno prodotto sofferenza.

Personalmente non credo che la sovrapposizione sia corretta, perché ritengo decisive le motivazioni e fondamentali gli scopi. Sempre. Fondare un regime autoritario in nome dell’emancipazione delle masse oppresse o dell’eguaglianza non è la stessa cosa che realizzare un regime autoritario in nome della supremazia di una razza o di una radicale e insuperabile diseguaglianza (di sangue, di posizione sociale, di accesso ai beni comuni, ecc.). Non è la stessa cosa non solo in termini teorici, ma anche e soprattutto concreti.

Ma in ogni caso questa rimane un’aporia difficile da risolvere. Sembra impossibile cambiare le cose, in senso ampio, generale, senza conquistare il Potere, ma è evidente che conquistare il Potere implica scelte anche di forza e decisioni conflittuali, in certi casi contraddittorie rispetto agli scopi dichiarati.

Su questo i vari Foucault, Deleuze e in generale il post-strutturalismo si sono espressi mettendo in discussione il Potere in quanto tale e le sue articolazioni concrete, a tutti i livelli della nostra vita associata (dalla famiglia, alla scuola, agli ospedali, alle istituzioni politiche). Un discorso, questo, prettamente anti-autoritario, che rinnega parzialmente o totalmente la centralità dei rapporti economici e sociali e la necessità, per l’emancipazione compiuta degli esseri umani, di ridiscutere o combattere il dominio del capitalismo (aspetto invece centrale nelle dottrine di ispirazione marxista).

Tanto meno, in questo discorso, è legittimo mirare alla conquista dello Stato come condizione essenziale alla liberazione delle masse. Un po’ la riesumazione dei dubbi di M. Bakunin in proposito, chiaramente con meno enfasi mistica e più riflessione sociologica.

Di solito le due opzioni (quella marxista più o meno ortodossa e quella anti-autoritaria scaturita dalle mobilitazioni degli anni Sessanta) si scontrano come poli inconciliabili di una medesima prospettiva liberante, diciamo di sinistra. Curiosamente entrambi gli orientamenti hanno nel tempo incontrato tentativi di conciliazione con i loro opposti, di matrice fascista o giù di lì (dal rossobrunismo a certe mescolanze tra ecologismo e fascismo, fino alle scempiaggini di cui riempiono la propria retorica i neofascisti di CasaPound, ecc.).

La via della realizzazione concreta delle dottrine politiche, anche di quelle più elaborate e meditate, non è meno lastricata di conflitti e contraddizioni di quella seguita dalle confessioni religiose. Capita, quando lo scopo diventa adeguare la realtà e la vita a uno schema astratto e arbitrariamente assunto come “vero”.

Se penso a tutto questo e volgo lo sguardo alla Sardegna e alla sua situazione, i dilemmi e i dubbi se possibile crescono. Il che è un guaio, data l’impellenza di trovare qualche via percorribile per la nostra salvezza collettiva. Dove salvezza significa emancipazione economica, sociale e culturale, insieme alla conquista di una autodeterminazione politica adeguata ai tempi. Esigenza, questa, spesso negata, ma che invece scorre carsicamente dentro tutte le nostre vicende storiche e riemerge sempre prepotentemente nelle epoche di transizione o di crisi (diciamo almeno dai tempi della II Guerra punica in poi).

Anche in Sardegna è evidente il rapporto non lineare tra libertà e potere, tra aspirazioni ideali e le loro possibilità di realizzazione concreta. Purtroppo è difficile innescare un dibattito produttivo e ancorato alla realtà su questi temi. Troppo facilmente si cade in diatribe tutte teoriche tra fautori di scuole di pensiero diverse, oppure si schiaccia tutto su elementi discorsivi tratti dall’ambito politico e massmediatico italiano, finendo così per impantanarsi in polemiche autoriferite e inconcludenti.

La Sardegna è anche il posto dove proporre un semplice e generalissimo distinguo tra “destra” e “sinistra” viene liquidato come inutile sforzo di imporre sull’isola concetti politici “superati” e per di più – cosa inaccettabile in certi ambienti nazionalisti – “italiani” (sic!).

Perciò non sarà male riportare le questioni ai loro elementi basilari, reimmergendole dentro la realtà umana, le sue costanti, le sue peculiari declinazioni locali.

I dubbi riguardano dunque spesso scelte specifiche e/o contingenti. Come – per dire – quella relativa al referendum costituzionale del prossimo ottobre: ignorarlo, illudendosi di dimostrare così la nostra estraneità al contesto politico italiano, o immergersi nella contesa politica in nome della salvaguardia degli ultimi rimasugli democratici dell’ordinamento italiano (di cui siamo ancora parte)? Oppure la questione dei migranti. O la querelle relativa alle fonti energetiche. O quella sui trasporti esterni.

Ma riguardano soprattutto la questione sarda nel suo complesso. Come agire politicamente nel contesto propriamente sardo? Secondo quali linee strategiche? Puntare alle operazioni tattiche, mirando ai successi elettorali, anche scendendo a compromessi, o lavorare in modo meno evidente ma capillare dentro le linee di faglia dei conflitti sociali, delle relazioni economiche, dei processi di identificazione culturale?

Perché se lo scopo è il mutamento della nostra condizione storica stiamo comunque parlando di un processo che ha molto della rivoluzione. Non facciamoci illusioni, su questo. Non si tratta di agire dentro un percorso ordinato, procedente nel tempo in modo lineare e in termini evolutivi, fatto di rapporti chiari e di regole universalmente rispettate, seguendo le quali si possa arrivare a intervenire in modo incisivo sui fattori storici.

In questo scenario conflittuale, da una parte stanno le forze che dominano la scena, in virtù di risorse e rapporti privilegiati con grandi centri di interesse e di potere, e dall’altra i soggetti che, a vario titolo e con prassi e ispirazioni teoriche diverse, intendono rovesciare tali rapporti di forza e imporre un percorso di autodeterminazione dell’isola.

Questa ricostruzione non è accettata diffusamente, specie nell’establishment politico e culturale isolano. Chi rifiuta tale dicotomia, però, in realtà somiglia a quelli che si dichiarano né di destra né di sinistra. Ossia, possono tentare di restare fuori dalla contesa, ma sono costretti a farlo o pendendo da un lato o dall’altro.

Perché è così che succede nei tempi di crisi. Come è già successo tante volte. Per esempio durante le vicende della Rivoluzione sarda. La radicalizzazione è inevitabile. Certo, poi si può sempre scegliere, al momento opportuno, di ristabilire distinguo e di fare scelte di campo opportunistiche anche diverse da quelle iniziali. Capita anche questo.

Qual è dunque il Gioco del Trono in Sardegna, oggi? Chi intende difendere lo status quo ha gioco più facile, per via dei mezzi cospicui di cui ancora dispone. Ma per gli altri? Può bastare dedicarsi a innestare una visione più ampia e più radicale nei sommovimenti in corso, dentro l’azione dei comitati locali, nelle istanze dei vari gruppi sociali, nella rete di relazioni che tiene in piedi le nostre comunità? Sarà sufficiente proporre percorsi virtuosi in ambito economico e politico, confidando che siano convincenti per virtù propria, limitandosi a offrire come ricetta la “buona gestione delle cose”? O è necessario mirare alla conquista del Potere già dentro le istituzioni vigenti, per poi fare scelte radicali e decisive una volta messe le mani sulle leve giuste, imponendole dall’alto anche ai renitenti e agli avversari?

Di fatto, in questo momento, ci troviamo dentro questa seconda configurazione. È questo il Gioco in corso. Solo che a queste regole stanno giocando solo quelli che intendono mantenere lo status quo.

In Sardegna c’è un grande bisogno di coraggio e anche di una prospettiva comune, di dimensioni storiche. Un orizzonte che spazi oltre le nostre relazioni individuali, i nostri rapporti di vicinato, le convenienze di bottega o di campanile. In questo senso sembra davvero una battaglia di retroguardia quella di chi insiste nel non voler riconoscere la radicalità delle scelte da compiere. Una radicalità insita nelle cose, a questo punto, più che emergente nelle dichiarazioni retoriche dei soggetti politici.

Non abbiamo draghi a disposizione, purtroppo, almeno che io sappia. Né grandi eserciti da dispiegare in un campo di battaglia (per fortuna, direi). E molte cose congiurano contro la possibilità di un riscatto storico della Sardegna. Il problema è che al Gioco del Trono non ci si può sottrarre. Comunque, come minimo, ti tocca subirlo. Tanto vale cimentarsi, confidando – senza troppe illusioni – che non sia davvero così drastica l’alternativa di Cercei Lannister: o vinci o muori.

Ma, se questa è l’alternativa, che almeno partecipiamo in nome di qualcosa di nobile, di grande e di fecondo. Gli scopi e i valori di riferimento fanno sempre la differenza. Diamocene di degni e di memorabili, dunque, fuori dai tatticismi di bassa lega e fuori dalle logiche egoistiche e senza respiro a cui quest’epoca di decadenza ci sta abituando.

 

3 responses

  1. Ma infatti è fiction. Nel fiction è Gioco, quello del trono, mentre nella realtà non c’è un Trono e non c’è un gioco.
    Le cose sono meno astratte.

    • Temo che non siano affatto astratte. Poi possiamo raccontarcele tramite tutte le metafore del mondo. In questo caso la fiction è fiction, chiaramente, ma non si può dire che non tocchi temi e questioni rilevanti e anche in modo sagace. Poi, sulla pretesa di piegare la realtà storica, sociale e biologica a costruzioni teoriche presuntamente “vere”, rimando a quanto scritto nel post.

  2. Ahinoi, temo che Cersei Lannister abbia ragione, o ci autodetermineremo o moriremo.
    Ma c’è ancora un lunghissimo e faticosissimo lavoro da compiere sulla poca coscienza e autorazzismo che affligge i sardi.

    P.S. Ti converrebbe semplificare il sistema attraverso il quale è possibile commentare, magari consentendo ai lettori di potersi loggare con G+, Facebook etc.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

19 + 18 =