Elezioni amministrative: calma apparente

Non è mai facile commentare un voto come quello municipale, dove si concentrano questioni locali e aspettative politiche generali (spesso elidendosi a vicenda). Dare spiegazioni politiche a un voto locale fa perdere di vista fattori determinanti, che mutano da un luogo all’altro; concentrarsi solo sulle peculiarità locali priva di una interpretazione generale che invece è comunque necessaria.

Mi ci provo, con la coscienza dei limiti di queste analisi e anche della loro natura contingente. Alcune cose che avrei voluto dire sono state dette piuttosto bene sia da Alessandro Mongili sia da Anthony Muroni, le cui considerazioni offrono chiavi di lettura serie e realistiche, solo in apparenza in contraddizione tra loro. Perciò non le ripeto.

La sensazione è che ci troviamo sempre e comunque dentro una transizione e che gli assestamenti attuali ne siano semplicemente una manifestazione momentanea. Chi si aspettava sconquassi, in Sardegna, con queste elezioni amministrative, evidentemente non ha fatto i conti con le dinamiche reali in corso.

La diffusa percezione della precarietà, le aspettative decrescenti, la senescenza delle generazioni che hanno dominato la scena fin qui sia nel mondo del lavoro e della produzione sia in ambito politico e culturale, sono tutte circostanze che non potevano produrre, in questo momento, rotture drastiche col passato.

Ci sono un paio di cose generali da tenere presenti, secondo me.

La prima è che se partecipi al gioco non puoi prendertela con le regole, se il tuo avversario è più bravo di te. È come se si decidesse di fare una partita a calcio e poi, dopo essere stati sconfitti, si contestasse la regola che impone di fare goal (non sto parlando, spero sia ovvio, delle normative elettorali).

Capire i meccanismi del consenso e capirli nel contesto attuale, senza illudersi di essere ancora negli anni Settanta o nel 1995, è fondamentale. È un memento che rivolgo naturalmente anche a me stesso.

Pensare di possedere una verità conclamata e che dunque il mondo debba adeguarsi a tale verità è puerile; considerarsi i “buoni” contro i “malvagi” e continuare a pensarlo da soli, senza alcun riscontro all’esterno della propria soggettività, è da fanatici. È una cosa che rimprovero soprattutto al movimento indipendentista, almeno alla parte che ha deciso di cimentarsi in questa tornata elettorale (con risultati obiettivamente molto negativi).

Anche qui, se non vale la lezione di Gramsci spero che possano valere almeno i teoremi di incompletezza di Goedel. Anche in politica la validità di una dottrina o di una proposta non può essere dimostrata esclusivamente all’interno del proprio discorso e della propria autorappresentazione. Per buono che possa sembrarci un apparato di valori e di idee, se rimane confinato alla fede di chi lo propone, rimane una sorta di masturbazione politica.

Altra considerazione. La società sarda odierna non è più quella di trent’anni fa e nemmeno di venti anni fa. Quella che Bauman chiama la società liquida si manifesta anche sull’isola, come al solito partecipe, sia pure a modo suo, delle tendenze generali. Bisogna dunque capire quali siano queste tendenze generali e come si declinino concretamente in Sardegna.

In questo non siamo aiutati, purtroppo, da un adeguato apparato di conoscenze sociologiche e storiche. Bisogna un po’ improvvisare e cercare di arrangiarsi.

Per cambiare le cose, sull’isola, non basta dirlo e dirlo “bene” (Gramsci docet), ma bisogna essere dentro i meccanismi che regolano i rapporti sociali e dentro le dinamiche culturali. Chi lo fa, quando si presenta per esprimere una visione o una proposta, di norma ottiene il riconoscimento di un consenso consistente, fino a conquistare anche vittorie significative e ritrovarsi a amministrare in prima persona la cosa pubblica.

In questo frangente penso a realtà come Villanova Forru, con Maurizio Onnis, e a Scano Montiferru, con Antoni Flore. Ma anche a Silanus, col buon risultato della lista LiberaMente Silanus. Sono solo pochi esempi; probabilmente ce ne sarebbero anche degli altri, a conferma dell’assunto di partenza.

Il succo è che si può scardinare il sistema di potere clientelare, la forza dei gruppi di interesse che esprimono i podatari locali, i ricatti occupazionali, le paure, il gioco al ribasso. Si può fare. A condizione di essere credibili, di rappresentare interessi e istanze esistenti e di riuscire a mobilitarli.

Non è invece legittimo presentarsi come innovatori o addirittura rivoluzionari portando acqua al mulino dei vecchi meccanismi della politica. Fa abbastanza ribrezzo l’enfasi autocelebrativa di sedicenti indipendentisti o sovranisti o sardisti che continuano a sostenere e legittimare i gruppi di potere basati sui franchising locali dei partiti italiani. Questo genere di operazioni – tra il trasformista e l’opportunista – sono lecite, ma non possono usurpare titoli e posizionamenti che non competono loro.

I rapporti di forza sono chiari, in questa fase: sfruttarli per il proprio tornaconto soggettivo non è affatto un titolo di merito, se non in termini di mera abilità tattica. È anche una forma di inquinamento dello scenario politico, il cui esito, purtroppo, di solito è l’indebolimento complessivo delle proposte emancipative e alternative ai gruppi di potere consolidati. Questo vale anche per chi, pur esterno ai raggruppamenti basati sui partiti italiani, ne segue i medesimi meccanismi di reclutamento, di relazione e di prassi (come spiega bene Alessandro Mongili).

Il dato che emerge prepotentemente da questa tornata elettorale è la vittoria personale di Massimo Zedda a Cagliari, che non mancherà di avere riverberi sulla politica a livello regionale. Molta parte del centrodestra berlusconiano e i suoi satelliti clientelari si sono già abilmente riciclati nel nuovo embrione del partito della nazione renziano (alla sarda). Costruire un’alternativa seria e spendibile a questo mostro politico è doveroso. Ma sarà anche efficace solo se si partirà da un’analisi spassionata, realistica e pragmatica dei meccanismi del consenso e delle dinamiche socio-culturali in atto.

A questo sono chiamati, in questo momento, i Sardi di buona volontà che non vogliono rassegnarsi all’estinzione. Senza autoassoluzioni, senza battaglie di retroguardia e senza egoismi.

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