La statua di Carlo Felice e l’ignoranza di sé che genera mostri

Fa discutere l’iniziativa di un gruppo informale, creato su Facebook, a proposito della statua di Carlo Felice, a Cagliari. Se ne propone lo spostamento e un’adeguata informazione storica in merito.

Non una proposta polemica e nemmeno violenta. Semplice constatazione di un nodo storico piuttosto ingarbugliato che è necessario sciogliere, anche partendo dai simboli che lo rappresentano.

Indubbiamente Carlo Felice si presta a esprimere in modo plastico la sorte che la Sardegna ha subito dal tempo della Rivoluzione a oggi. È colui che ha esercitato il dominio sull’isola per tanti anni, dall’arrivo della corte sabauda a Cagliari e fino al 1816 (quando tornò definitivamente a Torino, finalmente liberata dalla minaccia napoleonica).

I moti antifeudali e antisabaudi in Sardegna erano una faccenda che durava da molto tempo. Le prime avvisaglie di insofferenze popolari si erano avute fin dal 1780. I fatti più clamorosi della stagione rivoluzionaria, nel decennio successivo, ne furono un esito politico macroscopico, la continua resistenza di tanti sardi alla repressione antirivoluzionaria (fino al 1812) ne furono un lungo strascico. Carlo Felice fu protagonista di tale repressione.

Di suo era un personaggio a dir poco mediocre, accreditato più di una notevole passione per il genere femminile che di capacità politiche, ottuso e reazionario, ostile ai sardi fino al razzismo palese (al pari di altri personaggi della corte sabauda come Joseph de Maistre, del resto). Ebbe un certo peso già sotto suo fratello Vittorio Emanuele I, nel corso del lungo esilio sardo dei Savoia (1799-1814), come viceré.

Non c’è nulla di edificante nella sua azione politica in Sardegna, nulla che valga la pena di celebrare. Il fatto che abbia promosso la realizzazione dell’arteria stradale a cui ha attribuito il nome non ne fa solo per questo un benefattore dell’isola. L’abrogazione della Carta de Logu arborense come legge generale del regno, a favore del nuovo Codice legislativo (1827), non ne fa un sovrano illuminato.

Al contrario, Carlo Felice (Feroce, per i suoi conterranei piemontesi) rappresenta perfettamente la condizione storica della Sardegna post rivoluzionaria, non solo per quel che riguarda l’epoca della Restaurazione, ma in generale per tutti i due secoli successivi. L’impostazione politica dei rapporti tra l’isola e il centro del potere (Torino, comunque la terraferma); l’approccio paternalistico; le misure calate dall’alto, senza la minima considerazione per le risorse, i modelli produttivi e sociali, le necessità stesse del territorio; la preferenza data sistematicamente ai capitali di ventura esterni, chiamati a sfruttare le risorse sarde: tutte modalità e prassi che ritroviamo pari pari nei decenni successivi, fin dentro la nostra stessa storia attuale.

Ha senso dunque discuterne la presenza simbolica in un luogo centrale di Cagliari? Io credo di sì. E non solo per fare i conti con una porzione del nostro passato, ma prima di tutto perché quel passato non è affatto passato del tutto (e forse per niente).

Comprendo le obiezioni di chi, come Marcello Madau, considera il nostro continuum storico-culturale, nelle sue articolazioni concrete urbanistiche e monumentali, un “bene” da preservare comunque. È un ragionamento del tutto legittimo e metodologicamente (nonché politicamente) corretto. Tuttavia in questo caso, dato che non si tratta di abbattere violentemente alcunché ma più che altro di ricontestualizzare spazi e simboli, farei decisamente un’eccezione.

Molto meno comprensibili gli attacchi – quasi sempre poco informati – di chi preferirebbe non parlarne affatto, per paura, per conformismo, per ignoranza; così come quelli che la buttano sul benaltrismo più volgare (con tutti i problemi che ci sono, dobbiamo perdere tempo con questa cosa!): posizione chiaramente in mala fede oppure del tutto ottusa, dato che tutti questi altri problemi così ingombranti hanno strettamente a che fare proprio col passato che Carlo Felice rappresenta tanto bene.

Il fatto stesso che questa iniziativa susciti discussioni dimostra che tocca un nervo sensibile della nostra identificazione collettiva e della nostra appartenenza. E allora bisogna parlarne e discuterne e far emergere sia le ragioni a favore dell’iniziativa sia le vere ragioni delle obiezioni alla medesima. Che risiedono più nella fedeltà a una ortodossia culturale centrata sull’Italia e sull’Italia risorgimentale, sulla retorica sciovinista che ne ha conformato l’unificazione e il discorso pubblico anche in epoca post fascista e repubblicana, che non su vere obiezioni storiche o politiche.

I sardi istruiti soffrono spesso di un eccesso di conformismo ai modelli interiorizzati nel corso dei loro studi. Tanto che più che istruiti in molti casi si potrebbero definire ostruiti. È inevitabile. Gli studi postcoloniali e quelli sociologici possono fornirci ampio materiale di riflessione, per darci conto di questi processi culturali (pensiamo al fenomeno del passing).

Il nodo però esiste e bisogna risolverlo. Non vogliamo togliere di lì la statua di Carlo Feroce? Va bene. Propongo un’alternativa (già emersa tra i promotori dell’iniziativa su Facebook): corredare la statua di pannelli esplicativi, almeno in tre lingue (sardo, italiano, inglese) che spieghino (sul serio) chi è quel signore acconciato da antico romano che indica una direzione a caso e che diano conto degli eventi di cui fu protagonista. Ci farei anche, intorno, un bel giardinetto, non grande per non ostacolare il traffico cittadino (non sia mai!).

Cambierei anche il nome della piazza: non più Piazza Yenne (chi era costui? semplice: un altro viceré piemontese!), ma Piazza 28 aprile. Perché 28 aprile? Be’, i fatti del 28 aprile 1794, a cui opportunamente è dedicata Sa Die de sa Sardigna, si svolsero in larga parte proprio lì o nelle immediate vicinanze (tra Stampace, Castello e la Marina). Senza scartare a priori nemmeno il ripristino della toponomastica urbana originaria (che potrebbe restare comunque anche come seconda denominazione).

La statua non sarebbe toccata, nemmeno per essere conservata in un museo (come proposto come prima opzione da chi perora la causa della sua rimozione) e i suoi amatori non subirebbero il conseguente choc antropologico. I tifosi del Cagliari (tra cui mi annovero io stesso) avrebbero ancora un sostegno adeguato per i loro stendardi in occasione dei festeggiamenti calcistici e non ci sarebbe alcuna cancellazione di un tratto sia pure discutibile della storia urbanistica di Cagliari. Solo, ne cambierebbe radicalmente il significato.

Perché di quello stiamo parlando, di significati. Di senso delle cose, di nozioni e informazioni e della coscienza di sé che ne deriva. Che non sono cose astratte e marginali, ma il nucleo vivo della nostra condizione di esseri umani e di cittadini. Sminuirne la portata significa rinnovare la ferita collettiva che il nostro passato misconosciuto e irrisolto continua a infliggerci.

2 responses

  1. Grazie Omar, metto in tasca questa dei sardi “ostruiti”, notevole, e questa etichetta del “passing”, fenomeno che ci è familiarissimo, i rapporti col quale (aggiungerei) ci portano a tanti passi ora indietro e ora in avanti, purtroppo i secondi molto spesso superficiali quanto o più dei primi.
    Ho aperto la tua pagina curioso di vedere se avessi già trovato opportuno esprimere qualcosa sulle ultime di cronaca intorno alla vicenda Ryanair (sul mancato accoglimento da parte del governo della richiesta di riduzione delle tasse aeroportuali per la Sardegna, avanzata da Mauro Pili ma il cui diniego muove subito il “governatore” Pigliaru): quando ne ho letto ieri mi ha subito ricordato una tassa sul tè (che noi però potremmo ancora mandar giù come una ordinaria tazza di tè).

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