Democrazia e autodeterminazione in tempi di referendum

Tempi di referendum. Domenica 17 aprile prossima ventura, come si sa, se ne terrà uno sulla durata delle concessioni estrattive a mare, entro il confine delle acque territoriali. Una questione alquanto specifica, che tuttavia ha – è innegabile – anche connotazioni più ampie, sia dirette, relative al tema di cui fa parte il quesito referendario, sia ulteriori e più generali.

Ieri poi è stata definitivamente approvata, con l’ultimo passaggio alla Camera dei deputati, la riforma costituzionale fortemente voluta dall’ex presidente della repubblica Napolitano (e, a naso, fin troppo coincidente con i desiderata del Piano di rinascita democratica di tale Licio Gelli) e fatta propria dal governo Renzi.

Anche in questo caso sarà necessario un referendum, nel prossimo ottobre. Confermativo, stavolta, e non abrogativo. Così vuole la costituzione, dato che la riforma non è stata approvata dal voto dei 2/3 delle due camere nella doppia seduta richiesta in questi casi.

Sul referendum a proposito di concessioni estrattive il governo Renzi si è schierato per l’astensione, ossia per il fallimento della consultazione. Niente di che stupirsi, in una compagine che domina la scena politica italica in nome e per conto di grandi gruppi di interesse e con propensioni autoritarie esplicite.

Il paradosso è che quello stesso governo che chiede ai cittadini di disertare una consultazione referendaria chieda al contempo agli stessi cittadini di non far fallire l’altra.

L’astensione, in caso di referendum, è una pratica legittima, prevista dall’ordinamento nel momento in cui è previsto un quorum per la validità del referendum medesimo. Irrituale e secondo alcuni illegale l’appello all’astensione da parte di organi istituzionali.

Ma anche qui non c’è di che meravigliarsi. Ormai siamo assuefatti a qualsiasi bruttura, tra corruzione sistemica, disarticolazione sociale, inaridimento culturale, populismi reazionari, impoverimento materiale e immateriale diffuso.

Il presidente della Regione autonoma sarda, Francesco Pigliaru, sul referendum di domenica prossima ha assunto una posizione pavida e alla fine del tutto organica al volere del governo centrale (in cui si riconosce pienamente). Di nuovo, non certo una sorpresa. Sorprende caso mai che qualcuno se ne sorprenda.

Non è chiarissimo invece cosa contino di fare il presidente Pigliaru e la sua giunta, e con loro l’intero consiglio regionale, a proposito del prossimo referendum costituzionale.

Sul referendum a proposito delle trivellazioni Pigliaru ha avuto il cattivo gusto di usare come argomento, a favore dell’astensione o del NO, quello dell’estraneità della Sardegna al problema affrontato. Un espediente scorretto e censurabile quant’altri mai, dato che 1) invocare la sindrome NIMBY a seconda delle convenienza, per stigmatizzarla (a sproposito) o per strumentalizzarla cinicamente, non è precisamente un bel vedere; 2) perché è una balla, dato che la Sardegna si trova ne bel mezzo del Mediterraneo e non può dirsi estranea a qualsiasi cosa vi succeda.

Il referendum costituzionale, però, non sarà così facile da eludere. Per nessuno. Se dovesse prevalere la scelta di riforma del governo Renzi, la Sardegna vedrebbe ridimensionarsi radicalmente le attuali competenze in alcuni settori strategici e in ogni caso, più in generale, subirebbe in maniera più drastica e pericolosa di altre regioni l’accentramento che ne sarebbe la conseguenza.

La nostra condizione para-coloniale e la nostra dipendenza patogena, connesse con la nostra realtà geografica, socio-economica e demografica, ci espongono a conseguenze estreme, in questa prospettiva.

Il che dovrebbe costringerci a una riflessione molto seria e responsabile sulla questione della nostra autodeterminazione. Se anche la riforma costituzionale fallisse, non verrebbero meno le preoccupazioni che essa solleva. Perché questa circostanza ci mostra con evidenza quale rischio corra la Sardegna a rimanere una porzione lontana, marginale e fragile di uno stato come quello italiano.

È un problema strutturale ineludibile, che chiama in causa la stessa possibilità reale della democrazia, quella concretamente realizzata, non solo formalmente vigente. Democrazia che in Sardegna ha avuto una vita moto breve e contrastata, mai del tutto dispiegata.

Il dovere di una classe dirigente degna di questo nome (se ne avessimo una) sarebbe di prospettare un percorso di autodeterminazione pragmatico, già dentro l’ordinamento vigente, rebus sic stantibus. Se invece passasse la riforma costituzionale l’unica strada sarebbe quella di radicalizzare il conflitto con lo stato centrale, assumendoci le conseguenze di una rottura che non potrebbe più essere procrastinata.

In ogni caso, siamo già in ritardo. Il livello del dibattito politico in Sardegna è bassissimo. La qualità del personale che occupa ruoli chiave nelle istituzioni è quasi sempre penosa. Del resto la selezione dei candidati e dei chiamati a ricoprire ruoli decisionali è basata sulla fedeltà alle varie fazioni e più in generale al sistema di potere vigente, con un occhio di riguardo ai legami clientelari, alle spartizioni di soldi pubblici, ai rapporti con grandi centri di interesse esterni. Non c’è di che stare sereni, insomma.

Serve agire in modo capillare e per lo più fuori dal Palazzo. La mobilitazione della società civile, dei movimenti, dei comitati locali, dell’associazionismo e delle opposizioni politiche reali (quelle estromesse dal consiglio regionale con la legge elettorale in vigore) deve proseguire e radicalizzarsi. Su alcune questioni è anche utile, se non opportuno, cercare una convergenza, a patto di non buttare la palla troppo avanti, sconfinando nel campo dei diversivi (gli appelli a pretestuose “unità”, i richiami a questioni identitarie irresolubili, le derive ideologiche populistiche e destrorse del “né di destra né di sinistra” e via elencando).

Saranno mesi importanti, i prossimi. La statura dell’attuale giunta regionale è ormai chiara: diciamo grosso modo a livello di battiscopa. Non c’è partita strategica su cui Pigliaru e soci abbiano smentito i peggiori sospetti sul loro conto. Anzi, in certi casi sono persino riusciti ad andare oltre.

Vedremo se saremo in grado di affrontare collettivamente in modo responsabile le prove che ci attendono. I dubbi sono leciti, ma non mancano segnali di reazione. Di sicuro, nessuno potrà chiamarsi fuori dal prendere posizione. Il tempo delle scappatoie è finito da un pezzo.

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