La certificazione del declino

La storia non si ferma. Sarà una conseguenza del secondo principio della termodinamica o qualcosa inerente la combinazione tra meccanica quantistica e relatività generale, ma tant’è.

I Panama papers e la cosiddetta sindacopoli sarda sono eventi connessi. Lo stesso vale per le manovre contro il prossimo referendum circa la durata delle concessioni estrattive dentro le 12 miglia e i conflitti che agitano molte aree del pianeta. Allo stesso modo, la battaglia politica per normalizzare il Sud America è legata alla ferocia con cui l’Europa intende disfarsi del problema dei migranti e magari, allo stesso tempo, del problema della Grecia.

Non sono sintomi sparsi e contingenti di malanni stagionali, bensì i segnali di una crisi profonda della nostra civiltà, così come si è sviluppata fin qui. E non c’è verso di guarire una patologia grave curando i sintomi. Specie quando gli stessi sintomi cominciano a travalicare la capacità curativa disponibile.

Il processo di sfruttamento del pianeta e di accumulo di ricchezza innescato dalla supremazia europea e dall’imposizione del modello capitalista sta vivendo la sua fase senescente e ci sta presentando il conto. Non possiamo recriminare su questo, non noi fortunati appartenenti alla parte dominante de mondo.

Nel momento in cui la supremazia europea si è dispiegata – e poco importa della natura fortuita di tale supremazia – i giochi si sono avviati su una china alla cui fine ci siamo noi. La regola fondamentale dell’accumulo (l’accumulazione primaria del capitale e il mercantilismo) non fa sconti. Se la legge vigente legittima il profitto come principale regolatore di tutto, significa che il profitto è l’unica legge che conti. La cleptocrazia che domina il mondo ne è solo un esito naturale.

Certo, in Sardegna siamo fortunati perché possiamo godere dell’esperienza straordinaria di essere dentro tale processo di accumulo cleptocratico sia come beneficiari sia come vittime. Un bel caso di studio.

Siamo quelli che sono stati costretti ad emigrare in massa quando sull’isola si realizzava la Rinascita, ma alla prima occasione siamo pronti ad abbaiare contro migranti più sfortunati di noi. Con tanti saluti per la famosa ospitalità sarda, evidentemente riservata solo a chi può sottometterci.

Siamo quelli che si lamentano sempre della propria miseria, ma poi danno il proprio sostegno a chi li tiene in miseria.

Siamo quelli pronti a sacrificarsi per la patria, ma sempre quella sbagliata.

Siamo odiatori professionali dei politici e della politica, salvo andare a cercare i peggiori lestofanti per chiedere un favore in cambio del nostro consenso.

Siamo quelli che sputano su se stessi, sulla propria gente, sulla propria terra e non sanno niente di sé, della propria storia, del loro posto nel mondo.

Così ci siamo ridotti alla misera condizione di non poter nemmeno confidare in un mutamento macroscopico e repentino dell’inerzia storica per tirarci fuori dalla nostra dipendenza.

La classe dominante sarda, rappresentata efficacemente dalla giunta Pigliaru, sta facendo egregiamente il suo sporco lavoro di definitiva devastazione di quanto rimaneva ancora vitale. Non è incompetenza (o lo è solo in parte), ma sincera e convinta adesione a un modello socio-economico e politico di sopraffazione e di predazione brutale.

Fare distinguo astratti, in questa situazione, è controproducente. Per esempio, distinguo come quello tra amministratori che subiscono attentati e quelli che partecipano alla spartizione corruttoria, come se fossero due categorie contrapposte. Non funziona così. Tra quelli che subiscono attentati alcuni li subiscono perché si oppongono alle pratiche rapaci, altri perché vi prendono parte e semplicemente hanno conti da regolare. Non è affatto la stessa cosa.

Senza il pervasivo sistema corruttivo e clientelare su cui si basa il potere in Sardegna non esisterebbero nemmeno gli attentati agli amministratori, così come molti altri fenomeni deleteri, solitamente attribuiti a tare congenite della nostra razza maledetta.

Non c’entra niente insomma una pretesa arretratezza dei sardi, o gli “istinti predatori” o qualsiasi altro costrutto razzista (e autorazzista) usato all’occorrenza per mascherare la realtà. Esiste invece un sistema di dominio che si articola in modo patogeno dal vertice alla base della nostra collettività storica, tutto dentro le logiche di potere, prima di tutto quelle lecite e istituzionali, che ne sono la facciata ufficiale.

Così, in un mondo che richiederebbe massima prontezza di spirito e massima capacità di reazione in termini collettivi, siamo invece più deboli che mai. Economicamente, socialmente, eticamente e culturalmente deboli. E a beneficiarne sono coloro che hanno contribuito a questa situazione o sono gli eredi diretti di chi l’ha creata, o accettata.

Non so come potremo affrontare la transizione storica in corso, in Sardegna. Può anche darsi che, come in altre circostanze, ci si aprano opportunità nuove per riconquistare dignità, libertà, qualità della vita. Può darsi invece che ci troviamo nella nostra fase terminale.

Certo è che dentro il sistema cleptocratico vigente la Sardegna ha solo un ruolo da giocare: quello dell’oggetto storico. Discutere di autodeterminazione prescindendo dalla discussione sul modello economico e politico dominante non ha alcun senso, così come limitarsi ad agitare feticci populistici e/o nazionalisti e/o identitari. Allo stesso tempo, evocare emancipazioni sociali contestualizzandole in una astratta appartenenza di classe o nel vago e distante ambito italiano, o europeo, o mondiale, senza tener conto delle peculiarità concrete che connotano la realtà sarda, è inutile e persino dannoso.

Il guaio è che di tutto ciò importa a una parte minoritaria, dispersa e spaesata di noi. Il giochetto del padrone ha funzionato e ora sembra che cianciare di queste faccende sia un lusso che la maggior parte di noi non può permettersi.

Per questo insisto sulla necessità della socializzazione del sapere, della condivisione della conoscenza e degli strumenti critici. È un dovere fondamentale degli intellettuali, di chi ha modo di capire meglio di altri, di chi ha accesso alle informazioni.

Qui si gioca una buona fetta della nostra sorte e anche la dignità e la credibilità personale di tanti, che ci piaccia o no. O si è organici al sistema di dominio e di dipendenza imperante o si è organici al nostro processo di emancipazione collettiva e di autodeterminazione: non c’è terza via che tenga. E non c’è più nemmeno tanto tempo per decidere.

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