L’insostenibile pesantezza della stupidità

Studiare, leggere, esercitare la comprensione profonda: attività che servono forse a imparare qualche nozione, a riconoscere le connessioni complesse tra la realtà e la sua rappresentazione, ma soprattutto a diventare coscienti dei propri limiti e del proprio posto nel mondo. Alla fin fine, una istruzione superiore dovrebbe essere una grande fonte di umiltà e di rispetto verso l’altro da sé.

Non sempre è così. Elementi soggettivi e anche contingenti interferiscono inevitabilmente sui processi cognitivi. Bisogna esserne consapevoli ed esercitare sempre una certa dose di pazienza e di magnanimità, verso se stessi e verso gli altri. Il che deve portare a riconoscere senza troppe remore la maggiore conoscenza o la più profonda sapienza degli altri, quando esistono. Anche se le troviamo dove non ce le aspettiamo. Abbiamo sempre qualcosa da imparare. Da tanti, se non proprio da tutti.

Ovvio? Banale? Scontato?

Evidentemente no. Non in questo tempo balordo. Il tempo in cui si contrabbanda per democrazia un astratto egualitarismo al ribasso, in cui “uno vale uno”, ma solo se la pensiamo allo stesso identico modo, e sennò sei un nemico; in cui sapere meno è meglio che sapere di più; in cui se parli bene, se eserciti il pensiero complesso, significa che hai qualcosa da nascondere, che hai loschi intenti; in cui avere dei gusti diversificati ed esercitati (in ambiti diversi, non solo in senso estetico-artistico) fa di te un individuo detestabile.

Che la sindrome della semplificazione e del disconoscimento della conoscenza altrui colpisca anche chi dovrebbe aver raggiunto un grado di istruzione più alto della media dovrebbe farci riflettere. Forse l’eccesso di specializzazione non giova. Forse la progressiva perdita di uno sguardo complessivo sul mondo, di una costante e profonda pratica interdisciplinare e, con questo, l’inevitabile inadeguatezza delle nostre conoscenze individuali davanti alla complessità dell’esistente, sono un limite molto serio alla nostra capacità di relazione. Soprattutto per chi crede di saperne più degli altri, in virtù di un percorso individuale che si ritiene esente da pecche e lacune. So qualcosa, dunque so tutto. E tu che dici qualcosa che io non so/non capisco sei o un cretino o un malintenzionato.

Mi sembra di intravvedere anche questo, sullo sfondo di certe difficoltà di dialogo, dietro alla devastante propagazione dell’ostilità – a volte viscerale – veicolata dai social media.

La vita è breve e il tempo è poco per tutti. E’ doloroso constatare quante persone li sprechino senza averne alcun tornaconto, se non momentaneo e spesso apparente. L’egoismo narcisista e paranoico, sindrome molto diffusa oggi, è il contraltare dell’ignoranza inconsapevole e della stupidità che essa alimenta, che a loro volta hanno riflessi diretti sulle nostre relazioni. E noi, come esseri umani, siamo nodi di relazioni.

L’ignoranza inconsapevole non è mai un bene. Il rifiuto di ammettere di non sapere o di non sapere tutto, idem. La mancanza di umiltà e di capacità di ascolto davanti a una conoscenza maggiore della nostra (sia che provenga da chi non ha studiato, sia che provenga da chi ha studiato) è una forma altamente tossica di stupidità.

Una forma di stupidità propalata ad arte e fatta interiorizzare ai più tramite poderosi processi egemonici, resi possibili dalla pervasività dei mass media, dalla densità di popolazione, dalla disarticolazione sociale. Si tratta di un instrumentum regni non semplice da usare e non a basso costo, ma la cui efficacia raramente ha avuto eguali nella storia dei rapporti di forza e di potere dell’umanità. Ed è un aspetto decisivo del modello socio-politico capitalista, che senza una dose minima ma molto alta di stupidità non potrebbe nemmeno esistere storicamente, almeno in questa sua fase tarda e distruttiva.

Tale stupidità profonda, che si esprime col sintomo del sospetto verso l’istruzione e verso una forma di cultura più complessa di quella ombelicale e istintuale, è il brodo di coltura più fertile per qualsiasi deriva autoritaria e per qualsiasi totalitarismo. Perché il totalitarismo, quale che ne sia il pretesto ideologico (politico o religioso), si alimenta di semplificazione e di schematismi rigidi ed elementari. Che si traducono facilmente in fanatismo, in discriminazione e, se serve a chi detiene o vuole conquistare il potere, anche in violenza.

Temo che in poche altre epoche della storia umana la discrepanza tra complessità del mondo e capacità media di affrontarla da parte delle persone e delle comunità sia stata maggiore. Non è un buon viatico per il futuro. Non so se e come sia possibile difendersi. L’unica cosa che possiamo ragionevolmente fare è opporci all’appiattimento ottuso verso cui siamo sospinti, inoculare antivirus nella rete delle nostre relazioni sotto forma di conoscenza, gusto, pensiero divergente e/o meticcio, seminare un po’ di dubbio fecondo a contrasto di quello sterile della pigrizia mentale, testimoniare esempi virtuosi di ascolto e rispetto e al contempo di intransigenza verso ogni pratica violenta, discriminante, autoritaria.

Basterà? Non possiamo saperlo. Forse no. Forse serve anche altro. Anzi, certamente. Ma mi pare una buona base di partenza. E alla fine, in ogni caso, si vive anche meglio.

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