Questione linguistica, un test storico

La questione linguistica sarda non gode di buona salute. Non è una bella notizia. Nemmeno per chi la reputa un falso problema o al massimo un tema secondario.

Nella realtà quotidiana dei sardi non si può dire che sia un tema prioritario, è vero, ma è facile constatare – come risulta dalle indagini sociolinguistiche o anche solo demoscopiche – che non è un tema negletto e nemmeno poco considerato dalle persone. Mancano indubbiamente una coscienza diffusa e un patrimonio condiviso di nozioni e informazioni basilari, ma questo è un problema che attiene alla sfera politica, non a quella linguistica.

Proviamo a fare allora il punto della situazione, per orientarci e partire da dati di realtà, in modo da offrire una base razionale e pragmatica a una possibile risoluzione.

Il sardo sta scomparendo, così come le altre lingue storiche della Sardegna (gallurese, sassarese-turritano, algherese, carlofortino). La trasmissione intergenerazionale è ai minimi termini. I pochi bambini che oggi imparano il sardo (o una delle lingue locali) come lingua primaria potrebbero rappresentare l’ultima generazione di sardoglotti. Lo spopolamento della Sardegna extraurbana è un fattore di accelerazione del fenomeno.

A livello scolastico la situazione è peggiorata anziché migliorare. La mancata previsione della scelta del sardo come opzione per i genitori all’atto dell’iscrizione dei ragazzi per l’anno prossimo è un fatto gravissimo, sia che sia voluta, sia che sia frutto di disinteresse.

La buona volontà di molti insegnanti non basta affatto a compensare il vuoto dominante. E deve essere chiaro a tutti che senza la scuola qualsiasi lingua muore, non solo il sardo. In Sardegna abbiamo tutti imparato l’italiano principalmente tramite l’alfabetizzazione scolastica. Anche chi ha ricevuto l’italiano come lingua primaria lo ha precisato e perfezionato sui banchi scolastici. I mass media principali, il cui peso è stato certamente determinante, si sono aggiunti come ulteriore strumento di imposizione del monolinguismo italiano. In ogni caso senza la scuola parleremmo un italiano povero e stentato, di stampo televisivo, e nessuno saprebbe scriverlo.

La letteratura e la produzione culturale in sardo e nelle altre lingue di Sardegna non sono povere né di bassa qualità, ma sono largamente minorizzate sia dalla mancata trasmissione intergenerazionale dell’idioma, sia soprattutto dalla mancata alfabetizzazione dei cittadini in queste lingue. I mass media principali non se ne fanno veicolo presso il grande pubblico, perciò spesso manca un nesso fondamentale tra i fruitori potenziali (che poi diventerebbero più facilmente utilizzatori a loro volta) e i produttori di contenuti e di opere.

La politica linguistica pubblica a sua volta è stata sostanzialmente azzerata dalla giunta Pigliaru, con la chiusura di fatto dell’Ufficio per la lingua sarda e con il ridimensionamento di tutti gli interventi, sia in termini finanziari (pensiamo al sostegno alla pubblicistica e alla stampa in lingua sarda) sia in termini di attuazione delle norme vigenti e di pianificazione generale.

Le associazioni e i movimenti culturali interessati hanno cercato di compensare l’assenza di una politica pubblica con iniziative autogestite. Così come qualcosa si muove a livello di privati, anche in ambito commerciale. Opera meritoria e necessaria, ma naturalmente meno efficace di un intervento politico deciso. E su tale debolezza si innesta e perdura la diatriba pluriennale sulla standardizzazione scritta del sardo.

Ora, su quest’ultima questione, che è una di quelle determinati, occorre dire qualche parola spassionata. La condizione frammentata del sardo non è una sua caratteristica deteriore, discendente da una qualche mancanza intrinseca (del sardo o… dei sardi). Non è questione delle “chentu concas, chentu berritas” o della pretesa incapacità tutta sarda di stare insieme. Si tratta di un effetto di cause storiche piuttosto chiare ed anche note.

Il passaggio determinante, in questo caso, non è stata tanto la perdita di indipendenza politica, con la sconfitta della Sardegna giudicale ad opera dei catalano-aragonesi, bensì, molto più profondamente, l’adozione dell’italiano come lingua ufficiale dell’amministrazione pubblica e della scuola da parte del governo sabaudo, nel 1760. Scelta epocale poi radicalizzata e confermata, inevitabilmente, con la fondazione dello stato unitario italiano e il relegamento della Sardegna a sua porzione marginale e periferica.

È un fenomeno tutto contemporaneo, insomma, che ha avuto luogo, quasi per paradosso, proprio mentre altrove invece si ristabilivano gli status e le grammatiche di altre lingue europee, anche minoritarie (come il catalano in ambito spagnolo, per dire). In Sardegna il sardo e le altre lingue isolane sono state ampiamente maggioritarie e dominanti – sia pure spesso in una condizione di diglossia – fino al fascismo. Non erano veicolate dalle istituzioni e dalla scuola (per altro ben poco frequentata dalle masse), ma erano quasi sempre la lingua primaria e la lingua di prima socializzazione dei più, comprendendo in questo ache le espressioni artistiche autoctone (musica e poesia, su tutto).

Il fascismo diede una prima spallata, demonizzando e in qualche misura addirittura criminalizzando il sardo. In tale frangente, la scarsa scolarizzazione delle masse rese questi tentativi efficaci fino a un certo punto. Nel secondo dopoguerra invece si è verificato il crollo, in concomitanza con la scolarizzazione di massa (rigorosamente in italiano) e l’avvento dei nuovi mass media. Lo stigma denigratorio sul sardo si è affermato in profondità e in qualche misura ha prodotto effetti duraturi e difficili da sradicare, anche oggi che abbiamo una consapevolezza diversa dell’intera faccenda (almeno ce l’ha una certa parte dei sardi).

Non ha aiutato a tutelare e valorizzare il nostro patrimonio linguistico la palese e a volte ostentata ostilità delle istituzioni scolastiche e soprattutto universitarie, sempre in prima linea, quando c’è stato da fare scelte decisive, nell’affossare qualsiasi tentativo di emancipazione e/o ufficializzazione della lingua sarda e delle altre lingue di Sardegna.

Se oggi si propone di utilizzare il sardo a scuola e di insegnarne una norma scritta, la prima domanda che ci si sente rivolgere è: quale sardo? Perché prevale l’idea che ci troviamo davanti a una moltitudine di parlate diverse, inconciliabili tra loro. Il che è in parte vero, se ci fermiamo alla superficie del fenomeno. L’inconciliabilità è tutta apparente dato che si tratta pur sempre di uno stesso sistema linguistico, sia pure dialettizzato e frammentato dalla mancata ufficializzazione. Inoltre la reciproca incomprensibilità tra i vari dialetti sardi e tra le parlate sarde e le altre lingue di Sardegna è un effetto della perdita di padronanza e di familiarità molto recente, dovuta soprattutto all’uso dell’italiano come lingua franca condivisa.

Al momento esiste una norma grafica a livello amministrativo, la LSC (limba Sarda Comuna), usata per altro anche in testi letterari o in produzioni artistiche o saggistiche, su cui però si sono accanite negli anni critiche e resistenze di varia natura, a volte in aperta contraddizione tra loro ma compattamente concordi nel tentativo di negare legittimità all’uso di questa proposta grafico-linguistica universale.

Da un lato ci sono infatti i detrattori esplicitamente ostili al sardo e a qualsiasi suo recupero, da un altro ci sono i difensori della diversità linguistica. Questi ultimi a loro volta si dividono tra localisti (l’unico sardo da usare è il mio, quello del mio paese) e “duovariantisti”, persuasi che esistano due sottosistemi linguistici distinti, il “campidanese” e il “logudorese”. Tra questi ultimi si è anche proposta una norma grafica specifica per la variante “campidanese” detta Is Arregulas, adottata qualche anno fa dalla allora Provincia di Cagliari in luogo della (e in polemica con la) LSC.

La faccenda delle due macrovarianti è curiosa e meriterebbe un’analisi a parte. Dico subito che non mi convince affatto, non fosse altro che per la sua pretesa di contrastare la asserita (ma non linguisticamente dimostrata) artificialità della LSC e la sua presunta estraneità alle parlate meridionali con la creazione di due lingue artificiali (di cui però conosciamo solo la regola meridionale, le Arregulas, appunto). Quest’orientamento è autrevolmente sostenuto anche da docenti universitari come il prof. Blasco Ferrer, nondimeno lascia a dir poco a desiderare, sia sul piano strettamente linguistico (si vedano in merito le ricerche del linguista Michel Contini) sia soprattutto da quello della politica culturale e della politica tout court.

Vero è che la LSC privilegia alcuni aspetti morfologici (ossia la forma delle parole, per dirla semplice) che sembrano accostarla maggiormente alle parlate centrali e settentrionali. Ma si tratta di questioni ortografiche, più che linguistiche in senso compiuto, dovute alla scelta di dare la preferenza all’esito più etimologico (per es. i verbi all’infinito in -are -ere -ire anziché in -ai, ecc.). Tutta materia che, se usata pretestuosamente, condurrà sempre e comunque ad un impasse, giacché non si toverà mai una norma grafica che accontenti tutti. La LSC, per dire, risulta distante anche dalle parlate del Nuorese e dal sardo settentrionale (pensiamo al sardo del Montacuto o del Sassarese), contrariamente a quanto sostengono coloro che si riconoscono nel “campidanese”.

La questione a mio modo di vedere è questa. Il sardo è sul punto di diventare una lingua morta. Anche chi lo parla come lingua primaria ormai lo parla male, spesso peggio di chi invece lo ha dovuto imparare volontariamente (dunque studiandolo). Conferma questa di quanto pesi lo studio anche nello sviluppo e nell’appropriazione della lingua materna.

Il problema della grafia unica è sopravvalutato a danno di quello secondo me ormai più urgente dell’unificazione linguistica vera e propria. Non una unificazione sostitutiva, in luogo delle decine e decine di parlate locali, ma come standard sopraordinato e di copertura, alla stregua di altre lingue ufficiali (pensiamo al tedesco, per esempio).

La lingua sarda standard offrirebbe protezione ai dialetti locali, garantendone la sopravvivenza e anche una certa legittimità d’uso. Niente e nessuno vieterebbe di usare le parlate locali in poesia, o in musica, o dovunque lo richiedano il gusto e la sensibilità spontanei delle persone, e in primo luogo naturalmente nelle relazioni quotidiane.

Il sardo standard sarebbe la lingua delle istituzioni, dei mass media, dei dizionari, delle piattaforme internet, delle applicazioni informatiche, della traduzione di testi e documenti da altre lingue, dell’insegnamento agli stranieri, ecc. E sarebbe la lingua davvero nazionale di tutti i sardi. Potrebbe esserlo anche dei sardi la cui lingua storica di appartenenza non è il sardo, ma questo è un discorso più delicato, che non si può affrontare se non col massimo rispetto e con la maggior sensibilità democratica possibile.

In questa prospettiva un esperimento come la LSC, benché senz’altro perfettibile, si dimostra fecondo proprio in virtù della sua vocazione a diventare anche una lingua parlata, realmente praticata, oltre che scritta. Al contrario delle proposte di carattere prettamente grafico, che vorrebbero salvare la fonetica e le pronunce dei vari dialetti (cosa secondo me poco pratica, tutto considerato).

Occorre tenere conto di un dato di fatto insuperabile, a mio avviso. Tra non molto chi vorrà imparare il sardo, anche in Sardegna, dovrà farlo partendo da zero. Non sempre avrà la possibilità di attingere a una parlata locale, magari tramite trasmissione della cerchia parentale o amicale. Ma anche quando tale condizione fosse presente, si tratterebbe di un uso limitato a un ambito ristretto, sia in termini geografici sia in termini linguistici.

Appare dunque auspicabile e anche urgente dotarci di una vera lingua sarda standard partendo dal lavoro già fatto e già sperimentato, come riferimento grammaticale, morfologico e sintattico, arricchita nel lessico da tutti i geosinonimi e le varianti offerti dalle diverse parlate sarde, con un nucleo lessicale orientato a preferire le versioni più diffuse dei lessemi che presentano mutazioni lievi (o comunque chiaramente riconoscibili) da una zona all’altra. L’uso poi si occuperebbe di garantire la prevalenza di una scelta o dell’altra, come del resto avviene in tutte le lingue vive.

Così come non si dovebbe avere alcun timore a creare neologismi o adattamenti o ad accogliere prestiti per aggiornare e completare il lessico, laddove ve ne fosse la necessità (e tale necessità c’è sempre, in tutte le lingue).

Questa opzione, preciso, non è frutto di una preferenza personale o di una idiosincrasia contingente. Fosse per il mio gusto individuale o di campanile, opterei per il nuorse come lingua sarda standard per tutti, e non mi mancherebbero buone argomentazioni linguistiche. Ma a che pro? Bisogna che tutti facciano una riflessione onesta e generosa, su questa questione, lasciando da parte antipatie personali, sospetti malevoli, particolarismi fuori tempo massimo e fuori luogo.

La questione linguistica sarda è un affare delicato e al contempo fondamentale e appartiene a tutti: non ai linguisti, non ai fedeli di questa o quella confessione, né ai soli addetti ai lavori (anche se non bisogna enfatizzare troppo lo spontaneismo e la ricerca di soluzioni dal basso, che non sono affatto più facili, né necessariamente più efficaci).

È una questione fondamentale, non per questioni identitarie o addirittura di rivendicazione politica, come – a mio avviso ingenuamente – sostiene qualcuno (per esempio Roberto Bolognesi, il cui contributo è comunque prezioso). Che siamo sardi non ce lo deve spiegare nessuno e nessuno può negare la nostra identificazione e la nostra appartenenza, se è davvero nostra. E l’identificazione non può essere risolta in un unico fattore, in termini riduttivamente essenzialisti, come mera adesione volontaria e astratta a una comunità linguistica. Non funzionano in modo così meccanico, rigido e unidirezionale i processi di identificazione.

Le rivendicazioni di autodeterminazione e di indipendenza, dal canto loro, attengono alla sfera oggettiva dei rapporti di forza, delle relazioni tra popoli, dell’economia e della storia, nonché – e nel nostro caso in modo determinante – della geografia. Sono fattori concreti quelli che rendono necessaria l’autodeterminazione della Sardegna ossia di chi la abita, chiunque sia. Il problema si porrebbe comunque anche se putacaso la Sardegna fosse svuotata di tutti i suoi abitanti attuali e popolata di italiani (di qualsiasi provenienza specifica) o di inuit o che so io, quale che fosse la lingua parlata. Dunque non è questo l’aspetto a cui fare appello per sollecitare la risoluzione politica della questione linguistica.

Anzi, si può ben dire che i termini della questione andrebbero rovesciati: solo dentro una prospettiva di reale autodeterminazione e di emancipazione storica collettiva la questione linguistica potrebbe trovare piena e naturale soluzione, non dunque come mera rivendicazione minoritaria dentro un ordinamento giuridico il cui territorio e il cui baricentro politico sono geograficamente e storicamente altri.

Il sardo è una risorsa in più di un senso. Nessuno può chiederci di disperderla o disprezzarla. È un nostro diritto inalienabile utilizzarlo in tutte le sue potenzialità, in tutti i registri e con tutti i media disponibili. Si tratta di un patrimonio culturale enorme, plurisecolare, che costituisce un nesso importante tra chi vive oggi in Sardegna e l’isola stessa così come la storia l’ha conformata, con i luoghi, con i lasciti del nostro lungo passato, con la cultura materiale e con la creatività artistica del popolo sardo così come è arrivato fin qui.

È una possibile fonte di irrobustimento cognitivo per i nostri figli, a cui un bilinguismo realmente agito farebbe solo bene e senza aspettare l’inglese o altre lingue straniere (che però si potrebbero sempre imparare, e imparare anche meglio, proprio riappropriandoci delle nostre). È anche una potenziale fonte di distinzione a livello di produzioni locali, con evidenti  vantaggi competitivi sui mercati internazionali, dunque una risorsa economica.

Insomma, non si capisce davvero perché dovrebbe essere lecito privarci a cuor leggero e addirittura volontariamente di tale ricchezza. Tanto più perché il sardo non sta morendo di morte naturale. È un crimine violento, quello perpetrato ai danni del nostro patrimonio linguistico in epoca contemporanea. Non c’è ragione al mondo per cui dovremmo accettarne passivamente il compimento o addirittura rendercene complici.

Per affrontare in modo proficuo la questione serve una maggiore coscienza della nostra comune appartenenza alla Sardegna. Non possiamo essere esclusivamente e antiteticamente o membri della nostra comunità locale o cittadini del mondo. Sono entrambe astrazioni a-storiche, senza connessione con la nostra realtà concreta, sociale, culturale e persino biologica. Le diverse dimensioni e le diverse reti di relazioni, dal locale al globale, si intersecano e si completano. Rifiutarne una è impossibile, prima ancora che sbagliato.

Il particolarismo, artificiosamente alimentato, è un’arma di dominio potentissima, del resto. Così come l’ignoranza e la noncuranza diffuse riguardo alla nostra reale collocazione storica e culturale. Bisogna rifiutare entrambe alla radice, anche e soprattutto in un ambito così sensibile e così sentito come la questione linguistica. Che rimane un test storico decisivo. A dispetto di chi lavora alacremente, anche a nome nostro, alla nostra stessa estinzione come popolo.

5 responses

    • Su chi iscrio a pitzu de sa chistione linguìstica l’iscrio semper in sardu e in italianu, ca mi praghet chi lu potant lèghere fintzas sos italòfonos (italianos o sardos chi siant). Ma a custu giru no aia tempus. Si bi resesso, in sas dies chi benint lu ponzo in sardu puru.

  1. Un bell’articolo, nonostante tuttto, ma… “Fosse per il mio gusto individuale o di campanile, opterei per il nuorese come lingua sarda standard per tutti, e non mi mancherebbero buone argomentazioni linguistiche”. Buone argomentazioni linguistiche !!! Eccoci qua, eccoci tornati da dove siamo partiti: la Sindrome Wagneriana, come spesso ho scritto, rispunta sempre, come un fungo nel bosco, nei sostenitori della LSC, che siete stranamente quasi tutti del Capo di Sopra. Torra cun custu Michele Contini !! Ddu connoscis s’atlanti famau cosa sua? Totu sa Sardinnia de basciu est segada, no nc’est, no esistit, ne merescit atentzioni linguistica ca est sardu burdu chistionau de sardus burdus. Nci funt puru Tattari e sa Gaddura, ma su Campidanu no. E ita narat cosa de aici importanti? Ca in sa Sardinnia de mesu, sa de is montis, is isoglossas s’intessint e s’allarghiant, e sa lacana a intru de campidanesu e logudoresu no est aici neta. Balla, nova de importu mannu, no ddu sciistis. Caru Omar, tui no ses mai calau a basciu de Paulilatino, ses pagu bessiu, cumenti naraus in Casteddu. E sei anche un bel po’ ignorante, perfino quando alludi al discutibile studio di Bolognesi, che sancisce senza discussione che tutti i dialetti dela Capo di Sopra sono più vicini alla LSC di quanto lo siano tutti quelli della Sardegna meridionale. E studia, amico caro, studia, che tutti i linguisti seri asseriscono che Campidanese e Cabesusesu, cumenti naraus nosu, sono due cose diverse, diverse foneticamente, diverse morfologicamente, perfino lessicalmente. Se si vuole salvare il sardo, la via è insegnare la variante che più si avvicina a quella che l’ultima generazione sardo-parlante può trasmettere. E queste varianti sono il campidanese letterario e il logudorese letterario, varianti storiche (esistono da mille anni almeno), hanno una discreta letteratura, e una tradizione sociolinguistica ancora radicata. La LSC è troppo lontana dagli uni (noi) e troppo vicina agli altri, voi del Capo di Sopra, che, infatti, non vi lamentate. Poi studia anche un po’ di storia “seria”, che la perdita dell’indipendenza politica è una sciocchezza che un sardo del seicento e del settecento ti avrebbe fatto pagare cun sa lepa.

    • Non ti nde so faladu dae letu, Mauro Podda, tando faedda (iscrie) comente si tocat, si nono est s’ùrtima borta chi intras inoghe.
      Sos giudìtzios personales che a cuddos chi bogas a campu tue non faghent onore a chie los impreat, ca sunt unu “argumentum ad hominem”, una manera isballiada de arresonare. Custu ti lu naro a tipu cunsìgiu, a stracu baratu, antzis de badas, ca so bene educadu. Ma non ti torres a permìtere de intrare in domo mea a custa manera.
      No as iscritu nudda de sèriu o de interessu. Istùdia tue, si bi ses bonu, ca mi paret chi ti fartent unu muntone de informatziones, e a pustis podes proare torra a nàrrere carchi cosa.
      Ti lu pùblico, su cummentu, petzi ca de gasi faghes sa figura tua cun totus sos chi leghent inoghe. E bonu proe ti fatzat.

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