Quando l’ultimo missile sarà stato sparato, l’ultima busta incenerita, l’ultimo barile sotterrato…

Ricevo e accolgo volentieri qui una riflessione di Pier Franco Devias a proposito della relazione tra ambientalismo e processo di autodeterminazione in Sardegna.


La condizione di colonia apre contraddizioni insanabili nei rapporti sociali. Da una parte si coagula un’area che mette in moto la lotta anticoloniale, dall’altra le forze che spingono per la permanenza e la conservazione della condizione di colonia. In mezzo c’è tutto – ma proprio tutto – ciò che appartiene a una società. Ma non può stare stabilmente in mezzo. Si verifica uno “stare” in mezzo precario, instabile, soggetto continuamente alle forze di attrazione dei due poli. Accade così che non solo la politica ma anche le concezioni artistiche, culturali, o anche i campi d’intervento sociale lentamente, mano a mano che i due poli coloniale/anticoloniale acquisiscono equilibrio di forze, precipitano dall’una o dall’altra parte o si smembrano, con le proprie parti e componenti divise tra i diversi poli di attrazione.

Tra i tanti fenomeni sociali, ad esempio, uno di quelli che in questi ultimi dieci-venti anni ha subito profonde lacerazioni e cambi di orbite gravitazionali nel nostro Paese è stato quello della sensibilità alle problematiche ambientali. Perché nel corso del tempo le nuove generazioni hanno iniziato a ricevere l’eredità lasciata dai padri, intesi sia in senso genetico che come metafora delle amministrazioni politiche precedenti. Fino a una ventina d’anni fa la sensibilità ai temi della protezione dell’ambiente erano, in gran parte ma per fortuna non solo, appannaggio di élites illuminate, propaggini sarde di centrali italiane non solo geograficamente ma anche culturalmente e le loro battaglie, in gran parte, erano orientate sulla difesa degli animali dalla caccia e dall’antropizzazione, con la monocoltura ossessiva compulsiva del parco naturale sempre e dappertutto.

Le nuove generazioni hanno scoperto, col fragore di una bomba, la profonda differenza tra un ambiente sporco e uno inquinato. Hanno scoperto che al di là del disdicevole fenomeno della spazzatura nelle cunette o della sporcizia visibile lasciata da maleducati ce n’era un’altra, ben più impattante, che non si vedeva. Perché una cunetta piena di buste di spazzatura, una campagna di periferia piena di lavatrici e scaldabagni abbandonati si può ripulire dall’oggi al domani con un po’ d’impegno e si può riuscire a sensibilizzare (o punire) chi ha sporcato. Ma quando inizi a scoprire che nelle campagne, nel mare, nelle falde acquifere, sono cadute per decenni polveri sottili fatte di composti chimici tossici e di amianto, quando scopri che l’aria è piena di polveri e fumi velenosi, di metalli pesanti polverizzati dalle esplosioni, allora inizi a renderti conto che ci sono entità che non sporcano temporaneamente l’ambiente ma lo inquinano per l’eternità, rendendolo nemico dell’uomo di generazione in generazione. E ti rendi conto anche che, questa volta, non servono le campagne di sensibilizzazione, non c’è nessuna pena che punisca chi avvelena la terra, l’acqua, l’aria, le piante e gli animali, l’uomo di oggi e di domani. Perché il responsabile è lo stesso che fa le leggi e di solito uno non fa una legge per punire il suo stesso operato.

Allora si mette in moto il fenomeno gravitazionale e anche l’ambientalismo, che è attivismo che si propone di “migliorare l’ambiente soprattutto attraverso attività educative pubbliche, propaganda di idee, programmi legislativi e convenzioni” scopre che non si può stare in mezzo.

Non si può stare in equilibrio tra le rivendicazioni di una nazione che vuole proteggere il futuro della propria terra e gli interessi dello Stato che ha invaso quella nazione, l’ha inquinata, la inquina, la fa inquinare ai suoi alleati… e si assolve ufficialmente a norma di legge.

Perché è una battaglia tra la vittima e il colpevole, tra il diritto inalienabile e il sopruso legale, tra la colonia e il colonizzatore, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

E non si può stare in mezzo: o si sta da una parte o dall’altra, o ci si lacera, precipitando parte in un campo gravitazionale parte nell’altro. Una parte con chi difende la lotta di una colonia che rivendica il diritto all’esistenza (nazionale, culturale, economica, sociale, umana e ambientale), l’altra parte con chi nega questo diritto all’esistenza, pretendendo che a una nazione si possa togliere l’esistenza, la dignità nazionale, la cultura, l’economia, devastandone i rapporti sociali ma rispettando l’ambiente.

E’ la lotta tra chi difende l’ambiente come si difende la casa in cui si vive e chi lo difende come si difende la spiaggetta dove si prende il sole dieci giorni l’anno, salvo esigenze di superiore “interesse nazionale”, come ad esempio quelle legate alla difesa o all’approvvigionamento energetico.

E in questi rapporti contrastanti e inconciliabili, in questa eterna contraddizione tra colonia e impero (ma che poi è al contempo contraddizione centro/periferia, o in questo caso sarebbe più appropriato città/campagna), si manifestano quelle contraddizioni di appartenenza anche tra gli stessi ecologisti. Per cui, ad esempio, vedi ecologisti italiani o europei che rimangono sbalorditi nel vedere che in Sardigna gli ecologisti lottano contro le pale eoliche. Perché c’è una contraddizione tra l’ecologismo anticoloniale e quello interessato che siede al fianco dei colonialisti.

E’ per questo che il movimento indipendentista in Sardigna ha catalizzato l’ecologismo e lo ha inserito all’interno dell’ambito più vasto della liberazione nazionale, togliendo terreno alle organizzazioni e ai partiti italiani. Mentre ai vertici dell’esercito occupante per fare felici i loro eco-colonialisti basta promettere la messa in opera di “munizionamento verde” nelle esercitazioni nella colonia sarda…

Non può esistere compatibilità e comunanza di interessi tra colonialisti (e loro alleati) e colonizzati e non può esserci in nessun campo, incluso nella difesa dell’ambiente.

Per questo motivo è giunto il momento che gli indipendentisti, tutti gli indipendentisti, si facciano carico di risolvere non solo la contraddizione tra inquinamento e ambiente, ma anche tra modelli di sviluppo italiani e modelli di sviluppo sardi. Si facciano carico, cioè, non solo di denunciare la gravità, ma anche di risolvere l’epocale problema tra un tipo di economia coloniale che distrugge uomini e territori e l’esigenza di avere uno sviluppo economico.

Non spetta ad altri, spetta agli indipendentisti – dal momento che dicono di voler difendere questa terra e la sua gente – trovare la soluzione, sviluppando un’economia che rispetti l’ambiente in alternativa al modello coloniale.

Non basta chiudere le basi: dobbiamo spiegare quale è il nostro progetto alternativo per lo sviluppo e la bonifica dei territori interessati.

Non basta chiudere inceneritori o fabbriche inquinanti: dobbiamo avere un programma di transizione e di sviluppo alternativo affiancato da un progetto di bonifica.

Dobbiamo, insomma, porci seriamente il problema di proporre e costruire un’alternativa possibile, realizzabile, accettabile e delegabile a questo tipo di economia tossica e mortale. E niente può essere accettabile e delegabile se non ha come presupposto imprescindibile la garanzia che nessun lavoratore debba perdere il lavoro.

Altrimenti continueremo a trovare i nostri operai, i nostri fratelli sardi operai, schierati dalla parte degli inquinatori italiani e continueremo, paradossalmente, a manifestare assieme agli eco-colonialisti.

Una contraddizione talmente paradossale da vedere, in questo caso, gli indipendentisti gravitare attorno a satelliti del colonialismo: gli eco-colonialisti, appunto.

E’ nostro dovere portare nel campo anticolonialista ogni parte della nostra società, dagli operai agli ambientalisti passando per i progetti di sviluppo industriale, con un’industrializzazione compatibile e orizzontale. E dobbiamo farlo in fretta, perché ogni giorno un altro palmo di terra viene avvelenato irrimediabilmente da questo sistema folle e suicida.

Senza risolvere queste contraddizioni non sarà possibile arrivare all’indipendenza ma solo a una ulteriore, profondissima lacerazione e divisione all’interno della nostra martoriata società. Facendo, paradosso dei paradossi, il più grande dei favori al colonialismo italiano.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

3 × 2 =